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Archivio per la categoria ‘– SCRITTI SGRAFFIGNATI – Ovvero: “non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”’

31 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXI

22 Luglio 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXXI 

* 

CUI DÌ D’AGUST

 (Prima stesura 2008)

 

LÀ DOVE C’ERA L’ERBA… 

«Là dove c’era l’erba…» cantava Celentano, – spero non me ne voglia se, amabilmente, lo cito, – con la nostalgia del “bel tempo che fu” di cui ho già parlato. Ma il “bel tempo che fu” non era poi così bello ed esaltante come lo descrivono i poeti. Le fogne, intanto, sono cose da quartieri ricchi e, pensate, ad esempio, che in questa zona, in corso Vigevano, appena oltre la Reale Strada d’Italia, vi è la bocca di una fogna, a cielo aperto, dove vengono scaricate botti piene di liquami prelevate ai pozzi neri, che sono i luoghi di raccolta degli scarichi dei cessi delle case. I liquami non vengono svuotati col cucchiaino, no, ma rovesciando le botti che spandono merda ed altro pure peggio, dentro e fuori destinazione. La puzza è soffocante e non dà tregua né di giorno e né di notte, né tantomeno a Pasqua a Natale e nelle altre feste comandate, sia d’inverno che d’estate, quando, oltre al fetore insopportabile si aggiungono sciami di agguerritissime zanzare, che facevano sembrare grassi anche i poveracci meno in carne. E di queste delizie ve ne sono disseminate un po’ dovunque “là dove c’era l’erba.” 

 

 E le strade, che dire delle strade, che quando pioveva o nevicava diventavano fangose da risucchiarsi ogni tipo di scarpa, mentre d’estate diventavano vere e proprie fabbriche della polvere, polvere che mista alla fuliggine delle ciminiere si infilava dappertutto, nei nasi come sui banchi dei mercati e sulla roba stesa ad asciugare, nonché nelle mutande di quei pochi che le avevano. Ah, il bel tempo che fu… che nostalgia! Che nostalgia per l’assenza delle lavatrici e dei detersivi che inquinano il mondo, quando le donne si spaccavano la schiena a fare il bucato lungo i fossi! Senza detersivi e lavatrici i panni vanno insaponati, strofinati e poi torti e ritorti e poi magari ancora sbattuti con forza sulla pietra, come e al posto della centrifuga. Poi al termine delle operazioni vengono sistemati in una bacinella, spesso di legno ben pesante, e riportati a casa ad asciugare, in genere nel cortile o sul terrazzo della stessa, oppure nei prati non distanti, dove però andavano tenuti d’occhio giorno e notte, pena il loro involamento. Non c’era bisogno delle palestre a quel tempo. No, non ce n’era. E le donne erano forti e robuste. Quelle che sopravvivevano a tisi, tubercolosi ed altre terribili malattie, che non sto a dire, perché oltre non m’intendo. 

  

A Bertolla, ad esempio, un borgo a un tiro di schioppo da Torino, lungo il Po, le lavandere sgobbavano 15 ore al giorno e per due soldi a strofinare, insaponare, sbattere e ritorcere e quindi a rimettere insieme, ordinando cliente per cliente i loro panni sporchi ripuliti. 

Poi, grazie alla guerra e alla “Mobilitazione Industriale”, le donne vennero impiegate in fabbrica al posto dei mariti a far proiettili che avrebbero ammazzato i mariti di altre lavandaie a loro volta impiegate a far proiettili atti ad ammazzare i loro, e la loro fatica venne trasferita a beneficio dell’amor di patria e dei padroni del vapore, con gran sollievo dei pidocchi e del sudiciume, che si fecero ogni giorno più invadenti.

«Va ‘n Bertula!» si diceva fino a non molto tempo fa, in senso di dileggio, tanta era disperata la vita in quei paraggi.

Vedete come venivano descritti i luoghi e gli abitanti dei medesimi dall’esimio Pietro Abate Daga nel suo “Alle porte di Torino. Studio storico-critico dello sviluppo, della vita e dei bisogni delle regioni periferiche della città” del 1926: 

«La categoria dei lavandai è costituita da due centinaia di famiglie con circa un migliaio di persone. A queste spetta veramente il merito della tradizione che caratterizza il paese. Esse ne sono quasi gelose. Difficilmente i giovani contraggono matrimoni fuori del loro ambiente.»

«Né è il caso qui di ricordare che di Bertolla fa anche parte un piccolo gruppo di abitazioni, vere tane scavate nella sponda della Stura, coperte di latte da petrolio, in cui conducono una vita da trogloditi poche famiglie. Non può questa eccezione, questa anormalità, informare un giudizio sulle condizioni generali della regione. Gli stessi abitanti di Bertolla hanno dimostrato di ripudiare questi ribelli alla civiltà. Al piccolo nucleo di quei tuguri è stato dato dal popolo il nome di “Borgo Napoli”, come ad indicare che quella è gente forestiera, non gente propria.» 

Già. Gente forestiera. Non gente “propria”.

 

  

*

 

LA CHIESA DI SAN BERNARDINO 

Giovedì 23 agosto. Lo sciopero oramai ha assunto carattere generale. La sommossa pure. Non c’è luogo della città dove non ci siano fermenti e scontri. In piazza Carlo Felice i dimostranti spaccano, e non è la prima volta, i vetri del caffè Ligure, certo, punto di ritrovo di personaggi che probabilmente poco fanno per farsi amare dalla classe operaia. In piazza Statuto la polizia spara. Ci sono dei feriti. E ci sono scontri e disordini dappertutto. In borgo San Paolo la folla, si parla di 5000 persone, dà l’assalto alla chiesa di san Bernardino in quella via Villafranca che oggi è via Di Nanni, per vendicare il pestaggio attuato poco tempo prima dai frati, nei confronti di due ragazzini presi a maroda, rubare la frutta, nell’orto della parrocchia. E non solo li hanno picchiati e fustigati, ma li hanno marchiati a fuoco sulla testa col segno della croce. Ed è vero. Ma è anche vero, si dice, che i buoni fraticelli nascondono un deposito di materiale militare, armi e “quant’altro”, dove il “quant’altro” sono notevoli scorte alimentari, nei sotterranei della chiesa. Allora i dimostranti entrano, si pigliano le quattro pistole arrugginite che trovano e il “quant’altro” e poi distruggono il deposito dandogli fuoco. Interviene l’esercito. Ci saranno due morti. 

  

E gli scontri crescono di numero e di intensità dovunque. E ci sono ancora morti, feriti e decine di arresti.

L’intento dei rivoltosi è di penetrare nel centro città, dove dovrebbe avvenire il ricongiungimento dei due gruppi più importanti, quelli di borgo San Paolo e la barriera di Nizza con quelli di barriera di Milano e borgo Vittoria. Inoltre, in centro ci sono i punti nevralgici del potere, il Municipio, la Prefettura ed altri uffici, bersaglio primo di ogni rivoluzione. Ma la nostra, purtroppo, non è una rivoluzione, è solo una sommossa, come viene unanimemente definita da coloro che si sono interessati ed hanno raccontato gli avvenimenti. E le sommosse, ahimè… 

*

 

BARRICATE

 

La città a questo punto viene tagliata in due dalle forze di polizia e dall’esercito proprio per impedire l’intento dei rivoltosi. Una massiccio sbarramento circonda il centro città. Ci sono Alpini, Carabinieri, forze di P.S. e persino allievi ufficiali del Genio, travestiti da soldati semplici. I rivoltosi tentano lo sfondamento in via Garibaldi, in piazza Statuto, in Corso Ponte Mosca. Inutile. Soldati e polizia sono attestati un po’ dovunque. Ci sono in corso Vercelli angolo corso Emilia. Ci sono sul corso ponte Mosca e al passaggio a livello di corso Regina Margherita. Hanno messo una mitragliatrice in piazza Peschiera (oggi piazza Sabotino), un’altra è allo scalo merci in corso Vercelli angolo via Desana. Sono persino appostati sui tetti in via della Consolata.

E allora i rivoltosi a questo punto si arroccano sulle barricate costruite nottetempo. Le più importanti sono in “Barriera di Milano” o in prossimità di essa e in via Nizza più o meno all’angolo con via Busca, nei pressi dell’attuale rione del Lingotto, ma sono completamente prive di collegamenti e comunicazione tra loro. Il generale Sartirana, che dirige le operazioni antirivoluzionarie, ha impedito persino la circolazione delle biciclette.

La prima barricata, su corso Principe Oddone all’altezza del passaggio a livello di corso Regina Margherita, blocca la ferrovia per Milano. Una seconda, di traverso a corso ponte Mosca, blocca l’accesso stradale più importante al rione operaio. Una terza, la più notevole, nei pressi della Fiat, posta tra corso Vercelli e via Carmagnola, è una vera barricata fatta, si dice, da esperti. Infatti non è una semplice ammucchiata di mobili e cianfrusaglie, ma una vera e propria costruzione realizzata con i binari divelti della ferrovia, alcuni carri ferroviari rovesciati e una notevole quantità di alberi abbattuti, ahimè, nel corso Vercelli, tant’è che ancora oggi il medesimo ne è completamente spoglio. In “Barriera di Milano” gli “esperti” sono in gran parte anarchici. Frequentano la “scuola moderna” in corso Vercelli, non distante dal circolo socialista di piazza Barriera di Milano, l’odierna piazza Crispi. Li frequentano in molti, l’uno e l’altro, senza  arroccamenti, sia socialisti che anarchici, allora ancora uniti sul fronte della rivoluzione proletaria. E tra loro, usando mille e più precauzioni per non essere vista e non farlo sapere ai suoi genitori, c’è anche la nostra Jucci. 

* 

PARTENZA DI LICE 

Intanto, qualche mese prima che scoppiassero i tumulti, siamo ancora a gennaio, sopraggiunge un fatto triste ed angoscioso per i Magnone, una vera doccia fredda: il Lice viene richiamato.

Il governo, insensibile alla fame e alla povertà della povera gente, accoglie di buon grado questa volta le grida e le proteste di quanti, soprattutto contadini e disoccupati, imprecano contro gli “imboscati”. Gli imboscati sono coloro che in virtù di qualche scappatoia elargita da amicizie altolocate, sono riusciti a non farsi mandare al fronte. Sono i soliti furbi appartenenti alle classi agiate e alla nobiltà. Rampolli di “buone casate”, fannulloni e scansafatiche e persino ufficiali del Regio Esercito, fatti passare per tecnici specializzati e ficcati nelle officine a instaurare quel clima militaresco e tutta la relativa vergognosa disciplina militar-repressiva, che caratterizzerà ancora per lunghi anni i rapporti gerarchici nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro. Tra questi, purtroppo, vengono considerati tali, e non senza ragione dal punto di vista di coloro che combattono, anche gli operai che, “militarizzati”, sono indispensabili alla necessità della produzione bellica e che, quindi, non solo non vanno al fronte, ma possono contare su un salario, quel salario che manca a gran parte del paese. Sono gli “operai specialisti”, gli esonerati con tanto di fascia tricolore, i componenti della cosiddetta “aristocrazia operaia”. Chi è senza lavoro e non ha da mangiare, purtroppo, considera un privilegiato chi solo sta un po’ meglio di lui. E tra questi, a protestare, in massima parte ci sono i familiari di quei contadini meridionali, spediti in prima linea a conquistare terre, che non sanno manco dove sono. È da quando è iniziata la guerra che vengono elevate e indirizzate proteste in tale senso. Niente di meglio per il potere. Niente di meglio che dirottare verso “falsi scopi” il malumore e il malcontento della gente. E così finisce che Lice viene spedito al fronte.  

A Porta Nuova le lacrime delle tante povere donne e di tanti altri poveri figli sommergono quelle della Nesta, della Jucci e del povero Brunetto. 

 - Mama, a l’è nen giust! ‘ntucava mi ‘ndè al so post! -  (Mamma,) dice piangendo il ragazzo, (non è giusto, dovevo andare io al suo posto!). Nesta lo guarda piena di dolore e di rabbia mettendogli la mano sulla bocca. – Sta ciutu fulatun… ciutu… – (Sta zitto scioccone… zitto…)

Brunetto ha parlato col senno dei ragazzi. E il senno dei ragazzi è insufficiente, troppo spesso ingarbugliato da altri sentimenti. Forse l’ardore per l’azione bellica. L’eroismo. Quel sentimento così insistentemente insinuato nelle giovani menti dai professionisti del guerrafondaismo, che tanto assilla il cuore delle povere Erneste, non solo d’Italia, ma di tutto il mondo. 

Partita, la tradotta, non si fermerà che al Piave, come dice la triste canzone del tempo. E al Piave giungerà il nostro povero Lice, uomo di quasi quarant’anni, che all’epoca erano un’età… come dire… insomma non più da ragazzi come invece è oggi. 

Jucci è straziata dal dolore e dalla rabbia.

- Mama… l’è ura ‘d fè quaicos… ‘D bugese… – (Mamma è ora di far qualcosa… di muoversi…)

Nesta la prende per il braccio, la volta verso l’uscita, le mette lo scialle sulla testa, poi le si pone di fronte:

- Fè, cosa? Fese masé, le son che’d veule? Cita, vardme bin… - (Fare cosa? Farsi ammazzare, è questo che vuoi? Bambina, guardami bene…) le dice fissandola negli occhi.

- Ma mama…

- Ciutu. Sta ciutu. E da adess an avanti frequenta pi nen qula banda ‘d falabrach.  (Zitta. Sta zitta. E da adesso in avanti non frequentare più quella banda di squinternati.)

- Mama…

- Ciutu. E adess anduma a cà. – (Zitta. E adesso andiamo a casa.)  

Nesta non piange. Sa che non può farlo. Adesso è lei che deve tenere in piedi la famiglia. E poi ha già versato troppe lacrime da quando è nata. Ha pianto nel ’12 per il fratello sperso in Libia; ha pianto per il padre caduto da un’impalcatura. Un tempo le lacrime delle donne erano all’ordine del giorno; come le morti di parenti e amici cari.

