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Archivio per la categoria ‘storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar (I-II-III-IV)’

Storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar (quarta parte)

9 Aprile 2017 2 commenti

Storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar

(quarta parte)

*

  Uno dei tanti viaggi con Fifì.

Dopo il Natale con i Nostri, il giorno dopo si parte.

Destinazione Jugoslavia. Macchina, ancora la mia “127”. Siamo nei pressi di Split, Spalato. Paese di mare. D’estate c’è un sacco di movimento. A Santo Stefano un po’ meno, ma noi confidiamo per il Capodanno. Prendiamo una camera in albergo, e la sera usciamo. Discoteca. Piccolina. Quattro gatti. Però, c’è una cameriera… un bocconcino. Era di Curzola, l’isola di Curciola, detto alla slava, un posto stupendo, qualche anno dopo ci sono andato con moglie e figli. Comunque, la adocchio. Anche lei mi adocchia. La invito e balliamo. Fifì… non l’avessi mai fatto! Incomincia a passarmi di fianco e con la mano davanti alla bocca: «Oh! Digli se cià un’amica!» «Oh! Digli se cià un’amica!» Ma quella di amiche non ne ha. In compenso ha un amico, un tale grande e grosso come una montagna che chiacchiera col barista. Si chiama Srecko. Me lo ricordo ancora. Oh, non penserete mica che… no eh! Bene. La ragazza non ha amiche e in giro ragazze non se ne vedono. Allora che fare? Accompagno Fifì in albergo con la macchina, e quindi torno dalla mia fiamma. Che potevo fare di più?

L’indomani è una bella giornata di sole. Torniamo al bar della sera prima. La mia amica è dietro il bancone. E c’è anche quel tale Srecko, che prende a guardarmi in cagnesco. Mi si avvicina e bestemmia qualcosa in slavo, che ovviamente non capisco. Mi rivolgo alla mia amica con l’aria di chi domanda: «Ma questo che cavolo vuole, ce l’ha con me?» E proprio con me ce l’aveva. Forse era il cugino della ragazza o forse lo spasimante, fatto è che se mi mette una mano addosso mi disintegra. Fortuna vuole che la ragazza si mette in mezzo e, molto risoluta, gliene dice quattro, allo Srecko, che lo acquieta. E non basta, perché diventiamo pure amici, con lo Srecko. Ci porta a casa sua, me e Fifì, e lì ci fa assaggiare il maialino che i suoi stavano arrostendo ad uno spiedo, davanti alla loro casa. Un mondo diverso. Il maialino era buonissimo. Anche la Slivovitza, la grappa, era buona. Fifì non si fa pregare a bere. Dopo lo spuntino torniamo al bar della mia amica. Là troviamo un vecchietto, un ciucatun da piole che attacca bottone con Fifì. «Malì Parì» prende a dire in uno stentatissimo italiano: «buono bere… belle donne… siniorina belle gambe…» Credo si riferisse ad un locale detto Piccola Parigi, malì mi senbra che voglia dire piccolo, dove si beve e non solo… A proposito, vi racconto ancora che durante il viaggio ci fermammo, io e Fifì, in un bar a bere qualcosa. Era pieno di donne. E credo che non fossero solo lì per prendere il caffè. Sennonchè, ad un tratto, Fifì mi fa: «Oh, quella ci sta, mi sta facendo l’occhiolino!» «Certo che ci sta» gli dico io, «basta che gli dai 100 dìnari.» «Ma no!» fa lui. «Ma sì!» faccio io.

Ciò detto, tornando al vecchio ubriacone, si fa subito amico con Fifì e incominciano a farsi una Slivovitza dietro l’altra. Una mezza gara a chi beve di più. Fifì era uno cui piaceva bere, ma l’altro era un professionista della materia. Bevi di qua bevi di là, ad un tratto Fifì crolla come una pera cotta. “Sbammete!” ciucco perso. Però subito mi ha fatto prendere uno spavento. “Na jocc!” si dice in pugliese, che sembrava morto. “Na jocc!”

*

Tornando a Cadacquès, (vedi puntata precedente) ai primi di agosto vengono a trovarmi Gino e Raffaele. In treno. Io vado a prenderli alla stazione di Port Bou al confine con la Francia. Dopo una visita a Barcelona alla mia amica Pilar, ce ne andiamo in Marocco. Fez, Meknes, Tangeri, ed altri bellissimi posti. Il solito caldo infernale. Mentre viaggiamo passiamo sopra un ponte. Sotto c’è un fiume verde smeraldo. Ci sono dei ragazzi che fanno il bagno. Per fortuna non c’è il trampolino come in piscina a Casablanca, dove ho visto gente buttarsi da 10 metri in mezzo ad una confusione che basta uno starnuto, ti sposti di tre centimetri, e quello che si è lanciato da 10 metri ti impianta nel fondo della piscina come un battipalo i pali per… roba da geometri.

Orbene, il luogo è invitante e noi pensiamo bene di darci una rinfrescatina. Parcheggiamo, e ognuno col suo rotolo di carta igienica, ci avviamo. No, non è che la carta ci servisse per fare il bagno, ci serviva però, proprio per “andare in bagno”. Allora, io vado di qua, Raffaele di là e Gino da un’altra parte. Dopo un attimo, non ci eravamo ancora “accomodati” che io lancio un urlo. Pesto qualcosa e mi sento come percorso dalla corrente elettrica «Ahhhh le vespe! Le Vespe!» e lascio carta e tutto il resto e mi dò alla fuga inseguito da uno sciame di fameliche vespe marocchine. Non c’è altro da fare che buttarsi in acqua. Così faccio e così fanno pure Gino e Raffaele. I ragazzini marocchini si scompisciano dalle risate, che a loro le vespe non gli fanno niente. Sarà perché sono compaesani. Fatto è che erano vespe strane mai viste, gialle con delle pinze nere. Belle da vedersi, ma terribili.

Passata la tempesta, non odo augelli a far festa, ma un dolore acuto sotto l’ascella sinistra che si sta gonfiando a vista d’occhio. Sono piuttosto allergico alle punture degli insetti e mi preoccupo. Così pensiamo di andare da un dottore. Ma dove? Che eravamo in un deserto. C’era però un vecchio seduto lungo la carreggiata che vendeva fichi d’India. “Un vecchio con un solco lungo il viso come una specie di sorriso?” No. Uno normale che vendeva fichi d’India. Pensiamo di chiedere a lui. Vagli a spiegare, che parlava francese peggio di noi. «Les abeilles, monsieur… les abeilles…» e lì a mostrargli il mio gonfiore sotto l’ascella. Il vecchio scuote la testa come per dire «E che ci posso fare» poi ci fa segno con la mano facendoci capire che più avanti avremmo trovato un paese e quindi lì… Una farmacia, dove mi danno qualcosa.

È stato un viaggio molto bello. I miei compagni erano simpaticissimi e divertenti. E lo sono ancora, spero, che Gino sono 40 anni che non lo vedo. Suonava benissimo la chitarra. È fratello di Alvaro l’altro chitarrista, con cui andammo a Cadacquès, e di Rosa, che ricorderò più avanti.

«Les abeilles!» comunque, rimane ancora oggi un grido che ci evoca quei tempi ormai lontani. «Les abeilles…»

Bella la gioventù.

*

L’anno appresso, ancora con Fifì, sempre tra Natale e Capodanno, andiamo a Copenaghen. Era l’anno dell’austerity. Germania. Limite dei 90 in autostrada, una roba da farsi venire i capelli bianchi. E poi, chi ha stabilito che andando piano si consuma meno per metterlo in culo agli arabi che aumentavano il prezzo del petrolio, non ha tenuto conto che così facendo si inquina il doppio. Ed io ero già a quei tempi uno sensibile all’ecologia e quindi… me ne sbattevo dei limiti… (buona la scusa neh!) E poi, ci avete fatto caso a una cosa? quale?

I “nordici” a casa loro… tutti per benino; sempre sobri ed educati; guai a buttare una cicca per terra. Poi, però, quando sono all’estero, si sbragano. Vi sarà capitato di andare in un ristorante di Loano, ad esempio, seduti fuori al dehors e avere di fianco un tavolo di “nordici”! Fanno un casino della malora: gridano, bevono e ridono a crepapelle e qualcuno rutta pure “cume ‘n crin”. A casa loro, però… tutti educatini come dei seminaristi in libera uscita. E poi ce l’hanno con noi italiani. Ma vaff… Ho visto una scena un giorno su un traghetto in Grecia, di uno stronzone pieno di boria e supponente della supponenza che hanno quelli che si credono i padroni del mondo… Non ve la racconto che mi fa incazzare. Si trattava però di uno che ha maltrattato un poveraccio, solo perché passando questo gli ha sfiorato la biemmevù e solo perché il poveretto era più piccolo e vecchio almeno il doppio. A casa loro però… ssst. ssst!

Orbene, tornando in autostrada, non vi dico le rimostranze, le corna che ci hanno fatto perché andavo a 100 all’ora. Ce ne hanno fatte talmente tante, che a Copenaghen ho rotto il cambio della macchina. Andava solo più in quarta. E anchè lì… non mi è riuscito di trovare un diavolo di meccanico. Chi non poteva… Chi aveva mal di pancia… Chi mi consigliava di prendere il treno. Chi mi avrà mandato affanculo, che tanto non si capisce un cazzo di ciò che dicono, né tantomeno fanno i lecchini come noi cogli stranieri… tutto gentilezze e buona disposizione. In conclusione, me la sono fatta tutta in quarta senza cambiare. Copenaghen-Torino: tutto in quarta. Ovviamente ho bruciato tutta la frizione. Ma, dimenticavo il particolare più allegro.

Dunque, allora non è che ci districassimo tanto con le lingue. Io, un po’ di francese lo masticavo, qualche parola in tedesco, giusto per trovare la stazione; l’inglese… per me è volutamente arabo ancora adesso. Fifì, invece…

Albergo a Copenaghen. Un freddo pazzesco. Non solo fuori, ma anche dentro la camera. Il termosifone è quasi spento. Allora Fifì prende il telefono sul comodino e chiama la reception. «Hallò» fa lui. Di là avranno risposto.

«Termosifon… on ais» dice Fifì.

Di là rispondono.

«No Wisky on aiss… termosifon on aiss!» ribadisce Fifì.

Di là attaccano.

Dopo un po’ arriva un cameriere con due Wisky. Con ghiaccio, ovviamente.

La notte di Capodanno, una cosa pazzesca! Non c’è un’accidenti di ristorante aperto! Tutto chiuso come a Ferragosto qui da noi. Una cosa da fare un esposto alle Nazioni Unite, alla corte dell’Aia… a proposito dell’Aia, che è in Olanda. Qualche anno prima, Raffaele, Gino, Rosa, sorella di Gino e ragazza di Raffaele, ed io, sempre tra Natale e Capodanno… sì, lo so, sono recidivo… Comunque, andiamo a Amsterdam. Col treno. In Svizzera, ad Airolo se non erro, il treno passa tra due pareti di neve alte almeno 4 metri. Un freddo pazzesco. Tra un vagone e l’altro qualcuno ha lasciato una porta aperta e c’era un accumulo di ghiaccio alto almeno un metro.

Anche lì, sul treno, una scena rivoltante. Il solito “nordico”che dà dimostrazione ed esempio di un intransigente razzismo da far vomitare. Il treno è pieno di emigranti italiani che tornano a lavorare, dopo aver passato il Natale a casa coi parenti. Chi è siciliano, chi è calabrese, chi è di Spinazzola… Ad un tratto uno stronzone prende ad inveire e a trattare a malo modo una povera signora italiana, che sicuramente doveva essere sola e che, nello scompartimento dove eravamo, non osava fiatare, sentendosi sola ed indifesa. Il povero emigrante non osa fiatare, questo vale dappertutto, perché teme di perdere il lavoro, teme la ritorsione e allora tace, anche se si trova in uno scompartimento di un treno pieno di emigranti. Lo stronzone non so perché si scaldasse tanto, certo è che faceva schifo. Intervenimmo noi, tutti e quattro, e con un certo cipiglio, e allora lo stronzone pensò bene di cambiare aria. Noi non subivamo il ricatto dell’emigrante. Per fortuna. Lo avevano già subito i nostri padri e i nostri nonni.

*

Aria. L’aria di Amsterdam non è aria: è ghiaccio allo stato gassoso. Se lo respiri ti fa secco. Non a caso c’è pure il ghiaccio… secco… come ben si sa. Ah… Ah… Ah… che ridere! (E ridete!) Gli Olandesi sono un’altra razza. Sono più gioviali e meno ipocriti. Però fa un freddo ad Amsterdam… un freddo… Rosa, come scendiamo alla stazione, appena fuori, si siede su una panchina e si mette a piangere per il freddo ai piedi. Che fare? andiamo a chiedere informazioni per un albergo, alla FE-FE-FE, che non è un parente di Fifì, ma il servizio informazioni V.V.V. che in olandese fa FE-FE-FE!

L’albergo economico dove ci indirizzano è carino, nella zona storica di Amsterdam. Caratteristico tutto. I canali, le case, le donnine allegre dietro le vetrine… No, non sono un coso, uno di quelli che pensa solo al sesso, ma non è che potevi far finta di niente e poi, chi se l’aspettava una cosa simile. Comunque, l’albergo è carino, proprio in, perdonatemi la dizione e la scrittura, Beurse Straatt, o qualcosa di simile, ovvero: strada della Borsa. Luogo storico. Di fronte a noi c’è una bellissima chiesa stile gotico, bella e… una rottura di coglioni pazzesca! Le campane scampanellavano ad ogni quarto ad ogni mezz’ora, e al tocco non vi dico. “Da da dan… Da da dan… Da da dan…” tutta la notte. Per fortuna viene l’ora che muore l’anno nuovo e allora noi ci mettiamo il vestito della festa e andiamo. Dove, che è tutto chiuso come a Copenaghen, con la differenza, però, che ad Amsterdam… ad Amsterdam, allo scoccare della mezzanotte… una cosa impensabile, sbalorditiva! Un bombardamento! Quasi come a Napoli! Micce e petardi da tutte le finestre, un fumo… un casino… un divertimento unico! Troviamo un locale aperto e ci ficchiamo dentro. Passiamo la nottata ballando e ridendo e pure bevicchiando.

Bella Amsterdam. Se non era per le campane… ma, che fai, te la prendi pure con la chiesa? Ci mancherebbe. Meglio una nottata con lo scampanio, che un Capodanno come quello che abbiamo passato io e Fifì a Copenaghen! Kobenhavn in lingua. 1800 kilometri andare, tra una selva di gente che inveiva e ci faceva le corna, e 1800 kilometri a ritornare, col cambio rotto e tutto in quarta per uno…

Smarrebrod!

Avete mai sentito nominare lo Smarrebrod? No di certo. Dunque, lo Smarrebrod non lo trovate la notte di capodanno nel locale X o Y di Cope… pardon, di Kobenhavn, che non è che siano chiusi, anzi; solo che, tu bussi, loro guardano dallo spioncino, e se non sei come loro… non ti cagano nemmeno di striscio e ti lasciano fuori a 24 sottozero. Così, che fai tu povero turista, che ti è preso il bruciore di culo di andare a Kobenhavn a fare il veglione di Capodanno e che non trovi manco da farti un panino con la porchetta, o un che…bab, come usa oggi quasi dappertutto? Vai alla stazione. Alla stazione di Kobenhavn e lì trovi in una teca che se ce l’avessero alla stazione di Torino… sai le critiche di tedeschi, francesi, svizzeri e danesi! e lì in quella teca trovi lo smarrebrod! Un fetenzia di tramezzino fatto col pancarrè dell’anno prima… (forte questa neh?) con dentro una fetta di una schifezza che sembrava mortadella di dinosauro e una majonese che ce l’avevano conservata al museo, che l’aveva portata Erick il Rosso dalla Groenlandia, intorno all’anno 1000 o giù di lì.

