anno nuovo e pulizia di fine d’anno

4 Gennaio 2018 1 commento

Con l’avvento del nuovo anno ho approfittato per fare un po’ di pulizia. Ho tolto una parte degli articoli e degli scritti ormai inutili perché inattuali.

Ciao a tutti

Paolo

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MAMMA MIA!

27 Dicembre 2017 4 commenti

MAMMA MIA!

 

No, non è del film che voglio parlare, anche se è un film simpatico e divertente, non è del film che voglio parlare, ma del clima. Sì, esatto, proprio di quello. Ho appena finito di vedere il tg delle 20, che mi sento mezzo traumatizzato. Il clima infatti…

Insomma: piove, nevica e in certi posti tira pure vento!

Mamma mia! È terrificante! “Mala tempora currunt!”

Il traffico è in “tilt”! Qualcuno ha dovuto prendere l’ombrello! Un ramo si è staccato da una pianta, finendo sotto il tram! Un’auto è finita fuori strada, mentre un fuoristrada è finito dentro una vinicola, restando imbottigliato e un numero imprecisato di persone ha dovuto mettersi l’impermeabile ed altri prendere l’ombrello! Il clima è impazzito. Non è più quello di una volta e non ci sono né le mezze né le quattro stagioni, ma solo più le pizze con i capperi e le acciughe. Pazzesco! Anzi: pazzentro che fa un freddo cane!

Ma che cazz…

Ma è mai possibile che questo “povero tempo” non possa fare un po’ come cavolo gli pare, che subito un coro di urlatori spaventati a morte si solleva a dire e a sbraitare per farci prendere un sacco di paura, quando…

Quando?

Be’…

Insomma, chi non è proprio nato ieri se li ricorda il freddo ed il maltempo.

Quando ero ragazzo nevicava giorni e notti intere ininterrottamente e ne veniva giù un metro senza tanti complimenmti e senza spaventar nessuno. Noi ragazzi s’andava a scuola con grande gioia perché non appena suonata la campanella… palle di neve volavano dappertutto! E con grande gioia la prendevano pure gli spalatori che con la neve facevano qualche soldo in più e godevano di grande ammirazione presso di noi ragazzi per le montagne di neve che ammucchiavano e che a noi servivano per fare le “sghiarole”! Ne ricordo alte almeno dieci metri che duravano fino a primavera, quando, ahimè il tempo “riimpazziva” e il sole le scioglieva, bagnando tutte le strade e i marciapiedi e costringendo i “giornale radio” a diffonderne notizia. I nostri vecchi invece s’incazzavano più che altro perché la neve e la pioggia “gli” bagnavano il cappello e l’immancabile cicca in bocca se “veniva” di stravento, cosa che rendeva pure difficile accendere i cerini. Le mamme spesso avevano i “geloni” si lamentavano per gli scivoloni e tutti portavamo maglioni, calzettoni, scarponi, sciarponi, mutandoni, paraorecchie e un sacco di altri indumentoni. Nei cortili abbondavano stesi i baccalà. Non quelli veri, ma i baccalà fatti di pantaloni, mutandoni e tutto il resto che, stesi ad asciugare, la notte sottozero e il giorno dopo pure, quando li ritiravi… dritti e secchi come baccalà. Le macchine non c’erano e quelle quattro che c’erano stavano in garage, che un tempo i ricchi che le avevano le usavano solo per la villeggiatura e poi non c’erano le gomme termiche e nemmeno le catene. O meglio, le catene c’erano, ma non erano cosa d’automobili, erano quelle che i nostri vecchi ogni giorno dovevano spezzare per liberarsi dalla schiavitù alla quale erano sottoposti e consegnarci quel benessere e quella libertà che oggi crediamo sia caduta come manna dal cielo e che stiamo sperperando facendoci beffe del loro sacrificio. 

Non ci sono più le stagioni di una volta!

No, non ci sono più. Ma le catene sì.

Mamma mia!

Cerea, neh!

