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Archivio Giugno 2017

21 – 22 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parti XXI – XXII

26 Giugno 2017 Nessun commento

 

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXI 

* 

IL MILIONARIO

(Prima stesura 2010) 

  Era il possessore, il vero centratore della “sestina”, il possessore della ricevuta. Era un vecchio. Un vecchio solo e abbandonato, che da anni se ne stava chiuso in disparte. Non frequentava la piazzetta degli ipocastani, o, meglio, se la frequentava, lo faceva solo per leggere il giornale e non dava confidenza ai frequentatori che sappiamo. Era un vecchio che si era fatto la guerra. Poi la resistenza. Poi, in fabbrica, operaio, aveva combattuto nella società per una società migliore. La società nella quale noi stavamo vivendo, e che stavamo facendo a pezzi.  

Ma tornando a lui, al Vecchio, dobbiamo dire che la felicità che gli dava quel biglietto consisteva proprio in ciò che quel biglietto gli consentiva di fare: starsene alla finestra a godersi uno degli spettacoli più interessanti degli ultimi 70 anni. Andare a godersi quei soldi altrove? E dove meglio di lì. Quelle erano le sue Maldive, i suoi Caraibi, le sue Barbados, le sue isole della felicità. Non aveva figli. Non aveva più moglie. Non aveva più il Partito. Poteva dunque permettersi quel magnifico passatempo. Così, non contrariamente a quanto avevo accennato in precedenza, ma in combinazione, anche lui si era fatta venire l’idea, la stessa che era venuta in mente allo Sfigato. E allora lo aveva chiamato e gli aveva fatto la proposta.  

Allo Sfigato non pareva vero. Si mise a urlare e a saltare in casa del Vecchio che quegli dovette frenarlo prendendolo per la cintura delle brache, pena che tutti i vicini avrebbero avuto sentore della situazione per quell’improvviso baccano mai udito prima. Il Vecchio conosceva di vista lo Sfigato, ma da gran conoscitore di uomini, si era subito reso conto del di lui valore. Aveva capito, da uomo intelligente, che quello era un gigante tra una congrega di “nani”. E lo compativa nel vederlo isolato e costretto al contempo alla frequentazione di quelle mezze tacche. Gli ricordava se stesso. Vedeva in lui le caratteristiche dell’uomo capace di cambiare il mondo in meglio. Sì perché il mondo lo cambiano gli uomini tormentati dal dubbio. Quelli che non si accontentano delle certezze ufficiali. E lo Sfigato era uno così. E il Vecchio lo aveva capito. Gli era bastato carpire il suo silenzio tra i lazzi e i discorsi senza senso delle mezze tacche e dei “nani”. E lo aveva eletto a suo campione. «Se capiterà chissà cosa» diceva a se stesso «saprò di poter contare su di te.» E la cosa era accaduta. Non ciò a cui pensava, ma lo stesso una cosa estremamente rivoluzionaria.

 *

L’intesa era il silenzio. Nessuno avrebbe dovuto sapere. Nemmeno i “suoi” dello Sfigato. A sua moglie avrebbe dovuto raccontare una balla. Non fu facile. E infatti non ci riuscì. Infranse la consegna e la rese felice, anche lei. Naturalmente lei avrebbe dovuto recitare la commedia fingendo di non sapere nulla dell’improvviso cambiamento del marito. «È cambiato» si limitava a dire ai vicini e alle amiche che quasi l’asfissiavano. «Da qualche tempo non è più lui» 

Era brava la moglie dello Sfigato. Sapeva recitare e reggeva bene la parte. Lui era contento. E il Vecchio in cuor suo lo sapeva che lo Sfigato gliel’avrebbe detto. E in fondo, da come stavano andando le cose, non era un danno. Anzi, al contrario, un complice in più, meglio dire un soggetto in più, un attore in più in quella sceneggiata, non poteva che giovare. Naturalmente, per essere convincenti al massimo, confacendosi al modo di comportarsi della banda dei “nanetti”, la moglie, nemmeno la moglie avrebbe dovuto sapere, altrimenti, un milione a questo, un milione a quello… il fisco e via discorrendo. E lei seppe mantenere un contegno più che adeguato alla commedia che stavano recitando. Niente vestiti nuovi, niente spese, niente stravaganze. Proprio come quelli, i “nani”, dicevano, ma in fondo non pensavano, ci si dovesse comportare qualora la fortuna li avesse toccati.

 «È proprio lui,» dicevano, «non può essere che lui. Sta facendo il furbo, guarda la moglie.» «Già, ma lui? Non vedi che cambiamento?» «Vero, però…»  Insomma, alla fine, con quel «però», riuscivano sempre a concordare la convinzione che il vincitore non poteva che essere lui. In fondo, la cosa faceva loro comodo. Fa sempre comodo avere un amico “granoso”. Così un giorno, un tale, non proprio uno della cricca, ma uno che solo ogni tanto bazzicava al bar che conosciamo, uno che aveva una boita di torni, frese ed aggiustaggio, uno che stava bene, almeno fino a qualche tempo prima della crisi, uno che, trovandosi ora a malpartito, avendo colte seriamente quelle indiscrezioni, prese a meditare ad un rimedio per tirare su la sua ditta che stava andando a ramengo per le tasse e i debitori. Un prestito. Un prestito ci voleva. E un giorno, dopo aver fatto la posta davanti al garage della biemmevù dello Sfigato, se lo prese in disparte, quest’ultimo, e gli disse:  

- Sfig… cioè, Timo, posso chiamarti Timo?

- Certo, – rispondeva Timo, il cui nome, ora lo  possiamo dire, era Timone.

- Senti, tu sai, la mia ditta, da qualche tempo…

- Sì? – faceva lui.

- Beh, sai come vanno le cose, con questa crisi…

- Certo, – diceva, – con questa crisi, non dev’essere facile.

- Ecco, proprio, è molto difficile andare avanti.

- Vero. Tutto vero. Ma perché lo vieni a dire proprio a me?

- No, scusa, non è che io… però, visto che tu… insomma, mi hanno fatto un accertamento e avrei bisogno di…

- Di?

- Di… un piccolo prestito. Oh, non appena posso…

- Ma perché chiedi a me, perché a me questa richiesta, non è che io abbia… insomma, tu mi conosci, io sono lo Sfigato, mica ho la grana, io!

- Ma dai… insomma… lo sanno tutti…

- Sanno tutti, che?

- E dai, prometto: sarò muto come un pesce. 

Lo Sfigato smise di fingere, ma non di sostenere il suo ruolo nella commedia. «Va bene, quanto ti serve?» disse serio e a bruciapelo. L’altro divenne radioso come un santo con l’aureola. «Cin… Cinquanta?» disse felice per il parto realizzato. Lo Sfigato lo guardò serio serio. L’altro si rimpicciolì come fanno i cani che si aspettano un cippeeciap. Lo Sfigato, che non fumava, si accese una di quelle schifezze che chiamano sigarette elettroniche e gli sbuffò il fumo dolciastro sulla faccia. Lo guardò come i padroni guardano i loro sottomessi troppo pretenziosi e: «Te ne posso dare quindici,» disse come avrebbe detto un usuraio. «La tua ditta non vale di più». L’altro accusò il colpo. La sua ditta era tutta la sua vita. Deglutì e stava per ribadire quando lo Sfigato lo anticipò. «Naturalmente, tu me lo insegni, nessuno fa niente per niente». Rivoira, questo era il suo nome, lo guardò in cerca di clemenza.  

Rivoira, non solo era un padrone di boita che maltrattava i dipendenti, ma era anche un maldicente della peggior specie. Uno sputtanatore capace di sputtanare anche se stesso. Un vero campione. Eccezionale nel gioco sporco. Ti induceva a fargli qualche confidenza, e poi finivi sui giornali. Dello Sfigato aveva sempre detto peste e corna. Pur avendo poco a che fare con lui, era il suo più acerrimo nemico. Rivoira si credeva un grande imprenditore. Credeva nella potenza del mercato. Nel capitalismo più sfrenato. Idolatra di potenti e mascalzoni, odiava comunisti e quanti a suo vedere erano un peso per la società. Odiava gli impiegati dello stato. E il nostro Timo era uno di quelli. «Comodo», diceva sempre di lui, «stare dietro una scrivania a fare niente. Io mi faccio un culo così da mattina a sera tardi nell’azienda, non vado a casa alle cinque del pomeriggio! Io mi sono fatto da me!» Capito il personaggio? Un “faso tutto mi!” Un nemico dichiarato dello stato sociale. Uno che trattava gli operai: “prendere o lasciare e niente sindacati!”. Uno di quelli che fa la comunione tutte le mattine e che poi di notte va a fare i raid contro le mignotte. Uno di quelli che ha portato al potere la feccia nel nostro paese. Uno di quelli che blaterano su giustizia e sicurezza, ma che poi non pagano le tasse e portano i soldi in Svizzera. E proprio in uno di quei suoi viaggi della speranza, in uno di quei viaggi oltreconfine era stato bloccato da una finta macchina della Finanza che lo aveva alleggerito del malloppo. Mezzo milione di Euro, pare gli avessero ripulito e dovette pure stare zitto. E adesso, complice la crisi, quella crisi che impietosamente mette alle corde soprattutto i meno bravi, versava in pessime condizioni. Stremato, vedeva cadere tutto il suo sogno. Il castelletto che non c’era più, il lavoro che lo tradiva, insomma, tutta la sua mitologia si era infranta e intanto la banca lo crocifiggeva e gli stava barbando ogni sostanza. Tutto il sacrificio di una vita.  

Il nostro Sfigato lo conosceva bene. Avevano fatto le elementari insieme, dopo di che, ognuno per la sua strada. Uno, imprenditore. L’altro, ciò che conosciamo. E questi, dopo aver sopportato per anni e in silenzio, tutte le cattiverie di cui sono capaci i Rivoira, a questo punto, esclusa ogni possibile rivincita sociale, quella rivincita che tutti i proletari sognano avverarsi prima o poi, si rifugiò nel privato. Quel privato che tanto entusiasmava il suo interlocutore.