Fu così, che “molla tutto”e te ne torni a casa, dove qualche giorno dopo è la Befana e finalmente puoi passare una nottata con gli amici in allegria al ristorante di… non me lo ricordo più. Ma era dalle parti di Cuneo. Dopo quelle esperienze decidemmo di starcene a casa, almeno a Natale e Capodanno. Alle ferie invece…

*

Qualche anno prima. Forse più d’uno. Avevo più o meno 19 anni. Siamo quindi nel 1967, (ad agosto saranno 50 anni!), io e Alfonso, detto Poncho e anche Poncino, riusciamo a convincere i nostri relativi genitori a lasciarci andare in ferie, finalmente da soli. Non è che fossimo dei ragazzini un po’ pirla, che era meglio non fidarsi a lasciarli andare da soli. Fatto è che i nostri genitori, meridionali, non se la sentivano di andare fino giù e lasciarci soli e così distante. Era un fatto comune. E poi, cosa importantissima, mica avevano soldi da buttar via per le nostre vacanze autonome! Così, molto responsabilmente, si pensava di fare qualche lavoretto, come quelli di cui vi ho già parlato, per mettere insieme qualcosetta, in modo tale da togliere un argomento utile al diniego, ai nostri “vecchi”. E così, messe da parte 30.000 lire, riuscii a convicere i miei a lasciarmi andare finalmente da solo, e così fece Poncho, che però lavorava a tempo pieno da un falegname e poteva disporre regolarmente di qualche soldo, pur essendo più giovane di me di quasi 2 anni. Destinazione: Varigotti. Mezzo di trasporto: autostop! Equipaggiamento: valigetta già menzionata con solito bagaglio. In più tenda canadese per due posti alta si è no 80 centimetri, che per entrarci dentro… comunque: si parte!

Autostrada di Savona. Un tale ci carica. Dalle parti di Calizzano, Poncho fa al conducente: «Signore, può fermarsi, per favore!» Quello, impicciato con tutte quelle curve e credendo che Poncino dovesse fare pipì, dice: «Aspetta un momento che con tutte ‘ste curve…» Poncino gli fa «Signore è meglio che…» e non fa in tempo a finire la frase che vomita pure l’anima, il povero Poncino, col mal d’auto, fortunatamente fuori del finestrino. Mica male come inizio. Comunque, giungiamo a destinazione e… Spetta spetta che me ne è venuta un’altra… a proposito di vomiti…

Usciamo una sera, io e Galliano, con due. Dove andare, al cine? No, al cine no. Al tango? No, al tango no. Andiamo in collina a mangiare qualcosetta. La collina di Torino, per chi non la conoscesse, è un posto sollevato… nel senso che sta in alto… si arriva pure a 600 metri e più. Tutte curve e ricurve. E dopo i pasti, specialmente se hai bevuto… Per farla breve, una delle due ragazze, che fa? Vomita. Non ti dico… Galliano ferma in tromba. Si spalancano le porte… ma ormai il grosso era fatto. Non ti dico. La macchina era piena. I sedili erano pieni. Le scarpe erano piene. Ciononostante… Ciononostante, l’amica della “vomitante”, che fa? Mano sulla fronte della vomitante stessa la invitava: «Dai sforzati», faceva «liberati!» C’era un piccolo dettaglio, una quisquiglia: eravamo venuti e dovevamo pure ritornare tutti e quattro in macchina! E… Quella macchina… non ci fu lavaggio che la volesse ripulire.

Varigotti “camping degli ulivi”. Io e Poncho piazziamo la nostra microtenda, che comunque non era un’eccezione, e iniziamo le nostre prime agognate vacanze autonome. Facciamo conoscenza con delle ragazzine francesi carine da matti e ci frequentiamo. Le ragazze non erano mica sole come si potrebbe pensare. Erano coi genitori, anch’essi nel nostro stesso camping, parcheggiati con una cosa mai vista prima: un camper! Un antesignano marca VW detto “VW Campìng” con l’accento sulla “ìng”, visto che era dei francesi. Fighissimo. C’era tutto dentro. Pure il viccì e uno specchio. Diventammo amici anche dei genitori, coi quali ci scambiammo delle buone cortesie, come usa far tra buoni vicini di casa. Qualche volta ospiti a pranzo da loro. Una volta ospiti nostri, però sempre a casa loro. Cucinammo spaghetti per tutti. Una cosa è far spaghetti per due, come eravamo soliti fare, altro è farlo per 8 persone, due noi e sei loro, che c’era pure un ragazzino di una decina d’anni. Il risultato fu una specie di immangiabile collante da manifesti che, comunque, nessuno disdegnò, certamente per buona creanza. Dopo qualche giorno, ecco comparire Roberto, anche lui a Varigotti con i genitori.

Io e Poncino fino a quel momento ci eravamo limitati moltissimo nelle spese. Figli di meridionali sparagnini, prendevamo tanto sole, ma poca pizza e soprattutto poco ammore. E quindi spendevamo poco o niente. Con la venuta di Robi incominciammo a spendere qualcosa in più. ‘Na volta ‘na pizza ‘n’altra volta ‘na birra o un gelato, fatto sta che le nostre riserve finanziarie non erano programmate per tale “sciupio”. Comunque, ci arrabattavamo lo stesso. Mangiavamo solo a mezzogiorno. La sera… andavamo, a piedi, ad Alassio, a sentire Bruno Martino o Mina… dall’esterno del locale, naturalmente. “Estate” faceva Bruno Martino, “sei dolce come i baci che ho perduto…” Eggià! I baci che ho perduto… mi ricordo quando… come Lino Banfi nel film che ho visto qualche sera fa: “Il commissario Lo Gatto”. Figo da matti!

Tutto andava comunque bene, fino a che non venne ferragosto e non vennero a trovarci Renzo e Fifì, in macchina. La solita “500”. Che c’è di male? Niente. Sennonchè… Quella dannata “500” aveva qualche problema. Andava riparata, ma i due fregnoni non avevano soldi per farlo. Quindi… Ricorsero al “Banco di Mutua Fregnoneria” che elargì loro la bellezza di 10.000 lire, cosa che, come Lemanbroder, ci mise col culo per terra. Che fare? Cuaffer? Per dirla alla francese. Salutiamo tutti, chiudiamo la tenda canadese e ci avviamo, in autostop ovviamente, verso il meridione d’Italia, perché il meridione d’Italia è da sempre quel luogo adatto a risanare le finanze degli spreconi altoitaliani.

*

 L’autostop funzionò senza problemi fino a Napoli.

A Napoli giungemmo una sera calda verso le 22 ora locale. A Torino saranno state le 23 o le 24, che, com’è noto, là sono tutti più avanti, specialmente gli orologi. Come dite? Sono più indietro? È vero! C’è quasi un’ora di differenza. Tra Napoli e Torino, in ora solare, c’è quasi un’ora di differenza. Tra torino e Bari anche di più. Orbene, il problema che si presentò in quel di Napoli fu: «E mo ‘ndocazzo andiamo a dormire?» In precedenza, nelle tappe precedenti non avemmo problemi. A Genova ad esempio fummo ospiti del nostro amico Figgeu il quale: «Se passate di qua, vi ospito io…»

Passammo e ci ospitò. Nel cesso della stazione di servizio del fratello benzinaro. Comunque, pulitissimo. Questo va detto. A Firenze dormimmo in un campo di pannocchie di granoturco, che non solo ci ospitò, ma ci sfamò pure. Le pannocchie, lo dico per quei quattro giovani che se li togli dalle brioscine crepano di fame, se le fai abbrustolite sono ottime e… abbondanti, nel senso che se ce ne hai un campo intero… No. Non demmo fuoco alla piantagione. Arrostimmo le pannocchie sul fornelletto portatile, senza creare disastri. E arrostimmo talmente tanta roba, che ne avemmo da mangiare per diversi giorni. In auto da Firenze a Roma il nostro gentile… a proposito: come si chiamano quelli che danno i passaggi agli autostoppisti? Boh! Dicevo, che ci dice: «Ma che state a magnà? E fateve ‘n panino! Tiè!» e ci allunga mille lire. Trovarne di quelli…

Visitammo Firenze, Roma, ovviamente, e a Napoli non ce la facemmo più. Soldi? Niente più. Granturco? Finito. Stanchi? Come delle bestie. Ragion per cui, io, scorgendo una “spiaggetta” sotto castel dell’Ovo, proposi di andare lì sotto a mettere la tenda. Per fortuna Poncino mi dissuase: era lo scarico di una fogna e c’erano delle zoccole lunghe un metro! E allora, che si fa? Lungomare Caracciolo è un bel lungomare con delle belle aiuole. Niente di meglio per mettere la tenda. Il mattino dopo… «Uagliò, venit’accà… vidite!» Metto il naso fuori della tenda… C’era mezza Napoli intorno a noi. Una festa! Fosse successo a… ci portavano dritti in galera. Però, nonn’è che a Napoli so’ tutte rose e fiori… e poi non “era de maggio…”

A Napoli “odiavano”, (lo dico per enfatizzare: non ve la prendete cari amici napoletani!) oggi non lo so, ma a quel tempo “odiavano” gli autostoppisti. Forse… meno terribilmente… diciamo che erano, e sono, più allegri. Fatto è che tu metti il dito in un modo… da autostoppista, e loro te lo mettono in un altro… non proprio da autostoppista.

Decidiamo di prendere il treno.

Tram. Eravamo rimasti con qualche spicciolo. Paghiamo e restiamo con 100 lire sì e no, che è un po’ come avere neanche mezzo centesimo di euro e voler fare, in due, un viaggio da Napoli a Bari, – che lì eravamo diretti, a trovare i nostri genitori, che erano andati a fare visita parenti, i miei in quel di Santeramo in Colle (BA) e i suoi ad Orta Nova (FG), – viaggio vitto e pernottamento compreso, roba che nemmeno i viaggi organizzati da certi supermercati ci riescono.

Treno Napoli-Bari. Partenza mattutina, dopo aver sbrigato le faccende di casa in quel del lungomare Caracciolo. Prima prossima fermata: Aversa.

«Bigliettiiii!» fa il bigliettaio, «Biglietti!»

«Uagliò» ci dice, che noi gli abbiamo detto che non ne tenevamo, «U bigglliett l’avita avé.»

Alla nostra faccia da poveri ragazzi con ‘na fame a tavica, «Scinnite» ci fa. «Scinnit’accà!»

Aversa, “cheddire”? Ma soprattutto, “cheffare”? “quaffer”? per dirla alla francese.

“Na fame! Na fame ca poca a poca ce cunzuma l’anema…” 

Andiamo in un negozio di quelli che si trovavano una volta al Sud, che vendevano di tutto, dai lacci da scarpe alla mortadella… e poi dicono che noi del Sud… ma chi l’ha inventati i supermercati secondo voi? Comunque, di quelli che vendevano la mortadella, che a noi dei lacci di scarpe, almeno per quel momento ancora non ce ne fregava assai… magari più avanti, chissà… d’altronde ce lo ricordiamo Charlot che… ebbene, andiamo e ci facciamo un panino di pane e “mortatella”, – così si dice in Bassitaglia, mortatella senza la D ma con la Te’… – che la medesima mortatella usciva da tutte le parti, tanto la signora del negozio ce ne aveva messa, che evidentemente teneva famiglia. E poi dicono dei napoletani… in questo caso avers… oh, ma comme se chiammanh quelli di Aversa?

Boh! Mangiamo e poi riprendiamo, in questo caso devo proprio dirlo, la “sceneggiata” dell’autostop. Corna. Dita… ma tanto non si ferma un cane. E allora, che fare? direbbe Lenìn. Una cosa che certamente non avrebbe mai fatto: andiamo dal parroco di una chiesa che c’è lì vicino. Suoniamo, niente. Risuoniamo, niente. Ririsuoniamo…niniente. Poi, finalmente, in cima a una scala, no una scala a pioli, una scala di quelle esterne… una rampa ad arco rampante che porta ad un piano rialzato, esce un parroco con ‘na panza tant e coll’uocchie e passione che ci fa con la mano a carciofo: «Che cazzz vulite?» non lo dice, ma si capisce bene. Ragion per cui lo mandiamo affanculo in cor nostro lui e tutta la… la scala ad arco rampante e, con la morte nel cuore… e poi dicono che uno si fa comunista! Ma con quei dannati preti era impossibile non passare dall’altra parte della barricata. Comunque, camm’a fa’?

Mi viene un’idea…   La Polizia.

La Polizia è obbligata a darti assistenza se sei minorenne.

Andiamo.

Commissariato di…

«Dunque, voi dovete andare a Torino…»

«No a Torino, a Foggia e a Bari…»

«Ma se siete di Torino, pecchè vulite jiì a Fogg?»

«No, a Foggia proprio, a Orta Nova… e io a Santeramo, no a Bari…»

«Ma inzomma: dovete antare a Fogg… e allora pecchè dito ca voleta antare a Torino?»

«No ma noi…»

Fortuna vuole che chiamano l’assistente sociale, alla quale spieghiamo finalmente tutto in modo comprensibile, che certamente era colpa nostra se quei poveri poliziotti non capivano una mazza, ma eravamo un po’ come dire… frastornati… intimiditi… pensavamo: «mo, se sbagliamo la risposta, questi capiscono che siamo chessò… dei contrabbandieri e ci arrestano, che poi valli a sentire i nostri genitori che devono venire qui a prenderci, macari ca si devo pigliare puro l’avvocato e spendere un sacco di moneta per ‘sta fesseria… ca poi quanto arriviamo a casa…» E che ci volete fa’… so’ ragazzi!

L’assistente sociale capisce e risolve tutto. O quasi. Sì, perché lo Stato ha l’obbligo di accompagnare il minore “disperso”, diciamo fuori casa, e di riaccompagnarlo al luogo di residenza, ma solo il minore… Io avevo 19 anni e quindi… Nisba. Niente accompagnamento. E niente sostentamento. Già. Perché al povero Poncino e ad un altro, – un ragazzino di 15 anni sì e no che, pensate, faceva di mestiere il rabdomante, e che era partito dalla Sicilia per andare a trovare la mamma, che pare che se la fosse svignata di casa e se ne fosse andata a… quel povero ragazzo, non sapeva neanche lui dove, – l’obbligo del rimpatrio, il sostentamento il riaccompagnamento, c’era; per me, manco un panino. A loro sì. A me niente. Ecco perché uno diventa comunista! Dai preti niente. Dallo Stato niente e allora… Per fortuna ci sono gli amici.

Poncino divise fraternamente il panino con me. Poi, quando fu ora di prendere il treno, che l’assistente sociale, da buona madre di famiglia, mi imprestò di tasca sua i soldi per il biglietto, salutai, e me ne andai. Un po’ triste, devo ammetterlo. Come la stazione, dove non c’era un cane… Erano le 3 e mezza del mattino.

Quando mia madre mi vide tornare in quelle condizioni, sporco e puzzolente che era due settimane e più che non mi lavavo… Ma non fu niente confronto a ciò che provarono i genitori di Poncino e mezza Orta Nova, nel vedersi comparire il figlio tra due carabinieri come Pinocchio! Erano poliziotti, evvero, ma ne andava della scena. Tutto qui.

Cerea neh!

Ah, no. C’è ancora una cosa che vorrei aggiungere. Questo racconto è stato scritto da me nel 2016, non per essere pubblicato, ma per farne oggetto di qualche risata con i miei amici. Un remember.

Ho volutamente ecceduto nell’uso dei puntini di sospensione, licenze, errori grammaticali ed anche di qualche parolaccia, me ne rendo conto, accettabili soltanto nell’ambito di un discorso molto amichevole e tra persone che hanno ben chiari certi riferimenti. Ma, ripeto, il racconto non era destinato alle stampe. Sennonché…

Le cose raccontate, compreso l’episodio del water/bidet, risalgono a quasi 50 anni fa e sono tutte vere. Di una cosa simile a quest’ultimo (episodio) ho sentito che ne hanno parlato anche in televisione… Strane cose vanno dicendo in televisione, ultimamente.

*

I nomi dei miei amici non sono quelli veri. Avendo deciso di pubblicare il racconto, ho preferito cambiarli.

Spero non me ne vorranno.

Ciao a tutti. E commentate. E divulgate.

Alla prossima puntata vi propinerò: non ve lo dico che non me lo ricordo! Però…

Forse sarà una cosa meno leggera e divertente, ma comunque ugualmente (spero!) accattivante. E adesso che ho fatto la rima…

Ciao ciao. Paolo.  

 

P.S.

Sono proprio un imbranato.

Non mi riesce di copiare i “file” con l’impostazione grafica in cui li ho scritti.

Pazienza. Sarà per un’altra volta.

Riciao.

Storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar (terza parte)

8 Aprile 2017 2 commenti

Cari amici lettori

Vedo che leggete i miei scritti, e ciò mi sta dando una gioia immensa, ragion per cui mi è presa una smania “pubblicatoria” tale, che vado forse più di fretta io nel pubblicare che voi nel leggere.