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SERRA, LA GALAVERNA, IL CAMINETTO E LA “BOULE” DEI NOSTRI NONNI

14 Dicembre 2017 1 commento

SERRA, LA GALAVERNA, IL CAMINETTO E LA “BOULE” DEI NOSTRI NONNI

“Ma quanto è bella la galaverna che imbianca l’Appennino…”

Così inizia l’articolo di Michele Serra in “la Repubblica” del 13 dicembre ’17.

Bello l’articolo; bella l’immagine “retrò” del caminetto dei nostri nonni, però…

Come sempre c’è un però. E mi spiego.

Mi spiego facendo noto che, se abiti in quella frazione di montagna dove sembra che abiti il Serra e in una vecchia casa dell’ottocento… allora tutto Ok! Prendi la legna, che molto probabilmente hai nel cortile, accatastata sotto un balcone, accendi la stufetta di nera ghisa e coi cerchi per le diverse pentole da metterci a cucinare qualcosa, magari la polenta e, dopo un po’ di immancabile fumo, un caldo tepore ti scalda le chiappe, (solo però quando le rivolgi verso di essa, che diversamente…)   

Se invece abiti in città e in una casa più o meno recente, costruita più o meno nel dopoguerra (la seconda delle “grandi”), allora, se accade come dice Serra che ti manchi la corrente, anche se hai una bellissima stufa tutta smaltata di quelle che ai miei tempi si chiamavano “putagè” e una bella catasta di legna nascosta in cantina per i tempi “che non si sa mai”, ebbene, se così fosse, rassegnati.

Perché?

Perché la tua bella casa di città coi pavimenti di marmo, l’ascensore, il bagno tutto piastrellato, la cucina americana con ottantanove sportelli e un frigo che ci puoi ficcare dentro la “donna cannone”, ebbene, la tua bella casa, con tutti i suoi bei termosifoni verniciati di bianco dove ci appendi l’asciugamano “quando esci dall’acqua”, non ha la “canna fumaria”, che non è cosa da “fricchettoni”, ma un congegno considerato desueto dagli architetti da almeno 60 anni a questa parte.

Le case di un tempo non avevano l’impianto di riscaldamento centralizzato e non avevano i termosifoni. L’unico sistema di riscaldamento, dopo che divennero superati i bracieri e i caminetti, era rappresentato dalle stufe a legna e carbone, le cosiddette “cucine economiche”, i “putagè” di cui sopra, dove, contemporaneamente, potevi riscaldarti, far da mangiare; avere l’acqua calda; stendere i panni ad asciugare; e, le sere d’inverno, starvi seduto accanto, a luce spenta, a contemplare i bagliori della fiamma che proiettavano fantasiosissime immagini sui volti, sui muri e nella nostra immaginazione, al posto della tivù che ancora aveva da venire insieme ad internet e a tutto il resto. In ogni appartamento, quindi, vi doveva essere, e vi era, la canna fumaria per l’esalazione dei fumi. Osservando le vecchie case si noteranno i comignoli sui tetti, uno per ogni appartamento. Poi venne il benessere del  “boom” economico, si “buttarono a mare” le vecchie stufe e si costruirono gli appartamenti senza le suddette canne fumarie. Così, se un giorno dovesse venire a mancare la corrente elettrica, come dice Serra, anche avendo la stufa…

Questo, a tutt’oggi, il 13 dicembre 2017.

E domani?

“del doman non v’è certezza”

Così pare.

Per adesso: Ciao ciao!

Ah… ancora una cosa: mia moglie Daniela mi rimprovera sempre a proposito delle virgole. Ha ragione, ma che ci posso fare? Mi stanno antipatiche. Però prometto che il prossimo articolo…

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CAMPI DI CALCIO, ANDARE IN TILT E CINEPANETTONI

6 Dicembre 2017 Nessun commento

CAMPI DI CALCIO, ANDARE IN TILT E CINEPANETTONI 

È ormai lessico comune dei “Media” esprimersi in tal modo (come sopra).