La banda di “falabrach”, cui si riferisce Nesta, è la “scuola moderna” in corso Vercelli, di cui abbiamo parlato. Nesta, da madre con la testa sul collo, sa che aria si respira in quegli ambienti. Sa che la polizia li tiene sotto controllo ad uno ad uno e sa anche che basta un nonnulla per finire in mezzo ai guai. Inoltre, sa che la Jucci è corteggiata da un frequentatore del circolo, un giovanotto simpatico e di bella presenza, ma che, oltre ad avere il difetto di essere un anarchico è anche un meridionale. Cosa questa che lo renderebbe doppiamente inaccettabile, specialmente agli occhi del padre della Jucci, il nostro Lice. Come fa Nesta a sapere tutte queste cose? Semplice, ha il suo “servizio informazioni”. Servizio di cui anch’essa fa parte. Ne fa parte come tutta la generazione di quel tempo che è “genitrice” e che ha il compito di gestire un controllo speciale sui propri figli. Un adulto padre di famiglia sa che può esercitare una certa autorità su un giovane qualunque, anche se non lo conosce, sempre che non appartenga a quelle bande di teppisti di cui abbiamo parlato, per il semplice fatto di essere un adulto, e sa, soprattutto, che nessun giovane e nessun genitore di quel giovane si ribellerà ad un rimprovero ricevuto, o fatto al proprio figlio, colto in atteggiamenti poco consoni al criterio educativo del proprio contesto sociale. Ecco quindi che nei quartieri operai, dove la solidarietà tra vicini è sentitissima, dove spessissimo per necessità una madre accudisce ai figli di una vicina e viceversa, dove abitualmente ci si presta il pane (quando c’è) e dove si ha la meravigliosa abitudine di raccontarsi, seduti nel cortile le sere d’estate, storie, confidenze e nostalgie, ecco che in questi luoghi e tra questa gente non ancora imborghesita e istupidita dai mezzi di “comunicazione” moderni, il controllo sociale ha una funzione educativa importante, quella funzione educativa di “classe” che il sistema di potere borghese col tempo ha fatto sua, imponendo alla classe operaia i suoi “valori”. In questo modo, quindi, Nesta sa cosa fa e chi frequenta la sua Jucci. I padri, in genere, non vengono informati, se non quando si tratti di assumere atteggiamenti maggiormente autoritari. Di fatto, quando è il momento di usare la cinghia. Quella benedetta e dannatissima cinghia così fortemente presente nel costume e nel lessico delle classi subalterne. “Tirare la cinghia…” “La cinghia di trasmissione…” “Assaggiare la cinghia…” e via discorrendo.

 

*** 

Fine della settima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXI di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

* 

ciao a tutti da

Paolo

*

Alla prossima puntata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXX

19 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

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                      PARTE XXX                 

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CUI DÌ D’AGUST

 (Prima stesura 2008) 

* 

 

MANGIATEVI I BISCOTTI 

Dalla Barriera di Milano intanto è partita una delegazione per chiedere provvedimenti al sindaco, tale barone Leopoldo Usseglio da… non me lo ricordo. Il barone promette, ma è poco convincente, lui è abituato a ben altri interlocutori, tant’è che, proprio in zona Municipio…  

  

«Una lussuosa automobile» – riferisce Paolo Spriano nel suo bellissimo “Storia di Torino operaia e socialista” – «proveniente da via Milano», finisce imbottigliata dalla folla. L’autista in livrea chiede spiegazioni. La gente risponde che protesta per il pane. Dall’interno dell’auto qualcuno rievoca la battuta di Maria Antonietta: «Tanto chiasso per del pane? Se non c’è pane mangino biscotti!» È una battuta destinata a scatenare rivoluzioni. Lo tengano a mente i ricchi e stupidi borghesi, per il futuro. E allora la folla provocata s’incupisce. L’auto prende qualche spallata ed un calcione. Il clackson fa «gru gru». Il suono è buffo; «gru gru», ancora «gru» come il verso di un tacchino innamorato; d’n pitu ‘namurà, si direbbe in piemontese. La folla è sensibile alle cose buffe e cambia umore. Si gira intorno. Là c’è un falegname. Qua un colorificio. Là una ferramenta. Un’officina. Un negozio di bottoni. Una modista. Un tabachin. Niente, niente che… Improvvisamente gli occhi convergono in simultanea verso un punto ben preciso, un’insegna color crema con la scritta cioccolato, dove stanno scaricando un camion pieno di biscotti.  

«PASTICCERIA» dice l’insegna. È  un invito a nozze. La folla vi ci piomba. Gli scatoloni volano in pezzi. «Questa volta i biscotti ce li mangiamo noi,» grida a gonfie gote, «non solo i ricchi!» La miccia è accesa. Poi una sassata spacca una vetrina. Poi ancora una e ancora un’altra e ci sono tafferugli. Vengono fermati  tram ed altri mezzi. E dal centro i tumulti dilagano in periferia, dove i negozi sono più di cose da mangiare. Salumerie. Tripperie. Pastifici, drogherie ed altre cose mai potute avere. E ovviamente ci sono anche scontri con la polizia. Il clima diventa incandescente. Ma cala la sera e col buio e un poco di frescura, torna la calma. Una calma del tutto apparente, però, perché gli operai non si presentano al turno di notte. Si va preparando qualcosa di grosso nelle “barriere”.

  

 

NOTTE

  Le vie sono deserte. Una lanterna spunta in fondo a via Carmagnola. Un fischio né forte né lieve. Tre sagome avanzano da corso Ponte Mosca. Incrociano la piccola via.

Le ombre sobbalzano al ciondolare della lanterna.  Tacchi di scarpone incidono la losa. “krick krick krick”.È una ronda. Al suo passaggio tutto improvvisamente tace e la notte scura riprende il sopravvento. Scura. Soave, ma carica di tensione. Soave e tesa come le notti che precedono le burrasche. Intanto i cuori pulsano forte. L’ansia è forte. Poi la ronda passa oltre l’angolo; un ultimo bagliore e anche la lanterna si inabissa e svanisce nell’oscurità possente. Allora ancora il fischio né forte né lieve. E si riprende. Si riprende a divellere le rotaie del tram e della Ciriè-Lanzo, la piccola ferrovia extra cittadina. Si abbattono gli alberi e s’innalzano barricate. Domani dovranno essere pronte, perché domani, giovedì 23 agosto 1917, dovrà accadere qualcosa di speciale. 

* 

TORINO E BARRIERA DI MILANO 

All’epoca dei fatti che stiamo narrando, Torino è già una bella città ampia e spaziosa, schierata lungo il Po che, giungendo da sud, scorre ai piedi delle colline in direzione nordest, scrivendo una serie di “esse”. In questo suo cammino il grande fiume riceve due affluenti nella sua sponda sinistra; la Dora Riparia che giunge da ovest, dalla val di Susa, e, più a nord, la Stura, che proviene dalla val di Lanzo, più o meno da nord-ovest. Nello spazio delimitato tra i tre fiumi e poi dalla campagna, stanno le borgate Montebianco e Monterosa, che formano il quartiere chiamato “Barriera di Milano”. A sud, a mezzogiorno della Dora stanno il “centro”, al cui fianco sinistro, al ponente, sta il Borgo San Paolo, e quindi, ancora più a sud, il quartiere Nizza, anch’esso chiamato barriera, “barriera di Nizza”. Le “barriere”, che diventeranno soprattutto poi i quartieri degli operai, presero il nome dalle porte di accesso alla città, disposte lungo la cinta daziaria che la racchiudeva, cinta fatta costruire nel 1853 e poi modificata nel 1912. 

  

La “Barriera di Milano”, intesa quindi come quartiere, si è formata parte dentro e parte fuori delle mura, a cavallo della suddetta cinta. Per quanti non lo sapessero, il dazio era una gabella, ancora in vigore, se pur non molto rispettata, sino agli anni ’60 del ‘900, in ragione della quale era dovuta una tassa per ogni merce in ingresso alla città. Chi scrive se li ricorda i fabbricati del dazio negli anni di cui sopra, e ricorda anche i racconti di gente che si vantava di averla fatta franca per aver portato “di contrabbando” una gallina, un paniere di uova o due pintun di grignolino. Operazioni fatte a rischio e pericolo di essere scoperti e finire magari in gattabuia, quando, a pochi metri di distanza, fior di galantuomini già stavano massacrando il paesaggio con i loro casermoni legalmente semiabusivi. 

Comunque, ancor fino al 1912, cinque anni prima dell’epoca dei fatti che stiamo raccontando, la “Barriera di Milano” era la porta di accesso alla città, situata sull’asse viario “Reale Strada d’Italia” – “Strada provinciale per Milano”, (ora entrambe corso Vercelli) in piazza “Barriera di Milano”, quella che oggi è piazza Crispi. A ponente e ad levante della “Reale Strada d’Italia” e quindi della “porta/barriera di Milano”, collocati internamente alla cinta muraria vi erano, e vi sono ancora, il corso Vigevano e il corso Novara, che collegavano rispettivamente la “Barriera di Lanzo”, dirimpetto alla stazione Dora, e la “Barriera ponte Mosca”, sull’omonimo corso, (ora corso Giulio Cesare) così chiamato dal nome dell’ingegnere che progettò e costruì il ponte sulla Dora poco distante. La cinta muraria e la Strada di Circonvallazione posta al suo esterno, che la fiancheggiava, proseguivano quindi lungo corso Novara e giungevano fino al Po, argine naturale a completamento della stessa.  

Mi scuso con il lettore, in particolare con il lettore che non conosce la città, per questa pesante descrizione di luoghi a lui estranei, che certamente vorrà saltare a piè pari, ma la cosa mi è parsa necessaria, intanto per dare a chiunque l’immagine di una città chiusa, una città quale era, capitale d’Italia, racchiusa da mura che dovevano in qualche modo difenderla, non tanto dai ladri di galline e dai contrabbandieri di barbera, ma da minacce ben più forti ed incombenti, tanto poco sicuro doveva essere ancora il sentimento dei regnanti, che quel regno, conquistato con la baionetta del bersagliere, fosse così unito come i libri di scuola, oggi come ieri, ci fanno credere. Non a caso il Regno si dichiarò neutrale allo scoppio della guerra nell’agosto 1914. Non a caso il sindaco di Torino di allora, il liberale Teofilo Rossi, rivolgeva alla città l’auspicio del Sovrano «… che è necessario che di fronte al pericolo grave che minaccia regni fra di noi fermezza, calma e concordia. Tutti i partiti devono essere uniti in questo supremo momento, deve tacere ogni voce di dissenso fra di noi» che esprimeva più che una vocazione pacifista, che i Savoia non hanno mai avuto, tutta la preoccupazione, l’ansia evidente di chi teme di perdere con la violenza ciò che con la violenza è stato preso. E non va poi dimenticato il clima piuttosto “rovente” che ha accompagnato il giovane regno fin dalla sua nascita, culminato con “la settimana rossa” quando ad Ancona, nel giugno del ‘14, durante un comizio, la gente venne presa a fucilate dai carabinieri. Ci saranno tre morti e numerosi feriti. In tutto il paese l’indignazione è forte. Gli scioperi si susseguono spontaneamente. A Torino gli operai di Fiat e Lancia saranno i primi a farlo. Il paese è sull’orlo di una situazione insurrezionale. Le fabbriche sono in brutta crisi e riducono l’orario di lavoro anche a 5 ore quando non lasciano a casa gli operai definitivamente. Qualche mese più avanti, siamo nel maggio 1915, il paese nuovamente s’infiamma a seguito della propensione più o meno dichiarata, ma certamente conosciuta, di monarchia e governo, ora favorevoli all’entrata in guerra. La borghesia conta sulla guerra per i suoi affari e preme sull’una e sull’altro e sulla classe operaia con tutto il suo potere. E la classe operaia, il proletariato nel suo insieme, decisamente contrario, deve ora anche subire la provocazione degli studenti, lasciati liberi, quando non sospinti, di inscenare cortei e piazzate interventiste. E così, dopo un’ultima di queste, la Torino operaia ancora insorge. E innalza barricate. E ancora una volta dovrà contare i suoi morti. 

Detto ciò, volevo invece dare al lettore che conosce bene la città, dei precisi riferimenti topografici, che potessero consentirgli immediatamente la percezione del luogo degli accadimenti, che verranno in seguito narrati. Pertanto, vorrei ancora aggiungere, per completare il quadro, che la cinta daziaria era un vero e proprio muro alto più o meno due metri, che cingeva ad anello la città detta “entro le mura”, separandola da quella “esterna” alle medesime. All’interno vi erano il centro e i quartieri “bene” completamente circondati dal “cordone sanitario” dei quartieri operai, come abbiamo visto. 

Dunque, localizzata topograficamente la “barriera di Milano” e le sue borgate, vediamo che essa si è sviluppata a ridosso degli importanti insediamenti industriali Fiat di via Cuneo, via Pinerolo, corso Vigevano e corso Vercelli, tutti interni alla vecchia cinta daziaria. Ma è soprattutto oltre la cinta che il quartiere ha dovuto espandersi, visto che al suo interno il territorio è stato ampiamente consumato dalle fabbriche. Ed è in quel triangolo racchiuso tra corso ponte Mosca corso Palermo e corso Novara, che abitano i Magnone e tantissime famiglie operaie, ed è lì che sta la chiesa di Nostra Signora della Pace, riferimento centrale intorno a cui si è sviluppata e gravita la borgata Monterosa e la sua gente.  

Come vedremo la prossima puntata. 

*** 

Fine della sesta parte di 

“CUI DI D’AGUST”

 

parte XXX di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

ciao a tutti da

Paolo

   

29 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXIX

17 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

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PARTE XXIX 

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CUI DÌ D’AGUST

  (Prima stesura 2008) 

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E così, più o meno, scorreva la vita nella Torino operaia in quegli anni prima e poi attorno al 1917, secondo e terzo anno di guerra della prima guerra mondiale dell’epoca moderna.

Ma, stavo dimenticando la Jucci, personaggio di primo piano della nostra storia.

Jucci, da Mariuccia, è la primogenita del Lice e della Nesta.

- ‘Na fia bela parej ‘d’n fiur! - dicevano i vicini. – Sua mare da giuuvna!

Sedici anni. Capelli lunghi e raccolti come usava allora. Biondi, non troppo, – Cume la crusta dal pan! – Occhi castani. – Culur ninsola! – La pelle bianca e morbida, – Cume ‘l lait! – I ragazzi se la mangiavano cogli occhi.

Ogni riferimento a quel tempo riconduceva inevitabilmente a qualcosa da mangiare. E ciò era un bel complimento.

