5 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte V

 

 

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”  

* 

PARTE V  

*  

Ecco, queste appena lette erano estrapolazioni dal libro di cui ho fatto cenno, il primo che Opal Romanioli ebbe scritto. Tempo dopo, non appena si riebbe dalla delusione per l’insuccesso, riprese a scrivere; ancora un opera narrativa.

Il tema anche questa volta è una fantasticheria bella e buona.

Il mondo è sconvolto da un cataclisma, un’immane grandinata, che dura circa un mese, e i sopravvissuti danno una dimostrazione al lettore di come l’egoismo e la demente ingordigia dei potenti conducano, infine, sempre allo stesso vomitevole punto: alla follia della guerra e della distruzione.

I due protagonisti, Enzo e Caterina, vagheranno nell’infinito mare, toccando per mano, in sperdute isole, sole terre affioranti dopo un immane diluvio causato da un’esplosione nucleare che fa sciogliere completamente i ghiacci, quanto detto.

Ecco il capitolo che descrive il primo terribile evento.

 

 

Da: “ALLA RICERCA DELLA GRAND-MERE

(Prima stesura 2001)

 

LA GRANDINE

 

C’era in giro una carica elettrica che, attratta dalle case più alte, scendeva sulle più basse e poi da queste scivolava sul piattume nero dei tetti dei garages e, formicolando sulle creste dei muretti dei cortili, correva in ogni direzione a preannunciare ciò che ancora era da venire.

Con tutta quella tensione nell’aria non mi andava proprio di mangiare e, se fosse stata l’ora, mi sarei sforzato, controvoglia, di buttar giù due forchettate. Ma era ancora presto, e me ne stavo seduto con lo sguardo fisso alle montagne stampate in fondo alla finestra.

Fu così che lo vidi avanzare.

 

Preceduto da un vento carico di polvere, un ammasso di nuvole precipitate giù dal cielo, aggregandosi in cumuli sempre più grandi e minacciosi, si riversava tuonando e saettando con violenza sulla pianura inerme, verso la città. Di lì a poco, un immenso, denso, involucro scuro, avrebbe avvolto ogni cosa.

 

Ed ecco un odore forte e pungente forare l’aria plumbea, e in un attimo i monti, le case meno vicine, le sommità più alte scomparire inghiottite nella tenebra e improvvise violente raffiche di pioggia fredda e nera spazzare ogni superficie con forza inaudita. Sospinta dallo stravento impetuoso l’acqua risaliva la pendenza dei tetti e infilandosi sotto le tegole le smuoveva dai loro sedimi finché risucchiate nel vortice non spiccassero il volo e, volteggiando come uccelli di un gramo presagio, non si abbattessero a terra fracassandosi rovinosamente. Una furia sibilante flagellava i pochi alberi. Piegava insegne ed antenne. Strappava tende e spalancava finestre che sbattendo impazzite scagliavano ovunque una miriade di schegge taglienti e acuminate come pugnali. Sotto la sferza del nubifragio le facciate delle case scurivano di colore e i vetri ancora sani lacrimavano incessantemente deformando la vista d’ogni cosa.

 

Poi, il vento cessò, e scrosci dritti e grevi di grandine presero a martellare senza tregua.

 

Sulle tettoie traballanti rimbalzavano chicchi di ghiaccio sempre più grossi. I terrazzi e le coperture piane ribollivano di grandi pozzanghere. Rigagnoli lattiginosi scorrevano verso gli scoli gorgoglianti delle grondaie che, occluse dall’ammucchiarsi dei grani, riversavano, adesso, fluenti cascate nei cortili sottostanti. Un continuo crescente fragore coprì ogni altro suono, e si spensero le voci della città.

 

Quanti erano per strada cercarono riparo dove e come poterono. Bar, negozi, passi carrai e androni si affollarono presto di gente sgomenta e infreddolita; e quell’odore acre che esala dai corpi e dai vestiti marci quando ci coglie il temporale le domeniche d’estate, in breve, impregnò tutta l’aria. Fiumane impetuose dilagavano ovunque noncuranti dei tombini e, scavalcati i marciapiedi, già scorrevano lambendo gli accessi dei negozi. I bottegai, preoccupati, chiuse porte e saracinesche, si diedero a tamponare con stracci e segatura le prime infiltrazioni; ma acqua e ghiaccio aumentavano sempre più e con essi la temperatura si abbassava insopportabilmente di pari passo. Quanti erano al sicuro nella propria casa, invece, spiavano dalle tendine, affascinati e atterriti, nel contempo, quell’impressionante grandiosa dimostrazione di potenza; e ognuno pensava, e ne era certo, che da lì a poco tutto sarebbe finito e la vita avrebbe ripreso il suo corso.