Da lungo tempo, ormai, le antiche, obsolete unità di misura sono state abbandonate.

Il “mq”, infatti, non esprime e soprattutto non illustra in modo sufficiente il concetto di superficie. Vuoi dire a una vecchietta che la “tale superficie” misura “tot mq”? Che ogni anno vanno persi milioni di “mq” di terra coltivabile per costruirvici su degli orrendi anonimi fabbricati? Ma scherziamo? Alla vecchietta devi dire che ogni anno va persa una superficie di terra coltivabile pari a 100.000 campi di calcio! Che, notoriamente, le vecchiette, questa è l’unità di misura che da sempre adottano e preferiscono: il “campo di calcio”.

Io me la ricordo la vecchietta che stava nell’appartamento accanto al mio, più o meno 100 anni fa, e mi ricordo che si diceva che quando andava dal negoziante di stoffe per acquistare uno “scampolo”, per farci una sottoveste, un grembiule o una camicetta, immancabilmente così richiedeva che il medesimo fosse:

“Cal sia la sinq millesima part d’n campo di calcio, né pì né meno.”

(Che sia la cinque millesima parte di un campo di calcio, né più né meno.)

E si diceva anche che, quando il venditore di stoffe, vecchio risaputo birbante, forbice in mano e cicca in bocca, le domandasse: “Del Tor o d’la Juve?” la vecchietta immancabilmente andasse in “tilt”. E allora il negoziante di stoffe, nonché vecchio risaputo birbante, rimediava dicendo: “Ho capito faccio me!” e quindi, dopo aver leggermente inciso la stoffa con i denti in un punto ben preciso, dava uno strappo alla medesima con ambo le mani cosicché ne ricavasse lo scampolo della misura richiesta e desiderata. Così: “Straaaappp!!!”

Ovvero: la “cinque millesima parte di un campo di calcio”.

La vecchietta, quindi, si prendeva il suo pacchetto con la stoffa adatta a confezionare un grembiule, una sottoveste o una camicetta, e se ne tornava verso casa, lentamente e soddisfatta, rimuginando di vedersi l’ultimo “cinepanettone”, datosi che si era sotto le feste di Natale.

Che altro?

Niente.

Ah, no, mi correggo: …datosi che si era sotto le feste di Natale e Capodanno!

Ciao ciao

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I’m so tired

31 Maggio 2017 Nessun commento

Quando si dice la “combinazione”

 

Ho letto su “la Repubblica” di oggi 31/05/’17 due ottimi articoli, il primo “Matematici sul piede di guerra” scritto dal bravissimo P. Odifreddi e un secondo “sgt. Pepper 50” dall’altrettanto bravo G. Castaldo, associati da un curioso legame. Quale?

Ve lo espongo.

L’articolo di Odifreddi fa riferimento alla relazione, da egli stesso rilevata, che sussisterebbe tra alcune vicende della “storia” e la “matematica”; e, a sostegno della sua interessante intuizione, cita una serie di personaggi legati ad altrettante vicende che, nel corso della storia medesima, gliene avrebbero fornito gli spunti. Tra questi, oltre agli immancabili Platone ed Archimede, cita Walras e Adam Smith, nonché la relazione tra Keplero e Walter Raleigh “riguardante” dice testualmente Odifreddi “il modo ottimale di impilare le palle di cannone sulle navi”.

“Walter Raleigh” mi domando alla lettura del nome, “io questo nome l’ho già sentito! Ma dove?”

Giro pagina e…

Ed ecco l’articolo di G. Castaldo “sgt. Pepper 50” che ricorda, soprattutto a quelli della mia età, la bellezza dei brani musicali dei Beatles. E a questo punto il collegamento è fatto.

“I’m so tired” cantano i Beatles in un celebre quanto bellissimo brano dallo stesso titolo, “I haven’t slept a wink, I’m so tired, my mind is on the blink…” e quindi, a conclusione del brano medesimo, ecco che spunta come d’incanto il nostro “Sir Walter Raleigh, he was such a stupid git”

Come è strana la vita. C’è chi ti esalta e chi dice che sei uno stronzo.