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LA FAME

La fame si faceva sentire a Torino da almeno un paio d’anni. La guerra si portava via tutto. Non solo gli uomini, ma anche il loro sostegno. Pane. Pane. Persino il pane scarseggiava. Le donne facevano ore di coda davanti ai forni, spesso tornando a mani vuote. Già, perché pare che il pane, quel poco che veniva sfornato, se lo accaparrassero certi squallidi trafficanti per venderlo a prezzi maggiorati, e le serve dei ricchi signori, che riuscivano a farselo dare passando dal retrobottega. E molte panetterie, che a quel tempo non si chiamavano ancora boutiques, da qualche tempo, alla scritta “Pane”, hanno aggiunto la dicitura “e biscotti”, essendo infatti più redditizio destinare la poca farina a disposizione alla produzione dei biscotti, che non a quella del pane. La gente era stremata. Come poteva un omone come il Lice, come potevano gli operai del tempo sgobbare 10-12 ore e anche più in fabbrica o nelle altre attività, quando tutto era fatto a forza di braccia, senza nemmeno il sostegno di una biova? A Torino la classe operaia era da tempo la più… diciamo la meno peggio. Con l’industrializzazione in crescita e con la guerra, le fabbriche torinesi marciavano a pieno ritmo e i salari, pur miserevoli, erano comunque sicuramente tra i più alti del paese. Se non altro c’erano. Nell’Italia da poco “unificata” infatti, l’unificazione era sbandierata in tutto tranne che nel diritto ad un lavoro e ad un salario perlomeno “onesto”. Pur tuttavia, anche nella Torino operaia del 1917, nella Torino delle grandi fabbriche, nella città più beneficiata dalla produzione, nella città tra le più ricche del paese, nonostante tutto, le condizioni di vita degli operai si sono fatte critiche anche lì. La Torino, che nel 1821 aveva 90.000 abitanti, e poi 375.000 nel 1909, ne ha adesso circa 500.000, grazie all’immigrazione, soprattutto meridionale. Gli operai sono la stragrande maggioranza della popolazione attiva. Oltre 200.000 tutti accalcati nelle “barriere” dove ci sono le fabbriche. La “barriera di Milano”, specialmente, e il “borgo di San Paolo”. E in virtù di ciò le pigioni sono cresciute del 50 per cento dopo il primo anno di conflitto. Due stanzette per le quali si pagavano 30 lire al mese adesso ne richiedono 50. E l’inflazione si mangia i salari. Ciò che costava 10 prima della guerra adesso costa più del doppio. Il pane è passato da 40 a 70 centesimi il chilogrammo ed è pessimo, fatto di farina “allungata” con farine di legumi, quando non con la segatura. E inoltre è razionato. 300 grammi pro-capite è la razione giornaliera, non di più. Quando c’è. Già, perché i rifornimenti di grano, al pari degli altri generi di consumo, sono diventati difficili e i panatè i miracoli non li sanno ancora fare e quando riescono li fanno solo per i ricchi. Insomma, le classi lavoratrici, il proletariato che fornisce la “carne da cannone” alla monarchia, in cambio non riceve manco un tozzo di pane secco. Mentre invece, come sempre accade in simili circostanze, le “classi dominanti e privilegiate” non solo non soffrono, ma accrescono i loro profitti. E ciò contribuisce ad accrescere il malcontento. E siamo più o meno nel mese di febbraio – marzo 1917.  

* 

I mugugni e il malcontento che allignano e crescono all’interno di tutti i settori produttivi, dalla Manifattura Tabacchi, alla Fiat, non hanno solo carattere economico. Si incomincia ad essere stanchi della guerra. Esausti. E se ne chiede la fine. E a farlo sono anche e soprattutto le donne; donne che hanno sostituito i mariti al fronte e che sono adesso numerosissime e in prima linea nelle fabbriche, insieme agli operai maschi, reclutati e militarizzati sul “fronte interno” della produzione; che le guerre si possono, solo se la produzione bellica non si arresta. E la produzione viene sostenuta con la soppressione di quei pochi diritti e tutele sindacali e soprattutto col divieto assoluto di scioperare, oltre alle punizioni ricorrenti per ogni piccola mancanza, capaci di svuotarti il già misero salario. Ogni sforzo, ogni sacrificio, dicono politici e padroni, in nome di Sua Maestà, deve essere finalizzato alla guerra. E intanto loro si arricchiscono schifosamente, mentre gli operai vengono considerati meno dei martelli e delle chiavi inglesi. «Abbasso la guerra!» e «Abbasso i pescicani» si grida durante le assemblee e le prime manifestazioni di protesta. Sono donne e uomini, socialisti per la maggior parte, ma anche anarchici, che le formazioni anarchiche sono una componente importante del movimento operaio di quel tempo, di cui nessuno parla mai.  

SCIOPERI E PROTESTE 

E intanto è giunto anche in Italia l’eco della “rivoluzione di febbraio”. E il fermento cresce in attesa del 1° maggio. E si incomincia a gridare «Facciamo come in Russia!». Ma il 1° maggio unici ad essere permessi saranno i comizi tenuti nei Circoli socialisti delle barriere operaie, dove parleranno i dirigenti del medesimo partito. Gli anarchici invece sono controllati ad uno ad uno dalla polizia. La rabbia, il desiderio di farla finita con la guerra, l’ansia, le preoccupazioni, la fame, la stanchezza, le notizie non rassicuranti che giungono dal fronte, i reduci, morti, feriti, il paese semisconquassato non solo dalla guerra, ma anche da una serie di tragici eventi naturali, quali terremoti ed eruzioni dei vulcani, crescono di giorno in giorno, così come le manifestazioni e le assemblee degli operai. Ma, nonostante tutto, a parte qualche isolato piccolo disordine, la situazione è pur sempre sotto il completo controllo dell’autorità prefettizia, dei padroni e delle organizzazioni politico-sindacali. E siamo ad agosto, e il giorno 13, in occasione della visita di una delegazione di menscevichi russi alla Casa del Popolo di corso Siccardi, una folla oceanica di 40.000 persone, dicono le cronache, terrà a battesimo il primo comizio pubblico (non “privato”) dall’inizio della guerra al grido di «Viva Lenin! Viva i bolscevichi! Viva la rivoluzione!» lasciando un po’ di stucco non solo i russi, ma anche i loro ospiti italiani. I menscevichi, lo dico per quei tre o quattro che non lo sapessero, erano la parte “bianca” della rivoluzione russa; una specie, possiamo dire, di Democrazia Cristiana, piuttosto moderata e niente affatto contraria al potere borghese,opposta ai terribili bolscevichi, comunistacci “rossi” come gli occhi di Mangiafuoco, particolarmente votati alla causa della rivoluzione e contrari a qualsivoglia forma di potere della borghesia. Intanto nei quartieri operai scarseggia sempre di più il pane. Introvabile. E insieme al pane scarseggiano, e sono introvabili, anche i dirigenti e gli onorevoli socialisti. Tutti a godersi una cosa che gli operai non sanno nemmeno cosa sia: le ferie o meglio la villeggiatura, come si diceva allora. Chi è in montagna chi è in riviera, chi a casa con la rosolia, ma in giro non se ne vede manco uno. E pensare che fino a qualche giorno prima, più di uno aveva espresso in termini focosi tutto quello che verrà definito il “rivoluzionarismo verbale”.

«Nei prossimi comizi», aveva sentenziato un dirigente socialista, «gli operai dovranno intervenire non con delle scatole di cerini in tasca ma con buone rivoltelle per attaccare la forza pubblica».

«Non bisogna perdere più tempo e lavorare attivamente per una insurrezione generale, impadronirsi delle bombe, che si fabbricano in grande quantità in tante officine di Torino, per adoperarle contro i soldati». Così aveva detto un altro.  

L’INIZIO 

Il giorno 21, – è un martedì, – i fornai sono tutti chiusi. Non si trova una biova a pagarla a peso d’oro. Gli operai del Borgo San Paolo si riuniscono in assemblea per decidere il da farsi. Le donne vanno a protestare in Prefettura e al Municipio. Niente. Pane non se ne vede. E non se ne vedrà nemmeno il giorno dopo, mercoledì 22.

 

Il sole è caldo anche a Torino nel mese di agosto. L’afa non scherza. Si suda al solo muovere le ciglia. E quando non puoi riposare perché hai fame, si suda ancora di più. E si diventa nervosi. E si diventa disposti a tutto. In Vanchiglia la folla affamata va a dimostrare il proprio malcontento e a reclamare il pane davanti la caserma delle “guardie civiche” che, sentendosi attaccate, rispondono sparando, forse solo in aria, ma sparano. Ma l’aria, abbiamo visto, già calda di per sé, non ha bisogno di essere surriscaldata ulteriormente e allora gli affamati cercano di penetrare nell’edificio, forse, qualcuno sostiene, con l’intenzione di prelevare armi per la “rivoluzione”, forse, credo io, più semplicemente con la speranza di trovare qualche pentolone di minestra. Ci saranno dei feriti. E così si hanno i primi veri scioperi; alla Proiettili di via Caserta, al Fabbricone di Borgo Dora. Dopo la pausa “per il pranzo”, nel distaccamento Diatto di via Mondovì, gli operai si rifiutano di rientrare come alla casa madre di via Villafranca. Si fermano davanti ai cancelli e chiedono a gran voce il pane. Allora il direttore della boita, forse un ingegner Pautasso, telefona al padrone, il cavalier Diatto in persona, il quale è anche lui alle prese con identico problema allo stabilimento principale. «Cerchi di convincerli a prendere il lavoro», dice il padrone al suo sottoposto, «dica loro che abbiamo richiesto un camion di pane alla sussistenza militare, che a breve sarà disponibile». Così gli viene ordinato e così fa il direttore. Promette pane in cambio di lavoro e sottomissione. Al di là della strada, a pochi metri c’è la Dora. È una bella via d’aria fresca. Gli operai accaldati vanno a sedersi sotto gli alberi che ombreggiano il Lungodora, per pensarci su. Uno vorrebbe entrare. Dice che ha 4 figli che devono mangiare. Come gli altri, del resto. Una donna è esausta. Il marito è morto sull’Isonzo e lei, sola, deve provvedere ai figli ed anche alla vecchia madre. È una situazione non unica e nemmeno rara la sua. Disperata. Lacrime agli occhi si lascia andare. La compagna accanto a lei la sorregge e la abbraccia teneramente. Gli operai tentennano. Stanno per cedere. Il sentimento, le privazioni, il dolore, la fame stanno per avere la meglio. Il direttore è poco distante davanti alla boita, che attende con ansia la decisione. Cammina nervoso al di là del suo cancello, le mani incrociate sul di dietro, il muso un po’ imbronciato. Poi, improvvisamente, uno col cappello blu e il pizzetto nero sale in piedi su una sedia traballante, sorretta da un paio di compagni. La Dora sotto è scintillante per il sole a picco. Le rondini svolazzano sull’acqua color cera. In un isolotto, dei gabbiani venuti da lontano riposano su una zampa sola, l’occhietto semichiuso come quelli che hanno tanto sonno. L’uomo si sbraccia, punta il braccio destro verso l’officina, poi verso l’oriente, quindi si porta la punta delle dita alle meningi e dice «Pensate», «Ricordate!» Gli operai pensano a quante false promesse hanno dovuto digerire. Pensano e collegano pane e militari, e allora, con le lacrime agli occhi, si ravvedono e mandano al diavolo il direttore, il padrone e la sua camionata di pane. Non è più solo quello l’obbiettivo dello sciopero. Ormai si è infranto quel limite che tiene a freno anche i cuori meno audaci. La gente esausta pensa, forse inconsapevolmente, ma ci pensa, a quella cosa che tanta paura incute nei visceri di coloro che comandano, che spadroneggiano, che affamano, che compiono soprusi e che danno pure un vergognoso esempio di sé. Quella cosa che dopo secoli di sonno, ogni tanto improvvisamente si risveglia e infiamma i cuori e le menti in cui dormiva. Quella promessa, un sogno. Quel sogno sognato da mille anni che si trasmette tra padri e figli, figli della fatica e della privazione, e che si proietta dai loro occhi e dalla loro fantasia e che sgorga nei cuori dei sofferenti e dei maltrattati da mille e mille anni. Quella visione di cuori affratellati da un unico progetto. Avvinti da un unico canto. Basta soprusi. Basta sofferenze. Basta padroni. Basta elemosine. Quel sogno è il peggior nemico degli sfruttatori. Ecco perché lo confondono e lo annientano, svuotandolo continuamente di significato. È il sogno della rivoluzione. Ma alla nostra boita, come alla Diatto casa madre, si limitano a mandare al diavolo il padrone e la sua proposta di compromesso. Gli volgono le spalle e vanno verso i compagni di altre fabbriche cui unirsi.

 

*** 

 

Fine della quinta parte di “CUI DI D’AGUST” 

parte XXIX di “SCRITTI SGRAFFIGNATI”  ciao a tutti da Paolo  

28 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXVIII

15 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI 

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

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PARTE XXVIII 

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CUI DÌ D’AGUST

 (Prima stesura 2008) 

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NESTA

Lei, la moglie, la fumna del Lice, è una donna, come tante del suo tempo, senza cui, la classe operaia, il proletariato, non sarebbe stato in grado di resistere alla vita estrema, cui era costretto dalla borghesia e da una nobiltà rapace ed insaziabile. Forte, la fumna del Lice, generosa, instancabile, capace. Fiera. Coraggiosa. Un condensato di sapere. Quel sapere millenario accumulato nell’educazione femminile di cui l’odierna industria si è completamente impossessata e che rivende alle giovani coppie incapaci di fare un uovo fritto. La fumna del Lice fa da mangiare con due sarache e un pugno di polenta e “sazia” quattro persone. Sa fare la spesa con quattro spiccioli. Soppesa tra le mani ogni cosa in vendita, dalle nespole ai tessuti e persino la  lisciva per il bucato. Non sa leggere, ma conosce i prezzi e la qualità di ogni cosa; di ogni merce. Confeziona indumenti per sé, per tutta la famiglia e talvolta anche per qualche estraneo. Cura i figli come un medico. È una fabbrica. È un’industria. È un supermercato. È un servizio acquisti. È un pronto soccorso. Insostituibile. Lei sa, e va fiera del suo sapere. Ed anche lui, il Lice, sa che lei sa, e ne va fiero.

