I° MAGGIO FESTA DEI LAVORATORI

30 Aprile 2017 Nessun commento

I° MAGGIO 

FESTA DEI LAVORATORI

***

Lo scritto che seguirà faceva parte di una fantasiosissima opera narrativa, da me scritta più o meno una quindicina di anni fa.

Credo di non sbagliare se lo pubblico in occasione della ricorrenza del 1° Maggio, Festa dei Lavoratori.

Prima però, avendo appena visto un programma tv, dove alcuni ragazzi intervistati davano, purtroppo, un penoso esempio della loro “generosa” ignoranza e superficialità, non conoscendo, non solo il perché del 1° Maggio, del 25 Aprile e di tante altre “cose”, ma addirittura confondendo o trattando in modo inconsapevolmente oltraggioso, – per via delle inaccettabili risposte, – i motivi che portarono a volere le date suddette come “festività”, vorrei dire due parole in merito.

Ebbene, cari ragazzi piuttosto ignorantelli, e cari insegnanti colpevoli della vostra ignoranza, sappiate che il 25 Aprile ricorre l’anniversario della Vittoria del Popolo Italiano sul nazifascismo.

Tale evento non fu la vittoria seguita ad un clamoroso scontro campale, al pari di quei grandi eventi della cui celebrazione abbondano i libri di scuola e certamente l’insegnamento dei vostri “prof”; non fu una battaglia di Canne né tantomeno una battaglia di Austerlitz, dove si scontrarono eserciti contrapposti, ma fu l’epilogo di una non breve lotta, conclusasi (quasi) il giorno suddetto del 1945, detta “Partigiana” e quindi di “Liberazione”, dove i protagonisti furono i componenti di formazioni armate, dal carattere “clandestino”, composte da uomini e donne desiderosi di scrollarsi di dosso il peso della dittatura e della guerra e di consegnare alle generazioni future, generazioni di cui voi rappresentate l’ultimo o il penultimo strato, una cosa che solo quando non ce l’hai più, ti rendi conto ti quanto valga: LA LIBERTA’.

Insieme ad esse, alle formazioni partigiane, una buona parte del popolo italiano, – compresi alcuni settori delle forze armate e delle forze di polizia, – si mobilitò e pervenne a regalare a noi tutti ciò di cui giornalmente e continuamente beneficiamo.

Dico ciò per ribadire e affermare, che la LIBERTÀ di cui oggi noi tutti godiamo, voi compresi, non è un “qualcosa” dato per scontato e che si trovi così, “sic et simpliciter” magari nei supermercati; no, la LIBERTÀ, almeno quella di questo paese, è un “regalo che i vostri nonni e i vostri bisnonni, maschi e femmine, non tutti, va detto, vollero a costo del sacrificio della propria vita. E non furono pochi coloro che la persero.

Senza di loro…

*

Alla stessa stregua, devo dire, si presenta la festa del 1° Maggio.

In questa data si commemora un fatto “mostruoso”, ma, purtroppo, non unico, nella storia del movimento operaio.

Siamo in America, a Chicago, nel 1886. È un periodo caratterizzato da violenti scontri – “lotte  operaie” – tra gli operai ferocemente sfruttati e il “padronato”, spalleggiato dalla forza pubblica, così dice il testo che sto consultando, e spesso anche da bande di delinquenti prezzolati. Il 1° Maggio viene proclamato uno sciopero nazionale. Ci saranno scontri e vittime che culmineranno con un eccidio. Durante un comizio esplode una bomba – e non sarà la prima volta, perché anche qui in Italia, non molti anni fa, durante una manifestazione operaia, siamo a Brescia nel 1974 esplode una bomba, che causerà decine di vittime, e ancor prima, il 1° Maggio 1947 una banda criminale sparerà sui lavoratori che festeggiavano – e fa una strage di operai. Poi interviene la polizia e, per completare l’opera, spara sulla folla. Epilogo: gli operai, dopo essere stati bombardati e fucilati, furono anche condannati da un ignobile tribunale: otto condanne a morte. Furono detti i “martiri di Chicago”. Da allora il “movimento operaio”, non altri, ma il “movimento operaio internazionale”, assunse il 1° Maggio come data simbolica per commemorare l’episodio e per proclamare la “Festa dei Lavoratori”. Che, s’intenda una volta per tutte, non fu voluta come festa di tutti coloro che hanno un impiego, compresi i giudici e i padroni delle fabbriche, che, come abbiamo visto… ma fu la festa degli operai e delle operaie, che lottarono, lottano e lotteranno per un mondo migliore. Inteso con ciò, un mondo dove non ci saranno più sfruttatori e sfruttati.

 

***

 

Ed ora eccovi, da “Alla ricerca della Grand Mere” lo scritto di cui sopra, il cui titolo è:

 «Mind Downloading»

**

- C’è un luogo, una terra grande, la terra più grande che oggi esista, detta la “Grand Mere”, dove un uomo, il “Grand Roi”, possiede un immenso potere. Il suo emblema è il “serpente”. Ogni cosa è estratta con ogni mezzo, violenza, inganno, droga, costrizione ed ogni risorsa del mondo emerso, là confluisce: materie prime, prodotti della terra ed ogni altra cosa serva a rendere piacevole l’esistenza di un ristretto numero di uomini, mentre ovunque regna miseria e sfruttamento. Ma Il dominio della “Grand Mere” non è assoluto, perché, per esserlo, la sola violenza non basta, non è sufficiente. Vedo sacche di resistenza e, anche dove il dominio è completo, il “potere” è costretto ad impiegare enormi risorse. Il “potere” teme un capovolgimento, una rivoluzione, e allora deve inventarsi, lo vedo, un nuovo, subdolo e più temibile strumento di “dominio”.

- Quale? – chiese Enzo, visibilmente preso da quelle rivelazioni.

Il dottore si soffermò visibilmente affaticato e sempre più pallido. Quindi, dopo alcuni momenti di pausa, riprese a dire.

- Quando il “Sistema Globale dei Media” si affermerà, – disse sempre più incerto, – la “Grand Mere Democrazia”, la “Falsa Democrazia” della “Grand Mere” sarà già di fatto la sola forma di Governo ammessa e compatibile, deputata al Governo Universale. Nessun altro sistema, al di là delle dichiarazioni sarà tollerato.

 

Più andava avanti e più sembrava un registratore con le pile scariche. Allora si fermò ancora una volta a prendere fiato; quindi, a tentoni, infilò una mano in una delle buche della parete che fungevano da ripostiglio, vi frugò con sicurezza, e ne estrasse una manciata di foglie secche, che prese a masticare lentamente. Quelle foglie ebbero un benefico effetto su di lui. Riprese colore e anche maggior scioltezza nell’eloquio; e anche gli occhi non erano più terribilmente esangui.

- Coca! – disse Enzo. – Dev’essere coca!

Il dottore riprese a parlare, e, nel progredire dell’esposizione, il tono della voce, sempre meno grave, solenne, liturgico e vaticinante, diventava ora più scorrevole e allegro, quasi com’era il suo normale.

- La coca, – ripeté Enzo, – fa miracoli. Chissà dove l’avrà presa?

- Dalla Grand Mere Democrazia,  – disse quindi il dottore, comunque sempre in stato trance, – nascerà una figlia: la Nullinformazione. Essa ne andrà fiera; se la coccolerà quella figlia; se la vizierà e se la crescerà amorevolmente, tenendosela sempre vicina: per quella creatura, sarà come l’acqua per il pesce; non sarà concepibile la Nullinformazione senza la Grand Mere Democrazia, e non potrà esserci Grand Mere Democrazia, senza la Nullinformazione!

- Crescendo, poi, la Nullinformazione, di natura fervida e appassionata, incomincerà ad avere qualche prurito, e, si sa come sono i giovani, gira di qua gira di là, finirà per conoscere un mascalzone, un vecchio amante della Grand Mere Democrazia stessa, al quale quest’ultima era molto legata, per essere quello un suo valido sostegno; conoscerà, la giovinetta, un accidente, un redivivo residuo delle epoche precedenti, un certo Mercato, e se ne invaghirà.

- Il Mercato, che è Libero di nome, è un volpone attempato, ma ancora in forma, un attraente marpione, un libertino un po’ debosciato e senza scrupoli, che alla prima occasione assesta un colpo tale alla giovinetta, che ne rimane folgorata. «Mai prima provai gioia tanto grande!» dirà, confidandosi alla propria madre, la quale ben conosceva l’argomento. «Lo voglio tutto per me!»

- «Figlia mia,» obietta quella, sconcertata, cercando di dissuaderla, «è un vecchio, lascialo perdere, trovati qualcos’altro, chessò, un giovanotto… magari quel… come si chiama… ah sì: il Lavoro Interinale: è di buona famiglia; conosco la madre, la Disoccupazione, e il padre poi, lo Sfruttamento, chi non lo conosce… e con i nonni, Borghesia e Capitalismo, siamo di famiglia… gente a posto, di sani principi… ben imparentata: i Pubblici Poteri e tutte le altre  Forze… tutti difensori, debitori e discendenti, alla lunga, della Proprietà Privata, da cui tutti proveniamo!»