Con ciò, se non lo avete già fatto, leggetevi i due citati articoli, ma soprattutto riascoltatevi il pezzo dei Beatles. Una meraviglia.

Paolo Molinari

 

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la gente che non doveva trovarsi lì

28 Maggio 2017 Nessun commento

Ennesimo “incidente” da rally

 

Avevo scritto l’articolo dal titolo di cui sopra alla notizia dell’ “incidente” accaduto qui in provincia di Torino. Poi, siccome c’era di mezzo la morte di un bambino di 6 anni, ho rinunciato alla pubblicazione del medesimo e l’ho cestinato. Non sto nemmeno a dire perché.

Oggi, però, sul “giornale che leggo io” (non so ancora per quanto) nella cronaca cittadina ci sono ben 3 pagine dedicate all’ “incidente”: foto gigantesche con auto, piloti e nastri colorati che delimitano e, soprattutto, ben 4, ripeto, ben 4 articoli dedicati alla, – così la chiamano i giornalisti, – “tragedia”.

Ebbene, che c’è di strano?

Niente. Se non fosse che il “sapore” degli articoli è completamente mirato a deresponsabilizzare, non tanto il pilota e il suo navigatore, quanto il “fenomeno”.

Quale fenomeno?

I rally, in questo caso, ma comunque tutto ciò che ruota intorno alla c.d. “civiltà dell’auto” viene inevitabilmente “assolto” da ogni eventuale critica. 

Il “fenomeno” viene salvaguardato, non importa che oggi sia morto un bambino, non importa che ad ogni manifestazione del medesimo “fenomeno”  ci sia un’auto che sbandi e travolga un gruppo di persone, spesso provocando morti e feriti, ciò che conta è l’ “assoluzione” del fenomeno, costi quel che costi.  E gli articoli citati non se ne esimono. Assolvono corse, piloti ed organizzatori e puntano il dito accusatore verso l’indisciplinato spettatore che “non doveva trovarsi lì”. Ogni volta è colpa dello spettatore che “non doveva trovarsi lì”.  È un po’ come la faccenda dei c.d. “danni collaterali”: la colpa non è della guerra, di chi la vuole e la combatte rovesciando tonnellate di bombe sulle città e sulle case: la colpa è di coloro che “non dovevano trovarsi lì”. La mia famiglia ha subito la morte di mio nonno e di un mio zio durante i bombardamenti dell’ultima guerra a Torino: male fecero a trovarsi lì? Forse. Però nessuno fino ad ora si è permesso di dirlo, contrariamente a quanto si dice dei morti per bombardamenti in altri  luoghi, definiti: “danni collaterali” causati a gente che non doveva trovarsi lì”.

Anche se il paragone può sembrare eccessivo, non esime però i responsabili degli incidenti dalle loro responsabilità: se c’è stato un morto siano i giudici a emettere sentenza, senza che la “claque” dei “filo-auto” sprechi pagine di giornale nel tentativo, ennesimo, di alleggerirne le responsabilità.

È il retaggio, quello dei “filo-auto”, legato alla politica “benevolente” che il nostro paese, e non solo, ha riservato all’industria dell’auto medesima. L’“auto” dà da mangiare quindi… viva l’auto, ca custa lon ca custa! Ma oggi non è più così. L’auto se ne è quasi completamente andata dall’Italia e ci ha lasciato col culo per terra: ci restano ancora quei quattro nostalgici beneficiari che si ostinano a magnificarne le prodezze.

Inoltre, vorrei evidenziare il fatto che se a causare un incidente di tale gravità fossero, ad esempio, i botti di capodanno, magari a Napoli… apriti cielo!

E poi, fare un rally nelle valli di Lanzo!