«Come ti stavo dicendo, però,» riprese a dire lo Sfigato, «nessuno fa niente per niente, e se tu vuoi quei soldi, bisogna che tu faccia qualcosa per me».«Ma certo», disse quello, «se posso, ben volentieri. Se non ci si aiuta tra compagni di scuola!» «Bene»,disse lo Sfigato, «stai a sentire». E gli sussurrò nell’orecchio alcune cose che poi subito capirete. «Va bene», disse l’altro, piuttosto confuso, «come vuoi, però,» aggiunse quindi dal buon speculatore che non riusciva a smettere di essere, «non possiamo fare, venti?» «D’accordo,» fece lo Sfigato, «vada per venti. Venti, prima. Altri cento te li do dopo». Rivoira ebbe un fremito. «Cento?» disse, «e, dopo che?» Lo Sfigato riprese a sussurrargli nell’orecchio. Rivoira più che incredulo, estasiato, gli baciò prima una mano e poi l’altra. «Cento!» si ripeteva, «Cento!» Si congedarono, uno convinto di aver fatto una buona cosa, l’altro di essere stato miracolato da una delle madonne cui era devoto. Qualche giorno più tardi il conto corrente di Rivoira si rimpolpò di ventimila euro e contemporaneamente uno striscione con una scritta cubitale comparve sul portone d’ingresso della ditta omonima:   

SONO CAMBIATO! VOGLIO BENE AGLI OPERAI!

W IL SINDACATO! 

*** 

 

PARTE XXII 

* 

IL MILIONARIO

(Prima stesura 2010)

  Stupore ed emozione furono grandi nel quartiere. A destra come a sinistra. Tutti si chiedevano chi poteva aver fatto una cosa simile. «Maledetti rossi», dicevano a destra. «La pagheranno». Ma di “rossi” nel quartiere non ce n’erano più, e quei quattro che ne avevano ereditato le strutture non erano nemmeno rosa, tuttalpiù potevano essere granata come la maglia del Toro. E poi, il Rivoira non esitava a dire che le cose stavano esattamente come diceva la scritta. «Una conversione,» si disse in giro. «Proprio il Rivoira? Mah!» fecero i più avveduti. Comunque Rivoira insisteva. Teneva la scritta e si dava da fare col convincimento. Non solo, ma sia lui che la moglie si erano dimessi da “quel partito” dove da anni militavano, e avevano chiesto di essere ammessi nel partito dei “rossi”; “rossi” con tanto di virgolette. Dopo un mese di sofferenza Rivoira controllò il conto in banca e fece un sorriso grande come una casa popolare.

 *

Nessuno doveva sapere niente. Il direttore della banca non fece trapelare una virgola, e gli impiegati, pena la minaccia di essere trasferiti alla sede di Corleone, fecero altrettanto. Eppure, nonostante ciò, le voci si rincorrevano da casa in casa, da negozio a negozio, da un angolo all’altro del quartiere. E sconfinavano. Trasmigravano nelle aree confinanti. «Rivoira qui, Rivoira là! Rivoira su, Rivoira giù!» E tutto per merito dello Sfigato. Lo Sfigato che aveva cuccato la sestina al superenalotto. La sestina dei trecento milioni e pussa e che aveva compiuto il miracolo di convertire quel reazionario di Rivoira a botta di centoni. «Lo Sfigato ha cuccato il sei vincente e concede prestiti!» Non si parlava d’altro. Come fosse avvenuto un miracolo. E lo era. Non era Natale, ma la cosa stava prendendo una piega quasi Dikensiana. Tutti cercavano lo Sfigato, che ha questo punto per tutti meritava di essere citato col proprio nome, per chiedergli qualcosa. E quegli, non a tutti, ma solo ai bisognosi, dava una mano. In breve il nostro Timo era diventato più famoso di… pensate a chi volete. Dietro ai vetri di quell’appartamento con vista sulla piazzetta dagli ippocastani, il Vecchio se la rideva, tirando boccate da sigarette che non gli davano gran piacere, da che avevano smesso la produzione delle Esportazioni senza filtro, quelle dal pacchetto con la barchetta nera in campo verde. 

* 

Essere conosciuti con tale credenziale (quella della generosità nel dare soldi) può dare appagamento, ma è un peso non indifferente. Gente che ti ferma ad ogni passo, e che alla fine ti assilla. E che, soprattutto, un po’ alla volta ti rosicchia e ti assottiglia il gruzzoletto. In poco tempo, cento qua, cento là, se ne erano andati quei settecentomila e rotti della vincita che, come abbiamo detto, da soli potevano arricchire e far vivere allegramente almeno tre famiglie. Il nostro Timo però aveva fatto indubbiamente meglio. Aveva aiutato centinaia di famiglie. Gente che non poteva pagare l’affitto; pensionati “morosi” rimasti senza luce e senza gas; gente che non ce la faceva a tirare avanti; gente senza lavoro. Povera gente in fuga dalle guerre umanitarie. Beneficenza. Pura e semplice beneficenza, però. E la beneficenza, pur nobile atto, non è cosa che soddisfi il cuore di chi è abituato alle Esportazioni senza filtro. Il Vecchio che, non dimentichiamolo, è sempre il padrone della situazione, non si accontenta di fare l’elemosina. Per lui è cosa da preti e da ricchi borghesi in cerca di espiazioni per i propri sensi di colpa. Aveva concesso il consumo di quei “settecento”, con un più importante scopo: rendere famoso il suo pupillo. E lo scopo era raggiunto. Timo era una celebrità. Ma al Vecchio non interessava la celebrità fine a se stessa. Anzi, a dire il vero, la detestava. Detestava gli uomini celebri, quando dalla celebrità, che è un qualcosa che altri ti concedono, che le masse ti concedono, non fanno che succhiare avidamente e basta. Quelli che si arricchiscono grazie al favore delle masse, siano essi politici, grandi artisti, o semplici giullari. Le masse danno piacere e potere, e tu hai il dovere di dare loro qualcosa in cambio. Il Vecchio aveva ben saldo entro di sé questo principio. E sapeva che anche il nostro Timo era lo stesso, e infatti si trovarono subito concordi nel pensiero di restituire il beneficio avuto a chi ne aveva diritto. Quella fama ottenuta andava restituita al popolo. Come? Semplice.  

Proprio nella piazzetta degli ippocastani, in posizione d’angolo col corso più importante, c’era una casetta in vendita. Un piano fuori terra. Tre stanzette in tutto. Era stata la casa/boita di un vecchio meccanico ciclista morto qualche tempo prima, che gli eredi avevano messo in vendita e che, nonostante la posizione eccellente, nessuno voleva comperare. Gli speculatori non la volevano perché non aveva terreno e quindi nessuna possibilità di ampliamento. Altri acquirenti non la giudicavano appetibile come abitazione, in quanto quasi priva di privacy, visto che dava completamente sulla strada. C’era sì, un possibile ed insistente compratore, ma gli eredi non volevano cedergliela, perché l’avrebbe trasformata in una sala giochi, e ciò non garbava loro, in ossequio alle loro convinzioni e alla volontà del defunto, che mai avrebbe approvato una simile sconcezza a due passi dalla chiesa del quartiere. Così, ecco che si compie l’operazione. La seconda fase del progetto del Vecchio è in fieri. La casetta viene acquistata con uno stratagemma. Timo disse a quegli eredi che ne avrebbe fatto un’associazione di beneficenza. E invece che ne fa… indovinate un po’? bravi. Proprio così. Una sede del PCI, il Partito Comunista Italiano, con tanto di insegna e di bandiera rossa con la falce ed il martello. Apriti cielo! I primi a lamentarsene furono, indovinate un po’? No, non furono gli eredi del vecchio ciclista, a suo tempo favorevole al compromesso storico, ma… esatto, proprio loro, gli eredi del prematuramente sepolto PCI, il glorioso Partito Comunista Italiano. Sì, lo so che adesso lo scritto sta prendendo una piega che mi alienerà la simpatia di buona parte della “sinistra” di governo e non. Chissà in quanti vorranno aprire un dibattito. Esprimere la loro indignazione. Quanti vorranno dire che non c’erano più le condizioni… che la composizione di classe… e altre amenità di questo genere delle quali, detto sinceramente, non me ne frega un cazzo. Il fatto sta che gli eredi del suddetto PCI si mossero, prima a livello di quartiere, poi di circoscrizione, quindi a livello cittadino e poi di provincia e di regione, sennonché, vista l’irremovibilità del nostro Timo a cedere circa la pretesa di quelle “autorità” in tema di diritti sul simbolo del defunto partito dei lavoratori, si mossero persino da Roma per venire a capo della situazione.  

«Lei non può,» – dicevano quegli alti esponenti venuti da Roma, – «utilizzare un simbolo che appartiene ad altri. È una indebita appropriazione».  

Timo ribadiva che se il simbolo doveva appartenere a qualcuno, questo non poteva che essere il popolo. Il popolo comunista che aveva versato lacrime e sangue per quell’emblema, emblema che non poteva essere considerato alla stregua di un qualunque marchio pubblicitario o, per dirla in modo più attuale, logo di un qualsiasi prodotto da supermercato. E poi, con quale faccia, rivendicare diritti su una cosa alla quale di propria volontà avevano rinunciato? E della quale si erano disfatti senza avere nessun diritto? Il partito non apparteneva ai suoi “dirigenti”. Il partito era di tutti e non apparteneva a nessuno. «Quando non si condivide la linea di un partito,» – aggiungeva il Vecchio, entrato ora in piena luce nella vicenda, – «e specialmente di un partito come il PCI, ci si dimette da quel partito, non lo si uccide. Non lo si liquida come una cosa inutile di cui non si sa che fare. Non ci se ne disfa come di un rottame. Perché non è roba nostra. Il PCI apparteneva alla storia, e nessuno può considerarsi padrone della storia». E lui della storia, soprattutto della storia di quel partito e di quel quartiere, ne aveva fatto parte quando, a fine aprile del ’45, sceso dalla montagna, con altri compagni aveva impegnato i nazifascisti in un sanguinoso conflitto a fuoco.  