Sono alle prime armi, non solo come scrittore, ma anche come “Blogger” cosa, questa, che un po’ mi preoccupa, perché vorrei dare al mio lavoro una forma grafica più personalizzata. Ad esempio, io scrivo con tutta una serie di attenzioni, quali, rientri, a capo eccetera e poi, in fase di copia e incolla, tutto va a farsi benedire. Vorrei un carattere grafico un po’ più marcato e magari grande, che, mica tutti hanno 12/10 di vista; e invece il risultato è quello che è. Mea culpa, lo so. Comunque, col tempo, credo che ne verrò a capo. Intanto vi “allungo” anche la terza parte di “Storie da bar…”

Ciao a tutti e buona domenica.

Paolo

***

Storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar

(terza parte)

*

Partire.

Si può partire da dovunque. C’è chi parte da Caselle, chi da Porta Nuova. Partire dal bar è altra cosa. Non è programmato. Ad esempio, un giorno alle due vado al bar. Non c’era un cavolo di nessuno. Una tristezza. Era la vigilia di Pasqua. I miei amici chi per un motivo chi per l’altro erano latitanti. Una tristezza. Piglio il caffè, e mentre sto per andarmene, incontro Roberto. «Com’è che sei qui?» ci diciamo l’un l’altro.

La macchina è la sua. Una “500″ bleuva cume la muda dla prima cumuniun e cresima! che una volta si facevano tutte e due al contempo. «Che ne dici di Praga?» faccio io. Lui mette in moto e partiamo.

A Innsbruch 4 stronzi a cui chiedemmo un informazione, ridendo e scherzando ci si mettono intorno e ridendo e scherzando come dei “bulli” che stanno per farne una grossa, a momenti non ci spingono la macchina nel fiume. Come inizio niente male. Monaco. Vienna.

Però, aspettate un momento, prima vorrei spendere due parole sul “bullismo” fenomeno che parrebbe sortire dalla luna e invece…

Chi ha la mia età, io sono del ’48, e magari pure qualche anno in più, ricorderà bene che il primo dopoguerra era caratterizzato dalla presenza di un fenomeno piuttosto simile. Era il fenomeno dei “Teddy Boys”. Tutta roba di importazione americana. Gli americani ci hanno portato la democrazia e con essa tutta una “fetenzia” di comportamenti di cui avremmo fatto volentieri a meno.

“Certi comportamenti”, mi correggano gli esperti in sociologia e psicologia, sono piuttosto tipici di una società senza “ideali”, o comunque, di una società dove gli ideali sono artificiali e precostruiti per un preciso fine: non trovo di meglio che definirli di tipo “circenses”, abolendo il “panem”, che la società in questione non regala proprio a nessuno.

Ma questo paese era dotato di un forte anticorpo ancora in nuce, che in poco tempo si sviluppò e diede risultati incredibili. In poco tempo sparirono i “Teddy Boys”, le botte tra “gang” rivali e tutto quel lerciume comportamentale da semidementi. Quell’anticorpo si chiamava “impegno politico e sindacale”. In un primo tempo fu guidato dai partiti tradizionali, DC, PCI, PSI e tutti gli altri partiti e sindacati, poi, col ’68 divenne un fenomeno di massa inarrestabile. Inarrestabile…

I fenomeni non durano in eterno, se non vengono tenuti in vita generazione dopo generazione.

E ciò è accaduto. Il fenomeno non è stato tenuto in vita. E quando muore il gatto i topi ballano. E così sono riapparse le fetenzie. Il bullismo, le guerre tra “gang” e gli imbecilli che credono che libertà, democrazia e benessere siano un qualcosa di eterno ed inalienabile. E che reclamano e pretendono senza fare niente. Abituati come sono ad avere la c.d. “pappa fatta”.

Mi fermo qui.

Vienna è un po’ incasinata. Chissà perché ci venne da chiedere della stazione. Chiedi a questo, chiedi a quello… Se sei stato da quelle parti, sai che… che non ti cagano. Non tutti però. Ad un anzianotto… avrà avuto una 50ina d’anni, chiedo:

«Bitte…» giuro che non gliel’ho chiesto come ha fatto Totò col vigile di Milano.

«Bitte, wo ist Banhof?» dico in… non so come dire, se male o malissimo, perché ho fatto un mese di tedesco ad Architettura, il primo anno…

Eravamo in tre, io, il mio amico Gino e un altro che non ricordo. Il professore, tale professor Sonino, se non erro, un anzianotto anche lui, – ma più anziano del viennese di cui sopra, – al quale certamente dolevano le gambe, ci dice: «Ragazzi, piuttosto che venire qui a ingombrare quest’aula in tre persone, venite a casa mia.» Comunque, credo di aver rivolto la domanda a quel “simpatico” viennese in modo abbastanza corretto. Simpatico viennese che si fa ripetere tre volte la domanda quindi prende a dire, incazzato come… come un… un viennese incazzato:

«Nein Banhof…» lo scrivo come lo diceva lui, «panhof… panhof… panhof!»

Insomma, allo stronzone non gli andava la mia pronuncia. «Panhof… panhof… panhof!»

Metti allora che ti fermi un viennese e ti chieda: «Bitte…» «Ja?» «dofe esere staziona?» Tu lo guardi… lo misuri, che non sia troppo grosso, e poi… «Mafangulh!»

Comunque, gira e rigira, arriviamo al confine. È tarda sera. Luci giallognole da paese comunista… Sapete la differenza…

Dunque, le luci dei paesi capitalisti sono chiare, e splendide. Come… Come sapete. Quelle dei paesi comunisti… madò, mancolicani! Lampadine da venticinque. Gialle di un giallo rossiccio… direi… sì direi, rosse, rosse languore come quando t’è morto il gatto… una tristezza… Tutto nei paesi comunisti è tristezza. Avete mai visto un russo ridere? Mai visto un russo ridere. E un polacco? Manco un polacco. Comunque, con la tristezza nel cuore, ci avviamo. Prima, però, c’è la frontiera austriaca ancora da superare. Allora, lo dico per i ragazzi, era pieno di frontiere, di qua di là, di sopra, di sotto. Per andare a Bergamo ti toccava fare la dogana sia a quello di sotto che a quello di sopra…

Comunque, scherzi a parte, apattiischerzi, diceva il buon Pischetto: posto di frontiera austriaco. Per non fare come a Vienna, sia io che Robi, Roberto… scena muta. E comunque anche avessimo voluto… anche avessimo voluto… Ma lo sapete cosa stava ascoltando il poliziotto seduto dentro il suo gabbiotto buio come… come… come un gabbiotto buio alla frontiera tra l’Austria e la Cecoslovacchia più o meno alle undici di sera, forse mezzanotte, con le luci dei comunisti appena distanti trenta metri, giallognole quasi rosse, candele da venticinque, la notte buia, e se non tempestosa poco ci manca?

«Vor der Kaserne, – Vor dem großen Tor, – Stand eine Laterne Und steht sie noch davor, – So woll’n wir uns da wieder seh’n, – Bei der Laterne wollen wir steh’n, – Wie einst Lili…» Lili…? Lili che? Lili Marleen! Stava ascoltando Lili Marleen alla radio! Una roba da far accapponare la pelle! Non per la canzone, che per me è magnifica, ma per ciò che evoca… la guerra… gli stivaloni e il passo dell’oca… Brrrrrrr!

Ebbene, in quell’atmosfera… di là i lampioni fiochi e rossicci dei comunisti, e di qua questo che nella penombra…

«Vor der Kaserne, – Vor dem großen Tor…»

Con la morte nel cuore, passiamo. Pochi metri, e una putrella da 200 ci preclude il passo. Ci viene incontro una poliziotta alta uno e novantacinque almeno. Mitra a tracolla. Colbacco proprio come i comunisti. Giacca stretta con tanti bottoni sul davanti e il colletto… come si dice quando il colletto della giacca è alto come il maglione alla “dolce vita”? Boh! Comunque… Stivaloni di pelle nera. No, non doveva essere nera, che i comunisti aborrono il nero, ma così sembrava nella penombra della notte comunista, con le candele fioche da venticinque e tutto il resto, compresa la Lili Marleen in lontananza del tedesco. «Siamo fatti!» pensiamo entrambe senza profferir parola. «La Siberia non ce la toglie nessuno.»

La poliziotta, che era una gran f… non si può più dire vero? Ok! Che era una bellissima gnocca della madonna, bionda, i capelli, che escono dal colbacco alla luce fioca delle lampadine comuniste da 25, brillano irresistibilmente.

«Sprachen sie deustch?» ci fa. Visti i precedenti, meglio di no.

«Do you speack english?»

«Italiani!» facciamo noi «Italia.»

«Ah, Italia… dove andare taliani?»

«Praga!»

«Passport?»

«Ecco!» facciamo io e Robi.

«Visa?» fa la poliziotta.

Ci guardiamo io e Robi come due piciu. Ma come, andate in Cecoslovacchia e non avete il visto sul passaporto! Ma dove credevate di andare, a Varigotti? Così sembra che dica la poliziotta.

Ci fa passare quel tanto che basta per la manovra dietrofront e ci rispedisce in Austria.

«Vor der Kaserne, – Vor dem großen Tor…» L’austriaco era ancora attaccato a Lili Marleen.

Non ricordo dove abbiamo passato la notte. Non credo che abbiamo dormito bene. Però mi ricordo bene che il giorno dopo decidiamo di andare a Mauthausen, a rendere il nostro doveroso omaggio a quel luogo di morte e sofferenza.

Facile? A dirsi. In realtà, provate a chiedere a qualcuno del posto se sa dov’è il Lager… Non c’è nessuno che sa niente!

«Lager?» spallucce.

«Mauthausen?» spallucce. E poi dicono dei siciliani che sono omertosi…

Comunque, riusciamo a raggiungere il posto.

Piove. La giornata è più grigia che peggio non si può. La notte prima: Vor der Kaserne… e adesso…

Entriamo. Ci siamo solo noi. Forse è Pasquetta. E per via di cose…

Il guardiano è uno… una specie di Igor, ricordate quello del film Frankestein Junior? Uguale!

Miii… che cavolo di viaggio.

Igor ci fa entrare. Mauthausen è una fortezza. Grandi mura con gli spalti di pietra grigia. Mi sembra di scorgere delle sentinelle che vanno su e giù, fucile in spalla. Siamo in un ampio cortile dove scaricavano i poveri disgraziati destinati… Andiamo avanti. Porte che si aprono. I forni crematori… Sto male solo a pensarci. Comunque… andateci. È necessario.

Da lì, andiamo a Verona e poi al Garda a vederci il Vittoriale. Bello? Brutto? Andateci e poi mi dite. Io avrei preferito la ceca… Quella col colbacco il mitra e le lampadine da venticinque. Sarà per un’altra volta.

(Sì, stai fresco! Ma dove la trovi oggi una così? Fighissime bionde e alte uno e novantacinque ce saranno a milioni, ma di comuniste…)

*

“Un’altra volta” siamo più di due. Siamo in otto, sia pur senza Lancillotto! (forte questa neh!)

Forse è Pasqua anche ‘stavolta. Anzi, no, sono le ferie.

C’è Roberto, Tino, Pippo il Presidente, un amico di Tino che non ricordo come si chiama, Eustorgio, il Ric, io e il Bravo. Il Bravo era un mio collega di lavoro, – anche Tino lo era e lo era anche Eustorgio, – collega che era così detto perché veniva a prendermi tutte le mattine con la “500″ per portarmi in ufficio dalla barriera di Milano in via Belfiore. Per noi, figli di buona donna di barriera, uno così che non ti chiedeva nemmeno i soldi per la broda era… una mosca bianca. E quindi era il “Bravo”.

La partenza è al bar Lux, ovviamente. Abbiamo 4 “500″. Due per macchina. Sui sedili dietro, i bagagli, che nel cofano della “500″ ci sta a malapena un tombino…

Sì, avete letto bene, un tombino. Come mai? Beh, non so se… Va beh, ve e la racconto. Dunque.

 Il mio amico Gasparino, siamo più o meno a fine anni ’60, si fa una “500″ Abarth tutta carabistata. Per la precisione una “595 SS” (“quelli” non c’entrano) bianca. Bassa che tocca per terra come le palle di un bassotto. Marmitta doppia uscita che grugnisce come uno della lega che trova la figlia a letto con un marocchino. Il volante ricoperto in pelle nera. Cofano motore semiaperto con ganci distanziatori almeno 15 centimetri. Braun! Braun! Braun! Tutti a chiedere mi fai fare un giro. Non sono come accadde e di chi fu l’idea, però… siccome Gasparino era un campione a fare scherzi… altro inciso…

 Al bar non c’eravamo solo noi ragazzi. C’erano anche i più anziani, come ho detto. Tra questi un simpatico panzone detto Iano. Iano aveva una “1100″, mi pare, o una Opel, sì, forse proprio una Opel, macchina da vecchi e per giunta meridionali. Iano era uno e l’altro, – lo dico col massimo del rispetto e dell’affetto per lui e per tutti i meridionali come me, – ed era anche un omone dal vocione potente e con un panzone… roba che oggi non se ne vedono più. Amava lo scherzo e la battuta. Poteva essere nostro padre; ma era anche nostro amico. Amico da bar e da biliardo. Ci si spennava volentieri le 1000 lire l’un con l’altro. Era simpatico, ma quando s’incazzava… con quel vocione ne tirava giù di tutti i colori da far tremare i vetri del bar e della casa sopra.

Orbene, una sera d’estate, chissà a chi venne l’idea, e chissà perché, fatto sta che Iano, verso mezzanotte, piglia, saluta e si dirige all’Opèl (così si pronuncia in meridionalesco: Opèl, con l’acento sulla “pèl”) parcheggiata proprio lì davanti, per andarsene a dormire. Anche noi siamo seduti sulle panchine del controviale, proprio lì davanti. Iano sale in macchina. Accende. Brum brum. Innesta la prima e… manco pu cazzz, la macchina non si muove. Riprova. Riinnesta la prima… Bruuum bruuuum! La frizione quasi si squaglia. E anche noi, devo dirlo, quasi schiattiamo dalle risate. Iano scende incazzato come una bestia. Gira intorno all’Opèl e… «Sti figgh d zoccolh!» sbraita «figgh d zoccolh!» Noi reprimiamo le risa. «Iano che hai?» gli fa Gasparino, mentre gli si avvicina. Gasparino è amico di Iano. Giocano sempre a tressette. «Guarda qua!» fa lui. «Guarda qua! Sti figgh d zoccolh!»

C’erano dei lavori in corso in quel momento in corso Novara. E c’erano dei mattoni insieme ad altre attrezzature. Qualcuno gliene aveva messo una pila sotto al semiasse posteriore dell’Opèl… avevi voglia ad accelerare! No! “accelerare” non mi piace e quindi dico: avevi voglia ad “accellerare”! Sarà più da meridionali, ma mi piace un sacco di più.

Gli diamo una mano al buon Iano, e lui se ne torna a casa, che il mattino dopo si doveva alzare alle 5. Come quasi tutti quelli che a quel tempo lavoravano davvero.

Per tornare a Gasparino e la sua Abarth “595 SS” capace di arrivare a 140 all’ora, devo dire che era, ed ancora è, un campione a fare scherzi, ma forse non altrettanto campione ad accettarli. E allora? Allora andava… non dico punito, che è parola grossa, ma un pochino… diciamo messo alla prova.

La “595 SS” andava come una scheggia. Curve ad oltre cento all’ora incollata come le musche a la carta da musche. La carta moschicida: mai vista, vero? Era una roba… una schifezza che…

«Come va la macchina?» era la domanda più rituale. «Una bomba!»

Un sera, sarà stato un sabato, Gasparino se ne arriva un po’ preoccupato. «Porca miseria» fa, «la macchina tira un po’ a sinistra. Quando freno specialmente…» Al bar tutti s’intendono di macchine. Ognuno dice la sua. Chi dice l’avantreno. Chi dice l’assetto delle ruote, chi le gomme, chi la convergenza.