Come tutte le donne proletarie del suo tempo, la fumna del Lice si alza prima del marito e gli fa trovare pronta la colazione e la borsa con il pranzo preparato la sera avanti. Un pezzo di polenta; forse della trippa o un pezzo di lardo e una sciula, – una cipolla, – oltre all’immancabile fiasco di vino, ritenuto elemento indispensabile della, – si fa per dire, – “dieta”. La borsa sta per terra, a fianco della sedia impagliata. Sul tavolo di legno scuro, una scodella di latte e un pezzo di pane niente affatto fresco. Il Lice manda giù ancora assonnato. Taglia il pane col coltello a serramanico, con una sola mano, la destra. Un grossa mano callosa e forte. Col pollice spinge il pane, e con l’indice la lama. Il pezzo gli si sbriciola nel latte. Lice infilza il pezzo grosso col coltello e manda giù. Dai baffi rossicci di sego gli colano gocce biancastre verso il mento. Gli occhi grigi, già stanchi, puntano oltre i vetri, verso i campi ancora scuri, dove il cielo quasi chiaro corre nella bialera fumigante. Lice mangia non senza un bicchiere di vino nero e tosto come lui. Lei, la moglie, lo guarda da in piedi quel marito di poche parole. Sa che giornata dura gli spetta e lo compatisce. Quando ha finito, lui le fa «bundì fumna» dandole rigorosamente e rispettosamente del “voi”, ed esce, sigala ‘n buca e cappello in testa, calato fin sopra agli occhi pieni di sonno.

Per farlo, per scaldarlo quel bricco di latte, la Ernesta, questo è il nome della moglie del Lice, Nesta per gli amici, doveva aver prima acceso la stufa. Ed erano più o meno le tre e mezza/quattro del mattino. O della notte, se volete, ora in cui nobili e borghesi, maschi e femmine, si ritiravano allegri dalla mondanità a bordo delle loro carrozze e delle loro auto strombazzanti. Poi, uscito il Lice, per ricuperare, Nesta se ne tornava un po’ a letto, vestita, ad assaporare il calduccio sotto le coperte. Questo d’inverno. D’estate, al contrario, dava aria alla casa. Spalancava la porta sul cortile e lasciava entrare l’aria fresca e frizzante del mattino.

- Mama! Sarè ‘sta porta per piasì! – Era Bruno, Brun, il figlio più giovane, che si lamentava, ficcando la testa sotto le lenzuola.

- Auste, plandrun! Và cerchete ‘l travaj! – replicava lei, fingendosi imburberita.

- A ‘st’ura! Mama, l’è gnanca quatr’ure! E così era tutte le mattine di tutti i santi giorni. Bruno poi, Brunetto, col chiaro, si alzava, andava al cesso, dove si fermava da far formare la coda fuori; quindi, tra gli improperi dei vicini in attesa, una mano alle braghe, l’altra al cielo che s’infila la bretella, ne usciva mugugnando la stessa cosa tutti i giorni, cosa che vi risparmierò. Quindi, rientrato in casa, dava fondo alla sua scodellona piena di latte, latte che sua mamma andava a prendere alla cascina del Santo Crocifisso poco distante. Ora, una lisciatina ai capelli con il palmo delle mani unte, un tozzo di pane nella tasca dietro delle braghe, bunet in testa e, giù, giù di corsa per l’ampia scala dai gradini di ardesia annerita; spesso a scivoloni lungo il mancorrente di ottimo castagno levigato. In un baleno è nella via dove l’aspettano i compagni.

L’estate è bella per i ragazzi che riempiono le vie giocando a cirimela, l’antesignano del baseball americano. Uno, da una parte, impugna un mezzo manico di scopa. Dall’altra, l’avversario, pure. Un pioletto a doppia punta dello stesso legno, una quindicina di centimetri mal contati, detto lipa, è il mezzo da colpire con la mazza e spedire verso l’avversario. «Ciri!» fa il colpitore e quindi assesta un colpetto ad un estremo del pioletto, che schizza in alto come un rospo da un cespuglio; e quando il pioletto è all’altezza giusta gli sferra una mazzata, indirizzandolo verso l’avversario, che a sua volta deve essere anche lui pronto a colpire al volo, mentre urla a voce spiegata: «mela!». I vetri rotti sono all’ordine del giorno. E anche le fughe. Ma lungo le vie nei quartieri di barriera, nulla sfugge a nessuno; e la sera, a casa, sono botte. A guadagnarci sono i vetrai. Bel lavoro, il vetraio, a quei tempi. Ce lo ricorda anche il grande Charlot in un film indimenticabile. Bello, il lavoro, eufemisticamente parlando.

 

«Vedrièèèè…» gridavano, passando per le strade, col loro attrezzo sulle spalle, «Vetraaioo…». E non era il solo a fare gorgheggi. C’era il Mulitta, l’arrotino, che faceva: «Mulì… Mulì… Muliitta!» mentre spingeva la sua officina circolante, un trabiccolo con una ruota sola, una carriola verticale alta fino al petto, che aveva una puleggia azionata da un leva “a piede” che faceva girare la mola da affilare forbici e coltelli: «swiiinn – swiiiiinn – swiiiinnnnn» era il suono percepito nelle abitazioni, «swiiinn», e le scintille erano belle come quelle che adesso si comprano in cartoleria. E il magnin, lo stagnaro, che intonava una nenia triste come: «aijè ‘l magnin… aijè ‘l magnin…» Una tristezza… gli davi una cosa da fare solo che se ne andasse a cantè‘nt’nauta curt, a cantare in un altro cortile. Sapete che lo stagnaro… No che non sapete.

Dunque, a quei tempi, non è come adesso che non appena una cosa non va più tanto, prendi e la butti nella spazzatura. No no, non era così. Allora, quando una cosa era rotta o consumata, la si aggiustava. E i bisnonni di quelli dell’Amiat odierno erano più o meno una dozzina in tutta Torino, che ’s campava via niente! non si buttava via niente. E le pentole, miei cari ragazzi e ragazze, allora che non c’era mastrolindo si pulivano con la sabbia. E quindi, dacci oggi e dacci domani, si consumavano da matti e finiva che si faceva qualche buco. E allora, ecco che doveva intervenire lo stagnaro, il magnin… in piemontese, che chiudeva i pertugi con qualche goccia di stagno fuso. Perché fossero così tristi le nenie dei magnin la storia non è ancora in grado di accertarlo. Né tantomeno si sa perché il materassaio, che cantilenava «Materassè. Materassaioooo!» era meno triste e più brioso. Io credo che dipendesse dal nome. Dalla desinenza. Un nome urlato che finisce in “a” o in “o” è senz’altro più tosto di uno che finisce in “i” “iin”. Ragion per cui «mulì, mulì…muli… ttà» è come quel colpo di bacchetta che i batteristi assestano sul bordo del rullante: “trun… truuuuun…Tà” bello secco, forte e definitivo come una sentenza in cassazione. 

C’erano poi i suonatori e i cantanti con le fruie e con le fise (chitarre e fisarmoniche) e “l’uomo orchestra”, un eclettico che contemporaneamente cantava, suonava la chitarra e la grancassa che teneva sistemata sulla gobba. Ad un gomito aveva legata la mazza della cassa. Con uno spago attaccato al tacco di una scarpa azionava i charleston al di sopra della stessa. E quindi… “zum-pa-ta-clisch… bong…”

Era uno spettacolo viaggiante. Una specie di televisione portata a domicilio, per la quale non si pagava nessun canone. Se ti piaceva lanciavi una monetina; sennò… “ciau Nineta” e “amici come prima”.

Era un continuum di voci, che oggi è letteralmente scomparso. Una continua dimostrazione di vita. Come uccelli che cantano tra gli alberi.

Le voci umane ed anche quelle animali sono i grandi assenti della civiltà moderna. I rumori delle macchine soffocano tutto. Le macchine si impossessano di tutto. Le macchine si sostituiscono a tutto. Non è un nostalgico pensiero al “bel tempo che fu”, il mio. Sono un uomo moderno e riconosco nel progresso tecnico-scientifico il sollievo dalla sottomissione alla fatica, alla malattia e a un sacco di altre cose che è inutile elencare. Ma che senso ha, mi chiedo, prendere la macchina per andare dal tabaccaio sotto casa? Per andare a prendere e accompagnare il bambino (spesso un frugolone di 15-16 anni) a scuola? «Tu non sai» ti dicono i genitori-autisti, «i pericoli che ci sono…» e  te la fanno cadere come se oggi, al contrario di ieri, si vivesse in un inferno. Come se solo oggi girassero gli orchi, e ieri delle mammolette dal cuore tenero, gentile e appassionato. Ma ieri forse più di oggi, gli stupri e le violenze sui minori, e non solo, erano di casa, solo che non c’era la tivù a raccontarcelo e riempirci di paure.  

Le vie al tempo della nostra storia, o giù di lì, erano, specialmente di notte, dei veri e propri impercorribili scannatoi. Ti tiravano il collo per un paio di centesimi. Per prenderti la giacca, le scarpe o il mantello, che ancora non s’usavano i cappotti. A Torino, ad esempio, oltre ai malavitosi abituali e di un certo “livello” come il famoso “cit ëd Vanchija”, – il piccolo di Vanchiglia, capo di un’associazione di malfattori, indicata come gli “Amici del borgo Po”, “cit” che sfugge all’arresto buttandosi dal secondo piano dell’Osteria del Pesce d’oro a Moncalieri, – c’erano anche le Còche, la Còca del Gamber, ad esempio che operava in zona via Bertola-via Botero; la Còca del Balon e la Còca del Muschin, bande di teppisti di quartiere, dediti soprattutto alle aggressioni occasionali portate ai passanti, e agli stupri delle ragazze. Non di rado i componenti delle varie Còche si affrontavano in veri e propri scontri detti batajole, a volte per il controllo del territorio, a volte anche per meno. I vari film americani che ci hanno proposto quel filone che va dal “selvaggio” Marlon Brando a “West Side Story” e oltre, non ci hanno insegnato niente di nuovo. Io stesso ricordo che da ragazzino sentivo raccontare dai più grandi di scontri tra bande di quartiere che si risolvevano a botta di sassate, le così dette “Batajole”come ho già detto. 

Nel Cuneese invece c’era il terribile Delpero detto “Rejne’” che ti ammazzava anche solo per divertimento.

«Nel primo quadro» – recitava la rima di un cantastorie – «vedesi il brigante Delpero, che fa a tocchi una bambina, e nel secondo una carneficina, del padre, della madre e dell’amante».

 

E c’era pure, da qualche parte, la ladra di orecchini, che insieme a quelli ti staccava i lobi delle orecchie. E c’era el Barun che ti ipnotizzava per poi farsi gli affari suoi su di te. Non a caso chi si attardava per qualsiasi motivo a tornare a casa e veniva colto dall’oscurità, andava rasente ai muri a testa bassa e col passo lesto, come quando ti prende una caghetta fulminante e vai di corsa, ma non troppo, per non fartela nei calzoni, che poi ti tocca camminare alla scagasa!

 

 ***

 

Fine della quarta parte di “CUI DI D’AGUST”

 

parte XXVIII di “SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

ciao a tutti da Paolo

27 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXVII

13 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

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PARTE XXVII 

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CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008) 

 

LICE

 

Lui, Felice, Lice per gli amici, era un baffuto alla Vitt. Em. II, coi capelli all’Umberto. Classe ’77, quarant’anni circa. Giacchetta pesante di fustagno marron scuro, bavero tirato su. Brajie stessa tinta, leggermente scolorite alle ginocchia, con la cintura e le bretelle. Camisa ‘d flanela; l’invern. D’estate stava senza. Stava con la maglia, l’intimo, diremmo oggi, di lana grezza, fatta ai ferri dalla moglie. Maglia dalle maniche lunghe, qualche sfilacciamento, un po’ ingiallita e infeltrita dai lavaggi, tre bottoni in verticale sul davanti all’altezza del colletto, – sempre sbottonato il primo, – e terribilmente ruvida come cartavetro. Le bretelle sono incrociate sul di dietro. Ai piedi, scarponi chiodati, come abbiamo visto, per non consumare la suola. “Track! track!” Lo sentivi arrivare da lontano. Come tutti del resto. Tipo duro, come erano gli uomini del suo tempo nati nell’ottocento. Poche parole. Sigala tra i denti anneriti e senza cura; sconosciuto il dentifricio. Sputacchiava dappertutto; e non solo per il sigaro. A quel tempo ci si sputacchiava sulle mani ogni qualvolta c’era da lavorare, che il lavoro era sempre un lavoro manuale e di fatica. E anche il nostro Lice lo faceva, come tutti. Lo faceva quando doveva spaccare a colpi d’ascia la legna, ché la legna che ti scaricava il boscatè giù nel cortile, andava spaccata e ridotta di misura, altrimenti non passava per il buco della stufa. E lo faceva quando, finito il lavoro di spaccatura, sistemata la legna nel garbin, se la portava su a spalle per le scale, gobbo come il gobbo di Notre-Dame e forse peggio. E uno scalino dopo l’altro, un’imprecazione dopo l’altra, giunto alla porta di casa, mollava il carico, tirava il fiato, si toglieva il mozzicone del Toscano dai denti e sputacchiava, come una liberazione. Fa schifo? Certo. Oggi, certamente sì, ma a quel tempo era cosa normale, specialmente quando ti dovevi caricare mezzo quintale di legna sulle spalle, dopo aver fatto già le tue 12-13 ore di lavoro. E non si faceva aiutare? Penserete voi. A cosa? A portare su la gerla. No. Non si faceva aiutare.

Lice sapeva fare tutto e faceva tutto da solo. Come gli uomini del suo tempo e della sua estrazione sociale, non aveva soldi da spendere per l’idraulico, il falegname, il fabbro, il muratore o l’imbianchino. Intanto, perché certi lavori di manutenzione all’interno delle abitazioni erano considerati a carico della proprietà, del padrone di casa, come era chiamato ancora fino a non molti anni fa, e poi perché non c’erano le ambizioni velleitarie di trasformazione e personalizzazione degli appartamenti che tanto caratterizzano l’epoca attuale. Anzi, per dirla francamente, il bianco, la tinta alle pareti di casa, ad esempio, veniva data una volta all’epoca della costruzione e poi, per decenni… Chi s’è visto s’è visto.

Gli alloggi operai del tempo erano niente di più che dei ricoveri. Quattro pareti e il soffitto. Una, due stanzette al massimo. I mobili erano ridotti all’osso: il letto grande dei genitori, dove spesso erano ospitati i figli più piccoli; un armadio; un tavolo con quattro sedie nella cucina, che serviva un po’ per tutto; la stufa con tutti i suoi canun e stop. I figli più grandicelli dormono in cucina, spesso sul tavolo, quasi sempre su un pagliericcio buttato giù per terra, oppure dal vicino senza figli e con una camera di “troppo”.