- «Anche lui lo è di buona famiglia ed io lo voglio!» strilla la giovane, pestando i piedi, «lo voglio lo voglio e lo voglio!»

- La Grand Mere Democrazia,  si capisce, è a disagio con la figlia, ma soprattutto è inviperita con quel fedifrago e senza scrupoli del Libero Mercato che se ne approfitta. «Non ti basta averlo fatto di me in tutti questi anni? Anche lei adesso? Lasciala!» gli dice, ben sapendo che quello non avrebbe desistito, e che anche quella sciagurata…

- Sulle prime, plagiata e ricattata dal balordo, che minacciava di rivelare alla figlia come in gioventù, proprio lei avesse flirtato con più d’uno e non sempre uno per volta (pare che se la facesse col Socialismo e il Capitalismo allo stesso tempo; anzi, pare che andasse con chiunque purché la mantenesse, anche con certi elementi di egual sesso, certe… dittature della peggior specie) sulle prime, ne soffre, ma poi, essendo donna di mondo, finirà per accettare il terribile compromesso e verrà trascinata in una situazione spinosa, una tresca logorante che la consumerà.

- L’insana relazione, il maneggio, durerà finché la vecchia, un giorno, distrutta dai dispiaceri, avrà un mancamento. «Oddiodiomiohoioih!» farà, lei che è di ispirazione religiosa, tutto di un fiato, e schiatterà.

- Al funerale parteciperà tutta la pletora dei suoi affossatori. In prima fila, naturalmente, la figlia, la Nullinformazione, e il Libero Mercato. Ci saranno poi tutti i poteri, da quelli deboli a quelli forti e ci saranno pure, con i ministri della guerra, una sfilza di generali pieni di stellette. La vecchia, in effetti, predicava bene, ma razzolava piuttosto male. Diceva di essere contro la guerra e, intanto… «Bubu..bum!» sempre intenta, con la motivazione di esportarsi, «cosa buona e giusta!» sosteneva, in tutto il mondo a cannoneggiare tutti quelli che le rompevano le classiche palle! Dietro a quelle… poi, a quelle rappresentanze, verranno:

i membri dell’esecutivo

i rappresentanti dei partiti

i rappresentanti degli ordini religiosi cui era devota

i corruttori degli uni e degli altri

gli immancabili golpisti mascherati da tutori dell’ordine costituito e, naturalmente, non dietro, ma davanti a tutti, il max esponente del di lei credo, officiante il sacro ministero, il sempre benedicente le dipartite, sia del tempo di guerra, come del tempo di pace.

- La figlia prediletta, quindi, succederà alla madre.

- Farà grandi promesse la Nullinformazione, lei che è di animo nobile e in qualche modo imparentata, almeno, così dice, come già diceva la madre, anche con la Libertà.

- Promette che darà a tutti la Conoscenza e che libererà l’uomo dalle brutture e dalle grinfie dell’Ignoranza, sua mortale nemica, e che lo farà gratis.

- «Gratis? Come sarebbe a dire, gratis?» si obietterà subito in certi ambienti.

- Ha fatto i conti senza l’oste, o meglio, senza quel poco di buono del Libero Mercato, col quale sta ormai da tempo, e che Libero poi non è così come dice il suo primo nome. Il volpone, infatti, è legato, per motivi di interesse, a dei mezzi parenti; mezzi parenti e mezzi usurai… un’antica schiatta di ex mercanti arricchiti… gente piuttosto losca, cui, però, deve molto e che lo tengono letteralmente in pugno, detti: Finanziatori. Forti, spietati, potenti e senza scrupoli; corruttivi, astuti, ma anche dolci e lusinghieri all’occorrenza, fiutano subito l’affare. «Non sia mai», intimeranno al proprio congiunto, «che quella sciocca compia tale scempiaggine: devi fermarla!»

- Il Libero Mercato ce la metterà tutta; farà ricorso alla sua arte, ad ogni mezzo conosciuto, lecito e non, e riuscirà nel suo intento. Condizionerà anzi, finirà per possederlo, il volere (e il potere) della Nullinformazione e lo porrà nelle mani dei suoi loschi parenti-padroni. E un giorno… quelli, con un terribile inganno, si riprenderanno il dono di Prometeo.

- «Daremo a tutti la conoscenza!» faranno dire ai quattro venti, «tutti potranno avere a loro disposizione il sapere e ogni altra cosa vorranno, semplicemente premendo un tasto! Non occorrerà più andare a scuola, in ufficio, in libreria o dal panettiere: perché correre, affannarsi, sprecare tempo ed energie preziose, quando dalla poltrona di casa vostra potrete comandare e avere tutto ciò che vorrete? Ricordate: il tempo è prezioso! Il tempo è soprattutto denaro! Non sprecatelo!» E una valanga di programmi televisivi, computers, telefonini, film, videogiochi, collegamenti, dischi del sapere e soprattutto strumenti elettronici per tenere sotto controllo chicchessia (la conoscenza appunto) quali: videocamere, braccialetti, carte di identità, satelliti che vedono fino nel cesso di casa tua, ed altre consimili diavolerie, verranno rovesciati sull’umanità incosciente, illudendola che, con quelli, potrà risolvere tutti i suoi problemi. Di fatto, gli uomini saranno trasformati in semplici fruitori, utilizzatori, ma soprattutto acquirenti di un qualcosa la cui scienza sarà nascosta e detenuta altrove: sarà una vera e propria: «Deprivazione del processo cognitivo!» Tu crederai di essere più capace e istruito di prima, ma non ti renderai conto che, senza quel programmino, non saprai, e non potrai più nemmeno fare un uovo fritto!

- La conoscenza ci verrà sottratta. L’esperienza che in milioni di anni ha formato le nostre menti, istillando in esse tutto il sapere dell’umanità, poco alla volta sarà riversata, scaricata dalla mente umana in quella di un computer. «Mind Downloading» lo chiameranno: nessuno se ne accorgerà, ma andrà così! La conoscenza, la scienza e il sapere verranno sottratti, rubati e, smontati pezzo per pezzo, nascosti, criptati e poi inglobati in macchine e strumenti di cui solo i Finanziatori, anzi i loro tecnici, divenuti ormai i veri detentori del potere, conosceranno le chiavi di lettura; pochi, ed ognuno ad un livello diverso, sì che nessuno sarà in grado di agire in modo autonomo. Controllo, garanzia contro gli abusi, si dirà, ma non sarà così, perché, ad un dato momento, quella cricca di canaglie finirà per perdere il controllo della situazione. Ecco come avverrà.

- La Nullinformazione sempre più legata al Libero Mercato, si ingraviderà e… partorirà.

- Il piccino o la piccina, non si riuscirà a capirlo bene, ma si propose per questa seconda interpretazione, sarà chiamata Liberomercatocrazia.  Sarà la gioia di mamma e di papà, dai quali avrà ereditato tutto, in modo ampliato: libertà e cattiveria, dolcezza e spietatezza e tutte le altre virtù, che non sto a nominare, ma che, mischiate tutte insieme, ne faranno un essere incredibile e straordinario.

- I genitori si adopreranno in ogni modo per il suo avvenire, la madre lo vorrà libero e indipendente: studierà e reggerà le sorti del mondo con saggezza. Al padre, e alla sua schiatta di loschi affaristi, invece, queste sciocchezze non interesseranno, a loro importerà che divenga forte e indistruttibile, ma, soprattutto, eterno ed universale, anzi, globale, nel nome del proprio interesse. E così l’educheranno, e così diventerà, un essere indistruttibile, un despota dotato di sovranità assoluta, un nuovo Leviatano che governerà, anzi, regnerà al di sopra di tutto e tutti, anche dei suoi stessi creatori:

l’unico elemento della società assolutamente indipendente da ogni altro!

Assolutamente indipendente!

Non soggetto!

Al di sopra, perché ogni legge, ogni regola, ogni atto umano verrà modificato, attuato, creato e piegato in funzione della sua… della di lui, sopravvivenza, e della sua perpetuità eterna! E quello, con cotanto potere in mano, per rafforzarlo ancor di più, scomparsi il padre e la madre, raggrupperà in un unico grande cervellone, controllato da altri cervelloni sotto il suo controllo, tutto il sapere e la conoscenza esistente. Farà sparire i tecnici ancor legati al vecchio regime; si sbarazzerà della schiatta velenosa dei Finanziatori, e nessuno potrà più… nessuno sarà più in grado, neanche volendo, di cambiare, modificare, far regredire o riportare quel mostro nel suo giusto ambito, pena l’annientamento del sistema di vita, anzi, della vita stessa perché:

Ogni potere sarà governato dalla Liberomercatocrazia

L’Informazione sarà la Liberomercatocrazia

Ogni immagine che vedremo sarà voluta, scattata e stampata dalla Liberomercatocrazia

La legge sarà scritta dalla Liberomercatocrazia

Ogni scienza sarà insegnata dalla Liberomercatocrazia

L’insegnamento sarà controllato dalla Liberomercatocrazia

L’educazione sarà impartita dalla Liberomercatocrazia

La giustizia sarà guidata dalla Liberomercatocrazia

Pace e guerra saranno a discrezione della Liberomercatocrazia

La natura sarà sottomessa alla Liberomercatocrazia

La medicina sarà gestita dalla Liberomercatocrazia

La salute sarà funzionale alla Liberomercatocrazia

L’acqua e l’aria saranno concesse dalla Liberomercatocrazia

Ogni ora della vita sarà organizzata dalla Liberomercatocrazia

Il pensiero sarà dominato dalla Liberomercatocrazia

La libertà sarà permessa, se disciplinata dalla Liberomercatocrazia

La religione sarà seguita dalla Liberomercatocrazia  e  la Liberomercatocrazia stessa diverrà un Dio.