Li portarono in tribunale. Si mossero fior di avvocatoni, grandi burocrati e decine di spergiuri pronti a testimoniare che la decisione fu presa non senza aver consultato la base, che le condizioni erano tali per cui non si poteva fare altrimenti, e via discorrendo, discorrendo e ancora discorrendo. Intanto, nonostante la consegna del silenzio, la cosa finì su tutti i giornali. C’era, ovviamente, chi attaccava da destra, dicendo che i comunisti alla fin fine non sono meglio degli altri quando ci sono di mezzo i soldi. E c’era chi, risvegliatosi da un lungo sonno, prese a rivendicare diritti anche da sinistra. «Effettivamente,» dicevano alcuni addormentati addormentatori della causa comunista, «non c’erano le premesse,» «non si poteva,» «non avrebbero dovuto,» «effettivamente», «per lo più…» Queste ed anche «detto ciò,» erano gli incipit di argomenti sui quali non vale la pena dilungarsi. Fatto sta, però, che nessuno di quegli ex combattenti con l’eskimo e il tascapane nell’armadio, riusciva a farsi venire un’idea che fosse qualcosa in più del semplice dire. Dell’argomentare. Padroni della chiacchiera ora come allora. Al Vecchio invece, vecchio indomabile partigiano risoluto, l’idea era venuta fulminea e contagiosa. Ed aveva contagiato il nostro Timo. E non solo. E, siccome ormai il “loro” diventava ogni giorno di più un partito sostanzioso e ben organizzato, ecco che un mattino un nucleo di 300 persone, almeno, muove dalla piazzetta degli ippocastani dove si era radunato, muove, dicevo in direzione sud. Chi a piedi chi in bicicletta chi alla guida di un furgone, muovono con un cartello in testa con su scritto: LUNGA MARCIA, e in cammino verso sud, ingrossano sempre più al canto dell’Internazionale. Ad ogni paese, ad ogni frazione, ad ogni città raccolgono seguaci, sostenitori, compagni. Ad Alessandria sono già quindicimila. E man mano che avanzano si riprendono, ovviamente senza colpo ferire, le sedi che furono del vecchio PCI. La polizia non sa che fare. I politici nemmeno.

Come andrà a finire? E chi lo sa!   Io ci ho messo il presente.

Il Vecchio ci ha messo i soldi. Il futuro mettetecelo voi.

Arrivederci e grazie.

 

***

 

Alla prossima puntata.  

Ciao.  

Paolo    

20 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XX

25 Giugno 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

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PARTE XX 

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IL MILIONARIO

(Prima stesura 2010)

 

Intanto le cose nel mondo non andavano per il meglio. E nemmeno nel nostro quartiere c’era da ridere. La crisi si stava mangiando i risparmi della gente; i disoccupati crescevano di giorno in giorno e le panchine della piazzetta con gli ippocastani erano sempre più affollate. E ai commenti alle partite di campionato, insieme ai gol che c’erano e i rigori che non c’erano, ai guizzi e ai balzi dei campioni, sempre meno entusiastici, dobbiamo dirlo, si accompagnavano ora sempre più quelli tristi e amareggiati del ricordo del bene perduto. 

- Pazzesco, oh, sono mesi che no faccio più cazzo!

- E io, allora? L’ultimo impianto l’ho fatto l’anno scorso.

- Non me ne parlate, mi sto vendendo l’attrezzatura.

- Tutta colpa dei rumeni. 

E così via, con altre amenità che vi risparmio. Ciò che comunque continuava ad essere oggetto di discussione, ciò che continuava a tormentare la curiosità della gente, ciò che pesava come un’ombra di piombo fuso sui tetti sporchi della barriera era sempre e comunque il dubbio, il tarlo che uno di loro si fosse arricchito, e che lo fosse proprio uno che non se lo meritava. Uno che non era come loro e che adesso, però, dovevano… al quale dovevano una doverosa attenzione, un indifferibile rispetto, una certa considerazione. Sì, perché quelli che hanno il “grano” bisogna rispettarli anche se ti stanno sui coglioni, perché hanno il “grano” che ti piace tanto, il “grano” cui devolvi saccate di rispetto, il “grano” che magari il ricco potrebbe anche farti assaggiare. Eh già. Cosa non si farebbe per il “grano”. D’altronde sono proprio i “granosi” che governano le nazioni, sono i “granosi” che imperversano in televisione, sono i “granosi” che dominano la scena del mondo. E allora, anche a lui, a quello che era stato lo Sfigato, era dovuto il rispetto che gli avevano sempre fatto mancare. Adesso anche lui entrava a far parte dei loro discorsi, ma dalla parte opposta nella quale l’avevano da sempre relegato. Dalla porta principale. Adesso non era più lo Sfigato, ma era uno “forte”. Uno piuttosto “figo”. Uno che si era fatto da sé. Uno che nonostante i natali da “proletario” di barriera, devo qui per forza usare una definizione estranea al loro linguaggio, nonostante ciò, ce l’aveva fatta ad uscire dalla merda. E allora, adesso meritava rispetto e considerazione. E allora cessava di essere un negato e diventava uno sportivo, non un campione, ma un bel terzino tosto e risoluto e quindi un buon giocatore di carte e di biliardo, nonché un volpino con le donne. Doveva averne sicuramente a iosa, di donne. «In fondo, diciamolo francamente, un bel tipo lo è sempre stato» «Effettivamente…»

Certe donne si facevano in quattro per avvicinarlo. Per cercare di ottenere una benedizione che le avrebbe certamente elevate di rango in seno alla considerazione del pettegolezzo del quartiere. Dico pettegolezzo perché il quartiere è come un piccolo paese dove tutti sanno di tutti. Tu credi che, vivendo in città, una grande città, tu possa nasconderti nell’anonimato. Tu credi. E invece, dietro le finestre, dietro le tapparelle abbassate, decine e decine di occhi ti guardano, ti seguono, vivono di te momenti che tu nemmeno immagini. E dietro una di queste, dietro una persiana verdescuro di un balcone di un vecchio edificio dagli intonaci cadenti, che dava proprio sulla piazza, al quarto piano senza ascensore, stava Lui, quello che sapeva bene che gioco stesse giocando lo Sfigato. Era l’unico a conoscere la verità, perché era l’unico che possedeva ciò di cui tutti si sarebbero dannati per avere.

 

***

 

Che cosa?

Lo saprete alla prossima puntata!

Ciao Ciao

Paolo

 

 

FA UN CALDO PAZZESCO!

24 Giugno 2017 Nessun commento

FA UN CALDO PAZZESCO 

La terra non ce la fa più a reggere il nostro sistema di vita.

Siamo dei folli folli folli irresponsabili consumatori di energia e di acqua.

Non facciamo niente per aiutarla, la povera terra.

Non facciamo niente per aiutare i nostri figli e i nostri nipoti.

Che mondo di merda stiamo preparando per loro? E sì che basterebbe incominciare ad innescare il procedimento virtuoso per avere (speriamo, forse) dei risultati.

Se coloro che governano il mondo spingono ad aumentare il “sistema consumistico” per i loro schifosissimi guadagni, assumiamo “noi” quel minimo di attenzioni utili a non compromettere definitivamente il “sistema” che consente la vita. Rifiutiamo un modello di vita non più accettabile dall’eco-sistema. A che serve, ad esempio, utilizzare l’auto se non strettamente necessario. Specialmente con questo caldo! E con il condizionatore acceso, che inietta nell’ambiente volumi d’aria rovente! Se ne possiamo fare a meno, andiamo a piedi: usiamo i mezzi pubblici: andiamo in bicicletta! I nostri antenati andavano a piedi sempre e comunque ed è grazie al loro comportamento virtuoso che abbiamo ereditato la terra con tutta la sua vivibilità.

Non possiamo vivere in un sistema folle, dove d’inverno spingiamo i nostri impianti di riscaldamento per avere 30 gradi e poi d’estate spingiamo i nostri impianti di raffrescamento per averne 15! Basta entrare in un supermercato per renderci conto della follia! I supermercati sono dei pazzeschi divoratori di energia che agiscono solo ed esclusivamente in nome del profitto: devono darci le fragole a Natale e le arance a ferragosto! E per fare ciò mandano in giro per il mondo una spropositata flotta di navi ed aerei che, non solo producono inquinamento e surriscaldamento dell’atmosfera, ma mettono in ginocchio le economie locali. Ma a loro, agli affaristi, che importa? Sono talmente accecati dalla smania di guadagno che probabilmente non capiscono che di questo passo…

Dobbiamo pensare, molto realisticamente e non egoisticamente, che se fino a qualche decennio fa eravamo solo noi “occidentali” a surriscaldare il pianeta, e quindi più o meno un miliardo di persone, oggi, con la grande “globalizzazione” siamo passati a 7 miliardi. 7 miliardi di inarrestabili consumatori-divoratori di energia, di acqua e di risorse e destinati a crescere numericamente, che produrranno guasti talmente gravi all’ecosistema tali da compromettere la vita degli esseri viventi per sempre. Per sempre.  Per sempre. Per sempre. Per sempre. Per sempre!!!!

C’è un punto di non ritorno oltre il quale non sarà più possibile tornare indietro. Non lo dico io che sono uno stronzo qualunque, lo dicono gli scienziati. E lo dicono quei quattro vecchi contadini ancora in vita che vedono appassire i loro miseri raccolti. E lo dicono le montagne ormai quasi completamente senza ghiacciai. E lo dicevano i nostri nonni che, ignoranti, zotici e analfabeti, non producevano nemmeno un etto di spazzatura al giorno. Altro che i nostri bidoni della spazzatura che rigurgitano di tutto… plastica… plastica… plastica… avvolgiamo tutto nella plastica! Persino i “quotidiani” ti rifilano degli inserti pubblicitari avvolti nella plastica! Salvo poi, però, propinarti un bel paginone di stronzate come queste che sto scrivendo io che…

Quando lo diranno i nostri rubinetti che la grande sete è iniziata…

allora non potremo più farci la doccia quattro volte al giorno!

Quando ci sarà la crisi, non facciamo come quelli che:  

“ma noi non lo sapevamo…”

Allora sarà troppo tardi.  E allora, che fare? Incominciamo a parlarne. Non restiamo isolati.

*

La tua voce diventa mille voci se passa di bocca in bocca!

*

Colgo così l’occasione per proporre, alla vostra graditissima attenzione e cortesia, cari amici, un brano estrapolato da “Alla ricerca della Grand-Mere”, scritto più o meno 15 anni fa, che tratta l’argomento di cui sopra. Eccovelo.

*

  – Furono tempi di vacche grasse quelli.

 

- Ci dicevano: «Vedete quanto benessere, quanta libertà ci ha portato questo sistema?» E per essere convincenti si misero a raffrontare, e lo facevano anche e soprattutto nei libri di scuola, il grado di civiltà raggiunto col numero di radio, telefoni, auto, ferrovie, autostrade, televisori, frigoriferi, giradischi, mangianastri, lavatrici, lavapiatti, asciugacapelli, preservativi, tostapane, carte di credito e continbanca posseduti.