Tutti ne sanno, ma uno solo ne sa veramente. È il Ciccio. Il Ciccio è un vero meccanico. Non ho mai capito che mestiere facesse veramente, ma come meccanico è imbattibile. Prova la macchina. Frena. Inchioda. Rifrena. Riinchioda. Quindi scende e dice: «Ma c’è un rumore strano, che viene lì davanti… proprio lì nel cofano…» Apre e…

Nel cofano della Abarth “595 SS” da 140 all’ora c’era…

 C’erano i lavori in corso, come ho detto prima, e non c’erano solo mattoni, ma anche dei tombini con base e coperchio, di ferro, pesanti almeno 100 chili. Quelli che adesso gli zingari si stanno fottendo ad uno ad uno che se non stai attento ci finisci dentro, al pozzetto, e ti spezzi una gamba! Uno di questi, comunque, sai come sono i tombini, “un po’ da sì, un po’ da là, gira e tuira” era finito, indovinate dove? Bravi proprio lì, nel cofano della Abarth “595 SS” da 140 all’ora.

«Ecco perché!» dice Gasparino che non può anche lui trattenere la risata, «non andava più avanti!»

Le “500″, comunque, non avevano cofano. Se avevi la borsa della spesa, o la mettevi dietro o altrimenti, se la macchina era piena di gente… insomma: non era macchina fatta per portarci la roba. Forse neanche era tanto facile scopare… che dovevi tirare giù i sedili… se ce li avevi, ribaltabili, che mica tutte le macchine ce l’avevano di serie! E se non ce li avevi… e comunque, anche se ce li avevi…

Comunque la “500″ era praticamente senza portabagagli.

A questo punto, scusate ma devo fare un altro inciso. Un’incisione. Non posso farne a meno se no… beh se la minestra non te la mangi calda, da fredda fa schifo. Con ciò non voglio dire che… insomma, vado avanti con un’altra digressione; in tema, però.

Bene.

 Un anno che non ricordo, che passano terribilmente come… come… i “bastiment pe terre assai luntane…”

Un anno che sarà stato il ’74 più o meno, io e Lorenzo decidiamo di andare in Grecia per le ferie. Avevo scoperto la Grecia nel viaggio che… che poi dirò, e convinco il buon Lorenzo detto anche Figgeu, per via del fratello che stava a Genova, ad andarci. Destinazione Corfù. Un’isola da sogno. Figgeu mette la macchina. Ci troviamo al bar e partiamo. O meglio… ‘spetta ‘n’attimo.

Lorenzo detto Figgeu per via… ha la “126″. Una versione un po’ ingrandita della “500″, ma sempre un giocattolino. Una “126″, pensate un po’… verde. Comunque, io che ho una valigetta più o meno trenta per venti, una cosa tipo A4 o giù di lì, con dentro un paio di mutande, il costume da bagno, e l’asciugamano, devo pur sistemarla ‘sta dannata valigetta… ma dove la metto che il cofano è come quello della “500″ e non ci sta una mazza, e dietro, sul sedile dietro ci sono tre o quattro valigie da un metro per ottanta, che il buon Figgeu si stava portando appresso come minimo mezza casa?

«Figgeu» faccio io, «ma…»

Figgeu è un ragazzo d’oro, bravo simpatico e generoso. Ci conosciamo da quando avevamo 5 anni e giocavamo a birille all’oratorio della Pace. Ma quando si tratta di etichetta… mmiii… non sente ragioni. Pantaloni ne avrà avuti sei dozzine, con sé, mica a casa! per non parlare di scarpe, almeno diciotto paia, e camicie… camicie ne aveva una novantina. Maglie, mutande e tutto il resto, almeno per stare via otto o nove anni. «Figgeu» rifaccio io, «ma ‘ndo cazzo devi andare?»

Partiamo. Una tirata e siamo a Brindisi. Allora si partiva di lì per la Grecia. Gira di qua gira di là… Due svizzere. Non sigarette. Due svizzere di Svizzera, che chiedono un passaggio per Corfù di Grecia. Le due non sono male, ma Figgeu era in crisi per via che si era lasciato con la Susy e mi ha “rotto” durante tutto il viaggio: «E la Susy dove sarà… e la Susy cosa farà…» Due palle! Non diteglielo che ve l’ho detto… Comunque, vista la situazione, cioè viste le Svizzere, immediatamente si fa passare la malinconia e accetta. Accetta che? Di portarle in auto con noi in Grecia. Sul traghetto ovviamente e poi di lì… Sennonchè la “126″… non ci sta più manco una stecca di Malboro, che lì sulla nave te le tirano dietro. «Dove le mettiamo?» faccio io. Lui, deciso, fa: «Andiamo!» «Dove?» «Al deposito bagagli!»

Fantastico! Lascia valigie e un sacco di altra mercanzia e resta praticamente coi pantaloni corti e la canottiera che ha indosso. Però si è liberato un “sacco” di posto e ci portiamo le Svizzere in Grecia. Non di contrabbando, no! Regolarmente.

È stata una bella vacanza. Soprattutto per lui che andava sempre e solo a Genova. Come Paolo Conte… “Con quella faccia un po’ così…”

Bene. Ora torniamo al nostro viaggio lasciato se non ricordo male a… Ah, non l’ho ancora detto. Dunque. Eravamo davanti al bar Lux in procinto di partire. Eravamo in otto. Otto con quattro “500″. Un po’ come avere un “2000″ fatto in quattro… Più o meno.

Tappe… mi ricordo Trieste. Una grande piazza dove parcheggiamo, ho la foto, ci sono solo le nostre macchine, una blu, una rossa, una culur caghetta, un’altra blu. Ci mettiamo a tirare quattro calci al pallone. La piazza è grande come quella del grande Lucio! Ma c’è un vento della madonna, e allora…

Cambiamo i soldi. Allora non c’era l’Euro. C’erano le Lire. In Romania c’erano… Ah! Scusate, non mi sono ricordato di dirvelo: destinazione Romania. Mamaia, per la precisione, sul mar Nero, dove ci hanno detto che con le Rumene… si cucca. Basta portare le calze di nylon! Come, non sapete? Ma non noi indossate ai piedi… andiamo!

Dunque, in Romania allora c’era anche lì il terribile regime comunista che… ma lo sapete che in quindici giorni… mai visto un bambino! Tutti se li mangiavano. Avevamo le valigie piene… ma no… cosa state pensando! di calze di Nylon!

A Trieste cambiamo al cambio nero. Un posto scuro… nero… nero come il cambio, dove ti danno Leu, così si chiamava la moneta rumena, e già il nome è tutto un programma, in cambio di Lirete, così chiamavano le nostre lire gli stranieri. Cambiai 18 mila lire, una cosa per intenderci come 9, avete letto bene, 9 Euro, e dopo 15 giorni ne riportai indietro ancora qualcuno. Non costava niente vivere là. Ed eravamo in un posto di mare. Di villeggiatura. Una cosa come Rimini. E poi dicono, i comunisti… mangeranno pur i bambini, però… la roba costa niente! E te credo! Non hanno mai fame, con tutti i bambini che si mangiano!

Comunque, dopo qualche ora, siamo a Belgrado. È notte. C’è un casino incredibile di festa. Donne dappertutto. Ne carichiamo qualcuna e ci facciamo guidare in giro per la città. Le ragazze erano entusiaste di girare in macchina con noi e facevano di tutto per farsi vedere. Lì, i giovani, mica avevano le macchine. La “500″ era decapottabile e, tettuccio aperto, potevi, stando in piedi, restare affacciato come al balcone di casa tua quando c’è la sfilata dei carri o la processione della Madonna. Andando pianissimo, ovviamente.

Le ragazze che avevamo caricato stavano in piedi affacciate al tettuccio aperto della “500″ e salutavano. «Ciau qui, ciau lì», in slavo ovviamente. «Ciauski quiski, ciauski lìski…» Noi, devo ammetterlo, eravamo un po’ bevuti. Di birra. Sapete, da quelle parti non si bada a spese in fatto di birra. E con ciò…

Le ragazze erano belle. Bellissime. Delle gambe con delle minigonne… e stavano in piedi, – per forza, che dietro il sedile era inevitabilmente pieno di valigie, – tra il guidatore e il suo vicino. Sul freno a mano, per intenderci. Le ragazze erano belle e di coscialunga; le gonne erano corte, che usavano le minigonne; le mani nostre erano… sapete com’è…

Ogni tanto ci scappava uno schiaffone e delle imprecazioni in lingua serba che… Qualcuno aveva le mani lunghe, lo ammetto. Ma si scherzava. Anche le ragazze non se la prendevano più di tanto. Erano altri tempi. Oggi finisci sui giornali e poi pure in tribunale. Con una pletora di femministe incazzate come delle iene fuori della porta che hanno voglia di sbranarti. I giornali poi…

Accidenti, ma come si fa! Se non puoi più dire niente, che da una parte si incazzano le femministe, dall’altra s’incazzano i gay, dall’altra s’incazzano i cani e i gatti… allora tanto valeva che ci fossimo guadagnato anche noi il comunismo, che lì non si può dire niente, almeno, così dicono.

Il mattino dopo si riparte. Destinazione Bucuresti. Si viaggia lungo il Danubio. Il Danubio è un gran fiume. Cià le porte. Le porte di ferro. Portil de ferru mi sembra si dica in rumeno. Un po’ come in sardo. Una gola stretta e serpeggiante. La strada le corre parallela. Fa un caldo… è mezzogiorno. Una fame… non c’è niente. Non una casa. Roccia. Solo roccia e acqua. Anse. Spiaggette. Anse. Poi… Una casa! Una stamberga. Ma, incredibile… è un’osteria! È una incredibile… incredibile osteria, lungo quel deserto fatto di acque e pareti di roccia a picco su quel fiume grigio e maestoso, che scorre in quella gola stretta e serpeggiante.

Mangiamo, non ricordo nemmeno cosa, forse mamaliga, la polenta rumena, poi, esausti, presi dall’abbiocco, usciamo all’aperto. Lungo il fiume c’è una spiaggetta con degli alberelli. C’è una bella corrente d’aria che porta un bella frescura fresca.

Ci addormentiamo in un amen, tutti e otto contemporaneamente sotto gli alberi come dei fregnoni. Dovevano essere “a… cacè” gli alberi. I piemontesi sanno cosa vuol dire.

Al risveglio, al Bravo e a qualcun altro hanno “caciato” (fregato) le… Incredibile! Le scarpe! “Cianno” fregato le scarpe! Credevamo che certe cose le facessero solo nei film. E invece…

Invece in quei paesi i comunisti vanno pazzi per le cose nostre. Possono essere pure stracci e scarpe da risuolare e col buco sotto, ma ne vanno matti. Non di rado eravamo fermati da ragazzi che ci chiedevano chi i jeans, chi una camicia… insomma, qualunque straccio purchè fosse “occidentale”, che allora la roba ancora non arrivava dalla Cina, altrimenti: “te la dò io la roba occidentale!”

Una sera dei ragazzini in uno sperduto paese ce ne chiedono: «Per favori dai noi robi oci dentali!» Qualcuno tra noi tira fuori un paio di pantaloni sdruciti dalla borsa, e li offre. Si buttano sopra in cinque o sei, uno tira da una gamba l’altro dall’altra, alla fine, inevitabilmente le braghe vanno in pezzi. Io e Tino, un compagno come me, ci guardiamo desolati. Credevamo che il comunismo…

 Mamaia è una località costruita per il turismo. Ci vanno i compagni dei paesi che non hanno il mare e adesso anche i primi stranieri come noi. Alberghi casermoni…

Ci sistemiamo chi in campeggio, chi presso dei “privati affittacamere” di un paesetto di quattro anime, certamente “abusivi”, come affittacamere, intendo, che colà, privati non ce ne sono. Li hanno sterminati tutti durante la rivoluzione. Comunque, casette come dei pollai. Un’umanità d’altri tempi. Ci guardano come marziani. Siamo nel ’71, se non erro, da noi andava di moda uno stupido gioco… quello delle palline legate con lo spago che dovevi fare “clicche e clak”, qualcuno meno giovane se lo ricorderà. Una cazzata. Pippo, se non erro, ne aveva uno. E ogni tanto: “clicche e clak, clicche e clak”. Il padrone di casa che ci ospitava, se padrone si può dire, che li hanno sterminati tutti con la rivoluzione, un vecchietto un po’ come dire… non vorrei essere ripreso… insomma, un po’ rincoglionito, ci andava pazzo. Lo chiamavano “Capetan”. Ebbene il Capetan ci provava e riprovava ma, poveretto, si piantava delle botte sulle dita che… che questo era il gioco: o lo facevi correttamente o ti sbattevi le palle sulle mani e sui polsi: un dolore! Chissà cosa avranno pensato i rumeni…

Una sera, credo la prima, che si fa? Si va a ballare.

Mamaia. Mi sembra… lungomare. Un hotel con pista da ballo all’aperto. Un sacco di tavolini e un sacco di gente. Notiamo che le ragazze sono restie, non tutte, ad accompagnarsi con noi. Capiremo poi che era vietato dalla polizia. Comunque una di queste che ha ballato col mio amico Tino, lo invita al tavolo dove c’erano i genitori di lei. Dopo un po’ Tino mi chiama. Vado a sedermi al loro tavolino, dov’era seduto pure Tino… Come dice? Fa schifo… la rima? Sono d’accordo. Dov’era in piedi pure Tino.

La coppia di genitori della ragazza devono essere dei professori. Parlano perfettamente italiano e sono istruiti una branca più di noi. Facciamo una figura di merda. Ci chiedono questo e quel passo di Dante… la Divina Commedia… e altre cose che… Tino si squaglia con la ragazza e mi molla con i “vecchi” come un picio. Per fortuna che…

Il Bravo sta ballando anche lui immerso tra la folla. Si sbraccia. Mi chiama a ballare. Che culo! Saluto i miei preziosi interlocutori e mi precipito. Allora si ballava il Twist. Era un ballo da… non proprio da zomperelloni, non tipo orso Yoghi come adesso, ma comunque sempre una cosa molto agitata. Mi ficco in mezzo. Il Bravo mi presenta la ragazza che ballava con lui, quindi, dopo un minuto, piglia e se ne va. Io resto a ballare con Maria, così si chiama la ragazza. Carina? Abbastanza.

La musica finisce. La folla si dirada. Maria ed io, dopo un attimo di incertezza, ci avviamo al tavolino, dove stava seduta lei con degli amici.

Maria claudicava. Ecco perché quel figlio di buona donna del Bravo…

La polio, lo dico per quei fessi che non vogliono vaccinare i figli, mieteva vittime come una guerra, ai miei tempi. Poi, finalmente giunse Sabin e…

Purtroppo, però, quelli che se l’erano presa prima…

Il mondo è fatto così, non sempre chi arriva prima bene alloggia.

Comunque, Maria era una ragazza simpatica e intelligente e di buona compagnia. Stemmo insieme per tutto il periodo della nostra permanenza a Mamaia. Lei era conosciuta, doveva essere figlia di qualche “pezzo”, non so dirvi se grosso o piccolo, del partito. Con lei la polizia non ci ruppe mai le palle. Ad altri non andò allo stesso modo. A te, ovviamente, non facevano niente, alle ragazze però, facevano passare forse qualche mal di pancia.

 Dopo la permanenza a Mamaia, prendemmo la via di casa. Non tutti insieme, però. Ci dividemmo in due gruppi. Il primo, formato da Robi, Pippo il Presidente, Eustorgio e l’amico di Tino “dicuinonricordoilnome”, tornò indietro per la stessa strada che avevamo fatto all’andata. Il Bravo, il Ric, Tino ed io, decidemmo di andare in Grecia e di lì…

Non è una passeggiata. Attraversammo la Bulgaria in una notte, che mi pare ci avessero chiesto dei soldi per il soggiorno. Mentre per il sog…notte… (forte questa, neh!)

Kavarna, Varna, Burgas. Tutto in una notte, che non c’era un’anima. Mai visto una cosa simile. Tutto spento. Non una macchina. Non un cine. Un bar… Le luci da venticinque… sembrava di essere in un paese comunista. A Sozopol, però, a giorno fatto, un bellissimo posto di mare, ci fermiamo giusto per il tempo di conoscere un paio di ragazze: un bagnetto e via!

Istanbul. Visto che eravamo sulla strada, che fai, passi da Istanbul e tiri dritto?

Figurati! La frontiera è a Malko Tarnovo. I nomi me li ricordo perché mi riempivano la bocca. Malko Tarnovo… capetan Andreevo… per uno come me vissuto col mito dei comunisti e i loro nomi… Insomma, chi è come me, sa di cosa sto parlando.