 

Comunque, quando si intasava il cesso, cesso in comune con gli altri vicini, e l’operazione toccava a lui, a lui come famiglia, Lice si rimboccava le maniche, si metteva ginocchioni sulla turca e si dava da fare, a mani nude, che all’epoca i guanti in lattice di gomma, se c’erano, non erano certo alla portata degli operai. Non senza però essersi sputacchiato sulle mani, prima ovviamente, ma anche e soprattutto dopo l’operazione. Chi non proviene dalla classe operaia queste cose manco se le immagina. La fatica, il lavoro duro e anche schifoso, non li trovi descritti sui libri di scuola. Li conosci solo se li hai provati, se non proprio sulla tua pelle, almeno su quella di un membro della tua famiglia. Tuo padre, tua madre, tuo nonno.  

Ha incominciato a cinque anni, il Lice, a lavorare. Come cit in una segheria, aiutava uno più grandicello di lui a ramazzare segatura. La polvere se lo divorava, lui come gli altri, libera, – senza l’ombra di uno straccio di accorgimento antinfortunistico, – di ficcarsi dappertutto. Polvere e segatura nelle nari, nella gola, nei capelli, nei polmoni; polvere che s’impasta col sudore e la saliva; che diventa moccolo che cola e quindi schifezza che va espulsa. E lì imparò a sputacchiare, a scracè si dice in piemontese. Per necessità. Come facevano i più grandi. Oggi sembra tutto ovvio. Dovuto. Naturale. Ma senza le lotte sindacali degli operai, oggi saremmo ancora a quel livello primordiale. Comunque, non disperiamo: ci stiamo arrivando. Grazie ai governi di certa “sinistra”, ci stiamo arrivando. 

In paga, al piccolo Lice, gli davano un secchio di segatura e dei ritagli di legna, utili per il camino di casa. Poi, qualche tempo dopo, lo mettono in un cantiere edile. Faceva il bocia, l’assistente al muratore. Erano secchi di calce sulle spalle tutto il giorno. Su e giù per le impalcature traballanti. Un secchio pieno di calce pesa circa 15 chili. Si incomincia alle sei della mattina, non appena è chiaro e si smette al tramonto, quando non si vede più. E alla fine hai trasportato tre, quattrocento kilogrammi sulle spalle. E dopo anni di questo lavoro diventi storto come un chiodo estratto con la tenaglia, specialmente se mangi solo pane e qualche fetta di polenta.

Poi un giorno Lice inciampa in un mattone e cade. Il secchio vola giù da dieci metri, finisce a terra e quasi ammazza un trabuccante. Le bestemmie. Le bestemmie arrivano fino al settimo cielo e Lice lo cacciano via. 

Suo padre lo riempie di botte. In casa ci contavano sulla sua misera paga. Ci contavano il padre, la madre e soprattutto le sue cinque sorelle, tutte più grandi lui che, in età da marito, dovevano farsi la dote; così si usava allora.

E così Lice, nell’età in cui oggi i ragazzi vanno al liceo, deve trovarsi un nuovo travaji, un nuovo lavoro. Che può fare, l’impiegato, il travet? Magari. Ma Lice sa appena fare la sua firma; però, “buon per lui”, ha un fisico forte e una statura da campione. E allora suo padre lo sistema in una ditta di stradini.

 

 

Le strade, allora, sconosciuto l’asfalto, erano sterrate o perlopiù ricoperte di ciottoli di fiume, belli, rotondi e messi a dimora ad uno ad uno con il pistapere, mazzeranga o mazzapicchio in italiano, un attrezzo tronco conico, alto fino alla cinta delle braghe, che serviva per assestare la pavimentazione stradale. Una cosa pesante almeno venti chili, che l’operaio addetto impugnava tramite un bicorno in testa allo medesimo e quindi “pak trak patatrak” tutto il giorno come un maglio a schiacciare terra e sassi e qualche volta anche l’alluce dei piedi. E la sera al povero Lice gli tremavano le braccia, che non riusciva a tenere fermo il cucchiaio della minestra. Quando c’era. Non il cucchiaio, la minestra.

 

 

Così, siccome ormai gli sono cresciuti i baffi sotto la canapia, i barbis si dicono a Torino, ed è in età d’andè suldà, molla quel terribile lavoro e, quando torna dall’Etiopia, con tutte le porcherie che ha visto dentro agli occhi, finisce alla Gondrand, neonata ditta di trasporti e di traslochi, dove carica e scarica casse e mobilia, dal mattino presto a sera tardi.  

Gondrand aveva dei carri trainati da cavalli; carri con grandi ruote, prima di legno e poi di gomma piena, e cavalli grandi e potenti come dei trattori. Cavalloni dal manto color giallo cagarola e gli zoccoli ricoperti da un pelo bianco sporco, come il cavallo di D’Artagnan all’inizio del racconto di Dumas. Presto saranno sostituiti dai motori diesel, ma non completamente, tant’è che io me li ricordo ancora negli anni cinquanta o giù di lì, circolare per le strade di Torino e dei dintorni. E soprattutto se li ricordano le donne, che facevano la posta con la paletta, pronte a raccogliere le loro buse, ottime per concimare fiori e piante di basilico.

 

 

  

In seguito, Lice, lavora in una tipografia, dove si fa l’esperienza che lo porterà al suo ultimo lavoro, alla Nebiolo, fonderia di caratteri tipografici e costruzione macchine grafiche. E lì, in quell’angolo formato da corso Palermo, corso Regio Parco e lungo Dora Firenze, a contatto con i vapori del piombo fuso, sputava l’anima dal mattino fino a sera. Tanto per cambiare.

Oggi la Nebiolo non c’è più, abbattuta dai bombardamenti “alleati” del ’43.

 

***

 

Fine della terza parte di “CUI DI D’AGUST”

 

parte XXVII di “SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

ciao a tutti da Paolo

 

 

26 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXVI

9 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXVI 

* 

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

Le guerre, lo sappiamo, o dovremmo saperlo, non sono come al cine o in televisione. Le guerre non hanno nulla di nobile e riversano ignobilmente i loro effetti distruttivi, non solo sui poveracci che combattono al fronte, ma anche sulla povera gente, quella delle città in modo particolare. La gente che non trova da mangiare; da scaldarsi; da vestirsi; da curarsi; che non ha mezzi per muoversi perché mancano i carburanti e la corrente elettrica e non trova nemmeno le bare per i funerali. Questo, oggi. All’epoca in cui è ambientata la nostra storia, queste cose la povera gente non le aveva regolarmente. Lavorava, se non era disoccupata, 10, 12 ed anche 14 ore al giorno consecutive, e ciò valeva per uomini, donne e spesso, anzi regolarmente, anche per i bambini. Il salario di un adulto maschio si aggirava intorno alle 2-3 lire al giorno; quello di una donna più o meno la metà; ai bambini veniva concesso ancora meno; il pane costava 0,50 al kilo e la pasta 0,70, mentre l’affitto di un paio di stanzette raggiungeva le 30 lire al mese. La famiglia era mediamente formata da quattro, cinque persone. Si campava a stento. La dieta è misera, composta soprattutto da pane e da polenta. La scuola un lusso. Pochi  i diritti e le garanzie, sia nel lavoro che nella vita di tutti i giorni. Pochi i divertimenti, come oggi li intendiamo noi. Non c’è la televisione. Non c’è internet. Radio, cine e telefono ci sono, ma solo per i ricchi. Come pure la corrente elettrica. Ci si riscalda con la stufa; quando si ha legna. Non ci sono i bagni nelle case, e d’inverno è un dramma “farla” nei cessi in comune e senza riscaldamento. Manca l’acqua corrente e non vi sono vasche, docce e bidet, e la gente si lava come può. E quindi poco. Il bucato, quando fuori non gela, si va a farlo, – le donne lo fanno, – ai lavatoi o nelle bialere, canali che scorrono abbondanti per tutta la città.

Ci si veste con roba che passa di padre in figlio, di madre in figlia, da fratello a fratello. Le suole e i tacchi delle scarpe si proteggono con ciò e ciapìn, chiodi e lunette in ferro, per non consumarle. I pantaloni portano vistose toppe al culo e alle ginocchia e alle donne manca solo il chador, e poi sono come le arabe e le afgane che siamo andati a “liberare” con certe guerre. Non vi erano mutua, pensione, maternità, né ferie e né vacanze di Natale. Medici, ospedali e medicine sono un lusso. Niente antibiotici. Le infezioni sono incurabili. E quando morivi, una cassa di legnaccio, e giù nella terra. E non stiamo parlando del medioevo, ma di un tempo che dista soltanto 30 anni dalla mia nascita. Ed io non sono Matusalemme. Quando penso alle nuove generazioni, mi chiedo se mai riflettono sul fatto che se hanno tutto ciò che hanno, se possono godere di quelli che si definiscono i “diritti civili” e una gran dose di libertà, per non parlare del benessere economico in cui sono nati e cresciuti, tutto ciò lo devono alle generazioni che li hanno preceduti ed in gran parte a quella generazione per essi rappresentata dai loro bisnonni. Quella generazione che fu spedita in guerra, la peggiore che la storia ricordi, nell’agosto 1914, nella maggior parte dei paesi europei, e nel maggio del 1915 in Italia. A quegli uomini e a quelle donne dobbiamo tutto e non solo alla scienza, al progresso, alla democrazia o a chissà che altro. E con l’entrata in guerra, le privazioni, i sacrifici, le sofferenze, cui la popolazione era normalmente sottoposta, si acuirono enormemente; e ciò valse anche per Torino, nonostante fosse la città dei re d’Italia.

Certa letteratura, i giornali, i manifesti, i primi film del tempo propongono un’immagine esaltante di quel periodo. Carrozze a più tiri. Cavalli neri impennacchiati. Sfilate di cilindri, bombette e cappellini. Donnine e donnone lussuosamente vestite. Le prime donnine lussuosamente svestite. Donnine ai bagni di mare. Donne in bicicletta. Donne che strimpellano il piano. Ombrellini. Piume di struzzo. Casini di lusso. Poeti. Pittori. Attrici. Cocottes. D’Annunzio. La Duse. Proust. Oscar Wilde. Sarah Bernhardt. Mata Hari. Le divine. Gli snob. La Parigi-Pechino. Le auto che fanno «gru-gruuu». I caffè chantant. L’operetta. Champagne, champagne e ancora champagne. E gli areoplani. E le conquiste. E gli eroi. E i maestosi tram a cavallo. E i grandi macchinari delle prime industrie. Le enormi ruote d’acciaio. Le lunghe pulegge che vanno al soffitto delle boite ordinate.

Persino gli operai baffuti stanno in posa con la faccia sorridente. Le operaie hanno grembiule lindo e i capelli ravviati per l’occasione, altrimenti sempre nascosti, protetti da un foulard. E i cit sono gioiosi e hanno gli occhioni belli. (o quasi: vedi foto!)

 

 

I brontolii della pancia non si riuscì a fotografarli. Ma c’erano. Ampi come ruggiti.  

Tante e tante, dunque, belle immagini di un’epoca, che venne poi definita “Belle Epoque” la bell’epoca. Bella. Ma bella per chi?  

Orbene, in un tempo così difficile, nella Torino appena descritta, in una via che allora come oggi si chiamava Monterosa; via, che dall’attuale largo Palermo, mirava al Nord, dritta verso la Stura; al piano primo del numero 14, donde al balcone potevi vedere la bialera che arrivava da Lucento, in un buco di due stanze stavano i Magnone. Famiglia piemontese in tutto e per tutto, i Magnone. Magnun in dialetto.

 

 

 

*** 

Fine della seconda parte di “CUI DI D’AGUST” 

parte XXVI di “SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

ciao a tutti da Paolo

 

 

 

 

 

 

25 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXV parte

8 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXV 

* 

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

Cent’anni fa, nella pigramente alacre Torino dei bugianen, avvennero dei fatti che i libri di storia scolastici, – vuoi per insufficienza, vuoi per ossequio al conformismo che ha reso intoccabile e immodificabile la verità storica ufficiale, vuoi per il ristretto ed esclusivo interesse degli autori alla narrazione dei “grandi” fatti rappresentati e interpretati dai “grandi” personaggi, – completamente e volutamente ignorano.

State a sentire.

LA GUERRA

La guerra, la prima, era iniziata da un pezzo, e i torinesi, come ogni altro cittadino coinvolto, d’altronde, non se la passavano granché. Mica tutti, però. Solo quelli delle barriere dove stavano i rusconi, gli operai. Gli altri, quelli dei quartieri “bene”, i borghesi benestanti del centro e della collina, piccoli o grandi che fossero… beh, su quelli è superfluo dilungarsi.

A quel tempo, lo dico per quei giovani un po’ deboli di storia e agli altri scarsi di memoria, vi erano ancora i Savoia, che regnavano nella augusta persona di S.M. Vitt. Em. III. Re Vitt. Em. III era succeduto, prematuramente, nel 1900, al padre Umberto, figlio di quel Vitt. Em. II detto “il Padre della Patria”. Succeduto prematuramente, dicevo, in quanto Umberto fu ucciso a pistolettate da un toscanaccio, schedato anarchico impenitente, presunto organizzatore di scioperi, manifestazioni operaie e sollevatore di moti popolari, certo Bresci Gaetano da Cojano (Prato), con residenza a Paterson (Stati Uniti), per la responsabilità avuta dal medesimo Umberto come mandante nei fatti del maggio 1898, allorché il gen. Bava Beccaris, grande domatore di rivolte, teste calde e riottosi, fece prendere a cannonate la povera gente che manifestava per la fame nelle strade di Milano. Fece trecento morti, e per questa venne pure decorato dal suo re.

Questo dice più o meno ufficialmente la storia “approvata”.

Certo è difficile credere che un “isolato” come Bresci potesse avere ragione della vita di un re già scampato, il 17 novembre 1878, ai colpi di pugnale del cuoco “disoccupato” Giovanni Passannante, altro “isolato” dello stesso stampo e quindi alla coltellata vibratagli il 22 aprile del 1897 dall’ennesimo “disoccupato” e “isolato”, tale Pietro Acciarito.

La polizia dell’epoca, pur non disponendo dei mezzi “scientifici” di oggi, non avrebbe avuto alcuna difficoltà a proteggere Umberto da un simile evento. I servizi segreti, oggi come allora, sanno tutto e di tutti, figuriamoci se non avrebbero avuto i mezzi a disposizione per tenere a bada un paio di teste calde. A meno che…

A meno che non si trattasse del semplice gesto di un “isolato”, ma di qualcosa di diverso.