«Paese Tale: Telefoni tot; televisori tot; auto tot… promosso! Paese Talatro: ferrovie tot; lavatrici tot; auto tot… anche lui promosso! Paese Talatroancora: Telefoni pochi; televisori pochissimi; auto autostrade preservativi e giradischi meno ancora… bocciato!» Il che equivaleva a essere considerato e inserito nell’elenco dei paesi sottosviluppati e, quindi, incivili. E così finimmo per credere che civiltà equivalesse a capacità di possedere beni di consumo, e ci mettemmo a fare; e a volere; e spesso a volere tanto per avere; per gioco; per quell’insano gusto di ostentare, diventato valore così essenziale nella nostra cultura. 

 

- Volemmo di tutto come bambini capricciosi che battono i piedi, ritenendo dovere di chi li mantiene dare loro sempre di più. Avemmo di tutto. Insaziabili, incontentabili, prendemmo di tutto e ovunque, dando per scontato che l’avere la tazzina di caffè, il frigo pieno di banane e il pieno di benzina fosse un nostro diritto irrinunciabile. In realtà facevamo solo finta di non capire, di non vedere a chi prendevamo e a chi dovevamo tutto quel benessere. Consumammo, così, risorse ritenute eterne ed insostituibili: le riducemmo in pattume. 

 

- L’acqua? Mentre gran parte dell’umanità moriva di sete, ognuno di noi, ogni giorno, sprecava allegramente quella più pura per gli usi più indegni: per lavare l’auto; per innaffiare i campi da golf; per spedire a mare la merda con lo sciacquone. «Fa caldo!» e giù una bella doccia da duecento litri, tanti da dissetare un villaggio del Sahel per una settimana almeno, cammelli compresi. Incuranti, sopraffattori dell’altrui (e qui il termine diventa letteralmente insostituibile) diritto, riempimmo il mondo di prime, seconde, terze, quarte case, residences, alberghi e discoteche, trasformando e facendo scempio di luoghi prescelti e conservati da Dio a eterna testimonianza della Sua Opera. Non ci fu popolo, animale e luogo che non subisse oltraggio: africani, aborigeni australiani, indiani, sudamericani… subuomini da rinchiudere in riserve. Esclusi. Colpevoli di esistere. E poi… orsi, balene, elefanti, giraffe, rinoceronti, squali, foche, coccodrilli, serpenti, tigri: poveri ingombranti vituperati eccessi della natura da sfruttare, eliminare, consumare; sagome da tirassegno; carne da scatolette; roba da circo; merci da vetrina: pim pum pam, quattro colpi, anzi tre, due picconate sul cervello e voilà, eccoli trasformati in valigie, borsette, scarpe, souvenir e pellicce per addobbare le carcasse fatiscenti di certe vecchie ammuffite, sotto le feste di Natale e capodanno. E gli alberi? Zacchete! Ecco le grandi foreste trasformate in palchetti e segatura. Valli splendide e dolci pendii? Ma che cazzo ci stanno a fare così spogli? mettiamoci sopra dei bei tetti! Tetti, tetti e ancora tetti sempre uguali a Cortina come ad Hong Kong; e luci; luci sfavillanti; luci intermittenti; rumori assordanti; asfalto; plastica; cemento; recinzioni… recinzioni come tante piccole galere… nei prati, sui monti; recinzioni sulle spiagge a recingere e proteggere eserciti di ombrelloni verdi rossi e blu, tutti ben allineati con la sabbia tutta schifosamente lisciata, per quel maniacale senso dell’ordine,  proprio degli intolleranti, gli insofferenti la disordinata caotica disposizione naturale delle cose, che vuole il livellamento delle asperità, il raddrizzamento delle forme, l’uniformità, l’inutile simmetria, l’omologazione e l’appiattimento finalizzato, ovviamente, all’estrazione di un qualsiasi profitto. 

 

- Ma accade che qualcosa si guasta. Era inevitabile. Quell’ingiusto, piacevole equilibrio con tanta fatica conquistato, alla lunga si guasta e, noi, quella minoranza che in nome della supremazia dei propri valori (ma soprattutto del proprio interesse) aveva esaltato, diffondendolo a livello globale, il proprio modello di vita, spacciato come il migliore, il più moderno, il più giusto, il più civile, il più democratico, anzi, il democratico per definizione ed unico ammissibile; quella stessa, dopo aver spalmato sulla faccia della terra tutti gli effetti negativi del proprio sviluppo, si rende conto che i danni prodotti stanno diventando irreparabili anche per sé, e pensa di porvi rimedio. E i cantori, gli animi nobili, gli immancabili buonisti del giorno dopo, i curatori, i medici del sistema, si ergono a protezione dell’infermo, dopo averlo avvelenato. «Non possiamo continuare a sprecare risorse!» dicono al suo capezzale, adesso che non siamo più soli a farlo. Dopo che avevamo convinto, anzi, costretto gli Eskimesi a farsi il frigorifero, e i nomadi del Gobi a prendersi il condizionatore per starsene rinchiusi in casa a guardare la televisione; dopo che avevamo fatto di tutto per indurre l’umanità intera a riempirsi di stronzate; adesso che anche gli altri, i miserabili, pardon, i popoli del terzo mondo, anzi del quarto, ci avevano preso gusto e avevano o, meglio, pretendevano accesso alla tavola imbandita, adesso ci rendevamo conto che le risorse, da quelli sempre largamente elargite a piene mani e praticamente gratis, non potevano bastare per tutti e che così non si poteva andare avanti! 

 

- «Il pianeta rischia la catastrofe!» strillano i nuovi profeti forse un po’ troppo interessati a ingenerare nuove paure e a realizzare nuovi business e nuovi centri di potere. «Se tutti si mettono a girare in macchina e si fanno le case col palchetto, come la mettiamo con l’inquinamento? Il riscaldamento globale e i gas serra?»

- «È l’annata più calda degli ultimi 150 anni!» fa uno, mentre asperge abbondantemente il suo giardino di begonie con una grossa pompa.

- «La più secca!» fa un altro.

- «Per me la più piovosa!» dice un altro ancora.

- «Si sciolgono i ghiacciai!»

- «Avanzano i deserti!»

- «Le foreste vanno in fumo!»

- «Ogni anno si abbattono milioni di chilometri quadrati di foreste!»

- «Dice?» -

«Ma certo! Ogni secondo sparisce un pezzo di foresta grande un campo di calcio. Lo sa lei che rischiamo l’oscuramento globale? che migliaia di specie animali rischiano l’estinzione?»

- «Ha ragione, sa! Pensi che… sa… io sono un cacciatore… ma non come dicono certi… io sono rispettoso dell’ambiente! Ma, le lepri: lo sa che non si trova più una lepre! E le starne, le alzavole, le beccacce: tutta roba grossa così, e rara… rara come l’oro!»

- «Come la capisco! Pensi che, persino dietro casa mia, sa, quella villetta che mi sono fatto… bravo, proprio quella… quella coi nanetti e le fate… come dice? Sì, circa seimila metri quadri, metro più metro meno… no, non il parco, la casa… ma cosa vuole che sia! Veda piuttosto… lo sa che si sta riempiendo di orride villette abusive tutt’intorno? Come funghi vengono fuori: un’indecenza: proprio in un parco naturale… un’oasi…»

- «Allora, di questo passo, il nostro benessere conquistato in anni, secoli, millenni di duro sacrificio; il nostro sistema di vita; la nostra civiltà… i nostri valori rischiano di andare a ramengo!»

- E già, la nostra civiltà con tutto il suo stracazzo carico di valori andava proprio a farsi fottere! Oscuramento globale; riscaldamento globale; gas serra: di chi la colpa? Dei Cinesi?

- «E allora mettiamoci una pezza!»

- «Sì, ma quale; e dove? Non penserà mica di tornare all’età della pietra?»

- «Però si deve frenare!»

- «Ma chi? Se la sente lei di rinunciare?»

- «Fossi matto!»

- «E allora, come…»

- «Se la sua tavola rischia di essere aggredita e mangiata dalle formiche, c’è solo un rimedio…»

- «Bruciarle con lo sputafuoco!»

- «Ma no! Ma no!»

- «Con l’insetticida, allora!» -

– «Ma no! Ma no!»

- «A scarpate!»

- «Ma no: un sacrificio ci vuole!»

- «Sacrificio? E quale?»

- «Ehi, dico: non starà mica pensando…»

- «Ma stiano tranquilli! Ora mi spiego. Lei, ad esempio…»

- «Io?»

- «Sì, lei!»

- «Perché proprio io?»

- «Ma è un esempio: non si spaventi: è un purparlè

- «Ah…»

- «Se prende, dicevo, un pezzo di pane, lo imburra ben bene sopra e sotto e poi lo butta a qualche metro di distanza: che…»

- «Ho capito: basta allontanarli! Ma certo! Ci conviene pagare! Diamogli qualcosa, sacrifichiamo il panino imburrato, monetizziamo l’interruzione del loro sviluppo e bloccheremo la distruzione!»

- «Bravo! Lei è perspicace!»

- Troppa pretesa! E andò come doveva andare! 

 

*

Era una cosa scritta 15 anni fa, con un forte accento ironico, in un lavoro letterario che oggi, a distanza di anni, posso definire indovinato.

Oggi…

Oggi, cari amici, c’è un gran figlio di puttana che cerca in tutti i modi di impedirmi di pubblicare i miei scritti. E’ da più di una settimana che il mio accesso a internet fa i capricci: c’è…  poi non c’è… poi ric’è… poi risparisce… insomma:

qualcuno sta mettendomi i bastoni tra le ruote per impedirmi di continuare a comunicare con voi!

però, sappia il furbastro, che lo stiamo individuando…

Un “fresco” saluto a tutti

Paolo

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19 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XIX

22 Giugno 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XIX 

* 

IL MILIONARIO

(Prima stesura 2010) 

 

Le idee geniali sono geniali non solo perché giungono rapide e improvvise, ma anche e soprattutto perché sono la sintesi di necessità a lungo inespresse, lo sfogo di aporie che non vedono l’ora di emergere alla luce. Poi basta un “click” ed eccole che ti illuminano e ti accarezzano e ti innalzano. “Click”, ed eccolo, il Nostro, vestito di tutto punto come mai si era presentato sulla scena. Una cuaffata che “Tanino coiffeur” nemmeno si sarebbe immaginata. Scarpe con lo scrocchio alla Peppino. Cravatta pura seta Marinella, con un nodo quanto un pugno. Giacca coi risvolti alla Caprarica. Sbarbato della barba “proletario anni che furono” con un paio di baffetti fatti apposta per le donne… nel senso di piacere alle donne, scendere da una biemmevù celestino metallizzata di cavalli almeno centottanta, parcheggiata in doppia fila proprio davanti al bar della giocata. Le ruote, naturalmente in lega che più in lega non si può neanche Bossi. Lo stereo che faceva «Bum – Bum – Bubum» che si sentiva dall’altra parte della piazza. 