- Essa sarà in grado di promuovere come di reprimere, di alzare come abbattere, di creare e annientare… autonomamente. Essa piegherà ogni cosa, acquisterà ogni cosa e quando non potrà, come un tempo i suoi avi, prenderà ciò che vorrà con la forza.

- Così avverrà che, se vorrai farti un uovo fritto, o avrai il programmino, e quindi l’autorizzazione, che pagherai profumatamente con il canone, altrimenti, senza di quello… niente; non ti funzionerà il gas, non si accenderà la luce e, quindi, il frigo non si aprirà e non manderà l’ovetto al tuo fornello, e tu resterai digiuno, perché non saprai nemmeno da che parte incominciare! Non saprai da dove proviene e né dove trovare quell’ovetto che, non appena resti senza, riempie puntualmente il contenitore del tuo frigo, che farà immancabilmente… chicchirichì quando lo aprirai. Non saprai perché il tuo forno ti sforna ogni giorno il pane fresco e fragrante, né saprai dove crescono il pane e tutte le altre cose: tu pagherai e basta! Al resto ci penserà il tuo computer!

- E verrà il momento in cui anche la parola ti sarà tolta, perché il linguaggio si evolverà e diverrà incomprensibile in modo tale che tu non potrai stargli dietro; e senza parola e senza dialogo, anche se c’è, il pensiero non vale nulla! Quel sistema si chiamerà: Logorroicocrazia! Bisogna fermarlo!

Un tempo si diceva:

(A) – Oggi è la “festa dei lavoratori”! – Ma a «lavoratori» verrà sostituito il termine «lavoro» e la frase diventerà:

(B) – Oggi è la “festa del lavoro”! – Poi, siccome «lavoro» è termine generico e comprensivo anche di altre definizioni come «impresa» ad esempio, ecco che la frase in breve diventerà:

(C) – Oggi è la “festa dell’impresa”! – Ma, siccome l’impresa fa «profitto» ecco che la frase diventa immantinente:

(D) – Oggi è la “festa del profitto”! – E siccome il profitto lo fanno gli «imprenditori» ecco che la frase diventa:

(E) – Oggi è la “festa degli imprenditori”! – e siccome gli imprenditori sono al «potere» ecco che la frase diventa…

Apoteosi parossistica di una sorta di sillogismo perverso e capzioso.

Per te la “festa dei lavoratori” aveva un certo preciso significato, ed ora ne ha assunto uno completamente diverso. Passando per B, C, D ed E, A si è trasformato in F e tu sei diventato il maggior sostenitore plaudente del sistema. Hanno sostituito le reliquie del santo con quelle di un cane, nella teca, senza che te ne accorgessi, e tu hai continuato ad accendergli candele. Un vero miracolo. E così, analogamente, se tu pensi e vuoi dire una certa cosa, dalla tua bocca esce qualcosa di completamente diverso. Volevi dire A, e invece hai detto B; e quand’anche dicessi B per dire A, ecco che il significato non è più quello, e magari hai detto C, che vuol dire un’altra cosa ancora. Appena tu hai imparato una nuova definizione, dunque, questa viene cambiata. Tu le corri appresso, la insegui e quando l’hai presa, quella «Pof…» sfugge e ti si dissolve tra le mani come una bolla di sapone, in modo tale che sta diventando impossibile comunicare e persino pensare… dire e pensare in modo autonomo; pensare e dire ciò che non piace al potere, naturalmente.

 

***

 

Era una fantasia, ovviamente; parte di una storia fantastica che più avanti, forse, pubblicherò. 

Spero che vi sia piaciuta. 

Lo scopo comunque era soltanto ed esclusivamente quello di ricordare a tutti che il 

 

1° MAGGIO È LA FESTA DEI LAVORATORI 

BUON 1° MAGGIO A TUTTI

  

Paolo Molinari 

Torino, il 30 aprile 2017

 

 

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IN DIFESA DEI GEOMETRI

26 Aprile 2017 Nessun commento

IN DIFESA DEI GEOMETRI 

Avrei fatto a meno di scrivere questo pezzo, però, quanno ce vo’ ce vo’…*

«C’è un articolo su “Repubblica” di oggi, 22 aprile ’17, che parla dei geometri.»

Così iniziava il pezzo, che poi ho archiviato, archiviato in quanto mi sembrava troppo “partigiano”, e che così proseguiva:

«Non ne parla male, devo dirlo. Dopo decenni di “insulti” e sguardi rivolti con “sufficienza”, devo riconoscere che, infine, qualcuno si sta accorgendo che…

«No, non del fatto che i geometri sono o siano più bravi o intraprendenti dei loro “compagni di cordata”, come i menzionati architetti dell’articolo, ma semplicemente del fatto che i suddetti geometri non sono, come spesso e volentieri, – mi ripeto, si è detto, – dei sottomultipli di ingegneri ed architetti, che avrebbero deturpato il volto del “bel paese” con le loro “villette” e le loro insignificanti “casette”, quando, anche questo è stato detto, e, se non detto apertamente, fatto trapelare e spesso anche fatto vedere in filmetti e sceneggiati da 4 soldi, dei collusi con soggetti dagli affari poco puliti, molto spesso di carattere mafioso. Il paese, se è stato in tal senso deturpato, ed io credo che lo sia stato, deve rivolgere il proprio “ringraziamento” in primis, all’orda di speculatori e politici che ne hanno tratto vantaggio, e poi, a cascata, passando ai progettisti, agli architetti e agli ingegneri, prima che ai geometri, in quanto in possesso di una “licenza di uccidere” di maggior rilievo. La bruttura in edilizia è maggiore quanto più è grossa la dimensione dei fabbricati.

«I geometri, non dimentichiamolo, sono stati una forza trainante nella ricostruzione del paese. I geometri, almeno quelli di vecchio stampo che ho conosciuto io, e dei quali posso parlare, ché i giovani poco li conosco, erano professionisti capaci di coniugare necessità, bellezza e senso pratico, ma, soprattutto, di vedere le cose sotto il profilo della buona tecnica costruttiva, quella tecnica ereditata dai capomastri, che hanno costruito le meraviglie di cui l’Italia è scrigno. I geometri non si lanciano in “voli pindarici” nei loro progetti, ma se vuoi una casa solida, che stia in piedi e soprattutto che sia funzionale, non per i sofisticati d’alto rango, ma per l’uomo e la donna della strada, allora vai, “anche”, da loro. I magnifici e decantati tetti “alla piemontese”, ad esempio, onore e vanto della buona tecnica costruttiva dei fabbricati del vecchio Piemonte, sono stati ideati da perfetti e sconosciuti capomastri e quindi fatti oggetto di corredo professionale da parte di architetti, geometri e ingegneri.

«Ma, per tornare all’articolo citato, devo puntualizzare, in primo luogo, il fatto che non è vero che i geometri si buttano in campi di altrui competenza, anzi, devo sostenere che in alcuni casi è il contrario.

«Le competenze dei geometri sono “regolate per legge”, da una legge del lontano 1929.

«In essa sono elencati tutti i lavori, mi ripeto, di “loro competenza”. Compresa la progettazione e la direzione dei lavori, che è prevista sempre nell’ambito della loro “sfera di competenza”, annoso, ahimè, problema che, spesso e “non” volentieri, ha visto scontrarsi geometri, architetti ed anche ingegneri.

«Se qualcuno deve recriminare per un vero e proprio scippo attuato verso la categoria, ebbene, questi sono i geometri, cui, non molto tempo addietro, per ragioni che non sarà difficile intravedere, fu loro tolta, per legge, la competenza nelle “compravendite”, – che avevano da oltre cento anni, – affidata poi esclusivamente ad altre categorie di “tipo commerciale”, che, si badi, sono spesso e volentieri composte da persone di “competenza commerciale”, che poi non possono fare a meno dei geometri per risolvere più di un problema di carattere tecnico.