Istambul è stupenda. Una visione incredibile. Sembrava di essere al cine. Tutte quelle guglie dei minareti. Prima però, prima di Istambul ci fermiamo in un paesetto a una 60ina di km. Silivri. Lì abbiamo assaggiato i dolci turchi. Una delizia, ma non solo. Non solo i dolci erano turchi, ma anche i turchi ci appaiono dolci e gentili.

A Silivri dovevamo “cambiare”. Non c’era una banca aperta. O forse non c’era una banca. Non ricordo. Il padrone della pasticceria accetta delle lire al cambio che gli facemmo noi, quello ufficiale ovviamente, senza aver mai visto prima una lira italiana. Solo lire turche. Che anche lì c’erano le lire. Se gli avessimo dato dei vecchi biglietti del derby Toro-Juve, li avrebbero accettati sulla fiducia. E poi dicono…

Aspetta… aspetta che mi è venuta in mente una cosa… un flash a proposito di partite, derby e via dicendo.

Ma lo sapete che il Ric…

Il Ric era, – era in quanto, “allora”, da ragazzo, – un vero e proprio… non so come dire… diciamo un “inventore”! Dovete sapere che noi si andava alla partita allo stadio ma… (speriamo di non incappare in qualche guaio) io, ad esempio… (no, non ad esempio, che non c’è niente di esemplare): mai pagato. Ero (non il solo) un “portoghese”. “Portoghesi” erano detti coloro che entravano alla partita senza pagare. Perché fossero così detti non lo so, però so come si fa (ceva). Ebbene, ti presentavi all’ingresso dello stadio e lì, nella calca, tra uno e l’altro in coda, che c’era sempre un codazzo incredibile, sgattaiolando magari dietro uno con ‘na panza grossa…

Qualche volta andava bene e qualche volta no.

Partita Juve-Benfica, semifinale di Coppa dei Campioni. Maggio 1968. Un dramma. Non per l’esito della partita, ma per il fatto che fummo respinti, io e il Ric ripetutamente fino alla chiusura dei cancelli. I “bigliettai” dovevano essere del Benfica che come “portoghesi”…

Insomma: “nisba”.

E così…

Dopo una mezz’oretta, più o meno dall’inizio, esaurita la vendita dei biglietti, chiudono i cancelli. Che facciamo, andiamo a casa?

Figurati!

Adiacente allo Stadio, il vecchio Comunale, c’è la piscina. Ci spostiamo verso di essa. Il muro di cinta non è altissimo. Un occhio di qua, un occhio di là, un occhio su, un altro giù… in un attimo scavalchiamo il cancello. Il frastuono della partita è pazzesco. Di corsa attraversiamo gli spazi che dividono le vasche dallo stadio. Il muro divisorio non è altissimo. Scavalchiamo anche quello. Appena mettiamo piede all’interno dello stadio, un silenzio di tomba. «Mamma mia» penso «ci hanno cuccato». E invece no, stava accadendo il clou, il momento culminante del finale travolgente, dove i juventini non si persero a Zazzà, ma la “coppa dei campioni”. Sgomitando tra le imprecazioni degli astanti, un vero e proprio muro umano, – allora, a meno che non andassi in “tribuna”, non c’erano i sedili e nemmeno i posti numerati, – ci apriamo un varco e un punto di vista dalle gradinate. In quel momento, Eusebio, il grande attaccante del Benfica spara un destro raccogliendo un lancio e fa un gol…

Finì male per la Juve.

Anche il Ric ci restò male. Io un po’ meno… che sono milanista!

Era il maggio odoroso. E dalla Francia non giungevano effluvi di fiori, ma notizie di casini e scontri tra studenti e polizia. Era il ’68. Da allora mi dedicai un po’ meno allo sport e un po’ più alle vicende di quegli anni. Il Ric si specializzò nel “portoghesismo” mettendo a punto un sistema che…

Se ti acchiappano finisci dritto in galera.

Faceva così.

Dopo la partita, una qualunque partita, raccoglieva i biglietti ormai inservibili che gli spettatori gettavano a terra, e poi, non so come facesse, ma rovistava tra i contenitori dei “tagliandi madre”, – che le maschere, dopo averli strappati dai “biglietti figlia” inserivano nei medesimi contenitori – e li raccoglieva. Il lavoro non era cosa che facevi da mane a sera. Ci volevano mesi. Un intero campionato e oltre. Dopo di che, raccolto un ampio ventaglio di “biglietti”, attaccava con un filo quasi invisibile di colla “madre” e “figlia”, che avessero, ovviamente, il testo della medesima partita, e quindi…

Così andò avanti per un po’ di tempo.

Poi crebbe anche lui, per fortuna, che se lo acchiappano…

Però, sino a che è stato un gagno come me… vi racconto ancora questa.

Lui abitava in corso Giulio Cesare angolo corso Novara, in un grosso casermone proprio di fronte alla Standa e adiacente alle vecchie case del “Toro”. Le assicurazioni “Toro”. Questo casone fu costruito sui ruderi di un vecchio edificio semidistrutto dai bombardamenti. Moderno. Ascensore. Portinaia. Per quelli come me che stavano ancora in via Lombardore, era un posto di lusso. Ebbene, il casone, costruito coi moderni sistemi costruttivi, aveva un’intercapedine che gli girava tutto intorno. La suddetta intercapedine stava proprio sotto al marciapiede. Al piano terra del casone, su corso Giulio e corso Novara, c’erano, e ci sono, una serie di negozi. C’era soprattutto, soprattutto per noi, una cartoleria, la quale aveva una bella vetrina… e sul marciapiede, davanti alla vetrina, un griglia che serviva per l’aerazione della intercapedine ed ache per consentire l’accesso dall’esterno agli eventuali mezzi di servizio e via discorrendo. Accesso che doveva necessariamente avvenire tramite l’utilizzo di una scala a pioli, di fisso appoggiata proprio al muro dell’intercapedine e in corrispondenza della griglia. Sotto il piano del marciapiede, ovviamente.

Il Ric sapeva come accedervi, passando dalle cantine.

La cartoleria attraeva soprattutto le giovani donne che, allora, – siamo ai primi anni ’60 – portavano ancora delle gonne molto larghe. Le donne, e chiunque altro, necessariamente dovevano sostare sul grigliato per osservare la vetrina. Noi non trovammo di meglio che sistemarci sulla scaletta a goderci lo spettacolo. Sennonché…

Un giorno una bambina, i cui occhi non distavano più che una 40 ina di centimetri dal grigliato, si accorse di noi e, forse spaventata, incominciò a chiamare la mamma. «Mamma… mamma…» La mamma non le dà retta e la trascina per la mano, proseguendo il suo cammino. Dietro di loro un colpo di tosse. Anzi un raschiamento di gola di un vecchiaccio che fumava sigari toscani e…

Ci inondò di uno scracio che mi fa schifo ancora oggi ricordare.

Così smettemmmo lo scanucciamento. Così si dice in piemontese.

Ma tornando a Silivri…

Vorrei vedere quanti in Italia avrebbero fatto la stessa cosa, e cioè di accettare moneta sconosciuta. Comunque…

A Silivri poi, scopriamo un’altra cosa… una cosa turca!

In albergo, Tino, va al cesso. Quando rientra in camera ha gli occhi allampanati. Gli ridono. «Che hai?» gli faccio io. «Va a cagare!» mi fa lui. «Perché?» faccio io, credendo che ce l’avesse per qualcosa. «Va!» mi fa lui «poi mi racconti!»

Io non so proprio che cosa pensare. Comunque, vista l’insistenza, vado a cagare.

Quando torno lui mi scruta nelle palle degli occhi. «E allora?» mi fa.

Beh, noi “occidentali” ci puliamo il culo con la carta igienica.

Bella scoperta, si dirà. Già. Ma la scoperta, almeno per noi ragazzi di 50 anni fa, è un’altra.

Se tu vai al cesso in Turchia… il cesso moderno, il water, non quello alla turca, che non è nemmeno quello alla Mozart… insomma: non trovi la carta igienica. Non so adesso, ma allora, dopo le “funzioni” cerca di qua, cerca di là, insomma, di carta igienica manco l’ombra. Allora, tuca da sì, tuca da là, ti viene alla mano un rubinetto. Che fai? Giri la manopola e… sprrrritt! Una bella spruzzata d’acqua dritto nel… nel buco del culo! Miiii…! Ecco spiegato l’arcano. Nei paesi arabi musulmani ci si lava con l’acqua e non ci si pulisce con la carta. Stupidaggine? Direi proprio di no. Mio padre mi raccontava che durante la guerra i soldati arabi e indiani che facevano parte dei contingenti inglesi, se non potevano farlo con l’acqua, usavano la sabbia. Ecco perché hanno vinto la guerra: avevano il culo smerigliato!

Battute a parte, Istanbul è affascinante. Ci prende. Allora poi non dovevi neanche temere che ti mettessero una bomba sotto al culo, che andavamo d’accordo con tutti, noi italiani in modo particolare. Merito dei comunisti, senza dubbio, favorevoli al colloquio con i popoli del Mediterraneo, merito dei socialisti, ed anche merito del povero e compianto, almeno da me, unico in Italia, credo, Giulio Andreotti, che seppe tessere e tenere rapporti molto amichevoli con i paesi arabo-mussulmani ed anche, e perché no, con i paesi del cosiddetto “blocco sovietico”. Oggi Andreotti appare come una montagna, un gigante rispetto ai microbi politici di oggi.

Della Turchia, oltre alla bellezza delle immagini, non ho particolari aneddoti da raccontare, almeno di quel viaggio, questo di cui ho narrato, che si concluse passando dalla Grecia e quindi, ma solo per me e il Ric, traghettando da Patrasso a Brindisi. Tino e il Bravo tornarono a Belgrado, dove Tino aveva lasciato in sospeso una cosa con una delle ragazze di cui vi ho narrato. Io e il Ric, quindi ci imbarchiamo. Per me era la prima volta. La nave era una bagnarola del primo novecento, con le poltrone in vimini ed altri arredi che mi ricordarono uno di quei film di Agatha Crysthie tipo, “Delitto sotto il sole”, tanto per farvi capire. Faceva un casino e un fumo della malora.

Si parte. È notte. Si va a dormire stanchi, tra l’altro, come bestie. Dopo un po’, saranno state le tre o le quattro del mattino, mi sveglio. Una calma improvvisa e irreale. I motori non si sentono più. La nave galleggia come una papera. Anche il Ric si sveglia. Ci guardiamo. Che diavolo mai sarà?

Per farla breve, si era rotto il motore. Eravavamo fermi in mezzo allo Jonio senza un accidenti di motore e certamente anche senza vele e remi per navigare. Per fortuna il mare era calmo, che se fosse stato incazzato come quello che trovammo io Fifì e Pippo sempre tornando da Istanbul qualche anno dopo, non sarei qui a raccontarvela.

Ci andò bene che dopo una nottata di riparazioni, il catorcio, tra spasimi orrendi e orribili scatarrate, riuscì a riprendere il mare.

A Brindisi c’era uno schieramento… C’era di tutto, dai pompieri agli alpini, aviazione e marina compresi. La protezione civile non c’era ancora, che allora si era incivili. La bagnarola concluse quel giorno il suo ultimo viaggio. Si chiamava… non me lo ricordo più.

Qui, in Puglia, andammo a trovare i miei genitori, che si trovavano a Santeramo in Colle dai parenti.

Andammo a fare qualche bagno a Ginosa Marina, nello Jonio, poi, prendemmo la via di casa. Prima però, la sera prima di partire, non vengo invitato dai miei cugini per un pokerino? Certo che sì. È normale in meridione. Lo dicono anche i pisicolochi in televisione: quando vai a trovare dei parenti in quel di Bari, Messina o Battipaglia, è d’uopo che la sera prima di partire ci si fermi per il pokerino. È un sistema atavico, studiato fin dai tempi antichi, fin da tempi di Greci e di Romani, che serve per risanare le finanze del paese, notoriamente sempre in rosso. Il “nordico” si ferma a giocare, viene spennato e il debito viene ripianato. Adesso si usa il “Gratta e…” (Ma chi cavolo vince mai!)

Il Ric è stanco e va a dormire. Per fortuna. Sì, perché la partitina, tra una balla e l’altra, si protrae fino alle cinque del mattino.

Non mi ero addormentato, che il Ric mi sveglia, e andiamo.

Mi ha portato fino a Torino, che manco me ne accorsi. Ho dormito per tutto il viaggio. Almeno dodici ore, certo di più, che tanto era il tempo necessario a quel tempo, con quella macchina, per fare 1000 kilomètri.

La cosa mi ricorda un altro viaggio con simil episodio.

Erano le ferie del 1970. Io lavoravo in uno studio di ingegneria-architettura, dove, tra una rivista e l’altra vengo incuriosito da un articolo su un paesino della Costa Brava, tale Cadacquès, vicino ad un altro paesino, Port Lligat, dove viveva il grande Salvador Dalì.

Sculture incredibili. Modelle fighissime. Mi cissa. Ne parlo agli amici e si combina.

Il tragitto ce lo studiamo passando dal Monginevro, per raggiungere poi l’autostrada francese nei pressi di Marsiglia, e quindi, Barcelona e poi Cadacquès, Costa Brava. Noi di Torino siamo più comodi a tagliare per le montagne. Se non fosse che…

La strada è infernale, non c’è un pezzo di strada dritta per centinaia di kilometri. Comunque, come sempre, siamo allegri. E poi, abbiamo poco più di 20 anni. Siamo in cinque: Galliano, Roberto, Eustorgio, Alvaro ed io. Abbiamo tre macchine, tre “500″. Ci alterniamo alla guida. Galliano e Alvaro suonano la chitarra. Non mentre guidano… Siamo nei pressi di Gap. Le curve sono pazzesche. La velocità è sostenuta. Eustorgio è alla guida della sua “500″ rossa, io guido quella di Galliano, che aveva sì e no un mese di vita. Non lui, la macchina… Sennonché…

Io ero fresco di patente e non avevo ancora la macchina, quindi ero anche non proprio espertissimo, inoltre quello stronzo di Eustorgio, per far vedere che guidava come Fittipaldi, andava come un pazzo. Le gomme fischiano.

In una curva… dò il giro. La macchina è sfasciata. Galliano fa: «la mia macchina» con le lacrime agli occhi. Alvaro sanguina da un’orecchio. Io non sapevo più dove guardare. Però quel picio di Eustorgio me lo sarei mangiato. Brutto picio, che diavolo vai come un matto per quelle strade! Morale, giriamo mezza Francia per ricuperare un portapacchi onde caricarvi il bagaglio, che siamo costretti a traslocare sulle altre due macchine, oltre a noi stessi, ovviamente. Il “rottame” lo abbiamo scaricato in un officina di riparazione.

Se vi capita di averne bisogno, non cercate portapacchi in Francia, che non se ne trovano manco a pagarli a peso d’oro. Li chiamano “Galeries”. Non sanno cosa sono.

Io a Cadaquès non ci andai in quell’occasione e feci male. Ci ritornai l’anno appresso e poi due anni dopo. E feci male.

Quella volta mi lasciai convincere da Eustorgio a fare un salto fino in Marocco. Mi vergognavo come un cane per quanto era successo. Mi persi la più bella vacanza della mia vita. Galliano, Alvaro e Robi ci raccontarono di un sacco di divertimento. Amicizie folli, nottate da perdere la testa… Al mio ritorno, a sentire di raccontare, mi prese la malinconia per non essermi fermato là con loro.

Io quell’altro picio invece andammo fino in Marocco. Niente di particolare da raccontare. Eustorgio è uno dall’allegria spenta. Anzi, mai avuta. L’unica cosa da raccontare può essere il fatto che quella dannata di macchina che aveva, si mise a fare i capricci proprio in Marocco. Se la spegnevi, non c’era verso di farla ripartire se non a spinta. Valvole. Facciamo il ritorno tutta una tirata: Casablanca-Finale Ligure senza fermarci. Manco per pisciare. A XX Miglia, alla dogana, manca poco che ci sequestrano il mezzo, che non ne voleva sapere di partire. Prima, a Ceuta, ci manca poco che ci arrestano. Eustorgio non si era portato dietro dal Marocco delle bustine di qualche schifezza, non ricordo bene, credo che fosse Kiff o Marijuana, roba che se ti cuccano ti fai 6 anni e un giorno di galera, così c’è scritto alla frontiera spagnola! Quando prendono a perquisire la macchina, a momenti mi viene un colpo. Fortuna vuole che il picio ha messo le bustine sotto il tappetino, per cui…

L’esperienza, la prima e l’unica per me, che mi stanno sulle palle gli ubriachi, figuriamoci i drogati, la feci in un campeggio del Marocco qualche giorno prima.