Si vietano i botti di capodanno perché spaventano i cagnetti casalinghi, ma nessuno si indigna del fatto che il frastuono delle auto da rally sbigottisce non solo quei quattro muntagnin che ancora abitano in quelle valli, ma anche tutti i poveri animali, dai caprioli ai passeri e alle vacche al pascolo, che per grazia di Dio sono riusciti sopravvivere alle scelleratezze umane.

Conosco bene quelle zone. E so di cosa parlo.

E li ho visti io e più d’una volta gli esaltati, che prima del rally si allenano sul tracciato. Tu stai andando tranquillo per strada quando:

ROOOOARRRR!!!! ROOOOARRRR!!!! ROOOOARRRR!!!!

Lo senti da lontano e dopo un attimo ti è quasi piombato addosso. E ti va bene se sei in auto, perché se vai a spasso o in bicicletta… son cavolacci tuoi tuoi! Ti ficcano sotto e manco se ne accorgono.

Ma di questo i giornali non ne parlano. No, non ne parlano proprio. Parlano di gente indisciplinata.

Che “non doveva trovarsi lì”. 

Ciao.

Paolo

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FLOP?

7 Maggio 2017 Nessun commento

FLOP?

 

Oggi 7 maggio ’17 su un importante quotidiano del Paese un “articolo” recita più o meno che:

«In un anno solo 2800 unioni civili. Flop soprattutto al Sud!»

*

Ora, premesso che il sottoscritto non è un omofobo, mi chiedo:

«Flop? Ma di che stiamo parlando, di una campagna pubblicitaria? del lancio di un prodotto da supermercato?»

FLOP!

Il “flop” mi pare che alberghi nella ciribiricoccola di certi arrivisti capaci di sfruttare ogni occasione per fare carriera, altro che balle! Persone che pretenderebbero che il “prodotto”, “l’articolo” su cui hanno puntato “vendesse” e nella misura da essi stessi desiderata! Eh già! Perché oggi ci sono “prodotti” che si vendono ad occhi chiusi ed altri meno. Ci sono “prodotti” che garantiscono buoni “tornaconti” ed altri no.

Uno di questi ultimi è anche il sempre vivo e vegeto “antimeridionalismo” che fa coppia con quanto appena esposto nell’articolo di giornale testé citato.

Quando non sai come cavartela buttala sull’ “antimeridionalismo” e vedrai che almeno una metà del Paese ti sostiene.

I “meridionali” infatti sono stati inventati solo per questo: per essere oggetto e bersaglio delle invettive odierne dei paparazzi da 4 soldi, così come delle schioppettate dei loro antenati.

*

«Italia divisa est in partes tres!», come la Gallia di Cesare, così parrebbe volerci istruire l’autrice del “pezzo” ossia: un Nord, un Centro e un Sud, dove Nord e Centro sarebbero, dati e statistiche alla mano, aperti e disposti ad accettare le istanze da essa stessa (autrice) sostenute e al contrario un Sud… un Sud che, parafrasando un Grande:

«anche volesse…»

Insomma:

come dopo un “match”, la classifica ci dice che:

in testa come sempre c’è Milano che batte Roma che sorpassa Torino che a sua volta sorpassa Firenze, Bologna, Genova e quindi Napoli, per precipitare poi nel baratro dell’universo più tetro e retrogrado del paese, ossia: nella Palermo di quella Sicilia che diede asilo allo “Stupor Mundi” e in quella Bari di quella Puglia che ancor oggi come 150 anni fa si ostina a non chinare il capo all’insolenza del conquistatore.

Terra di Briganti, ieri

Terra di omofobi arretrati, oggi

*

Stateve bbuenh!

 

Paolo

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L’era del lavoro digitale (?)

1 Maggio 2017 Nessun commento

L’era del lavoro digitale

(?)

 

Anche oggi, 1° Maggio, qualcuno, “sul quotidiano che leggo io”, ha scritto:

“Cosa resta delle fabbriche nell’era del lavoro digitale”

Non entro nel contenuto dell’articolo. Mi soffermo però sul titolo, che ricalca e ripete un “mantra” divenuto ormai un “chiodo fisso”, non solo dei giornalisti, ma di gran parte di coloro che hanno a che fare con la “cosa pubblica”.

