29 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXIX

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

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PARTE XXIX 

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CUI DÌ D’AGUST

  (Prima stesura 2008) 

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E così, più o meno, scorreva la vita nella Torino operaia in quegli anni prima e poi attorno al 1917, secondo e terzo anno di guerra della prima guerra mondiale dell’epoca moderna.

Ma, stavo dimenticando la Jucci, personaggio di primo piano della nostra storia.

Jucci, da Mariuccia, è la primogenita del Lice e della Nesta.

- ‘Na fia bela parej ‘d’n fiur! - dicevano i vicini. – Sua mare da giuuvna!

Sedici anni. Capelli lunghi e raccolti come usava allora. Biondi, non troppo, – Cume la crusta dal pan! – Occhi castani. – Culur ninsola! – La pelle bianca e morbida, – Cume ‘l lait! – I ragazzi se la mangiavano cogli occhi.

Ogni riferimento a quel tempo riconduceva inevitabilmente a qualcosa da mangiare. E ciò era un bel complimento.

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LA FAME

La fame si faceva sentire a Torino da almeno un paio d’anni. La guerra si portava via tutto. Non solo gli uomini, ma anche il loro sostegno. Pane. Pane. Persino il pane scarseggiava. Le donne facevano ore di coda davanti ai forni, spesso tornando a mani vuote. Già, perché pare che il pane, quel poco che veniva sfornato, se lo accaparrassero certi squallidi trafficanti per venderlo a prezzi maggiorati, e le serve dei ricchi signori, che riuscivano a farselo dare passando dal retrobottega. E molte panetterie, che a quel tempo non si chiamavano ancora boutiques, da qualche tempo, alla scritta “Pane”, hanno aggiunto la dicitura “e biscotti”, essendo infatti più redditizio destinare la poca farina a disposizione alla produzione dei biscotti, che non a quella del pane. La gente era stremata. Come poteva un omone come il Lice, come potevano gli operai del tempo sgobbare 10-12 ore e anche più in fabbrica o nelle altre attività, quando tutto era fatto a forza di braccia, senza nemmeno il sostegno di una biova? A Torino la classe operaia era da tempo la più… diciamo la meno peggio. Con l’industrializzazione in crescita e con la guerra, le fabbriche torinesi marciavano a pieno ritmo e i salari, pur miserevoli, erano comunque sicuramente tra i più alti del paese. Se non altro c’erano. Nell’Italia da poco “unificata” infatti, l’unificazione era sbandierata in tutto tranne che nel diritto ad un lavoro e ad un salario perlomeno “onesto”. Pur tuttavia, anche nella Torino operaia del 1917, nella Torino delle grandi fabbriche, nella città più beneficiata dalla produzione, nella città tra le più ricche del paese, nonostante tutto, le condizioni di vita degli operai si sono fatte critiche anche lì. La Torino, che nel 1821 aveva 90.000 abitanti, e poi 375.000 nel 1909, ne ha adesso circa 500.000, grazie all’immigrazione, soprattutto meridionale. Gli operai sono la stragrande maggioranza della popolazione attiva. Oltre 200.000 tutti accalcati nelle “barriere” dove ci sono le fabbriche. La “barriera di Milano”, specialmente, e il “borgo di San Paolo”. E in virtù di ciò le pigioni sono cresciute del 50 per cento dopo il primo anno di conflitto. Due stanzette per le quali si pagavano 30 lire al mese adesso ne richiedono 50. E l’inflazione si mangia i salari. Ciò che costava 10 prima della guerra adesso costa più del doppio. Il pane è passato da 40 a 70 centesimi il chilogrammo ed è pessimo, fatto di farina “allungata” con farine di legumi, quando non con la segatura. E inoltre è razionato. 300 grammi pro-capite è la razione giornaliera, non di più. Quando c’è. Già, perché i rifornimenti di grano, al pari degli altri generi di consumo, sono diventati difficili e i panatè i miracoli non li sanno ancora fare e quando riescono li fanno solo per i ricchi. Insomma, le classi lavoratrici, il proletariato che fornisce la “carne da cannone” alla monarchia, in cambio non riceve manco un tozzo di pane secco. Mentre invece, come sempre accade in simili circostanze, le “classi dominanti e privilegiate” non solo non soffrono, ma accrescono i loro profitti. E ciò contribuisce ad accrescere il malcontento. E siamo più o meno nel mese di febbraio – marzo 1917.  