«Solo i geometri studiano e conoscono determinate materie. La topografia in modo particolare e tutta la sua più naturale applicazione in campo catastale, solo essi la studiano a tal fine, e per tre anni. Altri, lo dico a ragion veduta, sono certamente più preparati in altri campi, ma su certe cose…

«Quanto al fatto che i geometri siano più pagati degli architetti, come asserisce l’autore dell’articolo, va detto in primo luogo che i geometri hanno un “range” di competenze decisamente più ampio, che non i loro cugini architetti, cosa questa che, mi sia concesso, annullerebbe di fatto l’asserzione. I geometri, si sappia, visti comunemente come uomini da cantiere edile, hanno invece una competenza centenaria in altri campi connessi all’agronomia. Anzi, diciamo che, prima della menzionata “ricostruzione” del paese, questo era il loro ambito professionale, il loro maggior campo di applicazione. Settore in cui era necessario non solo saper “misurare” la terra e, quindi, se e quando necessario, anche saper progettare il cascinale o la “casa padronale”, ma anche avere conoscenze in campo agronomico, quelle conoscenze ereditate dalla rivoluzione agricola del ‘700, che vide gli “agronomi” inventori di tecniche “naturali” capaci di aumentare la resa per ettaro delle coltivazioni, grazie al sistema, oggi ahimè abbandonato a favore degli OGM, delle “rotazioni”. Le rotazioni, come duecento anni prima le patate importate dall’America, furono la “medicina” capace di sfamare milioni di persone, soprattutto in Europa, altrimenti destinate alla fame e alla denutrizione. Ebbene, non so in altri paesi, ma in Italia furono “anche” i tanto vituperati geometri i divulgatori delle nuove tecniche.

 «Inoltre, una volta, non c’erano i commercialisti… e allora il geometra doveva anche essere in grado di tenere la contabilità dell’azienda agraria. Per non tacer del fatto che il traforo del Monte Bianco, sotto il profilo del tracciato, tracciato che richiese complicatissime triangolazioni tra cielo e terra, è opera di un geometra. Quando gli operai francesi ed italiani abbatterono l’ultimo diaframma di roccia, dopo 10 km di galleria, ebbene, non vi fu nemmeno un centimetro di scarto. Il progettista era il geometra Alaria. Per non parlare di edifici progettati da geometri che oggi i medesimi non possono più progettare, sempre per restare in tema di competenze, ma che fino a prima dell’invenzione delle competenze stabilite per legge… si veda ad esempio la chiesa della Madonna della Pace a Torino, in corso Giulio Cesare, ebbene, è una chiesa imponente, una struttura a “croce greca” con volte e cupole alte almeno venti metri da terra, la cui principale misura 500 metri quadrati; ebbene, sapete chi l’ha progettata? In un primo tempo, siamo nel 1892, il parroco don Mossotto col geometra Giovanni Vaccarino e, quindi ancora, nel 1912, il geometra Francesco Coppa e l’ing. Carlo Sgarbi, che, insieme, attuarono la progettazione per la realizzazione del campanile.

 

«È “detto di un tempo”, che nei paesi di campagna venivano, in ordine di grado: il parroco, il dottore, il farmacista e il geometra. Ah… dimenticavo il sindaco, che quasi sempre era il geometra. Già, perché il geometra è l’unica figura professionale, credo, oltre agli avvocati, ai notai e agli uomini di legge, con conoscenze nel campo del diritto. Lo si studia per tre anni.

«Ciò per chiarire come i geometri nascano e siano, soprattutto, – non me ne vogliano, che la cosa non ne sminuisce la professionalità, – tecnici da “campagna”. Un po’ come gli obici…

«Non che la cosa mi entusiasmi alla follia, ma, – lo dico per far piacere ad un mio vecchio amico, vecchio alpino artigliere, – non si dimentichi che in artiglieria, sono (quasi) tutti geometri. Inoltre credo che anche il “pilota” della nave americana spedita qualche giorno fa verso le coste della Korea fosse un “geometra”. Un “geometra americano” con la testa sul collo che deve aver appositamente “sbagliato la rotta” per evitare chissà quale guaio all’umanità. Ebbene? È stato oggetto delle tele-derisioni di più di uno sciocco e di una sciocca, certamente incapaci di spostarsi da Torino a Moncalieri senza l’uso del navigatore.

«Quanto ai redditi, – altro argomento menzionato dal nostro amico giornalista, – se questi, stando alle “dichiarazioni dei redditi” medesimi, sono superiori a quelle degli architetti, ciò non significa che gli introiti “pro capite” siano superiori, ma semplicemente che è, forse… un po’come la storia dei polli! Se a guadagnare 1000 euro complessivi sono 1000 geometri, vorrà dire che avranno guadagnato 1 euro a testa. Se invece 500 architetti quadagnano 800 euro nel totale, il loro “monte guadagni” sarà certamente inferiore a quello dei geometri, ma vorrà dire che avranno guadagnato 1,6 euro a testa. Poi, se tra questi ultimi, 100 di loro avranno guadagnato 5 euro pro capite, vorrà dire che gli altri… il conto fatelo voi, che siete certamente più bravi di me.

«Le statistiche purtroppo sono una frittata che puoi rigirare come vuoi.

«Però, in fondo, la cosa che più mi preme dire, e che si ricollega all’articolo citato, è che i geometri escono da scuola a 18 anni, età, questa, che invoglia certamente un datore di lavoro, in qualunque campo, ad assumerlo, piuttosto che non un laureato con cinque o sei anni in più. Stando anche il fatto che, non obbligatoriamente, e contrariamente a quanto pensavo qualche anno addietro, un maggior titolo di studio non sempre equivale a una maggior competenza. I geometri studiano le materie tecniche quando, ragazzini, i loro coetanei al liceo fanno filosofia. Non che la filosofia non serva, ma a progettare e a fare geometria…

«Accidenti! Dimenticavo Euclide e Pitagora…

«Mi rimangio tutto quanto detto.

«O quasi.

«Cerea, neh!

«Un caro saluto a tutti gli amici geometri, ingegneri ed architetti.

«Paolo Molinari»

*

Questo appena letto era l’articolo non pubblicato.

Poi, il 25 aprile, una lettera di un’architetta, ospite di una rubrica del “quotidiano che leggo io”, così recitava:

«Geometri vincenti ma senza un Palladio.»

E quindi:

«…però non è mai esistito un geometra Palladio, né un geometra Frank Lloyd Wright, né tantomeno un geometra Renzo Piano…»

Nonché:

«Mi preoccupo quando apprendo che la direzione lavori di un progetto a firma magari di un architetto viene svolta da un geometra.»

Ebbene, a seguito di ciò, non ho resistito e ho sentito il dovere di pubblicare questo articolo.

Le risposte agli interrogativi posti dalla gentile architetta, in gran parte sono contenute nelle righe di cui sopra. E, vorrei aggiungere, per dimostrare che non sono un fazioso, che in merito alle competenze, sono perfettamente d’accordo con lei e con quanti reclamano una precisa definizione delle medesime, che si pervenga finalmente ad una conclusione. In che modo?

A ognuno il suo, direi, con molta pacatezza.

Sono convinto, nonostante quanto scritto sopra, che ognuno dovrebbe occuparsi, a livello professionale, nelle cose per cui ha studiato, questo in primo luogo, ma a ciò non posso non aggiungere il fatto, che il titolo di studio poco conta se non è corroborato da una solida esperienza.

Gli architetti, a mio avviso, sono, e dovrebbero essere, gli unici, oggi, per formazione scolastica, ad avere i “numeri” per occuparsi di “Architettura”. Ma, attenzione, ho detto “Architettura” e l’ho scritto con la “A” maiuscola. E allora definiamo cosa s’intende per “Architettura”.

“άρχίτέχτων” “architecton” recita il mio vocabolario alla voce “architetto”, ovvero: “capo mastro. Colui che esercita l’architettura, disegna e dirige la fabbrica.”  E quindi, ancora, alla voce “architettura”: “Arte dell’inventare, disporre e ben costruire edifici.”

Cosa ne possiamo dedurre da questa definizione? Che architetto è solo colui che ha preso la laurea presso l’università di… eccetera eccetera?

Non mi pare. Come non mi pare che Michelangelo fosse laureato in architettura, e come non mi risulta che lo fossero Vitruvio, Palladio, Le Corbusier, Tadao Ando e soprattutto, mi spiace per la gentile architetta che lo ha affermato con tanta risolutezza, Frank Lloyd Wright, ovvero, alcuni tra i massimi esponenti della materia, e solo per citarne alcuni.

Vitruvio nel suo “De Architectura”, stiamo parlando di un uomo vissuto al tempo di Marco Aurelio, ovvero nel II° secolo d.c. dice:

«Perciò quegli architetti che si sono sforzati di conseguire la capacità pratica senza possedere una educazione teorica, non sono riusciti ad ottenere un riconoscimento all’altezza delle loro fatiche; quelli invece che si sono affidati alla sola teoria e ai libri, mi sembra che abbiano realizzato non la cosa, ma l’ombra.»

Credo che dovremmo tutti far tesoro della saggezza degli antichi. Quella saggezza che fino a non moltissimi anni fa anteponeva il “saper fare” ovvero l’esperienza ad ogni altra specificità. Tu puoi avere tutte le lauree del mondo, e diciamo in architettura, ma se non sai impastare un “gabasso” di calce, allora…

Il grosso problema dei moderni, non solo architetti, è il credere che “sporcarsi le mani” non sia cosa loro. Ma come fai a presentarti ad un muratore senza sapere come è fatta la malta o senza sapere come si “tira su” un muro? Si crede forse che sia sufficiente realizzare due sgorbietti di disegni, tra l’altro fatti col computer, tutti uguali, presentarli in municipio… e il gioco è fatto?

