18 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XVIII

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”  

* 

PARTE XVIII 

* 

IL MILIONARIO

(Prima stesura 2010)

 

Era uno Sfigato. Almeno, Sfigato lo era stato fino a quel giorno. Giorno in cui realizzarono un 6 al superenalotto, proprio nel suo quartiere e proprio nella ricevitoria della piazzetta con gli ippocastani, dove, ogni tanto, andava a giocarsi un paio di euro, non di più. Ognuno sa che razza di casino si scatena in simili circostanze.

Televisioni e cronisti e curiosi e persino turisti si riversarono e si istallarono nella piazzetta e sulle panchine della piazzetta sotto gli ippocastani, che fino a quel momento erano state il luogo di incontro di pensionati, disoccupati e sfaccendati della zona. I pensionati però non se la presero per quello sfratto. I disoccupati nemmeno, abituati che erano a subire anche di peggio, mentre gli sfaccendati facevano a gara intorno ai microfoni delle televisioni per dire la propria.  

«Per me,» diceva uno con l’alito pesante, che fece voltare la testa all’inviata del telegiornale, «non è di qui. Almeno non è uno di noi, altrimenti…» «E te lo viene a dire proprio a te!» faceva un altro con la faccia volpina, ma senza un dente davanti.  «No ma… però si vede quando uno… si capisce dalla faccia!» «Ma chi sarà…» «Io non riesco proprio a ricordare,» diceva il titolare del bar-ricevitoria a tutti gli inviati dei telegiornali e non, che facevano a gara per averlo, «sa, a quell’ora gira un sacco di gente… Spero che si ricordi di noi», aggiunse quindi con l’aria dei poveretti che non hanno da mangiare. «Speriamo si ricordi…» E per sollecitare vincitore e vinti, aveva piazzato sulla vetrina un cartello con su scritto:

 

QUI REALIZZATA VINCITA PIÙ ALTA DI TUTTI I TEMPI

AUGURI AL VINCITORE

 

La moglie elargiva sorrisi che in bocca ci potevi infilare una mazzetta da cento banconote.

«A quell’ora» che diceva il titolare era verso le sette di sera. Quando i giocatori più accaniti fanno addirittura la coda per giocarsi le ultime speranze. Ed è a quell’ora che il Nostro andava anche lui, una volta sì e una volta no, a tentare la fortuna che non lo cagava neanche mai di striscio. Lui era talmente Sfigato che una volta, il giorno della Befana a casa di amici, pensate, era stato capace di perdere quarantottomila lire al gioco del mazzetto, dove si puntavano le cinquanta lire e quando il soldo valeva ancora qualche cosa. Sei assi di fila, lui mazziere, aveva cuccato, tra le risate degli amici, delle mogli degli amici e persino dei figli e delle figlie degli amici. E così, nessuno lo avrebbe mai pensato tra i vincitori di quella incredibile fortuna. 300 milioni, pensate. Per la precisione 300 milioni settecento ottantamila novecento ventidue virgola quindici centesimi. Cifra che già “soltanto” con i settecentoottantamila ce n’era da campare allegramente per tutta la vita per almeno tre famiglie.

- Porca puttana, – se avrei vinto io…

- E che facevi?

- Per incominciare mi compravo la Ferrari…

- Sei scemo!? Così il giorno dopo tutti lo sanno e tu non vivi più… parenti… amici… uno vuole questo uno vuole quello e tu hai finito di vivere.

- Ma chi sarà…

- Io l’ho studiata bene. Se vinco, per un po’ nisba, non dico un cazzo a nessuno, neanche a mia moglie, se no, come dice lui, ti fanno un culo così e, alla fine, un milione a uno un milione all’altro… E poi c’è il fisco. Ma lo sai che se ti mettono le grinfie addosso, nel giro di qualche anno… ciao Ninetta! No, non dico niente per un po’, diciamo qualche mese, magari un anno, poi, quando nessuno ci pensa più, mi compro una casa al mare, e zitto zitto dico a tutti che mi hanno trasferito di lavoro e che devo traslocare, così piglio me ne vado e…

- E io, adesso che lo so, ti vengo a cercare, e, se non sganci almeno un testone, spiffero tutto!

- Ed io ti rompo il culo!

- Ma chi sarà, ma chi sarà, ma chi cazzo mai sarà. 

Il nostro amico se ne stava un po’ in disparte ad ascoltare quelle amene divagazioni che ricordavano un po’ il film di Banfi. E d’altronde, mica lo avrebbero fatto entrare nel discorso. Lui che era troppo Sfigato. Lo Sfigato Per Antonomasia. Sarà così che lo chiameremo; anche per rispetto alla privacy. E così fu che, mentre tutti facevano progetti irrealizzabili, perché nessuno di loro aveva vinto, né forse mai l’avrebbe in seguito, gli venne un pensiero di quelli a cui forse magari una volta si è pensato anche noi, ma che poi, mai abbiamo posto in essere. Avete già capito vero? No? Fa niente. Adesso vi racconto. Dunque…  

No, dunque no, «perché è conclusivo», diceva sempre il mio professore di lettere, e quindi…