Forse c’è da credere che le tesi del “complotto” sostenute da più d’uno, non siano proprio completamente astratte e peregrine. Tesi ovviamente respinte dagli anarchici che, in nome della purezza delle loro gesta, non vogliono essere accumunati ad elementi “complottisti” con i quali nulla hanno a che vedere. Qualche storico infatti ha tirato in ballo i Borbone detronizzati, nella persona dell’ex regina Maria Sofia vedova di Francesco II e i rapporti che questa avrebbe avuto con Errico Malatesta, esponente di spicco dell’anarchismo internazionale, come presunti mandanti del regicidio. Vero? Falso? E chi lo sa! Chiunque sia stato il mandante, se mandante c’è stato, è compito di storici e investigatori della storia accertarlo. Certo è che la conseguenza di quell’attentato e degli altri “gesti isolati” portati e compiuti, non solo verso esponenti delle monarchie, ma anche verso uomini politici europei, – si ricordino i tentativi di eliminare l’imperatore Guglielmo I e re Alfonso XII, nel 1878; l’eliminazione dello zar Alessandro II del 1881; il preparativo di Oberdan per eliminare Francesco Giuseppe; i due attentati a Crispi nel 1889 e del 1894; l’assassinio del Presidente della Repubblica Francese Carnot, nel 1894; l’assassinio del presidente spagnolo Cánovas del Castillo, culminati con l’attentato e l’assassinio di Sarajevo ad opera di Gavrilo Princip, il 28 giugno del 1914 alle ore 12 all’incirca, dopo che solo mezz’ora prima la vittima designata, l’erede al trono di Austria-Ungheria, arciduca Francesco Ferdinando e consorte erano scampati alle fucilate di tale Kabrinovich, – hanno avuto come risultato, non solo leggi repressive e misure per il restringimento delle libertà personali e di associazione, ma anche e soprattutto quell’enorme carneficina che è stata la cosiddetta “Grande” Guerra e lo sconvolgimento dello scenario politico-economico del mondo intero.

 

 

Io mi limito a pormi l’interrogativo che si ponevano gli antichi di fronte ad un fattaccio: “Cui Prodest?”. A chi giova?

Certo, voglio ancora aggiungere, che quando si sconvolgono certi equilibri, poi le conseguenze giovano soprattutto ai fabbricanti e ai venditori di armi; a tutta una pletora di industriali, petrolieri e affaristi e soprattutto ai loro complici e mandanti, che fanno parte di quel sodalizio di gangster travestiti da uomini per bene che sono i “politici”, non tutti ovviamente, ma quei politici che vedono e usano la politica come strumento per arricchirsi, costi quel che costi, anche se i costi sono rappresentati da qualche milione di uomini uccisi.

È il caso di quanto sta avvenendo oggi nel nord Africa e Medio Oriente, nei paesi vittime del colonialismo, dove una “politica” dissennata e delirante, in nome della propria “democrazia da esportazione”, quasi che questa fosse un prodotto da supermercato, ha voluto disfarsi dei tiranni che essa medesima aveva voluto come cani da guardia di quella parte di mondo, che nelle loro menti malsane non è un luogo, ma un subluogo e dove gli uomini sono dei subuomini e la loro cultura una subcultura. E adesso… Adesso il Mediterraneo pullula di poveri infelici che per sfuggire ad una morte quasi certa, finiscono vittime di una morte molto probabile. È terribile, disumano, atroce. Ma è storia. Vergognosamente storia. Non dell’umanità ma del suo rovescio. 

Comunque, per tornare a Milano e al cannoneggiatore della povera gente, fu una strage di uomini, donne e di bambini.

In seguito, al primo, al figlio del “Padre della Patria”, detto poi “il re buono” per distinguerlo da tutti gli altri che buoni, stando a questa definizione, proprio buoni non dovevano essere, a Torino furono intitolati un importante ponte sul Po; vari istituti; innalzata una statua in stile “Conan il barbaro” sulla collina più alta che domina la città, e intitolato un grande corso: corso re Umberto, appunto. Al secondo, suo sottoposto e sodale nella vicenda di Milano, al prode cannoneggiatore, è stata semplicemente dedicata una via. Una sorta di ipocrita, malcelata vergogna, però, ne occulta il ricordo per sottrarla al biasimo dei passanti: la via si chiama semplicemente “Bava”, appunto. Come “i” gnocchi.

Al figlio del figlio del “Padre della Patria”, al nipote, potremmo dire, della Patria, al cui nonno, Torino ha innalzato una statua su un obelisco alto almeno 50 metri; a quel reuccio lesto di gamba, gran campione nella fuga (non quella Bacchiana), invece, chissà perché, nemmeno una scultura. E sì che non sarebbe venuta a costare granché, considerata la non eccelsa statura del suddetto.

Dunque, comunque fosse, il paese era in mano a quest’ultimo rampollo del casato, quando si trovò in guerra, il 24 maggio del 1915.  

 

***

 

Fine della prima parte di “CUI DI D’AGUST”

 

parte XXV di “SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

ciao a tutti da Paolo

24 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXIV

6 Luglio 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXIV 

* 

 

Quello appena letto era il testo oggetto di “attenzione” da parte di non ben precisati plagiari, e il seguente è il modo in cui si espresse, scrivendo, il mio amico Opal, non appena lesse la notizia che lo fece, ancora una volta, sobbalzare sul suo sgangherato sofà: 

«Anche “Andrea” mi hanno “grattato”. Oggi su Repubblica, (16-giu-08), un nuovo clamoroso esempio di strana coincidenza: una coppia non può dare il nome Andrea alla figlia perché Andrea é nome maschile… guarda caso… e guarda il mio “Storia di A”. Una strana ridda di ancor più strane coincidenze sta accompagnando la mia “carriera” di “scrittore”: prima la coincidenza dei “7 nani” (vedi: Tutto cominciò con Mazinga); poi altre dello stesso scritto e quindi ancora quella del film sulla glaciazione e poi quella delle canzoni napoletane e chissà quante altre che mi sono sfuggite e che forse avranno da venire. Mi sento spiato. Il mio p.c. é preda degli spioni. Sono convinto che i miei scritti sono finiti in mani ignote. E qualcuno sta cercando di vanificarne l’effetto di originalità. Chissà perché?

Me ne sbatto e vado avanti.» 

Strano? Sempre di più e sempre di meno. “Il plagio…”, scrive Roberto Caso, Professore Associato di Diritto Privato Comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento, nel suo:  

PLAGIO E CREATIVITÀ: UN DIALOGO TRA DIRITTO E ALTRI SAPERI 

 

“…continua a tenere banco sui media. Anzi, stampa, televisione e Internet riflettono un interesse crescente sull’argomento. Casi di plagio che coinvolgono famosi politici, giornalisti, scrittori, scienziati e musicisti guadagnano la ribalta della cronaca. Il dibattito che ne scaturisce si alimenta di posizioni fortemente divaricate. Su una sponda i fautori della repressione e della punizione esemplare del «furto» di parole, musica, immagini e idee, su quella opposta i paladini della libertà di imitazione, vero motore immobile – si sottolinea – della creatività e, in ultima analisi, del progresso della conoscenza e dell’arte.” 

Parole sacrosante, da me espunte dal testo liberamente rintracciabile in internet. Peccato, però, che facciano riferimento ad una realtà diversa da quella da me presa in considerazione, dove il plagiato non è il famoso politico, giornalista, scrittore, scienziato e musicista, ma un perfetto sconosciuto che ha riposto nella sua opera un sacco di illusioni; opera che gli è costata un sacco di fatica e pure dei soldi; opera che invece sta fruttando un sacco di soddisfazioni all’autore, o agli autori del furto, furto detto senza virgolette, che, in questa circostanza è, o potrebbe essere, rovesciando le posizioni, il famoso politico, il giornalista, lo scrittore, lo scienziato, il musicista.

Ma, in fin dei conti, dopo aver letto di plagi prodotti da Tizio ai danni di Sempronio e quindi di Caio ai danni dell’uno e dell’altro, non mi resta che pensare che i vari Tizio Caio e Sempronio altro non sono che le pedine di una partita a scacchi giocata tra tre terribili giocatori: il Denaro, l’Ambizione e lo Sfruttamento.  

“Marziale” – riferisce ancora Roberto Caso, – “usa la parola plagiarius evocando una metafora che allude all’istituto del diritto romano in base al quale si puniva con la pena capitale o i lavori forzati il comportamento criminoso di chi «con violenza o frode, vendeva o comprava o donava o accettava come dote un cittadino quale schiavo, ovvero si appropriava dello schiavo altrui “. 

“Quel che si può affermare con sicurezza” - dice ancora più avanti – “è che lamentazioni come quelle di Marziale si collocano in un’epoca tecnologica in cui la parola trovava le prime forme di stabilizzazione nel testo scritto a mano, e le rivendicazioni di autorialità prescindevano da un mercato massivo delle copie di libri. Tali rivendicazioni erano piuttosto collegate agli incentivi economici che si basano sul nesso tra nome (dell’autore) e opera. L’autore aveva interesse a suscitare l’attenzione del pubblico sulla propria arte e sul proprio nome. Mediante il nesso tra il suo nome e la sua opera poteva godere di forme di gratificazione economica come il mecenatismo.”

 Ma pensi, caro lettore, cosa c’è, in special modo oggi, dietro l’ombra di quattro parole. Interessi molteplici, che vanno da quello dell’Hacker, vero e proprio esecutore manuale del misfatto, a quello, quale obbrobrio di definizione, “dell’industria della produzione letteraria”. E in fondo, molto onestamente, anche chi, come il sottoscritto, scrive e cerca di propinarvi uno scampolo di morale, alfine non si sottrae alla perversa logica del profitto.

 

Ciò detto, passerei a proporvi l’ultimo brano della serie “SCRITTI SGRAFFIGNATI”, ultimo non per ragione di importanza e nemmeno per altri motivi, ma semplicemente ultimo in quanto con esso si chiude questa serie di scritti e racconti redatti dal mio amico Opal .

 

Il titolo del racconto è:

 

CUI DÌ D’AGUST

(QUEI GIORNI D’AGOSTO, in dialetto piemontese)

La prima stesura è del 2008.

 

Il tema trattato dal racconto l’ho anticipato nella premessa a “SCRITTI SGRAFFIGNATI” già pubblicato a fine aprile scorso.

 

***

 

Potrete leggerne la prima parte, la prossima XXV° puntata. 

Ciao a tutti. 

Paolo

 

 

23 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXIII

4 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXIII 

* 

Non aggiungo altro, su probabile pressione del mio amico, nel merito del racconto precedente. I motivi non li esplicito per lo stesso motivo per cui Opal non vorrebbe che fossero esplicitati. Questione di affetto. Posso, e devo aggiungere, che la prima stesura dello scritto risale al 2010. E posso dire che a seguito di questo scritto c’è stato un parto; è nata una speranza. Quel futuro che il mio amico si augura nell’ultima riga del suo scritto.  

Con ciò, vorrei ugualmente proporvi la lettura di un brano, ancora una volta estrapolato dal secondo scritto di Opal Romanioli, che è, a mio avviso, anch’esso vittima di una sospetta opera di plagio, plagio che, se non finalizzato all’ottenimento di un vantaggio editoriale per il suo “autore”, potrebbe tranquillamente configurarsi alla stregua di “stupratore di scritto”, come ho già avuto modo di illustrare. 

Eccovi il brano, scritto nel contesto dell’opera narrativa “ALLA RICERCA DELLA GRAND-MERE”, opera di cui vi ho già presentato, e spero abbiate letto, alcuni brani.

 

STORIA DI “A”

(Prima stesura 2001) 

 

«Mia madre,» disse, «secondo tradizione, pensava che mi dovessi chiamare Michele, perché il padre di mio padre si chiamava Michele. Ma mio padre aveva in testa una parola nuova appena imparata da certi compagni suoi, compagni che andavano raccontando storie di libertà e di rivolte, e che già amava più della tradizione: ANARCHIA, così avrebbe voluto che mi chiamassi. “Michele”, diceva, “anche se rispettabile, è pur sempre un nome da santo!” e lui, che aveva combattuto in una grande guerra dove aveva perso tutti i suoi amici, si era allontanato da certe devozioni che, diceva: “Ne avessero salvato uno da quel macello!” Ma mia madre replicava che intanto lui era tornato; e, comunque, se non voleva darmi il nome di suo padre, allora, per rispetto alla memoria, che mi desse almeno quello del suo, di lei, che era Andrea. “Anarchia”, aggiungeva per convincerlo, affinché ci pensasse, “è un nome femmina!” mentre, Andrea, voi lo sapete, significa uomo. Mio padre, come usava un tempo a causa delle guerre e della miseria, aveva dodici anni più di mia madre quando finalmente poté sposarla; e, lei, lei non era più una ragazzina. Lui, pescatore maturo e ostinato e per giunta senza istruzione, non volle sentire ragioni: “Anarchia” aveva deciso e “Anarchia” doveva essere! Ma mia madre non era per niente una donna remissiva.  

«Andarono a vivere in una casetta in riva al mare dov’era una spiaggia dai sassi neri e dove passai gli anni della mia infanzia. Il tempo trascorre lento d’inverno e mia madre, cosa strana per quei tempi, che aveva fatto la seconda, mentre mi aspettava gli insegnò, a mio padre, a leggere e a scrivere. Per lui, con la “A”, prima lettera della parola Analfabeta, si dissolsero pure le catene della sua terribile schiavitù e si schiusero le porte del Paradiso, della cui esistenza, peraltro, cominciava seriamente a dubitare. Inizialmente, prese a leggere i nomi delle vie e qualche pezzo di giornale recuperato all’osteria, e quando si fu impratichito con la penna, scrisse il nome ANARCHIA sulla sua barca, in grande e con la vernice bianca, senza nemmeno una colatura. Soddisfatto, andava a testa alta coi compagni di pesca, ruvidi e ignoranti, ed ogni qual volta passava una barca o una nave al largo, egli, entusiasta, ne leggeva loro il nome: “Sparviero! Guardate! Quello è Sparviero con tutto quel fumo: guardate come fila!” “La Rosa… ecco la Rosa dei Venti: ehi della Rosa… siamo noi… qui, ciao… ciao… e voi maleducati… salutate… salutate!” Ed ecco “Maria Assunta”, ecco “Albatros” ecco…” Certi nomi faceva fatica a leggerli, per quanto grossi fossero scritti. Ecco “Ge-ne-vie-ve Moli… Molinòs: Genevieve Molinòs – Le Havre”: una meraviglia, con tutte quelle vele! 