Balle!

Sei un burocrate. Se sei solo tale, sei un burocrate; che tu sia architetto, geometra, ingenere o chissà che altro.

E la malattia del nostro tempo è proprio questa: la supponenza.

Si esce da un’università dove forse hai versato lacrime e sangue, dopo di che credi di poter avere il diritto di pretendere che la società ti restituisca sotto forma di “collocazione”, subito e con tanto di interesse, lo sforzo sostenuto. Viviamo in una società dove vige la legge dell’”Homo homini lupus” e questa pretesa te la puoi scordare, a meno che tu non sia figlio di un “pezzo grosso”, che tu sia infilato in un partito, in una associazione tipo “per il ricupero dei mozziconi di matita consumati”, che gode di grosse sponsorizzazioni e via discorrendo… Diversamente…

Diversamente devi “farti le ossa”. E quando devi farti le ossa, – stando il fatto che lavoro se ne trovi, e ribadisco, che ce ne sia – poco conta che tu abbia nel tuo curriculum una laurea o un semplice diploma. Con ciò non voglio dire che ci si possa aspettare che una persona senza studio adeguato possa cimentarsi in calcoli complicati o che possa improvvisarsi progettista di strutture o quant’altro. Però, non siamo supponenti, perché potremmo imbatterci in un muratore che ci fa un culo così in entrambe le materie. Questo perché è la teoria che segue la prassi. La teoria altro non è che la scrittura di norme consolidate nella prassi. Vitruvio ci espone un preziosissimo elenco di opere e di tecniche secondo cui le medesime opere vanno realizzate. Ebbene, che fa Vitruvio, ci espone una lunga teoria di formule come è ormai consuetudine trovare in ogni altro moderno manuale? Neanche una! Non c’è una formula! Perché? Perché le formule, mi ripeto, nascono dopo la prassi. Con ciò non voglio dire che non servano e che si possano buttare a mare; ma senza la prassi sai dove te le puoi mettere le formule? Non a caso un vecchio testo su cui si sono formate generazioni di geometri si intitolava: “La teoria e la pratica nelle costruzioni”. Per qualunque disciplina ci vogliono l’una e l’altra, restando sempre e comunque il fatto, e con ciò so che mi attirerò le ire di non pochi esperti, che la teoria è figlia della prassi, anzi, direi che ne è figliastra.

L’odometro.

Cos’è l’odometro?

«…congegno lasciatoci dai nostri predecessori» ci dice Vitruvio trattando della costruzione delle “macchine” «non inutile e di grande ingegnosità, per mezzo del quale, viaggiando sia in terra che in mare, possiamo sapere quante miglia abbiamo percorso. Ecco come sarà fatto. Le ruote della carrozza debbono avere un diametro di quattro piedi, in modo che, fissato un punto sulla ruota nel momento…» eccetera eccetera. Non c’è una formula. A parte la originalità del tema esposto, non c’è una formula. Oggi il medesimo argomento sarebbe trattato mediante una lunga e noiosa esposizione di formule e formulette tale da togliere il piacere a chiunque di affrontare l’argomento medesimo. Non a caso, forse, sono stati inventati i computer, proprio per sollevare i poveri tecnici e prima ancora i poveri studenti dall’incombenza di tali tediosità. Col risultato che…

Ho scritto da qualche altra parte che la scienza, – inteso con ciò anche tutto il sapere di cui, come sopra, Vitruvio ci consegna benevola illustrazione, – racchiusa nei computer espone l’umanità ad un rischio immenso: la deprivazione del sapere. Se, a saper risolvere un qualsiasi problema come quello appena esposto, ci si affida alle macchine, fra non molto finirà che più nessuno sarà in grado di fare niente in modo autonomo. La prassi sarà scomparsa a favore della “formul(ett)azione” e i computer saranno gli unici detentori della scienza e quindi del sapere umano. E il “sistema dei computer” è in mano a un clan ristretto di persone. Tutto il sapere accumulato in millenni di storia e di vicenda umana è finito inesorabilmente in mano a “pochi intimi” che ne dispongono a loro piacimento.

Con ciò non voglio dire altro che la cosa più importante per un uomo non è avere una cornice appesa in salotto con dentro il suo bel diploma di laurea o non di laurea; l’uomo è emerso dalla condizione di scimmia per essere l’Essere capace di accumulare “sapere” e di trasmetterlo; se questo sia stato un bene o un male non lo so, né tantomeno tocca a me dare giudizi in tal senso; ma il sapere è cosa fondamentale per un essere libero e libero dalla condizione animalesca. E il sapere ha un luogo di residenza che si trova nella testa, nel cervello, per quanto è possibile che ce ne possa stare. Il resto sta nei libri, sì, ma prima ancora in un luogo che si chiama “civiltà”; e la civiltà è fatta di sapere accumulato, distribuito e accessibile erga omnes. Chi stesse mai progettando di appropriarsi di “tale sapere” per… non solo è fuori dalla condizione di essere umano, ma è un pericolo che deve essere arginato.

Ma, tornando agli architetti, sappiano i medesimi, ma non solo essi, che non si può operare professionalmente come un “imprenditore” dove tutto ciò che non sai fare lo fai fare ad altri: il rilievo lo fai fare ai geometri; le pratiche catastali pure; il calcolo strutturale lo fai fare dall’ingegnere strutturista; in cantiere ci sono gli assistenti, in genere geometri… e tu? Tu che fai? Fai il disegnino e poi presenti la pratichetta in municipio? Se è così, ed è così, vedi allora di non “tirartela tanto”! E per quanto riguarda la direzione lavori… chi ti impedisce di farla? Se sei il progettista, in genere nessuno te la toglie se tu non vuoi. Se poi il committente non te la affida… allora non vorrà dire che ritiene le tue competenze limitate in tal senso?

Prassi, prassi, prassi e ancora prassi, in ciò sta la differenza, e vale per tutti, geometri, architetti, ingegneri e chi più ne ha più ne metta. Politici compresi.

Ciò detto, tanto per non far sprecare tempo alle malelingue in procinto di lanciare strali, affermo:

- Lungi da me l’idea dell’uomo “praticone” e “approssimativo” sia esso geometra, architetto, ingegnere o qualunque altro genere di figura professionale. Politici compresi. –

 

Paolo Molinari

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APRO IL GIORNALE E LEGGO CHE…

24 Aprile 2017 Nessun commento

APRO IL GIORNALE E LEGGO CHE… 

Così recitava “l’incipit” di una bella canzone di Celentano, “Mondo in Mi7”:

“Apro il giornale e leggo che, di giusti al mondo non ce n’è…”

E così mi viene da pensare, ogni qualvolta faccio la stessa cosa, che di giusti al mondo non ce n’è. Perché?

Perché qualche pazzoide sta minacciando di far esplodere “l’ultima guerra mondiale”?

Sì, certo. Ma non solo.

Perché c’è qualcuno che pensa di prendere a cannonate i poveri disgraziati che vengono messi in condizione di fuggire dalle loro case proprio da quelli che così vorrebbero trattarli?

Sì, certo. Ma non solo.

Perché dobbiamo ancora oggi aggiungere tre vittime al novero dei morti ammazzati in bicicletta?

 Sì, certo. Ma non solo.

Che il “giornale che leggo io” riporta tre enormi paginoni in omaggio alla cultura“Automobil-centrico-dipendente”  di cui ho scritto ieri?

Sì, certo. Ma non solo.

*

Domani è il 25 aprile. Il 25 aprile si festeggia la Liberazione di questo Paese dalla dittatura. Quella passata che “voleva”… “imponeva”… “costringeva”… tutto a botta di manganellate.

Ora però, se la libertà ottenuta sarà servita per concedere il “libertinismo commerciale”, dove con ciò intendo, “anche”, la libertà dei supermercati di “tenere aperto” anche in “Questa Giornata”, costringendo i lavoratori a dover lavorare, sotto pena del licenziamento, ebbene, mi chiedo e chiedo a politici ed amministratori, se la Libertà voluta dai nostri padri e dai nostri nonni “liberatori” fosse proprio questa.

Perché lo chiedo?

Perché non capisco bene a quale santo dobbiamo il miracolo che ha tolto l’obbligo della chiusura degli esercizi commerciali nei giorni di festa.

“Per la libertà!” mi si potrebbe rispondere.

Libertà per libertà, allora, mi si spieghi perché, ad esempio, i negozietti sotto casa e le bancarelle dei mercati rionali debbano tenere chiuso, mentre i supermercati no.

Ubi major minor cessat?

Forse.

Certo è, a mio modestissimo avviso, che l’erosione a tutto ciò che per “certuni” puzza di “Socialismo”, in atto ormai da decenni, passa anche attraverso tutto ciò. E, in “ciò” sono compresi i DIRITTI DEI LAVORATORI. Il diritto dei lavoratori ad un lavoro che non sia una galera: che non sia luogo di stress, sofferenza e maltrattamento. Quanto al diritto all’“equo compenso”… non mi pronuncio perché è definizione troppo generica. Certo è che, mi pare, che non rispettando la festa del 25 aprile, si dia uno schiaffo alla Libertà: non quella di vendere televisori e noccioline americane anche la domenica, ma la LIBERTÀ di poter dire:

“Sono un uomo! Sono una donna! E non una macchina senza corpo e senz’anima!”