 

Intanto, i cortili, stretti tra le case, erano diventati i contenitori di un intrattenibile miscuglio. E questo, intrappolato dai portoni chiusi, ingrossava e premeva mulineggiante contro di essi, finché, avutane ragione, come una vescica troppo rigonfia, non sbottava e rovesciava un immane vomito biancastro nelle strade.

 

All’improvviso un corteo di auto incontrollate prese a muovere galleggiando sull’amalgama granuloso. Vuote, occupate che fossero, le auto rovinavano e rimbalzavano le une contro le altre e tutte contro muri ed ostacoli come l’autoscontro di un triste luna park che, luci e sirene accese, aggiungeva rumore a rumore, fracasso a fracasso, sgomento a sgomento, in quel finimondo senza tregua e soprattutto senza perché. E dai finestrini appannati, mentre erano trascinate chissà dove dal flusso inesorabile della corrente, sui volti di quelle sagome inermi e goffamente composte nei sedili, traspariva tutto lo stupore ebete, l’incredulità, il sorriso amaro, la smorfia di chi si pone interrogativi cui nessuno può dare risposta. Quanti invece tentavano la fuoriuscita per andare, Dio solo sa dove, se non subito travolti, rimanevano presi nella stretta del ghiaccio, alto ormai fino oltre la cintola, e poi, dopo qualche minuto di inutili penosi tentativi di sollevarsi, crollavano e sparivano, gli occhi sbarrati e larghi come maschere di carnevale, inghiottiti nei gorghi di quella gelida poltiglia.

 

Quanti assistevamo a quelle scene raccapriccianti ringraziavamo il cielo di averci risparmiati, e in cuor nostro pregavamo affinché quel diluvio finisse al più presto. Ma non fu così. Le preghiere purtroppo non bastarono. Presto i telefoni ammutolirono; venne a mancare il gas; e quando fu la volta della corrente elettrica, fummo presi da un indicibile sconforto.

 

Intanto, il piano terra delle case stava per essere completamente sommerso, e la gente, spinta verso l’alto, si era affollata per le scale e cercava rifugio presso le abitazioni dei piani superiori. Sui pianerottoli, addossata contro gli usci, chiedeva le si aprisse, picchiava con i pugni, levava grida disperate; minacce e invocazioni cui nessuno, purtroppo, prestava ascolto; e quando qualcuno, mosso da pietà o vinto dalla paura, apriva, allora, senza riguardo, veniva travolto dall’impeto di quelli più esagitati che si ammassavano per entrare. Non appena dentro, però, i primi intraprendenti, con un improvviso voltafaccia, d’intesa, fronteggiavano compatti i loro susseguenti sospingendoli a spallate verso l’esterno; e se vi riuscivano, immediatamente chiudevano e si barricavano dietro le porte che gli altri, furiosi, tempestavano di calci e sputi. La cosa, va da sé, non poteva finire così.

 

 Iniziò, quindi, un piccolo assedio da parte degli esclusi verso le roccaforti meno difese.

 

Divelte ringhiere e lastre di marmo dai gradini e dai davanzali, e armeggiando qualunque oggetto potessero, con quello, assestavano colpi su colpi contro gli accessi sbarrati. Schianti, urla terribili di rabbia e di insulto echeggiavano in quella specie di campo di battaglia, che erano diventati i vani scala, fino a quando un tonfo sordo e cupo non ne inghiottì ogni altro: una rampa crollava, portandosi dietro per sempre nel miscuglio glaciale, rabbia, terrore e disperazione. I sopravvissuti, impietriti, miseramente aggrappati l’un l’altro, si acquietarono a questo punto, e, rassegnati, vinti dalla stanchezza, si lasciarono andare, sprofondati nel silenzio più assoluto. Solo il martellamento della grandine continuava implacabile ad affliggere quel silenzio di tenebra polare.

 

Quando calò la notte eravamo, ammutoliti, sordi e isolati dal resto del mondo, in completa balia degli elementi. Allora nelle case accendemmo dei fuochi e bruciammo ogni cosa potesse dare calore. E nelle vie e nelle piazze deserte, dalle tapparelle abbassate, tralucevano, ora, bagliori che sapevano di primitiva paura.

Poi, pian piano, le luci si spensero; e tutti, intirizziti dal freddo, ciechi nell’oscurità, tentammo, come si poté, di prendere sonno. Ma, sfiorati dai riflessi oscillanti e dalle ombre agitate dalla luminescenza del ghiaccio in movimento, nemmeno questo fu possibile, ghermiti com’eravamo da enormi e spaventosi pensieri.

 

E scuro come la notte il mattino non giunse liberatorio.