«Lesse il Vangelo, l’unico libro che avevano in casa, tutto d’un fiato; poi andò da Don Vincenzo e si mise a parlare con lui chiedendogli come mai di questo e come mai di quello. Il prete, stupito e anche infastidito per quella inaspettata e interpretata arroganza, gli disse che si stava guastando la testa con certa gente e che era meglio che pensasse “o’ pisci” e agli affari di casa sua, se non voleva finir male. “Di questo passo”, commentava col sindaco e con gli altri notabili del paese, seduto al circolo nella piazzetta, “dove andremo a finire di questo passo, se anche i pescatori ignoranti si mettono a leggere e a confutare la parola di Dio?” “Ecco dove hanno portato certe idee…” “Contestano l’ordine costituito; rinnegano l’autorità, questi dannati senza legge!” “E senza Dio!” “Gaglioffi! Vogliono buttare tutto all’aria!” “Si vogliono prendere le nostre terre; la roba nostra; il sangue nostro vogliono ‘sti fitusi!” “Sulla forca finiranno prima o poi, vedrete! Sulla forca!” “Gaglioffi!” “Satanassi!” “Ma certo! Il patibolo ci vuole! Il patibolo è l’unica medicina per certa gente!” dicevano in coro, e, solidali, aggiungevano altre meschinità e bassezze che il prete, a mani giunte, alzando gli occhi al cielo e sospirando tra le labbra strette e false, faceva finta di censurare.

«Allora, proprio per non dargliela vinta, a lui e a quegli altri presuntuosi, mio padre andò al circolo di quei compagni e un po’ alla volta prese tutti i libri che c’erano in biblioteca e se li lesse, compresa un’introvabile edizione italiana dell’enciclopedia Diderot e D’Alembert.

 

«Intanto io ero nato, e i miei genitori, raggiunto un compromesso sul mio nome, decisero per A. A, come l’iniziale di Anarchia, per accontentare mio padre; A, in quanto prima lettera dell’Alfabeto, per onorare la vittoria sull’ignoranza e, infine, per gratitudine a mia madre, che vi aveva così tanto contribuito, A come Andrea, il nome del padre di lei, che, per combinazione, iniziava allo stesso modo.

«All’ultimo momento, però, a battesimo avvenuto, dopo aver scritto quella A, don Vincenzo, confortato dal sindaco e dal capo ufficio dell’anagrafe, presenze queste che avevano insospettito non poco mio padre, si fermò senza staccare la penna in attesa che quegli aggiungesse quanto mancava, e lo sollecitava con ampi gesti della testa a proseguire. Mio padre lo guardò dubbioso, interrogativo, guardò dubbioso anche il sindaco e il capo ufficio dell’anagrafe e, per ribadire che così bastava, sottolineò il fatto con un gesto della mano, da sinistra verso destra: così. A quel punto, Don Vincenzo fece “No” con la testa, lasciò andare la penna, e scrollando le spalle disse che non poteva accettare un nome di una sola vocale, in quanto, asseriva col sostegno degli altri congiurati, questo riteneva mio padre che fosse, una vera e propria congiura cui non dovevano essere estranei i parenti di mia madre, non essere quello un nome accettabile dai regolamenti civili, perché avrebbe creato confusione nei registri. Quindi, visto che si era già scritta la prima lettera, se voleva che la registrazione fosse buona, che ne aggiungesse delle altre, “lui che sapeva scrivere”, e che formasse un vero nome: un nome intero, da cristiani! Mio padre avrebbe voluto prendere don Vincenzo per la tonaca e fargli ingoiare tutti i bottoni, dopo averglieli strappati ad uno ad uno. Lo videro diventare verde dalla bile che stava per scoppiare; la callosa mano destra alta e spalancata e l’altra appoggiata al bordo dell’acquasantiera, pronto a mettere in atto il suo proposito. Io, che sono sempre stato dalla sua, mi misi a strillare così forte che mia madre, non sapendo più come tenermi, mi passò a mia nonna, la quale, fatte diciotto gravidanze e quattordici figlioli, un po’ se ne intendeva, e mi acquietò. Il capo ufficio anagrafe e il sindaco, visto come stavano mettendosi le cose, scortarono don Vincenzo e si barricarono in sacrestia, con lui e con tutto il registro delle nascite. I parenti dell’una e dell’altra parte, che, come sempre accade, non si potevano soffrire, non persero occasione per rinfacciarsi cose che poco avevano a vedere con la ricorrenza, e nella chiesa si sollevò un brusio completamente estraneo alle rituali litanie che faceva tremolare tutte quante le candele accese. Mio padre, trattenuto da mia madre, da mia nonna e dai compari d’anello, strattonava così forte che si strappò la giacchetta presa a prestito da un amico, e per quella cosa s’imbestialì fuori misura. Così, per evitare che il lettore dei nomi delle barche si compromettesse irrimediabilmente, intervennero i suoi amici pescatori che se lo portarono fuori della chiesa, dove già era entrato controvoglia unicamente per compiacere il desiderio di mia madre.

 

«Stette un mese fuori di casa. In barca, si disse, a pescare alici. Ma qualcuno smalignò, e forse non a torto, che fosse andato a ***, a far visita a una sua vecchia fiamma, femmina dagli occhi ardenti, e non solo quelli, si diceva, con cui aveva avuto, ancor prima di conoscere mia madre, una segreta, – ma che, visti i risultati, tanto segreta non doveva essere, – relazione all’insaputa del di lei promesso, un carabiniere della locale tenenza, dal quale, da sette lunghi anni, attendeva di essere impalmata. La poverina fu poi abbandonata dall’uno e, naturalmente, anche dall’altro; e, forse per la cocente delusione, o forse più per le malelingue, la cosa non si chiarì in modo dovuto, non si era ancora, né l’avrebbe più fatto, d’altronde, maritata; e, trovandosi in difficoltà, certamente per bisogno, perché altro se no, si era dedicata a quell’arte, quella professione, per l’esercizio della quale, a quel tempo, ci si doveva ritirare in una casina fuori mano e in un paese che non fosse il tuo.

«Quando mio padre ritornò, mia madre lo tenne fuori della porta per un altro mese, perché, diceva, si sentiva la puzza “i chidda b…” e si chiudeva la bocca con la mano, per non pronunciare l’epiteto fin troppo evidente e conosciuto.

«Per quella faccenda del nome che, alla fine, non si sa bene come, fu registrato Andrea a tutti gli effetti, tutti ebbero ragione per prendersela in qualche modo, compreso mio nonno Michele che non volle più vedere mio padre per un pezzo. Così lui, mio padre, per farsi perdonare, gli altri miei fratelli li chiamò tutti, rispettivamente: Michele, il secondo; Rosa Michela, la terza; Michelangela, la quarta; Carlo Michele, il quinto; Carlo Federico Michele, il sesto, e così via, fino all’ultimo, che non mi ricordo neppure io come si chiamava, tanti ne vennero dopo di me.

Io, comunque, per lui, fui sempre e solo A». 

 

***

 

Alla prossima puntata, sperando che il mio collegamento internet la smetta di fare i capricci. E’ da almeno 15 giorni che il segnale va e viene e non mi riesce di pubblicare i miei scritti al tempo da me voluto. Strano.

Ciao

Paolo

21 – 22 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parti XXI – XXII

26 Giugno 2017 Nessun commento

 

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXI 

* 

IL MILIONARIO

(Prima stesura 2010) 

  Era il possessore, il vero centratore della “sestina”, il possessore della ricevuta. Era un vecchio. Un vecchio solo e abbandonato, che da anni se ne stava chiuso in disparte. Non frequentava la piazzetta degli ipocastani, o, meglio, se la frequentava, lo faceva solo per leggere il giornale e non dava confidenza ai frequentatori che sappiamo. Era un vecchio che si era fatto la guerra. Poi la resistenza. Poi, in fabbrica, operaio, aveva combattuto nella società per una società migliore. La società nella quale noi stavamo vivendo, e che stavamo facendo a pezzi.  

Ma tornando a lui, al Vecchio, dobbiamo dire che la felicità che gli dava quel biglietto consisteva proprio in ciò che quel biglietto gli consentiva di fare: starsene alla finestra a godersi uno degli spettacoli più interessanti degli ultimi 70 anni. Andare a godersi quei soldi altrove? E dove meglio di lì. Quelle erano le sue Maldive, i suoi Caraibi, le sue Barbados, le sue isole della felicità. Non aveva figli. Non aveva più moglie. Non aveva più il Partito. Poteva dunque permettersi quel magnifico passatempo. Così, non contrariamente a quanto avevo accennato in precedenza, ma in combinazione, anche lui si era fatta venire l’idea, la stessa che era venuta in mente allo Sfigato. E allora lo aveva chiamato e gli aveva fatto la proposta.  

Allo Sfigato non pareva vero. Si mise a urlare e a saltare in casa del Vecchio che quegli dovette frenarlo prendendolo per la cintura delle brache, pena che tutti i vicini avrebbero avuto sentore della situazione per quell’improvviso baccano mai udito prima. Il Vecchio conosceva di vista lo Sfigato, ma da gran conoscitore di uomini, si era subito reso conto del di lui valore. Aveva capito, da uomo intelligente, che quello era un gigante tra una congrega di “nani”. E lo compativa nel vederlo isolato e costretto al contempo alla frequentazione di quelle mezze tacche. Gli ricordava se stesso. Vedeva in lui le caratteristiche dell’uomo capace di cambiare il mondo in meglio. Sì perché il mondo lo cambiano gli uomini tormentati dal dubbio. Quelli che non si accontentano delle certezze ufficiali. E lo Sfigato era uno così. E il Vecchio lo aveva capito. Gli era bastato carpire il suo silenzio tra i lazzi e i discorsi senza senso delle mezze tacche e dei “nani”. E lo aveva eletto a suo campione. «Se capiterà chissà cosa» diceva a se stesso «saprò di poter contare su di te.» E la cosa era accaduta. Non ciò a cui pensava, ma lo stesso una cosa estremamente rivoluzionaria.

 *

L’intesa era il silenzio. Nessuno avrebbe dovuto sapere. Nemmeno i “suoi” dello Sfigato. A sua moglie avrebbe dovuto raccontare una balla. Non fu facile. E infatti non ci riuscì. Infranse la consegna e la rese felice, anche lei. Naturalmente lei avrebbe dovuto recitare la commedia fingendo di non sapere nulla dell’improvviso cambiamento del marito. «È cambiato» si limitava a dire ai vicini e alle amiche che quasi l’asfissiavano. «Da qualche tempo non è più lui» 

Era brava la moglie dello Sfigato. Sapeva recitare e reggeva bene la parte. Lui era contento. E il Vecchio in cuor suo lo sapeva che lo Sfigato gliel’avrebbe detto. E in fondo, da come stavano andando le cose, non era un danno. Anzi, al contrario, un complice in più, meglio dire un soggetto in più, un attore in più in quella sceneggiata, non poteva che giovare. Naturalmente, per essere convincenti al massimo, confacendosi al modo di comportarsi della banda dei “nanetti”, la moglie, nemmeno la moglie avrebbe dovuto sapere, altrimenti, un milione a questo, un milione a quello… il fisco e via discorrendo. E lei seppe mantenere un contegno più che adeguato alla commedia che stavano recitando. Niente vestiti nuovi, niente spese, niente stravaganze. Proprio come quelli, i “nani”, dicevano, ma in fondo non pensavano, ci si dovesse comportare qualora la fortuna li avesse toccati.

 «È proprio lui,» dicevano, «non può essere che lui. Sta facendo il furbo, guarda la moglie.» «Già, ma lui? Non vedi che cambiamento?» «Vero, però…»  Insomma, alla fine, con quel «però», riuscivano sempre a concordare la convinzione che il vincitore non poteva che essere lui. In fondo, la cosa faceva loro comodo. Fa sempre comodo avere un amico “granoso”. Così un giorno, un tale, non proprio uno della cricca, ma uno che solo ogni tanto bazzicava al bar che conosciamo, uno che aveva una boita di torni, frese ed aggiustaggio, uno che stava bene, almeno fino a qualche tempo prima della crisi, uno che, trovandosi ora a malpartito, avendo colte seriamente quelle indiscrezioni, prese a meditare ad un rimedio per tirare su la sua ditta che stava andando a ramengo per le tasse e i debitori. Un prestito. Un prestito ci voleva. E un giorno, dopo aver fatto la posta davanti al garage della biemmevù dello Sfigato, se lo prese in disparte, quest’ultimo, e gli disse:  

- Sfig… cioè, Timo, posso chiamarti Timo?

- Certo, – rispondeva Timo, il cui nome, ora lo  possiamo dire, era Timone.

- Senti, tu sai, la mia ditta, da qualche tempo…

- Sì? – faceva lui.

- Beh, sai come vanno le cose, con questa crisi…

- Certo, – diceva, – con questa crisi, non dev’essere facile.

- Ecco, proprio, è molto difficile andare avanti.

- Vero. Tutto vero. Ma perché lo vieni a dire proprio a me?

- No, scusa, non è che io… però, visto che tu… insomma, mi hanno fatto un accertamento e avrei bisogno di…

- Di?

- Di… un piccolo prestito. Oh, non appena posso…

- Ma perché chiedi a me, perché a me questa richiesta, non è che io abbia… insomma, tu mi conosci, io sono lo Sfigato, mica ho la grana, io!

- Ma dai… insomma… lo sanno tutti…

- Sanno tutti, che?

- E dai, prometto: sarò muto come un pesce. 

Lo Sfigato smise di fingere, ma non di sostenere il suo ruolo nella commedia. «Va bene, quanto ti serve?» disse serio e a bruciapelo. L’altro divenne radioso come un santo con l’aureola. «Cin… Cinquanta?» disse felice per il parto realizzato. Lo Sfigato lo guardò serio serio. L’altro si rimpicciolì come fanno i cani che si aspettano un cippeeciap. Lo Sfigato, che non fumava, si accese una di quelle schifezze che chiamano sigarette elettroniche e gli sbuffò il fumo dolciastro sulla faccia. Lo guardò come i padroni guardano i loro sottomessi troppo pretenziosi e: «Te ne posso dare quindici,» disse come avrebbe detto un usuraio. «La tua ditta non vale di più». L’altro accusò il colpo. La sua ditta era tutta la sua vita. Deglutì e stava per ribadire quando lo Sfigato lo anticipò. «Naturalmente, tu me lo insegni, nessuno fa niente per niente». Rivoira, questo era il suo nome, lo guardò in cerca di clemenza.  