Là conosciamo un calabrese di Catanzaro che sfumacchiava. «Ma», ci dice, «avi ‘na semana chiffumo, ma ammia sta cosa me pare acqua frisca. Nun sento nudda cosa!»

Gli avevano detto che avrebbe avuto visioni celestiali, sentito musiche altrettanto celestiali e invece: «nuddu! Nudda cosa!»

Eustorgio ed io decidiamo di fare una prova insieme col calabro-catanzarese.

Alla preparazione vediamo che il calabro svuota una sigaretta col filtro e poi la riempie di… che cavolo ne so di che razza di schifezza.

«Ma…» facciamo Eustorgio ed io, «ma col filtro? Per forza che non funziona!» Ma che minchia di trocati: cu firtru!

Rimediamo. Togliamo il filtro.

Ci guardiamo: «Senti niente tu?» «E tu?» «Nenti» «E tu?»

È stata la mia prima ed unica esperienza, peraltro mal riuscita, perché non mi fece nessun effetto. Probabilmente ci avevano dato merda di cammello. E poi, almeno nel mio caso, ero, e sono, refrattario per natura a droghe, alcol e compagnia briscola. Gli altri due… forse sì, forse no. Comunque: cazzi loro.

Tornando al viaggio, giungiamo – a Finale Ligure, – dopo un viaggio infernale senza fermarci. Andiamo in campeggio. Mettiamo la tenda canadese e andiamo a dormire. Quando ci svegliamo abbiamo un coro di persone vicini di tenda che ci fanno: «Era ora! credevamo foste morti!» Avevamo dormito 24 ore senza interruzione. Comunque un viaggio del cazzo. Il compagno di viaggio, è fondamentale che sia un buon compagno di viaggio. Se è un mortorio come Eustorgio, meglio stare a casa.

Altra cosa è il mio amico Fifì.

Fifì è simpaticissimo. Abbiamo girato parecchio e per parecchi anni insieme e insieme anche al povero Poncino che… qualche anno fa… Così va il mondo. Comunque, mica voglio rattristarvi. Dunque, dicevo, Fifì.

Fifì è un siciliano con la simpatia dei siciliani. Battuta sempre pronta. Allegro. Di compagnia.

Il primo viaggio con lui lo facciamo a Cadacquès. Io dovevo ricuperare.

Lui si era entusiasmato a sentire i racconti di Galliano e Robi, che c’erano stati, e volle che ci andassimo. Voleva recuperare anche lui.

È il ponte dell’Ascensione. Allora si festeggiavano ancora le feste religiose. Poi vennero i socialisti di Craxi e ce le tolsero.

Partiamo. Solita “500″, di Fifì questa volta, “500″ gialla, culur caghetta, e partiamo.

Cadacquès. Alloggiamo da una gentile signora affittacamere: la signora Borrell. Nel centro del paese. Il paese si snoda raccolto lungo un’ansa, una baia a ferro di cavallo. Sul mare, ovviamente. I Pirenei lì finiscono a mare. Un incanto. Sotto tutti gli aspetti. Architettonico, naturale, insomma, bello da impazzire. Ci ho mandato un milione di persone. E ho fatto male perché qualche anno dopo… una schifezza. Non un buco libero. Macchine dappertutto. Comunque, è un’altra storia. Anzi, non lo è proprio. Che mi raccontano di certe fetenzie…

Tutto il cammino vista mare è un insieme di locali e ristoranti. Ricordo il Barroco, c’era sempre gente che suonava. Mi ricordo uno che suonava All my loving al piano. E ricordo anche un mattacchione, un italo-spagnolo, tale Carlos Martini, simpatico ma perennemente emborrachado. Lì, facciamo amicizia con un trio di spagnole di Barcelona. Una si chiamava Pilar, le altre non ricordo.

Che si fa oggi? Si va a la montagna! Vamos a la montagna!

Prendiamo la macchina e andiamo a Port Lligat, dove sta Salvador Dalì. La casa è chiusa. Ci sono le sculture esterne. Pinnoli ed altre cose.

Facciamo una stradina a piedi, un sentiero largo si e no trenta centimetri fino a raggiungere una spiaggetta in fondo a uno strapiombo.

Ci sistemiamo, facciamo il bagno. Poi a Pilar viene un’ispirazione:

«Vamos a la montagna?» mi fa. Il che voleva dire, scaliamo questa parete di roccia a strapiombo alta più o meno dieci metri e quindi raggiungiamo la sommità eccetera eccetera.

Si fa. Ci si arrampica. Dopo cinque o sei metri di ascensione un appiglio, uno spuntone di roccia alla quale mi tenevo aggrappato per issarmi, mi resta tra le mani. È un volo di cinque o sei metri come ho detto. Ci si impiega non più di una frazione di secondo a cadere e sfracellarsi sulle rocce sottostanti. In quel lasso di tempo, in quella frazione di secondo vedo svolgersi a ritroso tutto il film della mia giovane vita. Una sensazione incredibile. Credo che così sarà la fine della vita. Un lungo e brevissimo istante in cui tutto il tuo vissuto riaffiora e si cancella in una frazione di secondo. Forse i morti devono presentarsi resettati al Creatore. Chissà. A me tutto sommato andò bene, eufemisticamente parlando, che ebbi una luxacion de codo, così in spagnolo, ovvero un distacco radio ulna dall’omero, che il braccio mi penzolava come una pezza vecchia stesa ad asciugare al vento. Il male? Inenarrabile. Inoltre la botta che presi la ammortizzai col culo, nel senso che cadendo ebbi la prontezza di riflessi di tentar di girarmi per non cadere di schiena, cosa che mi salvò la vita, perché caddi sì sugli scogli sottostanti al punto di caduta, ma non completamente di schiena, – che diversamente non sarei qui a raccontarvelo, – ma con la chiappa sinistra. I jeans quasi mi scoppiavano, tanto si era gonfiata la gamba. Avevo un ematoma lungo mezzo metro, dalla schiena fino al ginocchio.

Fifì e le ragazze non sanno cosa fare. Sono disperati. Io sono mezzo morto. Fortuna volle che comparve un motoscafo da dietro il cabo Creus. Le ragazze e Fifì si sbracciano. Chiamano a gran voce. Quello accosta. Mi caricano in barca e mi portano dal dottore di Cadacquès, che non sa che fare, se non tagliarmi un brandello di pelle dalla mano, grosso come una marca da bollo da seimilalire. Porto ancora la cicatrice. Poi, mi portano all’ospedale di Figueras, clinica Cataluña, per la precisione, dove mi operano. Mi rimettono a posto il braccio e…

Il giorno dopo decido di partire.

«Loco! Tu es loco!» mi fanno all’ospedale dove, devo dire, mi hanno trattato, (a pagamento), da gran signore.

Firmo le mie dimissioni e, tutto fasciato da capo a piedi, imbottito di tranquillanti, ci mettiamo in moto. Anzi, in macchina. Da Figueras a Torino in quelle condizioni è un viaggio infernale. Giungiamo a Moncalieri alle tre di notte e lì… ci ferma la polizia.

Chi siete dove andate cosa portate…

Un volpone prende a tastare nella fasciatura, l’enorme fasciatura del braccio con chili di cotone e bendaggi vari…

Andava cercando cocaina, il volpone.

Così va il mondo.

 A casa mia madre… si mette le mani nei capelli. Poverina quante gliene ho fatte passare. Lei però lo aveva immaginato. Se lo sentiva che era successo qualcosa. Io e mia mamma eravamo una cosa sola. Lei aveva sempre dei presentimenti. Anch’io ogni tanto mi scopro che… quella cosa me la sentivo. Per favore femministe non incominciate a dire… il solito maschilista… mammone… che non attacca.

Mi porta al pronto soccorso dove mi ingessano il braccio, che pare ci fosse anche una frattura. 40 giorni, quindi…

Come me lo tolgono prendo il largo e, dove vado? A Cadacquès, ovviamente. L’assassino torna sempre sul luogo del delitto.

Inforco la mia “127″ appena presa e… In poche ore sono là, dopo essere passato per una Francia…

Qua dietro, dopo le curve del Monginevro, verso Gap, saranno state le 10 o le 11 di notte, entro in un paese tutto in festa. Luci da tutte le parti. Giostre. Zucchero filato…

Passo a passo d’uomo. Quasi fuori del paese, mi si accoda una macchina nera con quattro stronzi sopra. Mi si avvicina tanto che mi dà una botta al paraurto. Ce l’hanno con me. Sono provocatori. Li conosco bene questi stronzi. Se mi fermo mi rompono anche l’altro braccio e magari anche peggio. E così accellero. Ripeto, “accellero”. La lingua è cosa viva. Se una parola devi per forza dirla contro il tuo modo di parlare, che poi è quello del tuo mondo, del mondo dove vivi, allora è un’imposizione. E a me le imposizioni non mi stanno bene. Se i puristi cercano discepoli se li cerchino in… insomma: se mezza Italia e forse più dice “accellerare” si può sapere perché si deve dire “accelerare” che fa venire… a fa’ sghiè la lenga! Fa scivolare la lingua! E se uno va in macchina mica può portarsi dietro una cosa che fa scivolare! Andiamo, puristi! Se accettate tutta la schifezza angloamericana, non fate i fineur per una elle in più. D’altronde, melius abundare… abundati abunndantibus! diceva Totò!

Orbene, accellero, e quelli sempre tacà ‘i ciap: attaccati al culo. Allora accellero ancora di più. Quella “127″, una delle prime fatte da Fiat prima del balengu, era una piccola bomba. Faceva almeno i 140, e che spunto… che accellerazione! E poi, io ero solo e gli stronzoni dietro erano in quattro. E poi gli stronzoni dietro avevano un baraccone di macchina francese, una Aronde, probabilmente, che in Italia manco un demolitore l’avrebbe voluta. Fatto sta che fuori da quel diavolo di paese c’è un rettilineo lungo almeno 10 kilometri. Dopo tante curve, finalmente… Accellero. 100, e quelli dietro. 120, e quelli sempre dietro. 130, 140… gli stronzoni si perdono nella campagna avvolti in un fumo bianco. E gli sta bene. Così la prossima volta si comprano anche loro la 127!

A Cadacquès prendo alloggio dalla signora Borrell, che quando mi vede…

Tutto il paese mi conosce. L’avvenimento della mia caduta lo avevano saputo tutti. Era sulla bocca di tutti, Forse ancora oggi qualcuno, qualche vecchietto sdentato, se lo ricorderà. «Un chico italian… lo que…»

In camera con me c’è un ragazzo di un paese vicino Novara. Un ragazzo che filava con una tedesca, mi pare, e che si portava a letto tutte le notti. E che c’è di male? Niente, se non fosse che il suo letto distava dal mio non più di mezzo metro e quello, il novarese, ci dava dentro di continuo. Due palle! Almeno mi avesse fatto conoscere l’amica!

Sapete come andavano le cose con le “amiche”?

Come nel film di Benigni con Troisi: uguaglio!

Uno carica una ragazza e l’altro, l’amico, a dire: «Chiedi se cià un’amica! Oh, chiedi se cià un’amica!» e non te lo toglievi di torno manco…

***

Alla prossima puntata.

Ciao! Ciao!

Commentate! Divulgate!

Paolo

 

Storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar (seconda parte)

6 Aprile 2017 Nessun commento

 

 

Storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar

(seconda parte)

*

Orbene, tornando all’argomento lasciato in sospeso, va detto, che seppure il Bar Grazia era diventato il nostro nuovo punto d’incontro… – a questo punto, perdonatemi, ma devo riaprire un’altra “parente”, e dire che a quei tempi il bar non era cosa da poco; era come… fatti conto ragazzino che hai vent’anni, come il tuo smart o altra consimile diavoleria con cui tieni i contatti con i tuoi amici, con la semplice differenza che noi, nel bar, ci entravamo fisicamente per vederci: mai fatto una telefonata… anche perché dovevi avere il gettone… tirar fuori 50 o 60 lire, non ricordo bene, insomma: chi cavolo te lo fa fare di telefonare se hai occasione di vederti tutti i momenti! – ebbene noi, alcuni di noi, si continuava a mantenere i rapporti col vecchio bar Grazia. “An po’ da sì e ‘n po’ da là” per non scontentare nessuno. E poi, va detto, che qualche tempo dopo, dopo il vecchio Dino, presero il bar una coppia di sorelle piuttosto fighe, che esercitarono un notevole forza di riattrazione verso il Bar Lux medesimo.

Il bar era un punto di ritrovo, di sosta, ma anche e soprattutto di partenza. Ore 20 e mezza: ritrovo per caffè; Piccola discussione sul calcio, soprattutto di lunedì, quindi consultazione della Stampa per il cine, spettacolo ore 22. Cine: Adua, Sociale, Brescia, Major, Palermo, Nord, Monviso, quest’ultimo, se non sbaglio, aveva una doppia sala con due schermi e due film diversi, proiettati contemporaneamente. Il cine era una costante. Solo fino al venerdì, però. Perché sabato e soprattutto domenica erano i giorni del tango. O meglio, più che del tango, del… come dite voi oggi… andare a caricare? Anche voi lo dite? Bene, andare a caricare. Si andava all’Augusteo il sabato pomeriggio, una saletta al primo piano in via Cesare Battisti, dove facevano i, se non ricordo male, thè studendeschi. Tutta musica dal vivo, allora, in tutti i locali. Ho visto cose che, come direbbe quel tale, neanche vi immaginate… pezzi grossi a tu per tu, come Mina e Lucio Dalla, e i complessi, così si chiamavano allora, più disparati, con gente che diventerà poi famosa come… l’Equipe e un sacco di altri. A quel tempo andava di moda l’Haibolè, che non era il grido della verduriera al mercato coperto di Portapila, ma un ballo di gruppo che mi stava sulle palle come tutti i balli di gruppo.

La domenica pomeriggio però si andava in trasferta. Soprattutto a Valperga, al dancing Primavera. Lì hanno trovato moglie più d’uno dei frequentatori del bar Lux.

Il Primavera lo scoprimmo il Ric ed io, in una delle nostre prime uscite con la macchina. Il Ric aveva avuto in consegna una “500” dal padre, una di quelle decapottabili fino al motore dietro, che poi hanno smesso di fare, targata «To 24…» roba del secolo… che dico, del millennio scorso, e con quella prendemmo a fare conoscenza col territorio piemontese. “Gira da sì, gira di là”, una domenica pomeriggio finiamo in quel di Valperga Canavese. Un capannone a ridosso della ferrovia, dopo il passaggio a livello, arrivando da Rivarolo, il Primavera, così si chiama, è il nostro luogo. Una figata. Pieno di ragazze.

I viaggi al Primavera durarono per anni. Valperga era diventata la nostra seconda città. Sabato sera: al Primavera. Domenica pomeriggio: al Primavera. Domenica sera: al Primavera. Nell’intervallo tra il “tango” della domenica pomeriggio e quello della sera, si andava alla “tavernetta” di Cuorgnè, a mangiare un panino con l’insalata russa, ma soprattutto a vedere il secondo tempo della partita in televisione, che allora, per fortuna, davano solo in quella e altre ovvie circostanze. Non come adesso che te la fanno uscire dalle orecchie. E non solo.

Ci si andava in tutti i modi in quel di Valperga. In macchina, sempre almeno in cinque, allora non era vietato, per allungare la spesa della “broda” la benzina. In moto. In treno. Spessissimo in autostop. Allora la gente non era spaventata come adesso. E poi, noi avevamo l’aspetto dei bravi ragazzi. Ben tappati, siamo ancora in periodo pre ’68esco, con camicia e cravatta e la “muda” della festa, il vestito della festa. Vestito che si comprava…

Mio padre mi compra un bel vestito grigio alla Standa di corso Giulio Cesare. Prezzo diecimila lire, me lo ricordo ancora adesso, che tanto gli avevo rotto le scatole, povero papà, per averlo. La domenica mi presento tutto figo al bar col mio abito nuovo di trinca sennonché… merda! Anche il Ric e Don Dandò ce l’avevano uguale. Che palle! Le risate giunsero sino alla Crocetta. Diventammo la barzelletta del quartiere. Ancora oggi se ne parla.