Questa cosa mi perseguita da almeno quarantasette anni e mezzo, accidentaccio. Perché il dunque è… è sostanzioso e poi è anche bello e suona bene. Dunque… Sentite come riempie la bocca. Duunque… è… come una leccata di gelato, come una sorsata di limoncello, è come una boccata di fumo di Camilleri se non addirittura di Ungaretti. Me lo ricordo Ungaretti con quella voce cavernosa, che declamava l’Odissea. «…Scaturiva il sangue, la pupilla bruciava, ed un focoso vapor, che tutta la palpebra e il ciglio struggeva, uscia dalla pupilla…» E il fumo gli usciva dalla bocca dal naso e dalle orecchie ed anche un po’ dalla televisione, che a quei tempi era facile al surriscaldamento. Sì è bello e a me piace e allora lo uso ugualmente.

Dunque, il pensiero che irradiò la mente del nostro Sfigato Per Antonomasia proprio il giorno di quella favolosa vincita proprio nel momento in cui i suoi amici ed anche quella banda di sfaccendati a vario titolo più o meno interessati o partecipi alla teleradiomessinscena fu di… Lui… userò il “lui” impropriamente e contro la regola grammaticale, perché in “barriera” nessuno si sognerebbe mai di usare l’egli; sa di… ecco proprio di quello.  

Dunque, lui era un tipo sobrio; vestiva dimessamente; parlava sommessamente; non sfoggiava orologioni né tantomeno micro-telefonini; l’auto, euro zero; camera tinello e cucinino; insomma: viveva modestamente; ma aveva una mente eclettica. Pensava e organizzava pensieri come un Pico, in ogni circostanza. Ogni occasione, avvenimento, notizia, era per lui motivo di riflessione. E la riflessione, col tempo, lo aveva portato ad elevarsi e, sia pur involontariamente, a distanziarsi da certi amici e soprattutto dal rango degli sfaccendati di cui sopra, buoni soprattutto a far cagnara. Quegli amici, quei compagnoni di strada acquisiti per ragione di nascita, come per lignaggio, che ti stanno bene fino a quando ti accomuna loro l’ardore della gioventù, la spensieratezza dei tempi migliori, il gioco, la passione per le donne. Poi il tempo passa e, scemato l’uno e gli altri, a poco a poco si rivelano per quel che sono e ti diventano distanti, appartenenti ad un mondo e ad un tempo curvi su se stessi, incapaci di rinnovarsi, sempre attaccati alle loro piccole enormi certezze, senza essere mai sfiorati dai cambiamenti e da qualche slancio di generosità: la competenza in fatto di calcio, la competenza in fatto di macchine, la competenza in fatto di soldi, la competenza in fatto di donne, la lunghezza del loro uccello. E quelli in cuor loro, senza peraltro darne a vedere, se l’erano presa per quel “tradimento” e si misero, in modo del tutto naturale per la loro educazione, a dire e a bisbigliare; e il dire e il bisbigliare si misero a loro volta a sollevare quel venticello capace di esplodere alfine come il Rossiniano colpo di cannone. «Un negato» si erano messi a dire che fosse, oltre che Sfigato. Negato, lui con tutto il suo studio, a far carriera e a fare il grano, che solo l’avessero avuto loro il culo di studiare… «altro che fare l’idraulico o l’elettrauto!»«Se io avrei studiato come lui sarei come minimo un…» «Cazzo serve studiare se poi…» e via discorrendo con le solite amenità, le solite falsità, le solite cattiverie, i pettegolezzi dettati dall’invidia e dal rancore. Il rancore di chi si sa di essere una spanna sotto e che, quasi imputando all’altro la responsabilità della sua condizione, cerca in ogni modo di sminuirne la figura, ricorrendo alla peggiore delle abitudini: la maldicenza. E così, lui era negato a fare il grano perché valeva poco nonostante il suo studio; e poco valeva fisicamente perché non tirava calci al pallone e manco si interessava di sport; e se valeva poco in questo e quello, se tanto mi dà tanto, perversione dei sillogismi di uso popolaresco, anche a letto non doveva essere un granché. Lui che aveva una bella moglie. Lui che piaceva, anche alle loro mogli. E fiorivano le maldicenze.  «Si, piace, ma però…» e quello sgrammaticato “ma però” diceva tutto e quanto di peggio si può dire. E così, come ai grandi campioni, che non amavano, perché i mediocri amano i mediocri, andavano a cercare le piccole debolezze per sminuirne il valore, anche al nostro riservavano lo stesso trattamento. Lui che era rimasto un semplice impiegato perché aveva rifiutato il carrierismo. Che non amava lo sport declamato, ma che era un piccolo atleta. Che amava le donne senza disprezzarle e senza desiderare di farne collezione. Che a letto non era da meno di nessuno di loro. Lui si fece venire un’idea di quelle coi cosi… i fiocchi.

 

***

 

Quale?

Lo saprete alla prossima puntata. 

Ciao a tutti.

Grazie per la vostra pazienza. 

Paolo

 

 

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