Rivoira, non solo era un padrone di boita che maltrattava i dipendenti, ma era anche un maldicente della peggior specie. Uno sputtanatore capace di sputtanare anche se stesso. Un vero campione. Eccezionale nel gioco sporco. Ti induceva a fargli qualche confidenza, e poi finivi sui giornali. Dello Sfigato aveva sempre detto peste e corna. Pur avendo poco a che fare con lui, era il suo più acerrimo nemico. Rivoira si credeva un grande imprenditore. Credeva nella potenza del mercato. Nel capitalismo più sfrenato. Idolatra di potenti e mascalzoni, odiava comunisti e quanti a suo vedere erano un peso per la società. Odiava gli impiegati dello stato. E il nostro Timo era uno di quelli. «Comodo», diceva sempre di lui, «stare dietro una scrivania a fare niente. Io mi faccio un culo così da mattina a sera tardi nell’azienda, non vado a casa alle cinque del pomeriggio! Io mi sono fatto da me!» Capito il personaggio? Un “faso tutto mi!” Un nemico dichiarato dello stato sociale. Uno che trattava gli operai: “prendere o lasciare e niente sindacati!”. Uno di quelli che fa la comunione tutte le mattine e che poi di notte va a fare i raid contro le mignotte. Uno di quelli che ha portato al potere la feccia nel nostro paese. Uno di quelli che blaterano su giustizia e sicurezza, ma che poi non pagano le tasse e portano i soldi in Svizzera. E proprio in uno di quei suoi viaggi della speranza, in uno di quei viaggi oltreconfine era stato bloccato da una finta macchina della Finanza che lo aveva alleggerito del malloppo. Mezzo milione di Euro, pare gli avessero ripulito e dovette pure stare zitto. E adesso, complice la crisi, quella crisi che impietosamente mette alle corde soprattutto i meno bravi, versava in pessime condizioni. Stremato, vedeva cadere tutto il suo sogno. Il castelletto che non c’era più, il lavoro che lo tradiva, insomma, tutta la sua mitologia si era infranta e intanto la banca lo crocifiggeva e gli stava barbando ogni sostanza. Tutto il sacrificio di una vita.  

Il nostro Sfigato lo conosceva bene. Avevano fatto le elementari insieme, dopo di che, ognuno per la sua strada. Uno, imprenditore. L’altro, ciò che conosciamo. E questi, dopo aver sopportato per anni e in silenzio, tutte le cattiverie di cui sono capaci i Rivoira, a questo punto, esclusa ogni possibile rivincita sociale, quella rivincita che tutti i proletari sognano avverarsi prima o poi, si rifugiò nel privato. Quel privato che tanto entusiasmava il suo interlocutore.

«Come ti stavo dicendo, però,» riprese a dire lo Sfigato, «nessuno fa niente per niente, e se tu vuoi quei soldi, bisogna che tu faccia qualcosa per me».«Ma certo», disse quello, «se posso, ben volentieri. Se non ci si aiuta tra compagni di scuola!» «Bene»,disse lo Sfigato, «stai a sentire». E gli sussurrò nell’orecchio alcune cose che poi subito capirete. «Va bene», disse l’altro, piuttosto confuso, «come vuoi, però,» aggiunse quindi dal buon speculatore che non riusciva a smettere di essere, «non possiamo fare, venti?» «D’accordo,» fece lo Sfigato, «vada per venti. Venti, prima. Altri cento te li do dopo». Rivoira ebbe un fremito. «Cento?» disse, «e, dopo che?» Lo Sfigato riprese a sussurrargli nell’orecchio. Rivoira più che incredulo, estasiato, gli baciò prima una mano e poi l’altra. «Cento!» si ripeteva, «Cento!» Si congedarono, uno convinto di aver fatto una buona cosa, l’altro di essere stato miracolato da una delle madonne cui era devoto. Qualche giorno più tardi il conto corrente di Rivoira si rimpolpò di ventimila euro e contemporaneamente uno striscione con una scritta cubitale comparve sul portone d’ingresso della ditta omonima:   

SONO CAMBIATO! VOGLIO BENE AGLI OPERAI!

W IL SINDACATO! 

*** 

 

PARTE XXII 

* 

IL MILIONARIO

(Prima stesura 2010)

  Stupore ed emozione furono grandi nel quartiere. A destra come a sinistra. Tutti si chiedevano chi poteva aver fatto una cosa simile. «Maledetti rossi», dicevano a destra. «La pagheranno». Ma di “rossi” nel quartiere non ce n’erano più, e quei quattro che ne avevano ereditato le strutture non erano nemmeno rosa, tuttalpiù potevano essere granata come la maglia del Toro. E poi, il Rivoira non esitava a dire che le cose stavano esattamente come diceva la scritta. «Una conversione,» si disse in giro. «Proprio il Rivoira? Mah!» fecero i più avveduti. Comunque Rivoira insisteva. Teneva la scritta e si dava da fare col convincimento. Non solo, ma sia lui che la moglie si erano dimessi da “quel partito” dove da anni militavano, e avevano chiesto di essere ammessi nel partito dei “rossi”; “rossi” con tanto di virgolette. Dopo un mese di sofferenza Rivoira controllò il conto in banca e fece un sorriso grande come una casa popolare.

 *

Nessuno doveva sapere niente. Il direttore della banca non fece trapelare una virgola, e gli impiegati, pena la minaccia di essere trasferiti alla sede di Corleone, fecero altrettanto. Eppure, nonostante ciò, le voci si rincorrevano da casa in casa, da negozio a negozio, da un angolo all’altro del quartiere. E sconfinavano. Trasmigravano nelle aree confinanti. «Rivoira qui, Rivoira là! Rivoira su, Rivoira giù!» E tutto per merito dello Sfigato. Lo Sfigato che aveva cuccato la sestina al superenalotto. La sestina dei trecento milioni e pussa e che aveva compiuto il miracolo di convertire quel reazionario di Rivoira a botta di centoni. «Lo Sfigato ha cuccato il sei vincente e concede prestiti!» Non si parlava d’altro. Come fosse avvenuto un miracolo. E lo era. Non era Natale, ma la cosa stava prendendo una piega quasi Dikensiana. Tutti cercavano lo Sfigato, che ha questo punto per tutti meritava di essere citato col proprio nome, per chiedergli qualcosa. E quegli, non a tutti, ma solo ai bisognosi, dava una mano. In breve il nostro Timo era diventato più famoso di… pensate a chi volete. Dietro ai vetri di quell’appartamento con vista sulla piazzetta dagli ippocastani, il Vecchio se la rideva, tirando boccate da sigarette che non gli davano gran piacere, da che avevano smesso la produzione delle Esportazioni senza filtro, quelle dal pacchetto con la barchetta nera in campo verde. 

* 

Essere conosciuti con tale credenziale (quella della generosità nel dare soldi) può dare appagamento, ma è un peso non indifferente. Gente che ti ferma ad ogni passo, e che alla fine ti assilla. E che, soprattutto, un po’ alla volta ti rosicchia e ti assottiglia il gruzzoletto. In poco tempo, cento qua, cento là, se ne erano andati quei settecentomila e rotti della vincita che, come abbiamo detto, da soli potevano arricchire e far vivere allegramente almeno tre famiglie. Il nostro Timo però aveva fatto indubbiamente meglio. Aveva aiutato centinaia di famiglie. Gente che non poteva pagare l’affitto; pensionati “morosi” rimasti senza luce e senza gas; gente che non ce la faceva a tirare avanti; gente senza lavoro. Povera gente in fuga dalle guerre umanitarie. Beneficenza. Pura e semplice beneficenza, però. E la beneficenza, pur nobile atto, non è cosa che soddisfi il cuore di chi è abituato alle Esportazioni senza filtro. Il Vecchio che, non dimentichiamolo, è sempre il padrone della situazione, non si accontenta di fare l’elemosina. Per lui è cosa da preti e da ricchi borghesi in cerca di espiazioni per i propri sensi di colpa. Aveva concesso il consumo di quei “settecento”, con un più importante scopo: rendere famoso il suo pupillo. E lo scopo era raggiunto. Timo era una celebrità. Ma al Vecchio non interessava la celebrità fine a se stessa. Anzi, a dire il vero, la detestava. Detestava gli uomini celebri, quando dalla celebrità, che è un qualcosa che altri ti concedono, che le masse ti concedono, non fanno che succhiare avidamente e basta. Quelli che si arricchiscono grazie al favore delle masse, siano essi politici, grandi artisti, o semplici giullari. Le masse danno piacere e potere, e tu hai il dovere di dare loro qualcosa in cambio. Il Vecchio aveva ben saldo entro di sé questo principio. E sapeva che anche il nostro Timo era lo stesso, e infatti si trovarono subito concordi nel pensiero di restituire il beneficio avuto a chi ne aveva diritto. Quella fama ottenuta andava restituita al popolo. Come? Semplice.  

Proprio nella piazzetta degli ippocastani, in posizione d’angolo col corso più importante, c’era una casetta in vendita. Un piano fuori terra. Tre stanzette in tutto. Era stata la casa/boita di un vecchio meccanico ciclista morto qualche tempo prima, che gli eredi avevano messo in vendita e che, nonostante la posizione eccellente, nessuno voleva comperare. Gli speculatori non la volevano perché non aveva terreno e quindi nessuna possibilità di ampliamento. Altri acquirenti non la giudicavano appetibile come abitazione, in quanto quasi priva di privacy, visto che dava completamente sulla strada. C’era sì, un possibile ed insistente compratore, ma gli eredi non volevano cedergliela, perché l’avrebbe trasformata in una sala giochi, e ciò non garbava loro, in ossequio alle loro convinzioni e alla volontà del defunto, che mai avrebbe approvato una simile sconcezza a due passi dalla chiesa del quartiere. Così, ecco che si compie l’operazione. La seconda fase del progetto del Vecchio è in fieri. La casetta viene acquistata con uno stratagemma. Timo disse a quegli eredi che ne avrebbe fatto un’associazione di beneficenza. E invece che ne fa… indovinate un po’? bravi. Proprio così. Una sede del PCI, il Partito Comunista Italiano, con tanto di insegna e di bandiera rossa con la falce ed il martello. Apriti cielo! I primi a lamentarsene furono, indovinate un po’? No, non furono gli eredi del vecchio ciclista, a suo tempo favorevole al compromesso storico, ma… esatto, proprio loro, gli eredi del prematuramente sepolto PCI, il glorioso Partito Comunista Italiano. Sì, lo so che adesso lo scritto sta prendendo una piega che mi alienerà la simpatia di buona parte della “sinistra” di governo e non. Chissà in quanti vorranno aprire un dibattito. Esprimere la loro indignazione. Quanti vorranno dire che non c’erano più le condizioni… che la composizione di classe… e altre amenità di questo genere delle quali, detto sinceramente, non me ne frega un cazzo. Il fatto sta che gli eredi del suddetto PCI si mossero, prima a livello di quartiere, poi di circoscrizione, quindi a livello cittadino e poi di provincia e di regione, sennonché, vista l’irremovibilità del nostro Timo a cedere circa la pretesa di quelle “autorità” in tema di diritti sul simbolo del defunto partito dei lavoratori, si mossero persino da Roma per venire a capo della situazione.  

«Lei non può,» – dicevano quegli alti esponenti venuti da Roma, – «utilizzare un simbolo che appartiene ad altri. È una indebita appropriazione».  

Timo ribadiva che se il simbolo doveva appartenere a qualcuno, questo non poteva che essere il popolo. Il popolo comunista che aveva versato lacrime e sangue per quell’emblema, emblema che non poteva essere considerato alla stregua di un qualunque marchio pubblicitario o, per dirla in modo più attuale, logo di un qualsiasi prodotto da supermercato. E poi, con quale faccia, rivendicare diritti su una cosa alla quale di propria volontà avevano rinunciato? E della quale si erano disfatti senza avere nessun diritto? Il partito non apparteneva ai suoi “dirigenti”. Il partito era di tutti e non apparteneva a nessuno. «Quando non si condivide la linea di un partito,» – aggiungeva il Vecchio, entrato ora in piena luce nella vicenda, – «e specialmente di un partito come il PCI, ci si dimette da quel partito, non lo si uccide. Non lo si liquida come una cosa inutile di cui non si sa che fare. Non ci se ne disfa come di un rottame. Perché non è roba nostra. Il PCI apparteneva alla storia, e nessuno può considerarsi padrone della storia». E lui della storia, soprattutto della storia di quel partito e di quel quartiere, ne aveva fatto parte quando, a fine aprile del ’45, sceso dalla montagna, con altri compagni aveva impegnato i nazifascisti in un sanguinoso conflitto a fuoco.  

Li portarono in tribunale. Si mossero fior di avvocatoni, grandi burocrati e decine di spergiuri pronti a testimoniare che la decisione fu presa non senza aver consultato la base, che le condizioni erano tali per cui non si poteva fare altrimenti, e via discorrendo, discorrendo e ancora discorrendo. Intanto, nonostante la consegna del silenzio, la cosa finì su tutti i giornali. C’era, ovviamente, chi attaccava da destra, dicendo che i comunisti alla fin fine non sono meglio degli altri quando ci sono di mezzo i soldi. E c’era chi, risvegliatosi da un lungo sonno, prese a rivendicare diritti anche da sinistra. «Effettivamente,» dicevano alcuni addormentati addormentatori della causa comunista, «non c’erano le premesse,» «non si poteva,» «non avrebbero dovuto,» «effettivamente», «per lo più…» Queste ed anche «detto ciò,» erano gli incipit di argomenti sui quali non vale la pena dilungarsi. Fatto sta, però, che nessuno di quegli ex combattenti con l’eskimo e il tascapane nell’armadio, riusciva a farsi venire un’idea che fosse qualcosa in più del semplice dire. Dell’argomentare. Padroni della chiacchiera ora come allora. Al Vecchio invece, vecchio indomabile partigiano risoluto, l’idea era venuta fulminea e contagiosa. Ed aveva contagiato il nostro Timo. E non solo. E, siccome ormai il “loro” diventava ogni giorno di più un partito sostanzioso e ben organizzato, ecco che un mattino un nucleo di 300 persone, almeno, muove dalla piazzetta degli ippocastani dove si era radunato, muove, dicevo in direzione sud. Chi a piedi chi in bicicletta chi alla guida di un furgone, muovono con un cartello in testa con su scritto: LUNGA MARCIA, e in cammino verso sud, ingrossano sempre più al canto dell’Internazionale. Ad ogni paese, ad ogni frazione, ad ogni città raccolgono seguaci, sostenitori, compagni. Ad Alessandria sono già quindicimila. E man mano che avanzano si riprendono, ovviamente senza colpo ferire, le sedi che furono del vecchio PCI. La polizia non sa che fare. I politici nemmeno.

Come andrà a finire? E chi lo sa!   Io ci ho messo il presente.

Il Vecchio ci ha messo i soldi. Il futuro mettetecelo voi.

Arrivederci e grazie.

 

***

 

Alla prossima puntata.  

Ciao.  

Paolo