Se e quando tutto sarà “robotizzato”, allora se ne riparlerà. Ma fino ad allora…

“LAVORATORI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!”

*

W IL 25 APRILE!

  Paolo Molinari      

P.S. Chiedo scusa ai lettori per forma, ortografia e sintassi, piuttosto scadenti, lo vedo, ma ho scritto in fretta e furia, perché devo andare al mercato con mia moglie a fare due compere per domani.

Ciau Ciau!

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SÌ… È VERO… MA… PERÒ…

23 Aprile 2017 Nessun commento

 

Ci risiamo.

Ogni occasione è buona per fare contro-informazione. A cosa mi riferisco? A coloro che hanno scritto sui giornali di oggi in tema di circolazione ciclistica e proprio in occasione della morte del povero Michele Scarponi, che… sì… è vero… però…

Ovvero:

“È vero che i ciclisti muoiono come mosche, ma non va dimenticato che sono indisciplinati… non indossano il casco… vanno contromano… non hanno i catarifrangenti… non sono assicurati… attraversano le strade sulle strisce pedonali… ci vorrebbero più sanzioni… servono multe… e poi, hanno certe facce… ”

Qualcuno starà pensando alle pene corporali. I più si sentono minacciati. Molti sollevano i loro cani ogni qualvolta incrociano un ciclista. Le vecchiette si fanno il segno della croce. La gente invoca la linea dura. Ci vorrebbe l’uomo forte…

Per farla breve:

Siamo un paese Automobil-centrico-dipendente!

La cultura di questo paese è una cultura da automobilista che si sente un dio quando può condurre l’unico mezzo che si lasci facilmente condurre anche da un idiota: l’automobile.

La lobby degli automobilisti è una lobby che gode di ampie sponsorizzazioni e forti spalleggiamenti, e da lungo tempo in questo paese. Paese che per favorire l’industria  automobilistica ha elevato la cultura dell’auto al rango di feticcio. C’è gente che per andare a prendere il figlio a scuola, scuola che spesso e volentieri non dista più di 100 metri dalla sua casa, ne fa almeno il doppio per andare a prendere l’auto parcheggiata chissà dove, quindi staziona in doppia fila e a motore acceso davanti alla scuola medesima, mettendo in difficoltà quelle nonne che ancora si ostinano ad andare a piedi per svolgere il loro… servizio… e tutto il resto della circolazione, compresi quei ciclisti che devono sottoporsi ad un notevole rischio di incidente quando devono superare le auto in doppia fila, sempre che ti vada bene e non ti ricevi contro il muso lo sportello improvvidamente aperto proprio mentre passi.

Risultato?

Inquinamento, disordine, pericolo… e perché?

Il motivo devono averlo certamente chiaro in testa coloro che ad ogni circostanza non si trattengono dallo spendere chiacchiere per il solo ed unico motivo di proteggere la loro lobby!

Il problema non è di inasprire le sanzioni o indurre i ciclisti ad indossare il casco che, mi piange il cuore doverlo ricordare, il povero Scarponi indossava… ma è di creare, mi ripeto per averlo già scritto, delle strade a circolazione riservata per le categorie più deboli sotto il profilo della circolazione medesima: ciclisti e pedoni, su strade separate, ovviamente.

È inaccettabile e da paese incivile, non solo non prendere in considerazione il fatto, ma soprattutto continuare a immerdare i quotidiani con lettere ed articoli che nascondono tutti il medesimo scopo: proteggere la lobby degli automobilisti. E, per ciò, ogni circostanza è buona per lanciare strali subdoli quanto vili, che si esprimono in quell’odioso e mefitico:

SÌ… È VERO… MA PERÒ…

*

Amo il ciclismo, e l’andare a piedi, soprattutto come strumento di civiltà.

Credo che le auto siano una grande invenzione che ha dato all’umanità enormi vantaggi, ma ritengo che l’auto non possa essere usata “sempre e comunque” e comunque essere usata per dare dimostrazione di sé. Gli psicologi ne avrebbero di cose da dire in proposito. Per quanto mi riguarda credo non sia superfluo ribadire che l’andare a piedi o in bicicletta assolva e risolva almeno cinque fondamentali problemi che affliggono il nostro vivere:

  • Riduzione dell’inquinamento dell’aria, dell’inquinamento acustico, dell’inquinamento “spazio”, inteso come sottrazione di spazio necessario agli esseri viventi.
  • Restituzione delle città, dei paesi e della terra a coloro cui è destinata, animali compresi (le rondini, ad esempio, chi le ha viste più’?).
  • Riduzione della mortalità per incidenti.
  • Riduzione delle malattie cardio-respiratorie.
  • Aumento delle aspettative di vita.

E poi, pensiamo a come sarebbe bella una città a misura d’uomo!

Io me la ricordo, non proprio completamente priva di circolazione, ma potevi tranquillamente giocare a palla in mezzo alla strada senza che…

Mi fermo qui.

Ciao a tutti.

Cerea neh!

Stateve buenh!

Orvuar! E gudbai!

Di nuovo buon 25 aprile e buona Festa della Liberazione a tutti.

Paolo Molinari

 

 

 

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0 – premessa a “Scritti Rubati”

23 Aprile 2017 Nessun commento

 

ANTIPREMESSA

 

Lo scopo di questi scritti, al di là di ogni altra motivazione pur vera, era, ed è, soprattutto, quello di far conoscere, commemorandone gli artefici, un episodio della Storia d’Italia, di cui non si trova traccia, se non breve e sommaria, nei libri di scuola. Perché la storia, quella scritta nei libri, è, purtroppo, “anche” un inaccettabile, anacronistico insieme di verità nascoste, sottaciute o dette in modo piuttosto incompleto e reticente.

Questa è l’affermazione.

A voi la riflessione.

L’episodio a cui faccio riferimento è narrato, cum licentia, nel racconto dal titolo: “CUI DI’ D’AGUST”, (in italiano: quei giorni d’agosto) che potrete leggere, se ne avrete ancora voglia, un po’ più avanti nel tempo, in quanto è mio desiderio che la lettura possa avvenire più o meno a ridosso del mese di agosto medesimo, quando verrà a cadere la ricorrenza, il centenario, dei fatti medesimi.

Grazie per l’attenzione.

Paolo Molinari 

 

*** 

PREMESSA

(scritto del 2016)

Raro Lettore

Come ho già detto in precedenza, con queste righe inizia un’esperienza completamente nuova per me, “scrittore della domenica”, che mi auguro potrà consentirLe qualche momento di piacevole lettura e, magari, perché no, anche di riflessione.

Pubblicherò a puntate gli elaborati di questo “pacchetto” dal titolo “Scritti Rubati”.

Spero di non annoiarLa.

 

Gli scritti toccano, se pur marginalmente, argomenti che la convenienza e l’opportunismo suggerirebbero sorvolare o, comunque, affrontare in modo omologato all’opinione dominante del momento. Al “politicamente corretto”. Non fa per me. Non fa per chi scrive rinunciare alla propria indipendenza, alla propria libertà di pensiero per un qualsiasi vantaggio, sia esso economico, di successo o di qualunque altra natura e motivazione. Non cerco il facile plauso e non vado controcorrente, né per il vezzo di essere il poeta maledetto, né tantomeno per assomigliare ai grandi anticonformisti di maniera. Scrivo, molto modestamente, quel che penso, anche se può risultare sgradito. È il mio modo di vivere. È la mia natura. Fossi diverso non vedrei necessario annoiarLa con questa premessa. Ma la chiarezza è cosa fondamentale per me. E allora, chiarezza per chiarezza, vengo al dunque e in modo diretto ed immediato.

 

Forse, quando leggerà il racconto, l’amante dei cani storcerà il naso, scambiando per “anticanismo” il tema di “IO E TEA”. Niente di meno vero. Il sottoscritto ama gli animali, ma tutti gli animali indistintamente, anche quelli che divoriamo giornalmente senza fare tante storie.

Forse il giustizialista s’indignerà, quando vedrà “strapazzata” la Giustizia in “LETTERA A UN PROCURATORE” e mi confonderà per chissà quale nemico della stessa. Niente di più falso. Il sottoscritto è un sincero e leale amico della Giustizia. Sempre che la medesima non prenda troppo spesso e alla leggera “vacche per le palle”.

Il sostenitore a spada tratta dei “valori occidentali” esportati a fil di spada, si scuoterà ed emetterà qualche grugnito, nel vedersi preso di mira in “TUTTO COMINCIO’ CON MAZINGA”.

Altri inorridirà per il trattamento riservato all’“Amor Patrio” in “CUI DI’ D’AGUST” e mi gabellerà per un “Nemico della Patria”. Niente di meno vero. Amo il mio Paese e lo vorrei migliore.

Altri ancora si sentiranno pizzicati per aver toccato intoccabili elementi cardinali del nuovo vecchio e fatiscente conformismo.