Comunque, cercammo di fare i turni. Una domenica io, una domenica il Ric…

Una domenica di gennaio, fredda come oggi che sto scrivendo, siamo al bar Grazia. Ore quattordici. Tappati per il tango, ovviamente. C’è anche il nostro amico Pischetto col suo MiVal, una moto di quei tempi, piuttosto sgangherata. Pischetto aveva qualche anno più di me. Forse aveva un “gancio” con una “tardona” per cui non gli va di predere la moto e spettinarsi, e quindi la lascia parcheggiata davanti al bar. Consegna le chiavi al mio amico Renzo, – detto l’Elettrico, per via del fatto che faceva l’elettricista, – caso mai ci fosse da spostarla. E se ne va. Io e Renzo, lui con quelle chiavi in mano, ci guardiamo un po’, poi, un calcio alla leva della messa in moto eeee… via! Verso Valperga.

Un freddo della madonna. Sottozero. Dopo un po’ Renzo non ce la fa più a guidare. Siamo senza cappello. Mica vai al tango col cappello! Senza guanti e pure senza sciarpa. Da sciupè! Un  po’ prima di Rivarolo, mi cede la guida della moto. Brum! Brum! Brum! Cazzo che freddo!

A Rivarolo: la Stradale.

«Alt!»

Infreddolito e poco pratico del mezzo, mezzo rattrappito, le dita come quelle di una strega serie “allo vin” e inoltre piuttosto intimorito, non mi riesce di fermarmi all’Alt. Mi ci vanno 20 metri. L’agente, con calma, il passo da plantigrado, ci raggiunge. È un brigadiere. Una persona dell’età di mio padre. «Patente e libretto» intima con fare serio, ma non incattivito. Io cerco una cosa che non potevo avere, perché non l’avevo ancora conseguita: la patente. «Bravo» mi fa, «E il libretto?» Io cerco una cosa che non potevo avere, ed anche Renzo la cerca. Ma il libretto quel vecchio MiVal chissà se mai l’aveva avuto! Io non so più dove mettere le mani. Renzo cerca una qualche scusa. Il brigadiere ci chiede, a questo punto un po’ incazzato, incazzato come quando mio padre era incazzato e come senz’altro era il padre di Renzo nelle medesime circostanze: «Dove state andando?» «A Valperga» rispondiamo all’unisono io e Renzo. «A fare che?» «Al Primavera… a ballare…» Non dice una parola. Fa un gesto con la mano come per dire «Dietrofront!» e quindi aggiuge «A casa. Tornatevene a casa.» Era senz’altro un buon padre di famiglia. Un altro ci avrebbe fatto un culo nero.

Renzo si mette alla guida. Brum! Brum! Cento metri, forse duecento, quindi una mezza curva. Il brigadiere e la pattuglia scompaiono alla vista dello specchietto retrovisore. Renzo frena. Ci guardiamo. Io annuisco e lui fa uguale. Svolta a sinistra in una via traversa e poi da quella…

Passammo tutto il pomeriggio al tango. Spensierati.

E male facemmo. Perché al ritorno faceva ancor più freddo e il timore di incappare in un nuovo posto di blocco ci smuoveva un po’ l’intestino e ci faceva sentire ancor più freddo. Per fortuna avevamo le sigarette. Le sigarette scaldano. Anche la pancia. Mio padre mi diceva che durante la guerra… Lassuma perde.

Da allora, con quell’accidente di MiVal, mi presi una sinusite che mi tormenta ancora adesso.

Quando arrivammo a Torino…

Pischetto davanti alla porta del bar si sfregava le mani, incazzato come una bestia. Non per la moto, che era un catorcio, quanto per la nostra incolumità. Era un bravo ragazzo, Pischetto. Ci voleva bene. Una domenica mattina, io avrò avuto una quindicina d’anni, viene davanti alla chiesa della Pace, – dove ci si trovava prima che incominciassimo a frequentare i bar, – unico luogo dove si poteva adocchiare qualche ragazzina da prendere in considerazione, che ci tenevano separati come il fuoco e la benzina. Per farci che? Per farci il filo! Funzionava così: la adocchiavi; vedevi che faccia faceva, e, se corrispondeva agli sguardi, allora eri autorizzato a… a “starle dietro”. Così si diceva, non so se oggi lo si dice ancora, ma il sistema era proprio quello: stare dietro significava proprio comportarsi come un… un can da trifule: sempre dietro, e a distanza, al bramato bene, finchè un giorno… un giorno riuscivi a rivolgerle la parola e quindi a chiederle di uscire. Uscire? Uscire insieme significava… uscire insieme, proprio come oggi. Credo. Ma, tornando a  Pischetto…

«Pischè!» mi fa…

A proposito, lui si chiamava Giuseppe, però era diventato Pischetto per l’abitudine che lui aveva di chiamare tutti così. In quella zona della barriera di Milano dove stavo io, se ti allungavano un soprannome non te lo toglievi più di dosso nemmeno con la trielina. Pensate che il figlio del bidello della Benedetto Croce, la “media” dove siam passati in molti, tale Pinuccio, anche lui della combriccola del bar, bar che era proprio di fronte alla scuola medesima, venne chiamato da Pischetto, per errore, come Carletto. Ebbene, Pinuccio è diventato Carletto e così si fa chiamare ancor oggi a distanza di oltre 50 anni, anche da quelli che prese a frequentare dopo aver cambiato zona. Gli piaceva il nome e lo ha adottato. E Fifì? Che dire di Fifì?

Fifì, altro mio carissimo amico, si chiama Toni. Ma, per tutti, un bel giorno divenne Fifì. Perché? No, non per ciò che state pensando… Anzi, per il motivo opposto. Toni è uno che andava pazzo per la… non so se posso dirlo… non vorrei che le femministe… insomma: andava pazzo per la figa! (Non era il solo, però! E per fortuna!) Un giorno, parlando del film appena visto, quel “Divorzio all’italiana” con quel meraviglioso Mastroianni che si faceva chiamare “Fefé”, dicendo e ripetendo delle sue prodezze e ripetendone il nome, il nostro Toni si ritrovò ad essere Fifì. E non gli spiacque. Anzi, è un po’ di anni che non lo si vede, ma credo che non se la prenderebbe se lo si chiamasse Fifì ancora oggi. E che dire di Garrincha? E Sivorino? Pensate che Garrincha era talmente Garrincha, che un giorno qualcuno di noi va a cercarlo a casa sua. Si fa avanti la mamma: «Si?» «Signora, c’è Gari?» «Chi?» fa lei, «Gari, Garrincha, suo figlio!» La signora corre a prendere la scopa: i due si proiettano giù dalle scale. Di corsa.

Per la cronaca, Garrincha e Sivori erano due enormi campioni del futbol sudamericano di quegli anni. I nostri due, non erano campioni, ma erano bravi lo stesso.

Ma, tornando a quella domenica mattina davanti alla chiesa della Pace, «Pischè», mi dice Giuseppe, «ti vuoi guadagnare qualche soldo?» Capirai, con la fame che c’era, non quella vera, una fame di soldini, quelli che servono ai ragazzini per le sigarette e per il cine, la risposta era ovvia. Mi porta in una casa di corso Giulio, o di lì dietro, non mi ricordo bene, una casa di quelle col ballatoio, ovviamente, e mi presenta alla signora, padrona di casa. Saranno state le dieci, dieci e mezza. Il lavoro da farsi era una riparazione, – che Giuseppe-Pischetto faceva l’idraulico, – una riparazione alla colonna del lavandino della cucina, che perdeva. Il lavandino, a quei tempi e in quelle case, era nella stanza, che era cucina ed anche sala da pranzo, nonché lavanderia, stireria e locale per tutte le altre occupazioni, di cui la madre di famiglia operaia doveva occuparsi; che ancora non usava portare le cose a fare fuori. Però, quando si rompeva un tubo, ci voleva per forza l’idraulico.

Pischetto mi dice che bisogna portare a nudo il tubo, e per ciò si deve scrostare l’intonaco che lo ricopre. Martello e scalpello sono gli attrezzi che mi consegna, dopo avermi detto cosa fare, insieme alla borsa dei ferri, con dentro il famoso “apratubo” l’attrezzo per allargare il diametro dei tubi, e lo “sputafuoco”, – così lo chiamo io, che non ricordo il nome in gergo, – una diavoleria che serviva per sciogliere lo stagno per le saldature. Faceva: «fuuuuummm!-fuuuuum!-fuuuuummm!»! Chissà chi lo ha inventato! «Vengo subito» dice Pischetto alla signora, «tu vai pure avanti così» dice a me, quindi piglia, e se ne va. A proposito… adesso non lo dice e non lo scrive più nessuno, ma fino a qualche anno fa, quando il calzolaio o il barbiere doveva assentarsi per qualche motivo, spesso per andare a fare pipì, metteva un cartello dietro la porta con su scritto: “Vengo Subito”. Se era il macellaio o ‘l panatè, non entrava manco più una donna. Comunque, dopo un buona mezz’ora di martellate, il lavoro sarebbe giunto a termine, il marcio del tubo lo avevo portato alla luce, ma Pischetto non si faceva vedere ed io, impacciato e timido come un cane, mi vergognavo a far vedere alla signora che non sapevo più che fare e quindi… continuai a demolire la muratura.

La signora faceva da mangiare. C’era un profumino… Ogni tanto però mollava il gas e veniva a chiedermi come andava, un po’ impensierita, devo dirlo, per l’andamento dei lavori. Fortuna volle (!) che mi piantai una martellata su un dito che prese a sanguinare, cosa questa che indusse la signora a chiedermi di interrompere il lavoro per medicarmi, ma soprattutto per impedirmi di andare avanti, che ero arrivato fin quasi al soffitto con la “rainura”, così si chiamano in piemontese le piccole brecce nella muratura.

Quando torna Pischetto…

Mi diede la bellezza di 1000 lire. Una cifra iperbolica. Probabilmente in quel lasso di tempo in cui io stavo demolendo la casa, lui doveva essere andato al bar a farsi una mano a ramino e doveva aver vinto, per cui, andò bene anche a me. E se non avesse vinto? E chi lo sa, ci vorrebbe un mago…

Mago. Ho detto mago, vero? È un vero coso froidiano… come si chiamano quei cosi che tu dici una cosa che però… quel nome che sembra il nome della matita… il lapsis

Fa niente. Fatto sta, però che…

Insomma, Pischetto qualche anno dopo fa carriera. Stavamo parlando del più e del meno io e Gasparino, seduti al bar davanti a un crodino e a un ramazzotti, che ascoltavamo qualcosa nel “Giubosch” quando questo, Gasparino, mi fa: «Ma l’hai visto ieri sera Pischetto?» «Io no,» dico io, «è un po’ che non lo vedo.» «Ma no,» fa lui, «non per strada: in televisione!» «Ha fatto carriera!» esclamo io; «ce l’ha fatta!»

Pischetto era un cantante, oltre che idraulico. Tutti gli artigiani e i venditori del mercato erano cantanti, non come adesso che cantano solo più i laureati in economia e commercio e gli avvocati. Aveva cantato all’Adua, me lo ricordo, aveva cantato all’Alcione, ambedue cinema con varietà, ed in altri teatri consimili, persino al Maffei dove si esibiva Carlo Dapporto.

Pischetto cantava preferibilmente “a bighìn”, così chiamava lui il ritmo “beguine” e cantava quasi sempre e preferibilmente “Stella d’argento”. Ve la ricordate… «Steella d’argeentoo-che briilli neel ciel…» Fatto sta che se a cantare sempre la stessa è coso… il grande cantante, oppure il tuo commercialista, bene… Insomma, se canti sempre la stessa, alla fine finisce che ti tocca cambiare mestiere, che non ti chiamano manco più a cantare alla festa degli scapoli e ammogliati. E lui, Pischetto, lo fece. Cambiò mestiere. Era diventato un… non so come definirlo, un… “Prolettore”, così si faceva chiamare. Alle sue riunioni nei migliori cine teatro di Torino non c’erano mai meno di mille persone. E tra una performance e l’altra che ti tirava fuori Pischetto? “Steella d’argeentoo-che briilli neel ciel…” Tutta rigorosamente “a bighìn”. Ovviamente. Grande Pischetto. Era veramente grande. Di una simpatia unica.

*

 

Alla prossima puntata.

Grazie dei commenti.

Paolo

Storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar (prima parte)

5 Aprile 2017 4 commenti

 

“E così la seconda storia che vi voglio raccontare…”

non è quella del pastore Serafino, come cantava il grande Adriano Celentano, ma quella di un gruppo di amici, un’unica “covata” di ragazzi di un quartiere di Torino che si chiama “Barriera di Milano”, nati più o meno tutti dopo la guerra, e cresciuti nel periodo che non esito a definire il più “entusiasmante” della storia di questo paese: senza guerra… senza fame… senza privazioni… pieno di opportunità e di speranza; per tutti. Un grande regalo fattoci dalla generazione precedente. Una generazione di uomini e donne generose ed instancabili. La mia riconoscenza verso quella generazione, la generazione dei nostri “vecchi”, è molto elevata.

Queste righe le dedico a loro, che ci hanno permesso quanto sopra, ed anche quanto sto per raccontarvi. Ovvero:

 

Storie da bar, amici da bar ed anche storie di viaggi con partenza da bar

(prima parte)

*

«Amici da bar» così definiva la signora Pia, mamma del mio carissimo amico Lorenzo, un certo tipo di amicizia. Un’amicizia non proprio vera. Non spassionata e disinteressata. Un’amicizia di comodo. Aveva ragione? Certo che lo aveva. O forse… Se non fosse che… Mi pare che…

Insomma, credo che poi, alla fine, le amicizie sono più o meno tutte così: amicizie da bar! Di altro tipo non ne ho trovate mai. Forse poche. E poi, in fondo, non mi sento di dire, oggi, a distanza di tanti anni dalla chiusura dei tanto vituperati bar, che quelli fossero luoghi di ricovero del più “bieco qualunquismo maschilista”, così come venivano etichettati in quegli anni, anni che furono definiti “gli anni della rivoluzione”, gli anni della… (non mi viene la parola) e quindi in definitiva gli “anni di piombo.” Nei bar, infatti, a parte qualche rara eccezione scaturita dalla follia di un fuori di testa un po’ troppo bevuto, non si studiava certo il modo migliore per fare la rivoluzione, e cioè, secondo “certi rivoluzionari”, il modo migliore per azzoppare un dirigente della Fiat o di ammazzare un carabiniere. E sì che proprio al bar, proprio al bar Adua, bar dietro casa mia, si trovavano, non di rado, Cavallero e i suoi compagni di ventura. Per chi non ne sapesse niente, Cavallero era il capo di una banda che ne fece di tutti i colori nei primi anni ’70: rapine, fughe, inseguimenti, sparatorie da far impallidire i Bonnienclaid americani. Non per niente ci fecero un film su quella storia. Ebbene, se su quella storia, in fondo “da bar” di barriera, ci fecero un film, io, sul bar Lux e sul bar da me frequentato fino al giorno prima di sposarmi, voglio raccontare una storia. O forse alcune storie: dipenderà da come mi “gira”.

Intanto, come premesso, ci troviamo a Torino; barriera di Milano; una “elle” tra corso Giulio Cesare e corso Novara, teatro di vicende storiche non da poco, di cui ho avuto già il piacere di raccontare. Di bar ne ho frequentati più d’uno da che, diventato grandicello, i “miei” allentarono e allungarono un po’ la stretta della corda che mi teneva vincolato ad un raggio di frequentazione non superiore ai 50 metri dalla porta di casa. Il primo, in corso Giulio Cesare angolo via Pinerolo, era un bar da bigliardo; anzi, un caffè, come si dicevano ancora in quegli anni, un caffè di quelli con la scritta: “CAFFE’ CON BILIARDO”. Qualche spiritoso, dopo averlo bevuto (il caffè), chiedeva alla padrona quando glielo avrebbero mandato a casa. Cosa? Il bigliardo, naturalmente.