 

L’incubo non era finito. Il miscuglio aveva continuato a crescere inesorabile e lambiva i primi piani. E adesso erano i loro abitanti a doversela vedere, non solo con l’acqua alle porte, ma anche con i mefitici effetti, che le fogne intasate respingevano al mittente, rendendo irrespirabile l’aria nelle abitazioni. Terrorizzati e rassegnati, quelli dei piani superiori si preparavano ad affrontare la ripetizione di quanto già visto la notte avanti. La gente dei pianerottoli, invece, dopo il primo sconcerto si era rifugiata nelle soffitte e nei sottotetti e lì, utilizzando ogni cosa potesse servire, si era sistemata alla meglio tra le cianfrusaglie.

 

Intanto la natura dei rovesci era peggiorata. Per la temperatura sempre più bassa, la pioggia, cadendo, ghiacciava e, trasformata anch’essa in una sorta di grandine, si aggiungeva e intensificava il frastuono già esistente che, col freddo intensissimo, rendeva sempre più impossibile la vita in quella specie di nuova estremità polare.

 

Nel contempo, per le strade, la raschiante sempre più lenta massa in movimento travolgeva e divorava ogni cosa, viva o morta che fosse. E una triste ancor più atroce visione passò sotto i nostri occhi.

 

Un corpicino nudo, violaceo, quasi vitreo, di gesso come il bambinello del presepe, scivolava sulla superficie gelata e, urtando le sporgenze dei balconi e le cime dei pali non ancora sommersi, si spezzava come coccio e perdeva ad ogni urto pezzi esangui di sé per finire, infine, appiccato ad una punta, irriconoscibile, misero resto esposto alla pietà e al terrore di noi tutti, ormai completamente senza parole. E così fu per una lunga processione di straziati cadaveri semisommersi, indefinibili nel sesso nell’età e anche nella schiatta. Gambe piegate in orribili forme; braccia inutilmente levate al cielo in cerca di un ultimo inesistente appiglio; fredde; ghiacce; tese; pallide sculture immortalate nell’ultimo gesto che, affioravano qua e là, spaventevoli testimonianze di una imprevista imprevedibile e inarrestabile sciagura. Tutto il resto era, o stava per essere sepolto.

 

Come detto, non appena le abitazioni del primo piano furono invase dall’acqua, gli abitanti dovettero abbandonarle. Memori di quanto accaduto, però, saggiamente, evitarono l’inutile assalto ai piani superiori e, carichi di quanto potevano, si diressero alle soffitte dove riuscirono a trovare asilo. Poi, giunse di nuovo la notte, che ci colse sempre più impauriti e in preda al panico. Egoisticamente chiusi in noi stessi e ben asserragliati, quanti potevamo, ognuno nelle proprie case, si sperava ancora che il nuovo giorno ci avrebbe riportato alla normalità.

 

E, invece, niente: la situazione non cambiò affatto. E così il giorno seguente, e quell’altro appresso, e quell’altro ancora, finché ghiaccio e acqua non sommersero tutto fino all’altezza del decimo piano e non ci ritrovammo mischiati e ammassati negli appartamenti dei piani superiori nelle soffitte e, parecchi purtroppo, all’addiaccio sui tetti, tutti, comunque, esposti e abbandonati alla pietà di Dio, che sola avrebbe potuto salvarci.

 

E quella giunse, finalmente.

 

Il ventottesimo giorno la grandine cessò e con essa il frastuono. Il cielo si scosse tra boati ancora ruggenti, ma la pioggia si esaurì in sferzate e scrosci sempre più radi, e il vento spese le sue ultime forze in benevoli raffiche, che aprirono un poco le nubi. E una timida flebile luce rischiarò l’universo a noi vicino. Così, dopo un po’, stremati, neri d’inedia, ma vivi, uscimmo dai nostri rifugi, e, infagottati come barboni il venti di gennaio, salimmo sui tetti.

 

La scena che si presentò ai nostri occhi accecati e alle nostre orecchie assordate fu deprimente e sconsolante; però, malgrado tutto, fummo felici come non mai, per essere sopravvissuti e usciti da quel terribile incubo. Per quanto potevamo vedere, un’immensa coltre aveva sepolto e confondeva città e campagna, e i monti, tutt’intorno per tre quarti, altro non erano che gobbe arrotondate e ricoperte di una stucchevole glassa biancastra. I colori si erano dissolti in un pallore sempre più freddo e anemico. Niente alberi. Niente verde. Niente laghi azzurri. Soltanto le punte dei campanili e le coperture degli edifici più alti, affioranti qua e là, tristi, indifese isole solitarie, sperse in quella fiumana che, nel varco lasciato dai monti, correva immobile e a perdita d’occhio verso il mare invisibile. Già, il mare, chissà se anche il mare…

 

Ci guardavamo muti.

 

***

 

Segue.

 

Paolo Molinari

 

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