- Minchia, ma quello non è…

- Lo Sfigato!

- Proprio lui!

- E che gli è successo?

- Sta a vedere…

- Ma non è possibile…

- Eppure… 

Una quarantina di occhi strabuzzavano dalle orbite non sapendo dove posarsi. La macchina con tutti quei cavalli, il Bum – Bubum e quelle ruote in lega e lui, lo Sfigato Per Antonomasia, che avanzava verso di loro con un passo, un incedere che nemmeno l’Avvocato aveva mai avuto neanche prima di rompersi la gamba. E tutta quella roba addosso, i gemelli, il fermacravatta e pure il Rolex pesante come una testa di martello: no! Non era possibile, non era possibile, eppure, come poteva essere altrimenti? uno come lui dove poteva averli presi tutti quei soldi? Solo la biemmevù ne costava almeno 100 mila: e tutto il resto? Mica erano cazzi! 

- Ma lo sai che un vestito così… almeno millecinque…

- Anche duemila.

- Ma che cazzo… 

Si guardavano l’un l’altro quei quaranta occhi, cioè, quelle venti teste, non capacitandosi. E intanto in alcuna di quelle già incominciava a muoversi e a scricchiolare il tarlo della gelosia. In altre il senso del vile servilismo. In tutte si agitava e schiumava lo stupore. Lo smagamento. 

- Ciao sfi… cioè…

- Come va? 

La moglie del barista sbavava. 

«Un Martini,» fece lui quando fu al banco. La moglie del barista non finiva più di ripassare il bordo del bicchiere con lo strofinaccio, il più pulito che usava solo per le occasioni di rilievo. Quando lui sollevò il gomito per portarselo alla bocca, quel bicchiere, il brillantino del gemello luccicò come la stella cometa sulla capanna del Bambin Gesù la Notte di Natale. Le venti bocche delle venti teste dei quaranta occhi seguirono il movimento deglutendo a bocca asciutta. E quando ancora lui abbassò il bicchiere e lo posò sul banco e chiese «quanto fa?» Il barista fece «nn…nnn» con uno scomparto dell’ugola arrugginito, che non si capì cosa voleva dire. La moglie del barista allora fece una smorfietta, un sorrisetto indeciso, poi sospirò un «tre!» Lo Sfigato infilò la mano all’interno della giacca, ne trasse un grosso e gonfio portafoglio di coccodrillo e quindi da questo un bigliettone da 500 “EURI” e più. «Ma» fece la moglie del barista, «non ho il resto!» Il barista, che non concedeva credito nemmeno a sua madre, quella volta disse: «Non fa niente…» e sembrava che avesse voluto rinunciare all’incasso, quando soggiunse: «Me li da poi. Me li porta». Lo Sfigato ringraziò, quindi salutò la platea con un cenno della mano come fanno i ricchi coi pezzenti, quindi salì in macchina e se ne andò sgommando come un truzzo. Ognuno capì. E tacque.

 *

E io me ne vado a dormire che è quasi l’una!

Buona notte!

Ciao.

Paolo

18 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XVIII

19 Giugno 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”  

* 

PARTE XVIII 

* 

IL MILIONARIO

(Prima stesura 2010)

 

Era uno Sfigato. Almeno, Sfigato lo era stato fino a quel giorno. Giorno in cui realizzarono un 6 al superenalotto, proprio nel suo quartiere e proprio nella ricevitoria della piazzetta con gli ippocastani, dove, ogni tanto, andava a giocarsi un paio di euro, non di più. Ognuno sa che razza di casino si scatena in simili circostanze.

Televisioni e cronisti e curiosi e persino turisti si riversarono e si istallarono nella piazzetta e sulle panchine della piazzetta sotto gli ippocastani, che fino a quel momento erano state il luogo di incontro di pensionati, disoccupati e sfaccendati della zona. I pensionati però non se la presero per quello sfratto. I disoccupati nemmeno, abituati che erano a subire anche di peggio, mentre gli sfaccendati facevano a gara intorno ai microfoni delle televisioni per dire la propria.  

«Per me,» diceva uno con l’alito pesante, che fece voltare la testa all’inviata del telegiornale, «non è di qui. Almeno non è uno di noi, altrimenti…» «E te lo viene a dire proprio a te!» faceva un altro con la faccia volpina, ma senza un dente davanti.  «No ma… però si vede quando uno… si capisce dalla faccia!» «Ma chi sarà…» «Io non riesco proprio a ricordare,» diceva il titolare del bar-ricevitoria a tutti gli inviati dei telegiornali e non, che facevano a gara per averlo, «sa, a quell’ora gira un sacco di gente… Spero che si ricordi di noi», aggiunse quindi con l’aria dei poveretti che non hanno da mangiare. «Speriamo si ricordi…» E per sollecitare vincitore e vinti, aveva piazzato sulla vetrina un cartello con su scritto:

 

QUI REALIZZATA VINCITA PIÙ ALTA DI TUTTI I TEMPI

AUGURI AL VINCITORE

 

La moglie elargiva sorrisi che in bocca ci potevi infilare una mazzetta da cento banconote.

«A quell’ora» che diceva il titolare era verso le sette di sera. Quando i giocatori più accaniti fanno addirittura la coda per giocarsi le ultime speranze. Ed è a quell’ora che il Nostro andava anche lui, una volta sì e una volta no, a tentare la fortuna che non lo cagava neanche mai di striscio. Lui era talmente Sfigato che una volta, il giorno della Befana a casa di amici, pensate, era stato capace di perdere quarantottomila lire al gioco del mazzetto, dove si puntavano le cinquanta lire e quando il soldo valeva ancora qualche cosa. Sei assi di fila, lui mazziere, aveva cuccato, tra le risate degli amici, delle mogli degli amici e persino dei figli e delle figlie degli amici. E così, nessuno lo avrebbe mai pensato tra i vincitori di quella incredibile fortuna. 300 milioni, pensate. Per la precisione 300 milioni settecento ottantamila novecento ventidue virgola quindici centesimi. Cifra che già “soltanto” con i settecentoottantamila ce n’era da campare allegramente per tutta la vita per almeno tre famiglie.

- Porca puttana, – se avrei vinto io…

- E che facevi?

- Per incominciare mi compravo la Ferrari…

- Sei scemo!? Così il giorno dopo tutti lo sanno e tu non vivi più… parenti… amici… uno vuole questo uno vuole quello e tu hai finito di vivere.

- Ma chi sarà…

- Io l’ho studiata bene. Se vinco, per un po’ nisba, non dico un cazzo a nessuno, neanche a mia moglie, se no, come dice lui, ti fanno un culo così e, alla fine, un milione a uno un milione all’altro… E poi c’è il fisco. Ma lo sai che se ti mettono le grinfie addosso, nel giro di qualche anno… ciao Ninetta! No, non dico niente per un po’, diciamo qualche mese, magari un anno, poi, quando nessuno ci pensa più, mi compro una casa al mare, e zitto zitto dico a tutti che mi hanno trasferito di lavoro e che devo traslocare, così piglio me ne vado e…

- E io, adesso che lo so, ti vengo a cercare, e, se non sganci almeno un testone, spiffero tutto!

- Ed io ti rompo il culo!

- Ma chi sarà, ma chi sarà, ma chi cazzo mai sarà. 

Il nostro amico se ne stava un po’ in disparte ad ascoltare quelle amene divagazioni che ricordavano un po’ il film di Banfi. E d’altronde, mica lo avrebbero fatto entrare nel discorso. Lui che era troppo Sfigato. Lo Sfigato Per Antonomasia. Sarà così che lo chiameremo; anche per rispetto alla privacy. E così fu che, mentre tutti facevano progetti irrealizzabili, perché nessuno di loro aveva vinto, né forse mai l’avrebbe in seguito, gli venne un pensiero di quelli a cui forse magari una volta si è pensato anche noi, ma che poi, mai abbiamo posto in essere. Avete già capito vero? No? Fa niente. Adesso vi racconto. Dunque…  

No, dunque no, «perché è conclusivo», diceva sempre il mio professore di lettere, e quindi…

Questa cosa mi perseguita da almeno quarantasette anni e mezzo, accidentaccio. Perché il dunque è… è sostanzioso e poi è anche bello e suona bene. Dunque… Sentite come riempie la bocca. Duunque… è… come una leccata di gelato, come una sorsata di limoncello, è come una boccata di fumo di Camilleri se non addirittura di Ungaretti. Me lo ricordo Ungaretti con quella voce cavernosa, che declamava l’Odissea. «…Scaturiva il sangue, la pupilla bruciava, ed un focoso vapor, che tutta la palpebra e il ciglio struggeva, uscia dalla pupilla…» E il fumo gli usciva dalla bocca dal naso e dalle orecchie ed anche un po’ dalla televisione, che a quei tempi era facile al surriscaldamento. Sì è bello e a me piace e allora lo uso ugualmente.

Dunque, il pensiero che irradiò la mente del nostro Sfigato Per Antonomasia proprio il giorno di quella favolosa vincita proprio nel momento in cui i suoi amici ed anche quella banda di sfaccendati a vario titolo più o meno interessati o partecipi alla teleradiomessinscena fu di… Lui… userò il “lui” impropriamente e contro la regola grammaticale, perché in “barriera” nessuno si sognerebbe mai di usare l’egli; sa di… ecco proprio di quello.  