Liberissimi di farlo.

 

In questi scritti ho cercato di racchiudere quattro concetti, che mi stanno a cuore, in un “ensemble” di racconti, tenuti insieme dal collante rappresentato dalla finzione dell’avvocato, che dovrebbe difendere l’autore in una improbabile causa di “plagio” e, nel fare ciò, deve esaminare, ovviamente, i racconti.

Lo stile, anche quando può risultare poco moderno, il periodo piuttosto appesantito, la scrittura grezza e poco elegante, sono esplicitamente così voluti in quanto… in quanto così so scrivere, e non in altro modo.

Con ciò non voglio spacciarmi per colui che scrive completamente di “getto”; anzi, mi considero un emerito principiante, che deve ritornare più volte su frasi e periodi, per trovarne la forma migliore.

Però, perché c’è un però, questo modestissimo “scrittore della domenica” ha avuto l’onore, – e nel definirlo “onore” deve reprimere la grande dose di amarezza, il disappunto e l’arrabbiatura, che tale “onore” ha provocato, – di vedere il frutto del proprio lavoro finito, almeno in parte, in mano altrui. E quali mani! Nel corso della lettura, se Lei vorrà concedermi la cortesia di volersene inoltrare, potrà avere più ampia spiegazione di quanto sto dicendo.

Non voglio certo cercare elementi che nobilitino la mia opera. Se non vale i soldi dell’inchiostro, e soprattutto, ora che Lei sta leggendo, raro Lettore, il Suo tempo prezioso, pazienza. Non me ne voglia. 

* 

«La gente legge poco». Questo lamentano librai ed editori, che si legge poco.

Un tempo non si leggeva per mancanza di tempo, ignoranza e mille altre profondissime ragioni, non ultima quella che negli “scritti”, essi, – il popolo, la gente, il grande pubblico, noi, – tolte rare eccezioni, quasi non esistevano. E d’altronde, di scrittori che vengono dalle classi popolari, forse non ce ne sono mai stati. La romanzeria ottocentesca, tolto Manzoni e pochi altri, è troppo impegnata a illustrare vita morte e miracoli della inarrestabile borghesia in ascesa. Quella precedente a masturbarsi cerebroticamente con l’“amor cortese”. Oggi, invece, si legge poco, così si dice, perché… perché librai ed editori vorrebbero vendere libri come si vendono i surgelati nei supermercati; vorrebbero che te ne stessi tutto il santo giorno a leggere i loro libri, le loro migliaia di titoli, tutti uguali, come e se non avessi nient’altro da fare; come se non dovessi romperti il culo da mattina a sera in lavori incerti e mal pagati o comunque arrovellarti il cervello per arrivare a fine mese. Come se non fosse vero che sono quasi completamente sparite ferie, permessi e orari di lavoro, le fatidiche “otto ore” che ti consentivano, dopo di esse, di leggerti qualcosa, magari seduto in tram, o in poltrona per rilassarti dopo cena. Ma oggi le giovani coppie non hanno nemmeno il tempo per farsi una “scopatina”, altro che leggere, tanto presi sono dagli impegni nel tempo cosiddetto libero: bambini da prendere e portare a scuola o all’asilo, e quindi corsi di danza, il judo, il karatè, le lingue straniere… e, quel poco che ti resta… spesso e volentieri ti addormenti col pensiero che tuo padre e tua madre stavano meglio di te. E sogni città senza macchine e strade piene di bambini. E mamme che dal balcone gridano «Basta! Vieni su che ti vengo a prendere per le orecchie!» e bambini che scappano e spariscono come leprotti. E mamme che rigridano «Glielo dico a papà!» e bambini che ricompaiono d’incanto.

E poi, non ultimo, se è vero che si legge poco, non lo si deve forse anche al fatto che i libri, i romanzi soprattutto, sono troppo impegnati nell’omologazione? Pare che il mondo sia fatto e pieno di commissari di polizia e marescialli dei carabinieri appostati ad ogni angolo di strada… che imperversano in lungo e in largo… che ti seguono anche quando vai a pisciare…

A meno che non siano impegnati a farsi delle canne. Questo hanno fatto vedere ultimamente alla tv. I commissari col vizietto dello spinello. Bella roba! Soprattutto educativa.

(A fondo pagina si troverà una nota relativa a questo argomento.) 

* 

«La lettura non necessariamente deve essere di evasione.» Così si esprimeva anni fa il direttore delle Carceri Nuove, l’esimio dottor Chiavi Stello. Di evasione, aggiungo io, – se con ciò si intendono i cosiddetti vari “media”, musica, giochi elettronici ed altre diavolerie, – ce n’è fin troppa. La lettura deve insegnare qualcosa. Deve far riflettere; divertendo, ma deve far riflettere. Come direbbe Totò: «Castigat ridendo mores» ovvero, «Ridendo castigo i mori». Ma noi di “mori” ne abbiamo castigati fin troppi nella nostra storia e ancora continuiamo a farlo, ragion per cui diciamo che la lettura deve stimolare, non addormentare. Deve suscitare, e quindi non può essere neutra, neutra di quella falsa neutralità nascosta in “certa letteratura”. Perché non esiste lettura neutra. No, non esiste. È falsità affermarlo. Falsità, perché il non indurre alla riflessione è un’operazione niente affatto neutra. È un’operazione rispondente ad una precisa logica, che vuole il branco addomesticato e trasformato in gregge. L’aquila trasformata in pollo. E i mori trasformati in schiavi.

Viviamo in un mondo pieno di guerre e di ingiustizie, e gli scrittori fanno finta di niente e si trastullano con maghi, magie e ed altre diavolerie, pur di tenere i lettori lontano dalla realtà.

E poi, finiamola di riempire centinaia di pagine di sciocche e inutili descrizioni! E se proprio dovete, anzi, dobbiamo, cari scrittori, mettiamoci almeno un pizzico di arguzia, un po’ di spiritosaggine. E se proprio non ne possiamo fare a meno, almeno impariamo da chi: 

«En un lugar de la Mancha,» – così inizia e dice, – «de cuyo nombre no quiero acordarme, no ha mucho tiempo que vivía un hidalgo de los de lanza en astillero adarga antigua, rocín flaco y galgo corredor. Una olla de algo más vaca que carnero, salpicón las más noches, duelos y quebrantos los sábados, lantejas los viernes, algún palomino de añadidura los domingos, consumían las tres partes de su hacienda.»

Eccetera. Eccetera. Eccetera. 

Semplice. Essenziale. Perfetto. Quattro righe e un mondo fatto di lance nelle rastrelliere e di levrieri, ronzini e cavalieri di ronzini, si spalanca ai nostri occhi come il profumo assente dei piatti freddi di carne di vacca e di lenticchie. E che ritmo. Almeno si copiasse da questi autori.

E invece no. E questa volta sono i “descrittivisti” che parlano, ovvero coloro che sono capaci di scrivere 1000 pagine di seguito, sempre dicendo in rigoroso e stucchevole ordine cronologico:  

«Mi svegliarono i pipistrelli, che squittivano da rompere i timpani. Eravamo alla fine di settembre, il quale precede ottobre e segue agosto, e il mondo era fresco ed anche caldo, le mattine chiare e le sere scure, gli alberi gialli ma anche verdi. Il ramo di un cipresso entrava dalla finestra del cesso e mi piaceva toccarlo mentre facevo i miei bisogni. Lavai lentamente la tazza, cercando di capire cosa significasse quel mio gesto. Intanto dopo un litro e mezzo di barbera Carlin si era assopito sul divano e russava da far schifo. Sempre la stessa storia. Allora infilai le scarpe, non prima dei calzini, quindi le mutande, i pantaloni, la camicia e poi la giacca, dopo di che il cappello ed anche i guanti, il che voleva dire…»

che per fortuna le giornate durano solo ventiquattrore, altrimenti, sai che rottura di palle! Ma poi, dopo di ciò, che cosa mi resta? Cosa me ne viene dall’essermi fatto dire che uno si alza, quindi si lava, e ancora eccetera eccetera eccetera? Insomma, che razza di scrittura è quella dove si riempiono pagine di ovvietà? Lo sappiamo tutti che ci si alza al mattino, quindi ci si lava la faccia e poi si va al cesso, dopodiché…  

Nauseante. Scrittura semplicemente nauseante. Vuota. Insignificante. Per niente spiritosa. Alla fine, dopo mille pagine, uno scritto così non lo appendi al chiodo del cesso suddetto, solo perché oggi c’è la carta igienica e nessuno più impianta chiodi sulle pareti del medesimo per attaccarci la carta di giornale o le schedine del totocalcio, per pulirsi il culo. E infine, finiamola di parlare sempre e solo in prima persona e descrivere le nostre azioni personali e quotidiane: «Io qua, io là, io faccio questo, io faccio quello, io vado su, io torno giù… io bimbo…» Nel mondo ci sono anche gli altri…

In un momento in cui la letteratura stipa i banchi delle librerie e dei supermercati con storie lacrimevoli, tristi, egotiche, solipsisticamente chiuse in una stanza, dove il rapporto col sociale pare definitivamente scomparso o comunque interviene di solo contorno alla propria personale problematica individuale, mi pare di far buona cosa nel cercare di ricordare che oltre all’individuo, all’“io” condito in tutte le salse, esiste anche il “noi”. 