Non lo frequentai per molto tempo, quel bar, che era troppo da vecchi, però lì imparai a giocare all’Italiana. Ci andavo nei pomeriggi doposcolastici col mio amico Mario, detto il “Neretto”, nonché il “Ric” e quindi “Mussù Goriziano”. Mario era così soprannominato per via del suo colorito, nonchè per via del suo cognome e quindi “Mussù Goriziano” per via della sua bravura al gioco alla “Goriziana”. Il gioco del bigliardo, per chi non lo sapesse, si divideva, almeno qui in Italia, sostanzialmente in due generi: all’Italiana e alla Goriziana. Il primo, almeno a quei tempi, era considerato un po’ meno difficile e complicato del secondo; il secondo era più da “professionisti”. Regole più sofisticate, tipo, i punti fatti “d’inculo” ovvero di “sponda” valgono doppio; il “castello” di 9 birilli, noi li chiamavamo “ometti”, contro i 5 del gioco all’Italiana, che rendevano più complicato “andare a biglia” per via della “messa” più facile e frequente, ovvero, l’impossibilità di poter conseguire la bocciata di “prima” e cioè senza dover ricorrere all’ausilio della sponda. Lo so che per chi non conosce il gioco, questa descrizione dice poco o niente, ma, d’altronde, né sono io un esperto, né tantomeno è mia intenzione prodigarmi nel tentativo di scrivere un manuale sul gioco del medesimo. E, inoltre, mi è giunto all’orecchio il commento di un “amico” che diceva: «Proprio lui parla… che di bigliardo…»

Verissimo! Io, semmai, sono stato più bravo nel gioco del “calciobalilla”, strumento immancabile nei bar, – almeno quanto il bigliardo, – al gioco del quale mi sono dedicato per anni all’oratorio della Pace, quand’ero “gagno”, acquisendo una notevole esperienza.

Il “calcetto”, anche così lo si chiamava il “calciobalilla”, – che, tanto per dire, credo proprio sia stato così nomato all’epoca di “quandoceraluicarolei” – però, era osteggiato dai giocatori di carte, che poi erano anche i più anziani, perché quelli esigevano il silenzio più assoluto intorno al loro tavolo da gioco. Chi si gioca il “grano” esige silenzio e concentrazione, mentre invece il calcetto… “tim pam tak patatrak gol!” e quindi… Ogni tanto i vecchi ci mettevano in riga.

Anche il gioco alla Goriziana era gioco da soldi. Ci si giocava un tanto al punto. Ovvero una, due, dieci lire per ogni differenza di punteggio tra il vincitore, primo al traguardo dei 200 punti conquistati, e il suo avversario perdente.

Io non ho mai amato giocare a soldi. I soldi non mi hanno mai attratto più di tanto, né allora, né tanto meno adesso. Mi servono, ovviamente per vivere e senza troppi affanni, e non sono certo l’ipocrita che… eccetera eccetera. Però, non ho mai giocato, né a bigliardo, né alle carte, per farmi dei soldi: l’ho sempre fatto per divertimento e, non di rado, per fare un po’ di casino.

Così, accadde che Dino, il barista del bar Lux di corso Novara angolo via Agliè, un giorno decise che avrebbe potuto fare a meno della mia presenza, e mi espulse senza tanti complimenti. Perché lo fece? Un po’ perché ero un casinista, ed anche perché io, come tanti altri senza mai un soldo, non consumavo mai una mazza; ma il motivo principale era, però, che Dino barista si era incaponito contro di me per una sciocchezzuola… una di quelle fanfaluche… una bagattella… un vizietto che ancor oggi non mi è passato, che mi… Insomma, il caro Dino mi aveva in uggia per via del soprannome che gli avevo rifilato: lo chiamavo, e lo si chiamava noi ragazzi, di nascosto, mica apertamente, – che Dino era un omone robusto e severo, – Bu, il prefisso Bu, che qualcuno anteponeva al vero nome, Dino. Ragion per cui: «Bu!» faceva qualcuno; «Dino!» faceva qualcun altro, un «crodino!». Va da sé che la cosa dovette giungere a conclusione. E mi andò bene che la conclusione si limitò ad essere l’espulsione, lo sfratto, la messa al bando, se vogliamo usare accostamenti più… come dire… più blasonati, l’esilio.

Espellere un elemento di una nutrita cricca di inseparabili amici è una sciocchezza che si ritorce a tuo sfavore, se fai il barista. Meglio sopportare uno che non “consuma” ma che è amico di tanti amici, che non subire le conseguenze che tale “leggerezza” comporta. Io, infatti, cambiai bar, ma con me lo fecero anche tutti i miei amici e molti di coloro che erano amici dei miei amici.

Il nostro nuovo ritrovo divenne il Bar Grazia: corso Giulio Cesare angolo via Leiny, proprio di fronte all’edicola di Bruno “l giurnalè”.

A questo punto devo aprire una necessaria parentesi.

Bruno era un omosessuale. Una persona simpaticissima con uno spiccato senso della battuta e dello “umor”. Tutti lo conoscevano, e lui tutti conosceva, con quel “kiosco” messo proprio lì in quel punto dove, a detta dei vecchi della zona, un tempo c’era la fermata del trenino per Leiny, trenino ormai, e già, a quei tempi, da tempo scomparso. Bruno, purtroppo, anche lui scomparve qualche anno fa, vittima di un omicidio. Una cosa terribile dei cui particolari preferisco non parlare, cosa però che, ta le tante disgrazie, ebbe pure quella di accadere in corso Giulio Cesare, – più o meno in faccia alla chiesa della Pace, – dove il povero Bruno abitava.

Le funzioni religiose, se occorre che lo dica, si tengono nella chiesa della parrocchia di cui fai, o facevi parte. E, ovviamente, anche la messa di addio per il funerale di Bruno doveva tenersi alla chiesa della Pace, chiesa della omonima parrocchia. Ma, al momento di celebrare la funzione, il parroco, un tale don Qualcosa, di cui non merita nemmeno citarne il nome, si rifiutò di celebrare il dovuto offizio, in quanto non ritenne degno di carità cristiana il nostro povero Bruno. Non l’avesse mai fatto. Si scatenò una mezza rivoluzione.

I preti della suddetta parrocchia sembra che ce l’abbiano nel “dienneà” il vizio di esporsi ed esporre la popolazione ad atti rivoluzionari. Più o meno cent’anni prima si era scatenata la rivoluzione dei “Giorni d’agosto”, evento di cui ho parlato in altro racconto, racconto che, spero presto, rari lettori, avrete possibilità di leggere in questo Blog.

Alla fine tutto si aggiustò. Intervennero preti di maggior autorità e tutto si concluse nel migliore dei modi. Se così si può dire di un funerale.

A questo punto, divagazione per divagazione, voglio raccontarvene un’altra in tema di omosessuali. Quando facevamo già le superiori, sempre squattrinati, c’ingegnavamo, il mio carissimo amico Raffaele ed io, nel cercare qualche lavoretto per racimolare la “millelire”. Diventammo “rappresentanti”, in seconda, che il vero rappresentante era un altro, di una famosa casa editrice che produceva un’enciclopedia dell’arte. Giravamo, a piedi, per tutta Torino, bussando ad ogni porta: «Siamo due rappesentanti della …rzanti» dicevamo.  Ne vendemmo una sola. Ad un’amica, la cui madre era la titolare delle Poste in largo Palermo. La “provvigione” dobbiamo vederla ancora adesso. Poi, dopo essere passati per altre consimili poco redditizie esperienze, ce ne inventammo una forte come l’aceto.

*

La Standa di corso Giulio Cesare, specialmente il sabato pomeriggio, era sempre strapiena. I carrelli della spesa non facevano in tempo a sistemarli che erano di nuovo in mezzo alle palle. «Ci vorrebbe qualcuno che…»  ci dicemmo io e Raffaele. Andammo in Direzione, esponemmo il “progetto” e ci affidarono l’incarico, senza indugio. Il sabato pomeriggio avremmo aiutato le cassiere al banco a confezionare i sacchetti, quindi avremmo raccolto e riposto nel loro “garage” i carrelli, quindi avremmo, cosa questa meno piacevole, collaborato a fare le pulizie del magazzino dopo la chiusura. Una figata unica. Ci davano 500 lire per la mezza giornata, che era più o meno la metà della metà della paga giornaliera di un operaio, ma, cosa assai più importante, era che tiravamo su anche più o meno altrettanto di mance. Come? Aiutando le cassiere a riempire i sacchetti dei clienti. Ebbene, direte voi?

Dunque. Intanto il cliente andava squadrato e doveva avere un carrello bello pieno. Se così era, allora «Ha la macchina?» domandavamo. Se la risposta era sì, cercavamo di confezionare un mumero incredibile di sacchetti, sacchetti di allora, che erano di carta e che stavano in piedi pure da soli, di modo che il povero cliente, vistosi incasinato, non potesse rifiutare l’offerta. Quale? «Vuole che l’accompagni alla macchina?» La risposta era ovvia. «Sì! Grazie!» E ci scappava la “cinquantalire” di mancia. A fine giornata, contavamo tre, quattrocento lire di mance, che, aggiunte alle 500 di paga, erano un bel guadagno. Troppo bello. Troppo bello al punto tale che non appena si venne a sapere… C’era la coda alle due del pomeriggio dietro la porta della direzione Standa, per fregarci il posto l’uno con l’altro. E poi dicono che la classe operaia…

Ma cosa centra, vi state domandando a questo punto, il discorso “omosessuali”?

Ebbene, siccome Standa in prima persona non poteva che offrire due posti di lavoro, non so bene come accadde, ma accadde che…

C’era alla Standa, che raccattava i cartoni degli imballi, un tale Giuanin, un vecchietto più o meno dell’età mia, adesso che sto scrivendo, il quale, avendo visto “tanto bendidio” tanti bei ragazzi in cerca di occupazione…

Qualcuno prese ad essere occupato anche presso di lui a raccogliere cartoni. Non accadde mai nulla a nessuno, come qualcuno starà pensando, che eravamo ormai grandicelli e abbastanza smaliziati per non farci mettere le mani addosso. Sennonchè, il Giuanin, che sembrava un placido vecchietto, col “vizietto”, questo sì, ma comunque calmo e non invadente, una sera di alcuni anni dopo…

Eravamo seduti sulle panchine del controviale di corso Novara, nel tratto prospiciente il bar Lux, tra questo e la casa di Galliano, altro mio amico. Ebbene, si era seduti lì sulle panchine a fumarci la nostra immancabile sigaretta, quando a Lorenzo non viene in mente di andare a rompere le palle a Giuanin, che abitava anche lui in un caseggiato lì di fronte?

A fare che, da Giuanin? Niente. Semplicemente a rompere le palle. Forse a “battere” qualche sigaretta.

Ci va Lorenzo e forse un altro insieme a lui, non ricordo bene. Mario, Galliano, Poncino, Fifì, io e forse qualche altro ancora, restiamo fuori. La sera è stupenda. Una di quelle sere d’estate che invita a stare seduti sulle panchine a raccontarsi cazzate e a godersene di racconti di cazzate. Alle nostre spalle, corso Novara. Passa una macchina ogni tanto. Fa un po’ d’aria fresca. Oltre, verso “portapila”, la Benedetto Croce, la nostra vecchia scuola media. Oltre ancora, i “giardini del Toro”. Ci abbiamo passato un sacco di anni a giocare al pallone. E non solo. Al mattino, prima di entrare in classe, eravamo quasi tutti sulle panchine, indaffarati a copiarci i compiti l’un l’altro. Compiti a casa? Mai fatti. Perlomeno a casa. Il pomeriggio? a tirar calci al pallone, quando non c’erano le giostre. Già perché ogni anno, mi sembra a Carnevale o giù di lì, venivano le giostre e occupavano tutto lo spazio libero. Qualcuno se la prendeva. Io no. Non me ne fregava più di tanto del pallone, anche perché…

Un anno, credo che fosse il ’62 o il ’63, tra i vari baracconi dei giostrai, tra quelli che stanno a lato dell’immancabile autoscontro, una visione.

Capelli chiari quasi biondi. Occhi castani. Bella da impazzire, stava nel baraccone di un tiro a segno, col padre e con la madre, ovviamente. Si chiamava Aldina. Ce ne innamorammo quasi tutti. E tutti diventammo frequentatori del tirassegno.

Col tempo diventammo amici. Ci frequentammo. Forse era un mezzo filarino. La sera ci tenevamo delle ore al telefono. Ci scrivevamo lunghe lettere. Era bella, simpatica, intelligente ed istruita. Leggeva, senz’altro più di me. Il nostro libro galeotto fu “Le petit prince”. Poi un giorno sparì. La rividi qualche anno dopo all’Alfieri che recitava in “Hair”, il musical che tanto affascinò la mia generazione. Aldina era un’attrice. Più avanti nel tempo, lessi il necrologio della sua scomparsa sul giornale. Mi scappò qualche lacrima.

Ma per tornare alle cazzate sulle panchine, ecco che, dopo qualche minuto vediamo Lorenzo, che tra l’altro era soprannominato Figgeu, per via del fatto che aveva un fratello a Genova, uscire di corsa come una scheggia dal portone dove stava Giuanin e il medesimo Giuanin dietro di lui, incazzato e sbraitante come una bestia, un pugno levato al cielo che brandisce una bottiglia, o forse un vaso da notte, e l’altro che si tiene su le brache; in ciabatte e canottiera. «Mi ta sciapu la testa!» urlava come un ossesso; «ta sciapu la testa!» Se lo prende, il buon Lorenzo, lo manda all’Astanteria Martini. Ma Lorenzo, fortuna sua, era, ed è, uno spilungone con due lunghe leve che gli permettono di seminare il vecchio Giuanin. Ma cosa aveva fatto il buon Figgeu di tanto grave per indurre il vecchio Giuanin a simil reazione?

Niente. O meglio, una sciocchezzuola. Quando lo incontriamo, una mezzoretta dopo, e ben distante dal luogo del fattaccio, ci racconta che non aveva fatto altro che bussargli alla porta. E l’altro, chissà cosa stava facendo… e chissà chi pensava che fosse… fatto sta che se la prende a morte. E comunque Figgeu non è mai stato un cuor di leone. Poteva affrontare Giuanin e farlo ragionare e invece… Vi racconto anche questa.

Dunque, una sera si va a mangiare a Rivodora. Siamo, come sempre, almeno una mezza dozzina di ragazzi. Si va su con tre macchine. Rivodora è una frazione sulla collina dietro San Mauro a cavallo tra il Torinese e il Chierese. D’estate, quando a Torino “sa sciopa ‘d caud”, là si gode una notevole frescura. Ebbene, a Rivodora c’è un ristorantino con un bel dehors sotto le piante e il gioco delle bocce. Il dehors ha un piccolo inconveniente… per il proprietario, che è sistemato oltre la strada che passa proprio davanti all’ingresso del locale. Comunque si sta bene. Macchine di sera ne passano poche e i camerieri non devono fare lo slalom, come ho visto in altro luogo. “Bel fresch! Sa sta bin! ‘S mangia bin e ‘s’paga…”

Le macchine sono parcheggiate una cinquantina di metri prima del locale, lungo la strada. E lì sistemiamo anche le nostre. Finito di cenare, dopo il caffè, qualcuno, forse Mario, si alza per andare a fare pipì tra le ortiche. Qualcun altro fa altrettanto. Di sera e con il fresco è più bello fare pipì all’aria aperta che non nei cessi dei locali, che tanfano un po’ tutti di “roba” stantia. In certe circostanze non solo non si parla, e non mi riferisco a quando si fa pipì, ma basta un’occhiata. Un’occhiata che da uno passa all’altro. In un baleno siamo tutti in macchina a rotta di collo verso il “Toro”.

Al bar le tre auto arrivano una dopo l’altra con un breve intervallo. Scende il Ric, scendo io, scende Liviasu, scende Poncino, scende qualcun altro che non ricordo… e Figgeu? E Fifì? Non la faccio troppo lunga, ma il figlio d’indrocchia, non faccio il nome, che li aveva con sé se li era semplicemente “dimenticati”. Eh no! Così non si fa! Non va bene! Ritorniamo su a prenderli.

A un paio di kilometri dalla vetta dove sta il ristorante, scorgiamo due ombre camminare furtive e buttarsi nei fossi ad ogni rumore d’auto. Sono loro, Fifì e Lorenzo, che se la stavano facendo a piedi, e qualcosa forse anche nelle mutande.

Lo so che è una storia un po’ da stronzi. Ma che ci volete fare, d’altrode nessuno è perfetto, lo dice anche Osgud, l’amico di Geklemmon nel film… film… film che non mi viene il titolo, però lo stesso parecchio divertente.

*

Fine della prima puntata.

A fra qualche giorno.

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Riciau! Come diceva quella canzone di Gloria Gaynor… “reach out i’ll be there…”

Paolo