Dunque, lui era un tipo sobrio; vestiva dimessamente; parlava sommessamente; non sfoggiava orologioni né tantomeno micro-telefonini; l’auto, euro zero; camera tinello e cucinino; insomma: viveva modestamente; ma aveva una mente eclettica. Pensava e organizzava pensieri come un Pico, in ogni circostanza. Ogni occasione, avvenimento, notizia, era per lui motivo di riflessione. E la riflessione, col tempo, lo aveva portato ad elevarsi e, sia pur involontariamente, a distanziarsi da certi amici e soprattutto dal rango degli sfaccendati di cui sopra, buoni soprattutto a far cagnara. Quegli amici, quei compagnoni di strada acquisiti per ragione di nascita, come per lignaggio, che ti stanno bene fino a quando ti accomuna loro l’ardore della gioventù, la spensieratezza dei tempi migliori, il gioco, la passione per le donne. Poi il tempo passa e, scemato l’uno e gli altri, a poco a poco si rivelano per quel che sono e ti diventano distanti, appartenenti ad un mondo e ad un tempo curvi su se stessi, incapaci di rinnovarsi, sempre attaccati alle loro piccole enormi certezze, senza essere mai sfiorati dai cambiamenti e da qualche slancio di generosità: la competenza in fatto di calcio, la competenza in fatto di macchine, la competenza in fatto di soldi, la competenza in fatto di donne, la lunghezza del loro uccello. E quelli in cuor loro, senza peraltro darne a vedere, se l’erano presa per quel “tradimento” e si misero, in modo del tutto naturale per la loro educazione, a dire e a bisbigliare; e il dire e il bisbigliare si misero a loro volta a sollevare quel venticello capace di esplodere alfine come il Rossiniano colpo di cannone. «Un negato» si erano messi a dire che fosse, oltre che Sfigato. Negato, lui con tutto il suo studio, a far carriera e a fare il grano, che solo l’avessero avuto loro il culo di studiare… «altro che fare l’idraulico o l’elettrauto!»«Se io avrei studiato come lui sarei come minimo un…» «Cazzo serve studiare se poi…» e via discorrendo con le solite amenità, le solite falsità, le solite cattiverie, i pettegolezzi dettati dall’invidia e dal rancore. Il rancore di chi si sa di essere una spanna sotto e che, quasi imputando all’altro la responsabilità della sua condizione, cerca in ogni modo di sminuirne la figura, ricorrendo alla peggiore delle abitudini: la maldicenza. E così, lui era negato a fare il grano perché valeva poco nonostante il suo studio; e poco valeva fisicamente perché non tirava calci al pallone e manco si interessava di sport; e se valeva poco in questo e quello, se tanto mi dà tanto, perversione dei sillogismi di uso popolaresco, anche a letto non doveva essere un granché. Lui che aveva una bella moglie. Lui che piaceva, anche alle loro mogli. E fiorivano le maldicenze.  «Si, piace, ma però…» e quello sgrammaticato “ma però” diceva tutto e quanto di peggio si può dire. E così, come ai grandi campioni, che non amavano, perché i mediocri amano i mediocri, andavano a cercare le piccole debolezze per sminuirne il valore, anche al nostro riservavano lo stesso trattamento. Lui che era rimasto un semplice impiegato perché aveva rifiutato il carrierismo. Che non amava lo sport declamato, ma che era un piccolo atleta. Che amava le donne senza disprezzarle e senza desiderare di farne collezione. Che a letto non era da meno di nessuno di loro. Lui si fece venire un’idea di quelle coi cosi… i fiocchi.

 

***

 

Quale?

Lo saprete alla prossima puntata. 

Ciao a tutti.

Grazie per la vostra pazienza. 

Paolo

 

 

necessario P.S.

18 Giugno 2017 Nessun commento

Ho scritto la cosa sulle “teleferiche”  3 anni fa. Era uno scherzo. Per far ridere.

Oggi ne parlano eminenti esponenti di partiti politici:

fa ancora ridere?

Mah!

Ciao Ciao

Paolo

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17 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XVII parte

16 Giugno 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI 

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XVII 

*

QUANDO DIVENTO PRIMO MINISTRO

(Prima stesura 2014) 

 

Innanzitutto, verrà ritoccato l’attuale anacronistico sistema pensionistico, voce primaria della spesa pubblica. È prevedibile infatti, considerato il crescente aumento dell’età media della vita, lo spostamento in avanti dell’età pensionabile. Alcuni tecnici avrebbero voluto portarla all’età di 89 anni, ma io, signori, io che ho a cuore lo stato sociale, ho ritenuto sufficiente uno spostamento fino agli 80-82 anni di età previo un periodo di contribuzione, calcolato secondo una formuletta da me stesso elaborata, che non potrà essere inferiore all’età del pensionando moltiplicata per un semplice coefficiente correttivo pari a 1,2 cosa che i tecnici e i politici avversi al sistema sociale avrebbero voluto pari a 4,6 dicasi quattro virgola sei!  

Quanto ai trasporti, cosa ci sarà di più bello del vedere torme, frotte di lavoratori e studenti andare di passo veloce se non di corsa per recarsi a scuola o al proprio posto di lavoro? E poi, camminare fa bene in tutti i sensi. Pensate a calzini e calzettoni che potranno essere utilizzati come rimedio per asme, sinusiti, raffreddori, febbri da fieno o da cavallo e per quanto si è già esposto! 

Ovviamente siccome nessun provvedimento può attuarsi senza spesa, si renderanno necessari i seguenti provvedimenti per bilanciare le uscite che il programma di ammodernamento dello Stato sovra esposto comporterà a causa di questo provvedimento. 

Innanzitutto, verrà ritoccato l’attuale anacronistico sistema di inquadramento salariale previsto, come tutti vedono, su una ingiustizia di fondo tipica dei sistemi a scarso o inesistente valore sociale, ovvero, sulla disparità esistente tra lavoratori e non lavoratori. È veramente assurdo che il lavoratore percepisca, “chessò”, ottocento euro al mese, quando il disoccupato non percepisce niente: è una profonda ingiustizia del vecchio sistema dei privilegi, che verrà completamente smantellato in favore di nuove norme più adeguate e attente alla eliminazione delle disparità. 

I tecnici avrebbero voluto il livellamento più assoluto, orientato verso una vera e propria giustizia verso il basso, ovvero, l’equiparazione del gap esistente previo l’azzeramento delle differenze salariali. Rendendomi conto delle incomprensioni, delle reazioni, ingiustificate certo, ma presumibili, che un provvedimento così drastico avrebbe comportato, io stesso ho pensato ad una soluzione alternativa, certo più accettabile, sul modello di quanto ho già disegnato per le pensioni, ovvero, lo scarto tra il salario del lavoratore occupato e quello del lavoratore non occupato non potrà essere superiore al risultato prodotto dalla seguente formula: 

Scarto = salar. lav. occ./salar. lav. non occup. non > 1,2 

Unica e vera soluzione dal contenuto veramente, lasciatemelo dire, veramente giusto, che possa eliminare le ingiustizie create dall’attuale e mai morta giungla retributiva. 

*

 

In lontananza pare che si sentisse un lungo urlo di sirena avvicinarsi. Lo stridio dei freni. I camici bianchi.  

*** 

Avete individuato l’elemento? Avete capito quale sia quella parte del racconto ad aver subito il trattamento di cui ho parlato, mirante, – pena la conclusione di un qualunque lettore, e prima di lui un editore, di giudicare perlomeno poco originale lo scritto, – ad annullare il medesimo? Sono certo di sì. Non vi è sfuggita la incredibile coincidenza, altra incredibile coincidenza, tra quel passo del racconto che fa riferimento alla TELEFERICA come…  

“…la più eccellente e rivoluzionaria idea della modernità…” e il punto del programma elettorale di un *** alle recenti elezioni ***, dove, – così riporta un quotidiano del ***, – all’aspirante sindaco X, che “vuole raddoppiare le corsie dei bus, la Y risponde con la funicolare!”

*** 

La solita strana coincidenza? Certo, che altro “sennò”? Il mondo è fatto di coincidenze e poi nessuno ha, né può arrogarsi, l’esclusiva titolarità di frasi o semplici affermazioni. Questo potrebbero dire i giudici in un processo e questa è la cosa su cui gli autori dello “stupro” contano ampiamente. Intanto, però, il mio amico Opal si è visto ancora una volta costretto a rinunciare ad ogni velleità in un campo che qualcuno pare voglia tenergli il più lontano possibile.

«E le prove?» vi chiederete in molti, «dove sono le prove a sostegno di tali argomentazioni?» Ebbene, actori incumbit onus probandi, le prove stanno nel computer medesimo, come tutti saprete meglio di me, ovvero nei file scritti che mantengono traccia, almeno questo, delle date in cui sono stati redatti.

A questo punto, – nonostante la riluttanza dell’Autore, il nostro Romanioli, che non permetterebbe mai di compromettere “strutture” politiche a lui non indifferenti, – devo comunque proporre alla vostra gentile attenzione, cari lettori, un racconto dal quale non ho dubbi siano state attinte alcune “soluzioni” che, se proprio non concedono il prefigurarsi del “plagio”, certamente lasciano supporre, anzi convalidano la tesi, avvalorano il sospetto, che vedrebbe gli scritti del mio amico, oggetto delle incursioni e quindi di una certa speculazione operata tramite essi, ai danni del medesimo.

 

Il racconto in questione è il seguente, ed è intitolato:

 

IL MILIONARIO 

 

***

 

Alla prossima XVIII puntata.

 

Ciao. Ciao.

 

Paolo

 

 

Chiutono le scole e iss se ne vanno ‘n ferie

13 Giugno 2017 Nessun commento

Mi è arrivato questo messaggio, di autore sconosciuto. Ve lo trasmetto pari pari.

*

Chiutono le scole e iss se ne vanno ‘n ferie

 

“Iss” chi, i ragazzi?

Mannò!

Sono i nostro contuttori di “sciò” e programmi “di tivvù” ca, chiuso le scola,  chiutono pur’iss la buttega e se ne vanno alla villeggiatura.

Daltrondo, a mmè mi pare pure giusto ca, si uno guadagna 4 milioni pè staggione, questa moneta la deve pure spendere! Nonn’è ca si tratto di uno manovalo di cantiere o di una femmina che fa le pulizzie della scola alimentare o di un di quei ragazzi ca portano i pacchetti sopa la bicicletta, ca jettano o sang pè 400 eure o mese e nun teneno manc ‘efferie!