Le fabbriche, secondo costoro, non esisterebbero più.

Pare che viviamo in un era in cui i frigoriferi escano dal computer, quando non piovano dal cielo, così come i camion a rimorchio, i treni, le navi ed anche le barrette di “ciccolata”!

E invece no. Non è così. Cari scrittori e giornalisti che scrivete sulla materia:

datevi una rinfrescata alle meningi e incominciate a pensare, piuttosto che ripetere bovinamente la lezioncina. La scuola è finita. Quella scuola che ha così pesantemente marcato la vostra vita, offrendovi di quest’ultima una visione piuttosto singolare, forse edulcorata, quando non falsata, è finita. La realtà è un’altra.

Non mi spingo a dire che soffrite di un “etnocentrismo” piuttosto pericoloso, – che vi induce a credere che il mondo sia solo e comunque quello che conoscete; quel “mondo occidentale” dal quale effettivamente le fabbriche stanno scomparendo, – ma mi pare di poter affermare che avete una visione piuttosto limitata dello scenario.

L’ “economia”, materia che certamente conoscete alla perfezione, non è fatta di sole formulette. L’economia è fatta di prodotti, – siano essi camion, treni, nonché cannoni, missili o pistole ad acqua, – che devono essere costruiti, e il luogo deputato alla loro costruzione resta ancora e comunque la “fabbrica” con tutto il suo ammasso di operai. Poi, che la fabbrica – e per motivi che vi lascio indovinare – stia ritornando ad essere ciò che era prima della sua nascita, ovvero uno spolverio disseminato sul territorio di piccoli o medi opifici, è anche un fatto vero; ciò che non è vero, invece, è ciò che il “mantra” va ripetendo, e cioè che il “lavoro digitale” sia diventato il sistema produttivo o, forse, per dirla “marxianamente” il nuovo “modo di produzione”.

La fabbrica esiste.

Dislocata in altri ambiti, ambiti extra-europei, ma esiste. E continuerà ad esistere fino a quando continueremo ad aver bisogno di automobili, di ferro per costruirle, di cemento e mattoni per fare le case, di aerei per volare, di computer, così come di ceramiche per fare la popò.

Se non la vedete, miei cari, non è che la fabbrica non esista! Non è che, siccome voi lavorate solo a botta di computer, non debbano esistere magli, fornaci, ed altri luoghi ancor più infernali di questi, solo perché voi non li vedete!

Non è come la faccenda di quel tale che negava l’esistenza della peste perché…

Lo sapete meglio di me.

Egregio Direttore del “quotidiano che leggo io” da decenni, glielo dica a questi ragazzotti, Lei che certamente è uomo di mondo e che avrà fatto il militare, se non proprio a Cuneo, certamente nelle vicinanze, come stanno le cose! Glielo dica che il “nostro” modo di produzione, nonostante le apparenze, continua ad essere quello di 200 anni fa. Glielo dica che gli operai, seppur non li vediamo, continuano ad esistere, nascosti in qualche terribile ed invisibile buco di culo del 3° o del 4° mondo, ma esistono.

Ad essi, lo ricordo prima di tutto a me stesso, dobbiamo tutto. In particolar modo oggi che, non solo vengono maltrattati come non mai, ma che li si vorrebbe pure rendere invisibili.

Non “Donferrantemente” vostro

Paolo Molinari

Torino, il 1° Maggio 2017

 

 

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APRO IL GIORNALE E LEGGO CHE…

24 Aprile 2017 Nessun commento

APRO IL GIORNALE E LEGGO CHE… 

Così recitava “l’incipit” di una bella canzone di Celentano, “Mondo in Mi7”:

“Apro il giornale e leggo che, di giusti al mondo non ce n’è…”

E così mi viene da pensare, ogni qualvolta faccio la stessa cosa, che di giusti al mondo non ce n’è. Perché?