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I mugugni e il malcontento che allignano e crescono all’interno di tutti i settori produttivi, dalla Manifattura Tabacchi, alla Fiat, non hanno solo carattere economico. Si incomincia ad essere stanchi della guerra. Esausti. E se ne chiede la fine. E a farlo sono anche e soprattutto le donne; donne che hanno sostituito i mariti al fronte e che sono adesso numerosissime e in prima linea nelle fabbriche, insieme agli operai maschi, reclutati e militarizzati sul “fronte interno” della produzione; che le guerre si possono, solo se la produzione bellica non si arresta. E la produzione viene sostenuta con la soppressione di quei pochi diritti e tutele sindacali e soprattutto col divieto assoluto di scioperare, oltre alle punizioni ricorrenti per ogni piccola mancanza, capaci di svuotarti il già misero salario. Ogni sforzo, ogni sacrificio, dicono politici e padroni, in nome di Sua Maestà, deve essere finalizzato alla guerra. E intanto loro si arricchiscono schifosamente, mentre gli operai vengono considerati meno dei martelli e delle chiavi inglesi. «Abbasso la guerra!» e «Abbasso i pescicani» si grida durante le assemblee e le prime manifestazioni di protesta. Sono donne e uomini, socialisti per la maggior parte, ma anche anarchici, che le formazioni anarchiche sono una componente importante del movimento operaio di quel tempo, di cui nessuno parla mai.  

SCIOPERI E PROTESTE 

E intanto è giunto anche in Italia l’eco della “rivoluzione di febbraio”. E il fermento cresce in attesa del 1° maggio. E si incomincia a gridare «Facciamo come in Russia!». Ma il 1° maggio unici ad essere permessi saranno i comizi tenuti nei Circoli socialisti delle barriere operaie, dove parleranno i dirigenti del medesimo partito. Gli anarchici invece sono controllati ad uno ad uno dalla polizia. La rabbia, il desiderio di farla finita con la guerra, l’ansia, le preoccupazioni, la fame, la stanchezza, le notizie non rassicuranti che giungono dal fronte, i reduci, morti, feriti, il paese semisconquassato non solo dalla guerra, ma anche da una serie di tragici eventi naturali, quali terremoti ed eruzioni dei vulcani, crescono di giorno in giorno, così come le manifestazioni e le assemblee degli operai. Ma, nonostante tutto, a parte qualche isolato piccolo disordine, la situazione è pur sempre sotto il completo controllo dell’autorità prefettizia, dei padroni e delle organizzazioni politico-sindacali. E siamo ad agosto, e il giorno 13, in occasione della visita di una delegazione di menscevichi russi alla Casa del Popolo di corso Siccardi, una folla oceanica di 40.000 persone, dicono le cronache, terrà a battesimo il primo comizio pubblico (non “privato”) dall’inizio della guerra al grido di «Viva Lenin! Viva i bolscevichi! Viva la rivoluzione!» lasciando un po’ di stucco non solo i russi, ma anche i loro ospiti italiani. I menscevichi, lo dico per quei tre o quattro che non lo sapessero, erano la parte “bianca” della rivoluzione russa; una specie, possiamo dire, di Democrazia Cristiana, piuttosto moderata e niente affatto contraria al potere borghese,opposta ai terribili bolscevichi, comunistacci “rossi” come gli occhi di Mangiafuoco, particolarmente votati alla causa della rivoluzione e contrari a qualsivoglia forma di potere della borghesia. Intanto nei quartieri operai scarseggia sempre di più il pane. Introvabile. E insieme al pane scarseggiano, e sono introvabili, anche i dirigenti e gli onorevoli socialisti. Tutti a godersi una cosa che gli operai non sanno nemmeno cosa sia: le ferie o meglio la villeggiatura, come si diceva allora. Chi è in montagna chi è in riviera, chi a casa con la rosolia, ma in giro non se ne vede manco uno. E pensare che fino a qualche giorno prima, più di uno aveva espresso in termini focosi tutto quello che verrà definito il “rivoluzionarismo verbale”.

«Nei prossimi comizi», aveva sentenziato un dirigente socialista, «gli operai dovranno intervenire non con delle scatole di cerini in tasca ma con buone rivoltelle per attaccare la forza pubblica».

«Non bisogna perdere più tempo e lavorare attivamente per una insurrezione generale, impadronirsi delle bombe, che si fabbricano in grande quantità in tante officine di Torino, per adoperarle contro i soldati». Così aveva detto un altro.  

L’INIZIO 

Il giorno 21, – è un martedì, – i fornai sono tutti chiusi. Non si trova una biova a pagarla a peso d’oro. Gli operai del Borgo San Paolo si riuniscono in assemblea per decidere il da farsi. Le donne vanno a protestare in Prefettura e al Municipio. Niente. Pane non se ne vede. E non se ne vedrà nemmeno il giorno dopo, mercoledì 22.