No! Questo sono pieno di moneta, tengono lo “iot” alle Secella e alle Maltiva e l’hanna pure spenne sti cazz e miliunh! E li vuoi dare il tempo, ca ci volono perlomeno 4 mesate per conzumare tutta ‘sta moneta?

Accussì, mo ca riaprono le scole, s’anno spennnuto tutta la moneta e li vene nuovamente il desiterio di farci cumpagnnia!

Io, a esembio, non veto l’ora.

Io, quanno chiutono le scole e chiutono i “sciò”, io mi sento malamente! A mme mi manca l’aria! A mme mi manca la faccia di questo o quella femmina che ci fanno capire quanto è brutta la miseria! Pecché io non mi avevo accorto mai che il mondo è fatto di ingiustizzie e fetenzie! No! Io non mi avevo accorto mai che il mondo è tutta ‘na schifezza! A mme mi pareva ca pe campà avastavano 3 – 400 eur ò mese che, in confronto di certi africani ca fanno e pummarole, sono una ricchezza… e invece…

“Per fortuna ca stanno questi” io mi dicetti, “ca mi fanno capire la verità”. Ma mo? Mo ca stanno in ferie, mo che faccio io?

Mi prendono le convurzioni. A’ notte nun pozzo durmì. Me manca l’aria. Io appiccio o televisore… aspietto a chisst… ma manc po cazz! Cambio o canale, uno duji e tre… ma manc po cazz! Stuto, riappiccico, riappiccico e stuto, ma manco po cazz!

Chissà addò stanno! “Tornate! Il popolo vi acclama! Tornate! Faciteci capì la differenza tra il ricco e il povero, che nuje, si non ciò dicete vujie, non ce capimmo nu cazz!”

Mio patre me diciaje, ca una volta ci steva o “piccì”. “Era” me diciaje, “un partito ca sta dalla parta dei lavoratori; della classe operaia. Pecché? Perché la classe operaia sono sfruttato dai patroni e se non ci sta un partito della classe operaia, un partito dei comunisti… statta buena Rocch!”

Poi, però, a mme me pare ca sta classe operaia e sti comunisti hanno sparita dalla circulazione, perché io non ne ho visto mai. Io di “isti” canosco i populisti, i mortisti, i cannabisti, i biotestamentisti, i cambiamentisti,  gli antivaccinisti, i canisti, i federalisti, i femministi, gli asfaltisti, i sciampisti, i gaysti, i pallonisti, i diavolisti e tutta una enorme congrega di opportunisti… ma classe operaia e comunisti non se vedono proprio, almeno da ‘na trentina d’anni a questa vanna. Accussì me dicette o confessore la domenica passata, mentre se faceva o segno della croce almeno sette volte e chiù.

Per fortuna ca ce stanno i contuttori di “sciò” ca stonno dalla parta nosta, ca si stai aspiettanno a isss… ai comunisti… campa cavallo!

Però…

Cari, carissimi; illustri, illustrissimi; amati, amatissimi  contuttori di “sciò”, per piacere non ci lasciate soli! Tornate presto dalle vostre importantissime vacanze, sennò accà nun se capisce cchiù ‘na mazza! la confuziona è globbale!

Poi, pensandoci, mi dico: “ma in fondo in fondo cosa sono mai 4 mesate? Niente! Na sciocchezza! Volano! Che ci vuole a spendere na milionata di euri con quel che costa la benzina? Niente! Non fai in tempo ad accendere il motore dello “iot”, che già te ne devi tornare! Amme me dispiace: ma aspetto; tengo pacienza.”

D’altronde… che tengo da perdere? Niente.

 

 

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16 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XVI parte

13 Giugno 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI 

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XVI 

* 

QUANDO DIVENTO PRIMO MINISTRO

(Prima stesura 2014)

 

Perché, mi sono chiesto un giorno che pioveva, osservando la struttura a raggiera del mio ombrello, tanti raggi così? Li conto. Sono 8 forse 10. Assurdo mi dico. E penso ai milioni che possono essere risparmiati riducendoli di numero. Non si aprirebbero comunque gli ombrelli e non svolgerebbero egregiamente la loro funzione anche con un numero limitato di stecche? Certo che sì! D’altronde non hanno così ridotto i raggi delle biciclette? E non se ne è avuto vantaggio nella leggerezza? E nelle prestazioni dei corridori? Ma certo, certo, gli ombrelli possono anch’essi e a maggior ragione essere decurtati di un certo numero delle loro stecche, quanti non ve lo so ancora dire con certezza, ché la cosa è ancora oggetto di studio e accertamento, ma, vi assicuro, il vantaggio e il risparmio economico saranno certamente notevoli. E la maggiore maneggevolezza consentirà una più agevole salita sui mezzi pubblici e consentirà un maggior controllo dei nostri amici a quattro zampe al guinzaglio e ci consentirà maggiore destrezza nel raccogliere gli effetti dei loro bisognini, quando nei giorni di pioggia dobbiamo destreggiarci con borse della spesa, impermeabili, gli occhiali che si appannano e col giornale ripiegato sotto l’ascella, che si sfila continuamente e ci cade nelle pozzanghere luride ed infangate, ahimè, triste risultato di politiche insensibili ai veri problemi della gente comune e miranti al conseguimento del solo vantaggio politico dei partiti. E infine, cosa non da poco, le gentili signore non dovranno più affaticarsi con ombrelli di peso assurdo e inadeguato e non soffriranno più dei fastidiosi problemi, che ombrelli di tale fatta producono al tunnel carpale, al gomito del tennista e al ginocchio della lavandaia, cosa che produrrà un notevolissimo beneficio non solo alla salute della popolazione, ma anche e soprattutto ai bilanci della spesa sanitaria. Insomma, consentitemelo, un vero toccasana. 

 

Ed ora, si venga al settimo punto, vero orgoglio e vanto del team, di cui mi onoro essere il massimo esponente.

Gli ascensori. 

Gli ascensori, miei cari signori, non sono azionati dalla corrente elettrica, che viene prodotta dalle centrali elettriche, che abbisognano del petrolio per il loro funzionamento, che, come tutti sappiamo, noi non possediamo e che dobbiamo importare con un notevolissimo esborso di moneta pregiata? Orbene, non sto certo a dirvi quanto vantaggioso sia per il paese il ridurre il consumo dell’energia e quindi il conseguimento di un risparmio nella spesa petrolifera. Come? Semplice. State a sentire. 

Chi ha stabilito che gli ascensori debbano per forza condurci all’ultimo degli scalini del piano cui abitiamo o che vogliamo raggiungere? Se si fermassero uno scalino prima dell’usuale, noi potremmo ugualmente raggiungere il nostro piano senza fatica, producendosi un doppio vantaggio: sul piano fisico, in quanto un po’ di sano movimento non occorre che sia io a dirvi quanto benefico sia; ed economico, il cui risparmio sarebbe presto quantificabile nel modo seguente. 

Considerando che uno scalino rappresenta mediamente 1/18 delle rampe di ogni piano, noi potremo avere un risparmio di eguale portata, per ogni piano di elevazione dei fabbricati. Ovvero, 1/18 per il primo piano, 1/18 per il secondo, 1/18 per il terzo e così via. Quindi, possiamo dire, correggetemi se sbaglio, che per un fabbricato di 5 piani il risparmio ottenibile potrebbe essere di 5/18. Ora, avendo calcolato che nel nostro paese vi sono 730.000 condomini di cinque piani con ascensore, (il calcolo è il medesimo del precedente punto numero cinque,) noi potremo ottenere un risparmio di 730.000 x 5/18 il che equivale, correggetemi se sbaglio, a ben 3.650.000/18 parti di spesa petrolifera risparmiata per il movimento degli ascensori, corrispondente alla 202 millesima parte arrotondata per difetto, il che, non è poca cosa.

E non sarà nemmeno poca cosa, l’effetto benefico sull’economia prodotto dal seguente pacchetto di provvedimenti, mirante al contenimento dei costi di produzione, installazione e manutenzione di alcuni manufatti, che passo immantinente ad illustrarvi senza troppe parole, raggruppati al: 

 

Punto numero otto, ovvero, il provvedimento “pacchetto” così articolato: 

- Riduzione degli elementi radianti dei termosifoni.

Per il contenimento della spesa energetica, i termosifoni dovranno subire un “taglio” degli elementi radianti pari a 1/10 della loro composizione.

- Riduzione del numero delle tegole dei tetti.

È stato calcolato dai miei architetti che una riduzione del numero delle tegole pari ad una ogni 24 non influirà sulla capacità di tenuta delle coperture. Quindi, per il contenimento dei costi di costruzione dei nuovi edifici e del costo di manutenzione degli esistenti i medesimi dovranno subire:

- Riduzione delle sbarre delle celle delle prigioni 

- Riduzione delle traversine dei binari dei treni

- Riduzione dei tasti di pianoforti, fisarmoniche e computer vari

- Riduzione delle pagine dei libri

- Riduzione della durata dei brani musicali

- Riduzione delle vesti di preti frati e suore, con unica eccezione del Santo Padre

- Riduzione della lunghezza dei telegiornali

- Riduzione dell’ampiezza dei fogli di giornale

- Riduzione della larghezza dei rotoli di carta igienica

- Riduzione del numero dei denti delle dentiere

- Riduzione della lunghezza delle stecche da biliardo

- Riduzione della lunghezza del metro campione, del kilogrammo e delle altre unità di misura, con particolare rilievo e importanza al litro campione dei distributori di benzina. Ovvero per ridurre i consumi di carburante porteremo la capacità del litro a 90 cl. E se, come qualcuno mi ha fatto osservare, ma lo verificheremo, risultasse che così facendo poco cambierebbe perché… perché… perché non me lo ricordo, vorrà dire che allora la porteremo a 110.

- Ridimensionamento dell’ampiezza dei sedili dei mezzi pubblici e delle pendenze delle strade, nonché dell’altezza delle montagne, la lunghezza del corso dei fiumi, dei tacchi a spillo, del pelo nell’uovo, dei sermoni alla messa dei morti, del pelo e del vizio dei lupi, delle rondini che fan primavera, dei denti di ogni cerniera, delle sottane della mia cameriera, dei bottoni di jeans e giacchette, dei freni delle biciclette, degli acini dei grappoli d’uva, delle righe dei quaderni di scuola, delle strisce segnate per terra e, dulcis in fundo, dei ricami delle lenzuola.  