Perché qualche pazzoide sta minacciando di far esplodere “l’ultima guerra mondiale”?

Sì, certo. Ma non solo.

Perché c’è qualcuno che pensa di prendere a cannonate i poveri disgraziati che vengono messi in condizione di fuggire dalle loro case proprio da quelli che così vorrebbero trattarli?

Sì, certo. Ma non solo.

Perché dobbiamo ancora oggi aggiungere tre vittime al novero dei morti ammazzati in bicicletta?

 Sì, certo. Ma non solo.

Che il “giornale che leggo io” riporta tre enormi paginoni in omaggio alla cultura“Automobil-centrico-dipendente”  di cui ho scritto ieri?

Sì, certo. Ma non solo.

*

Domani è il 25 aprile. Il 25 aprile si festeggia la Liberazione di questo Paese dalla dittatura. Quella passata che “voleva”… “imponeva”… “costringeva”… tutto a botta di manganellate.

Ora però, se la libertà ottenuta sarà servita per concedere il “libertinismo commerciale”, dove con ciò intendo, “anche”, la libertà dei supermercati di “tenere aperto” anche in “Questa Giornata”, costringendo i lavoratori a dover lavorare, sotto pena del licenziamento, ebbene, mi chiedo e chiedo a politici ed amministratori, se la Libertà voluta dai nostri padri e dai nostri nonni “liberatori” fosse proprio questa.

Perché lo chiedo?

Perché non capisco bene a quale santo dobbiamo il miracolo che ha tolto l’obbligo della chiusura degli esercizi commerciali nei giorni di festa.

“Per la libertà!” mi si potrebbe rispondere.

Libertà per libertà, allora, mi si spieghi perché, ad esempio, i negozietti sotto casa e le bancarelle dei mercati rionali debbano tenere chiuso, mentre i supermercati no.

Ubi major minor cessat?

Forse.

Certo è, a mio modestissimo avviso, che l’erosione a tutto ciò che per “certuni” puzza di “Socialismo”, in atto ormai da decenni, passa anche attraverso tutto ciò. E, in “ciò” sono compresi i DIRITTI DEI LAVORATORI. Il diritto dei lavoratori ad un lavoro che non sia una galera: che non sia luogo di stress, sofferenza e maltrattamento. Quanto al diritto all’“equo compenso”… non mi pronuncio perché è definizione troppo generica. Certo è che, mi pare, che non rispettando la festa del 25 aprile, si dia uno schiaffo alla Libertà: non quella di vendere televisori e noccioline americane anche la domenica, ma la LIBERTÀ di poter dire:

“Sono un uomo! Sono una donna! E non una macchina senza corpo e senz’anima!”

Se e quando tutto sarà “robotizzato”, allora se ne riparlerà. Ma fino ad allora…

“LAVORATORI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!”

*

W IL 25 APRILE!

  Paolo Molinari      

P.S. Chiedo scusa ai lettori per forma, ortografia e sintassi, piuttosto scadenti, lo vedo, ma ho scritto in fretta e furia, perché devo andare al mercato con mia moglie a fare due compere per domani.

Ciau Ciau!

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SÌ… È VERO… MA… PERÒ…

23 Aprile 2017 Nessun commento

 

Ci risiamo.

Ogni occasione è buona per fare contro-informazione. A cosa mi riferisco? A coloro che hanno scritto sui giornali di oggi in tema di circolazione ciclistica e proprio in occasione della morte del povero Michele Scarponi, che… sì… è vero… però…

Ovvero:

“È vero che i ciclisti muoiono come mosche, ma non va dimenticato che sono indisciplinati… non indossano il casco… vanno contromano… non hanno i catarifrangenti… non sono assicurati… attraversano le strade sulle strisce pedonali… ci vorrebbero più sanzioni… servono multe… e poi, hanno certe facce… ”

Qualcuno starà pensando alle pene corporali. I più si sentono minacciati. Molti sollevano i loro cani ogni qualvolta incrociano un ciclista. Le vecchiette si fanno il segno della croce. La gente invoca la linea dura. Ci vorrebbe l’uomo forte…

Per farla breve:

Siamo un paese Automobil-centrico-dipendente!