 

Il sole è caldo anche a Torino nel mese di agosto. L’afa non scherza. Si suda al solo muovere le ciglia. E quando non puoi riposare perché hai fame, si suda ancora di più. E si diventa nervosi. E si diventa disposti a tutto. In Vanchiglia la folla affamata va a dimostrare il proprio malcontento e a reclamare il pane davanti la caserma delle “guardie civiche” che, sentendosi attaccate, rispondono sparando, forse solo in aria, ma sparano. Ma l’aria, abbiamo visto, già calda di per sé, non ha bisogno di essere surriscaldata ulteriormente e allora gli affamati cercano di penetrare nell’edificio, forse, qualcuno sostiene, con l’intenzione di prelevare armi per la “rivoluzione”, forse, credo io, più semplicemente con la speranza di trovare qualche pentolone di minestra. Ci saranno dei feriti. E così si hanno i primi veri scioperi; alla Proiettili di via Caserta, al Fabbricone di Borgo Dora. Dopo la pausa “per il pranzo”, nel distaccamento Diatto di via Mondovì, gli operai si rifiutano di rientrare come alla casa madre di via Villafranca. Si fermano davanti ai cancelli e chiedono a gran voce il pane. Allora il direttore della boita, forse un ingegner Pautasso, telefona al padrone, il cavalier Diatto in persona, il quale è anche lui alle prese con identico problema allo stabilimento principale. «Cerchi di convincerli a prendere il lavoro», dice il padrone al suo sottoposto, «dica loro che abbiamo richiesto un camion di pane alla sussistenza militare, che a breve sarà disponibile». Così gli viene ordinato e così fa il direttore. Promette pane in cambio di lavoro e sottomissione. Al di là della strada, a pochi metri c’è la Dora. È una bella via d’aria fresca. Gli operai accaldati vanno a sedersi sotto gli alberi che ombreggiano il Lungodora, per pensarci su. Uno vorrebbe entrare. Dice che ha 4 figli che devono mangiare. Come gli altri, del resto. Una donna è esausta. Il marito è morto sull’Isonzo e lei, sola, deve provvedere ai figli ed anche alla vecchia madre. È una situazione non unica e nemmeno rara la sua. Disperata. Lacrime agli occhi si lascia andare. La compagna accanto a lei la sorregge e la abbraccia teneramente. Gli operai tentennano. Stanno per cedere. Il sentimento, le privazioni, il dolore, la fame stanno per avere la meglio. Il direttore è poco distante davanti alla boita, che attende con ansia la decisione. Cammina nervoso al di là del suo cancello, le mani incrociate sul di dietro, il muso un po’ imbronciato. Poi, improvvisamente, uno col cappello blu e il pizzetto nero sale in piedi su una sedia traballante, sorretta da un paio di compagni. La Dora sotto è scintillante per il sole a picco. Le rondini svolazzano sull’acqua color cera. In un isolotto, dei gabbiani venuti da lontano riposano su una zampa sola, l’occhietto semichiuso come quelli che hanno tanto sonno. L’uomo si sbraccia, punta il braccio destro verso l’officina, poi verso l’oriente, quindi si porta la punta delle dita alle meningi e dice «Pensate», «Ricordate!» Gli operai pensano a quante false promesse hanno dovuto digerire. Pensano e collegano pane e militari, e allora, con le lacrime agli occhi, si ravvedono e mandano al diavolo il direttore, il padrone e la sua camionata di pane. Non è più solo quello l’obbiettivo dello sciopero. Ormai si è infranto quel limite che tiene a freno anche i cuori meno audaci. La gente esausta pensa, forse inconsapevolmente, ma ci pensa, a quella cosa che tanta paura incute nei visceri di coloro che comandano, che spadroneggiano, che affamano, che compiono soprusi e che danno pure un vergognoso esempio di sé. Quella cosa che dopo secoli di sonno, ogni tanto improvvisamente si risveglia e infiamma i cuori e le menti in cui dormiva. Quella promessa, un sogno. Quel sogno sognato da mille anni che si trasmette tra padri e figli, figli della fatica e della privazione, e che si proietta dai loro occhi e dalla loro fantasia e che sgorga nei cuori dei sofferenti e dei maltrattati da mille e mille anni. Quella visione di cuori affratellati da un unico progetto. Avvinti da un unico canto. Basta soprusi. Basta sofferenze. Basta padroni. Basta elemosine. Quel sogno è il peggior nemico degli sfruttatori. Ecco perché lo confondono e lo annientano, svuotandolo continuamente di significato. È il sogno della rivoluzione. Ma alla nostra boita, come alla Diatto casa madre, si limitano a mandare al diavolo il padrone e la sua proposta di compromesso. Gli volgono le spalle e vanno verso i compagni di altre fabbriche cui unirsi.

 

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Fine della quinta parte di “CUI DI D’AGUST” 

parte XXIX di “SCRITTI SGRAFFIGNATI”  ciao a tutti da Paolo  

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