Ovviamente siccome nessun provvedimento può attuarsi senza spesa, si renderanno necessari i seguenti provvedimenti per bilanciare le uscite, che il programma di ammodernamento dello Stato, sovra esposto comporterà.

 

***

Quali?

Lo saprete alla prossima puntata! 

Ciao

Paolo

 

 

 

 

 

 

 

15 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XV

10 Giugno 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI 

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XV 

*  

QUANDO DIVENTO PRIMO MINISTRO

(Prima stesura 2014)

Quarto.

Come quarto punto del mio progetto, miei signori, ho pensato ad una grande innovazione. Una vera e propria innovazione, che porterà notevoli benefici alle casse dello Stato; riequilibrerà la bilancia commerciale, il pil, lo spread e lo squash, ovvero, pensate signori, l’eliminazione del quarto piede! Non vi scervellate a cercare nei vostri vecchi e fatiscenti manuali di economia la suddetta nozione, il suddetto provvedimento: non lo troverete. Non lo troverete talmente è rivoluzionario, talmente è innovativo. State a sentire.

Vi siete mai chiesti, miei cari signori, perché ciò che è possibile fare con tre debba essere fatto con quattro? Perché se posso spendere tre, io debba spendere quattro? Ve lo siete mai chiesto? No di certo. Lo sapevo. Orbene, vi illuminerò. Vengo al dunque.

Dunque, signori, chi ha detto che il tavolo, sì, il tavolo, debba reggersi su quattro gambe quando può tranquillamente reggersi su tre? È scritto da qualche parte? C’è qualche antico manuale che lo contempli, una antica scrittura? Nessuna, signori miei, ve lo garantisco. Non v’è scrittura al mondo che lo prescriva. Non v’è scienza che vi si sia applicata. Nessuno che l’abbia immaginata. Dunque, stando così le cose, dato che non v’è un Leonardo che lo prescriva, che i tavoli debbano reggersi su quattro gambe, ebbene, io stesso, dopo ripetute prove, posso, a ragion veduta, sostenere che i medesimi si reggono anche con tre gambe sole! Tre gambe, signori! Tre gambe al posto di quattro! Ma ci pensate? È un risparmio del 25% sul consumo del noce, signori, del faggio, del castagno e del ciliegio! Pensate, signori, ai nostri poveri boschi, oggi oltraggiati dal taglio indiscriminato, ai giardini, ai parchi finalmente rigogliosi, verdeggianti nuovamente lussureggianti, e grazie a che? Grazie alla più semplice, ma temeraria idea originale, quell’idea geniale nascosta per secoli nella mente dei geni e che oggi finalmente grazie alla mia modestissima intelligenza, viene alla luce e può prendere forma. Dunque, d’ora in avanti, signori, solo più tavoli con tre gambe e, credo di potervelo anticipare, quando la scienza avrà dato il suo passat, quando le prove scientifiche ci conforteranno positivamente, ebbene, concedetemi un piccolo guizzo di gioia, una vampata d’orgoglio, un sussulto di non ipocrita immodestia, ebbene, signori, credo di poter anticipare urbi et orbi, che anche sedie, poltrone, sofà e divani letto potranno seguire identica sorte. E, in un prossimo futuro, chissà che la cosa… il provvedimento non possa essere applicato anche ai rotabili! Pensate, immaginatevi, vedete con gli occhi della fantasia  un mondo fatto di auto, tram, treni, camion, carretti e persino aerei, tutti con tre ruote sole! Non vi nascondo la commozione, signori, d’altronde voi medesimi ve ne sarete accorti, voi stessi avrete scorto quel luccichio nella mia pupilla, indice di commozione per il grande risultato conseguibile dal progetto, risultato che porterà infiniti benefici non solo al nostro paese, ma all’intera umanità, oggi e alle generazioni future. Scusatemi, ma sono… sono letteralmente commosso.

Ma, non indulgiamo ai sentimentalismi… no, non indulgiamo, anche perché è ora che vi esponga il quinto punto del mio, lasciatemelo dire, più che rivoluzionario programma.

State a sentire. 

“Driiiinnn!!!” Signori, quante volte questo, lasciatemelo dire, fastidiosissimo suono ci ha importunato! Ci siamo appena appisolati per goderci la pennichella pomeridiana; ci siamo appena accinti a godere di una dolce compagnia; siamo tranquillamente o nervosamente impegnati nell’espletamento delle nostre funzioni fisiologiche, quando “Driiiinnn!!! Driiiinnn!!! Driiiinnn!!!” Il dannato campanello di casa ci interrompe; si intromette maldestramente nella nostra privacy; ci costringe a sobbalzi che spesso e volentieri richiedono poi costose cure antidepressive, con conseguente riflesso sulla produttività, la spesa sanitaria e in definitiva sulla nostra salute. Ebbene, signori, ho deciso di porre rimedio, di intervenire anche in questo ambito. Ecco come.   

Limiterò, miei signori, la durata dello sgradevole suono in questione; cosa che vorrà significare altresì un notevole risparmio di energia. Una cosa è un suono allungato e lasciato alla, consentitemelo, maleducazione dell’attore, sia esso postino, donna delle pulizie, nonché vicino di casa, che ha dimenticato le chiavi, altro è suono breve e di limitata potenza come un “Toc”. Esatto, signori, ho detto proprio “Toc”. Quel “Toc” di un tempo quando non c’erano campanelli e suonerie di sorta e il segnale era lasciato alla mano leggera, a volte vellutata e racchiusa in un guanto di seta. “Toc”, signori, discreto, educato, romantico e, soprattutto, economico! Ma certo, che avete sentito bene! Ho detto proprio economico.

È stato calcolato dagli economisti miei che, essendo la durata del “Toc” di appena un terzo rispetto a quella dell’odiato “Driiiinnn!!!”, noi potremmo ottenere con tale accorgimento un risparmio di almeno 10.000.000 tep/anno (tonnellate equivalente di petrolio barra anno). Incredibile ma vero! E inoltre. E inoltre, la misura darà un notevole impulso all’occupazione, che vedrà occupati almeno settecentotrentamila giovani, miei signori, che troveranno impiego come, pensate, come produttori di suono! Ovvero, giovani, magari musicisti o cantanti, che certamente saranno avvantaggiati per ovvia maggior dimestichezza con l’oggetto del provvedimento, che verranno impiegati come produttori di “Toc” a comando! Sì, avete capito bene, produttori di “Toc” a comando; settecentotrentamila giovani che a comando faranno “Toc”. Ecco come.  

Intanto, vi dimostro come la cifra di cui sopra non è campata in aria, ma frutto di un semplice quanto preciso calcolo matematico. Siamo, in questo paese, sessanta milioni di persone. Bene. Dato che i nuclei familiari siano composti di 3,28 persone e che in ogni condominio alberghino 25 nuclei, il conto è presto fatto:  

60.000.000/3,28/25 = 731.707,317 che possiamo tranquillamente arrotondare a 730.000. Semplice no? Basta pensarci. Bene. Entrando ora nel merito del funzionamento, ecco spiegato come avviene la cosa. 

Quando la persona che d’ora in poi chiameremo “Petulante”, dal latino “peto” che, come voi tutti sapete, vuol dire “chiedo”, vorrà entrare in contatto con quello che d’ora in poi sarà definito il “Ricevente” non potrà più semplicemente, ma impertinentemente suonare il campanello pigiando il tasto o il bottoncino come si fa ancor oggi, ma dovrà rivolgere richiesta a quello che d’ora in avanti sarà definito il “Tramite” presente dinanzi ad ogni portone del Paese, in inverno come d’estate, di giorno come di notte e nelle feste comandate, il quale si recherà personalmente presso la porta del “Ricevente” ed emetterà il fatidico “Toc” con tutta la discrezione e il tatto previsto per la circostanza. Sì, miei cari signori, che in questo soprattutto consisterà la differenza, perché il nostro “Tramite” avrà il garbo, la preparazione necessaria di adattare il “Toc” a seconda che sia mattino, sera o notte fonda; a seconda dell’importanza, dell’urgenza; ed anche a seconda della personalità del “Petulante”, allorquando uomo rozzo e rude, al quale corrisponderà un “Toc” forte e deciso, nonché, in caso di fine e gentile signora, cui corrisponderà un lieve, discreto, garbato, quando non sensuale “Toc” in modo tale da anticipare al “Ricevente” la qualità, la personalità, cosa non di poco conto, del “Petulante”. 

In questo modo verranno eliminate le scorribande dei ragazzacci, che si divertono a pigiare i campanelli; non avremo le incursioni dei ladri nei nostri appartamenti, i quali non potranno più mettere in atto i loro criminosi disegni affidati soprattutto alla “suonata” per accertarsi della presenza del proprietario; toglieremo ogni velleità dei venditori porta a porta e, infine, potremo anche noi, quando in visita ad un amico o ad un parente, e, perché no, ad un amante, concertare col “Tramite” magari previa piccola elargizione, quel particolare “Toc” tale da essere correttamente interpretato e riconosciuto dal “Ricevente”. Vi pare poco? No signori non è poco, anche perché non è tutto! Perché il nostro è un progetto studiato per portare beneficio a tutti e senza esclusioni. E potevamo, quindi, dimenticare le persone svantaggiate? Coloro che tutt’oggi vengono discriminati da un sistema ingiusto e iniquo, progettato in spregio alle loro necessità e al diritto? Sto parlando, signori, delle persone di statura bassa. Di bassetti, vecchiette, bambini e di citofoni, posti, ahimè, in posizione inarrivabile per loro. Ebbene, col sistema “Toc”, il problema sarà definitivamente risolto. La discriminazione per sempre eliminata. I bambini, le vecchiette e i corti di gamba, di cui sopra, non saranno più finalmente obbligati ad impossibili esercizi di salto in alto o ad ingropparsi pericolosamente l’uno sull’altro, con severo pregiudizio per la salute, la privacy e soprattutto la decenza. Il risparmio sulla spesa sanitaria sarà notevole, ve lo assicuro.

Questa, lasciatemelo dire con un pizzico di orgoglio, è democrazia, vera democrazia occidentale.

Ma non è tutto, signori, perché il sesto punto, state attenti, vi lascerà letteralmente a bocca aperta. Vi direte, signori, «come non averci pensato prima!» tanto semplice e rivoluzionaria è l’idea. State a sentire. 

 

***

Non subito, però, ma…

Alla prossima puntata 

Ciao Ciao Ciao 

Paolo