La cultura di questo paese è una cultura da automobilista che si sente un dio quando può condurre l’unico mezzo che si lasci facilmente condurre anche da un idiota: l’automobile.

La lobby degli automobilisti è una lobby che gode di ampie sponsorizzazioni e forti spalleggiamenti, e da lungo tempo in questo paese. Paese che per favorire l’industria  automobilistica ha elevato la cultura dell’auto al rango di feticcio. C’è gente che per andare a prendere il figlio a scuola, scuola che spesso e volentieri non dista più di 100 metri dalla sua casa, ne fa almeno il doppio per andare a prendere l’auto parcheggiata chissà dove, quindi staziona in doppia fila e a motore acceso davanti alla scuola medesima, mettendo in difficoltà quelle nonne che ancora si ostinano ad andare a piedi per svolgere il loro… servizio… e tutto il resto della circolazione, compresi quei ciclisti che devono sottoporsi ad un notevole rischio di incidente quando devono superare le auto in doppia fila, sempre che ti vada bene e non ti ricevi contro il muso lo sportello improvvidamente aperto proprio mentre passi.

Risultato?

Inquinamento, disordine, pericolo… e perché?

Il motivo devono averlo certamente chiaro in testa coloro che ad ogni circostanza non si trattengono dallo spendere chiacchiere per il solo ed unico motivo di proteggere la loro lobby!

Il problema non è di inasprire le sanzioni o indurre i ciclisti ad indossare il casco che, mi piange il cuore doverlo ricordare, il povero Scarponi indossava… ma è di creare, mi ripeto per averlo già scritto, delle strade a circolazione riservata per le categorie più deboli sotto il profilo della circolazione medesima: ciclisti e pedoni, su strade separate, ovviamente.

È inaccettabile e da paese incivile, non solo non prendere in considerazione il fatto, ma soprattutto continuare a immerdare i quotidiani con lettere ed articoli che nascondono tutti il medesimo scopo: proteggere la lobby degli automobilisti. E, per ciò, ogni circostanza è buona per lanciare strali subdoli quanto vili, che si esprimono in quell’odioso e mefitico:

SÌ… È VERO… MA PERÒ…

*

Amo il ciclismo, e l’andare a piedi, soprattutto come strumento di civiltà.

Credo che le auto siano una grande invenzione che ha dato all’umanità enormi vantaggi, ma ritengo che l’auto non possa essere usata “sempre e comunque” e comunque essere usata per dare dimostrazione di sé. Gli psicologi ne avrebbero di cose da dire in proposito. Per quanto mi riguarda credo non sia superfluo ribadire che l’andare a piedi o in bicicletta assolva e risolva almeno cinque fondamentali problemi che affliggono il nostro vivere:

  • Riduzione dell’inquinamento dell’aria, dell’inquinamento acustico, dell’inquinamento “spazio”, inteso come sottrazione di spazio necessario agli esseri viventi.
  • Restituzione delle città, dei paesi e della terra a coloro cui è destinata, animali compresi (le rondini, ad esempio, chi le ha viste più’?).
  • Riduzione della mortalità per incidenti.
  • Riduzione delle malattie cardio-respiratorie.
  • Aumento delle aspettative di vita.

E poi, pensiamo a come sarebbe bella una città a misura d’uomo!

Io me la ricordo, non proprio completamente priva di circolazione, ma potevi tranquillamente giocare a palla in mezzo alla strada senza che…

Mi fermo qui.

Ciao a tutti.

Cerea neh!

Stateve buenh!

Orvuar! E gudbai!

Di nuovo buon 25 aprile e buona Festa della Liberazione a tutti.

Paolo Molinari

 

 

 

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