Ma non basta, non è tutto, perché ci sono i “quandisti” ovvero quelli che de-scrivono, così, per azioni rigorosamente e ripetutamente, mi sia concesso il conio di una nuova parola, “quandiche” 

«Quando arrivammo lui si era completamente appisolato. Da quando lo conosco Giakob non faceva che dormire appisolandosi con la cicca in bocca. Anche questa volta lo aveva fatto, col televisore acceso, come quando la volta che tornammo dal Perù. Erano solo le nove ma lui si era appisolato con la cicca ancora accesa come il televisore. Il letto era un grande letto senza la coperta. Quando mi avvicinai, lui era freddo. In lontananza il traffico scorreva lento. Di quando in quando quattro lucertole graffiavano la parete spoglia. Giakob si era appisolato con la cicca in bocca ancora accesa…!»  

«Ma porca puttana!» mi vien da dire, «ma perché non gli togli ‘sta cazzo di cicca accesa dalle labbra al posto di fare tante parole!» 

 Si obietterà: «Ma chi sei tu per denigrare il lavoro degli altri? Sei forse filologo? Sei grammatico? Sei poeta? Sei studioso? Sei cattedratico? Sei scienziato? Sei filosofo? Sei intellettuale? Non sei nessuno. Non sei manco laureato. E poi, te li sei letti i tuoi scritti? Non vedi che non sai nemmeno usare la punteggiatura?» 

Vero. Lo ammetto. Non sono niente di quanto sopra e non so usare la punteggiatura. Mi sta antipatica così come un sacco di altre regole, intese come complesso di punti, virgole e ogni altro tipo di segno definito dagli editori “norma redazionale”. Il punto, ad esempio, chi ha detto che deve stare dopo le virgolette dette caporali? È una vera e propria bruttura. È come una valigia chiusa con la cerniera che lascia fuori penzoloni un calzino o un paio di mutande. Non è visivamente corretto. È una stonatura grafica. La scrittura è anche e forse prima di tutto disegno, pittura. Prima che gli altri sensi deve appagare l’occhio. E l’occhio vuole leggerezza. E il mio occhio si avvilisce di fronte a certe forzature, a certe armature grafiche, certe esagerazioni di punti, virgole ed altri segni che appesantiscono la scrittura togliendole, infine, anche il contenuto musicale. Il respiro. Il canto. 

«Se non sai cantare,» mi diceva un vecchio prete all’oratorio, «non saprai mai scrivere.» E aveva ragione. Si pensi alle preghiere, hanno ritmo; hanno ritmo perché sono strumento di comunicazione corale; e la comunicazione corale è impossibile senza ritmo musicale. È una cosa vecchia come il mondo. È la prima forma di comunicazione. Le lingue antiche sono così. Sentir parlare un Greco, ancora oggi è un’armonia.  

Usata in modo eccessivamente rigoroso, la punteggiatura è una gabbia, una cintura di castità, capace solo di strozzare il ritmo musicale della narrazione. La sua assenza, invece, è una libertà concessa al lettore di dare alla lettura il suo personale ritmo. Senza la punteggiatura ognuno di noi interpreterebbe la lettura di uno scritto, secondo certi canoni insiti nella sua propria natura. Come non ci sono (non dovrebbero esserci) cantanti che cantano in modo uguale, così mai due persone diverse leggerebbero in modo uguale lo stesso brano. Ma oggi, purtroppo, pure di cantanti c’è penuria. Tutti bravissimi a strillare, a fare gorgheggi fuori dal rigo, ma tutti rigorosamente uguali. Manca la capacità di interpretare. Nel tentativo di emergere, si rendono tutti uguali. Grazie all’industria della marmellata. Che c’entra la marmellata? C’entra. C’entra sempre la marmellata.

Nel corso dei secoli siamo passati dall’assenza di punteggiatura, alla punteggiatura necessaria, ed ora, a quella supponente e ingombrante. Pare che Jane Austen scrivesse senza usare la punteggiatura.

Con ciò non voglio dir altro che:  

«Il troppo “stroppia”!»  

Da ciò che ho potuto constatare, inoltre, pare che le “Norme redazionali” ovvero il complesso di apici, caporali, trattini, corsivi, abbreviazioni e quant’altro, siano il metro di misura utilizzato dagli “scrutatori” (si chiamano così? Boh!) delle case editrici per discriminare la bontà dello scritto, la capacità dello scrittore, che a loro si rivolge per vedere pubblicate le proprie opere. Non conta il contenuto. Ciò che conta è la “punteggiatura”. E per certuni conta pure l’impaginazione dello scritto, quasi che lo scrittore debba essere pure tipografo. Tipografo che deve stare dietro alle fisime di questa o quella casa editrice, dove l’una vuole gli apici e l’altra le caporali e un’altra ancora i trattini o le virgolette.

E così, per accontentare le une e le altre, ho fatto un bel “fritto misto” di quanto sopra.  

Cari Editori, cosa vi siete messi in testa, di guadagnare senza mettere una virgola? Se lo scrittore deve fare anche il vostro lavoro, allora voi a che servite, a mettere solo la carta? Siete solo più dei commercianti di scartoffie? Se occorre che lo dica, sappiate, che di questo passo, con le nuove tecnologie, rischiate di non servire più a niente. E la cosa non appare così improbabile e remota.  

E l’incipit, che dire dell’incipit?

«Incipit! Incipit! Incipit! Sempre ‘sto cazzo di incipit! Io me ne sbatto dell’incipit!»

Così avevo iniziato un “certo scritto”, che ho poi abbandonato.

Se il mio scritto deve essere giudicato dall’apparenza come un pacco di biscotti; come un fustino da lavatrice; come un qualsivoglia prodotto da supermercato, allora: affanculo incipit! «Era una notte buia e tempestosa…» questo è l’unico incipit che accetto. Tutti gli altri, ricercati, voluti, allineati, fanno venire la diarrea.

 Nel mondo dell’apparire è l’esteriorità che prevale su tutto. La forma. Chissà che fine avrebbero fatto Totò e Peppino con la loro lettera, finita in mano a certi “esperti”…

E poi… e poi… guai a toccare certi argomenti “tabù”. Nell’era spacciata, – in ogni articolo di giornale, rivista e programma televisivo, – come l’era della libertà, quella libertà del c.d. “nostro mondo occidentale”, contrapposta alla sua mancanza, la mancanza che imperava e impera in tutti i regimi che non ci piacciono, ovvero che non piacciono a coloro che scrivono; o meglio che non piacciono a coloro che pagano coloro che scrivono; che sono poi coloro, un pugno di persone, che governano il mondo, certi argomenti non li puoi nemmeno sfiorare. Quali? Non lo dico nemmeno se…

«Punto. anzi 2 punti: abundandis abundantibus» dice Totò, ed io aggiungerei… «chiuse le virgolette, le parentesi tonde quadre graffe e tutto il resto!”».;).:}:;]. (Che non avevo nemmeno mai aperto!)»  

E con ciò, finisce che uno si aliena definitivamente anche quel residuo di simpatia che avrebbe potuto avere almeno tra quelli come lui in cerca di affermazione.

 

Ma, ecco che, improvvisamente, - ahimè, ohibòh, perdindirindina, - odonsi voci pervenire da “chissaddove” (chissaddove è un mio pallino). Voci sparse. Voci critiche.  

«Ma senti che roba!» dicono. «Fa lo sprezzante! Ma chi diavolo credi di essere… Uno scrittore? Tuuu! Uno scrittore? Ma si può sapere quanti libri leggi in un anno? Hai letto Vasilisca Bagnarola: “Me la fò nelle mutande quando bevo hocahola”? E l’ultimo di Goffredo Maresisto: “Il cane che azzannava le chiappe dei chierichetti che uscivano dalla messa delle sette e mezza”, l’hai letto? Non l’hai letto! E Tachissa Mesalofia, la conosci? Come… non conosci Tachissa Mesalofia? E il suo capolavoro: “Straccami ma di gorgonzola saziami!” l’hai letto? Non l’hai letto? E “Il giardino pieno di merda in una notte che pioveva e che ci ho messo un piede sopra che sono scivolata e mi sono riempita fino al collo mentre lui fumava sigarette elettroniche e non mi ha degnato nemmeno di uno sguardo” di Sghia Rola e Casa Sterma Cale Mei, l’hai letto? Non l’hai letto? Pazzesco! Fa il “critico” lui! Ah ah! Ah ah! Vuol fare lo scrittore, lui, e magari non conosce Spett & Gola; non conosce il loro capolavoro: “Quella sera che Torello La Saciccia fu visto uscire di corsa dall’appartamento di Nunziata detta Tata con le mutande in mano e il marito di lei che se lo voleva inchiappetare con un manico di scopa” è vero che non l’hai letto? Noo! Pazzesco! Vuol fare il critico, lui! Vuol fare lo scrittore, lui, e scommetto che non conosce nemmeno: “Il tram che prendeva Pericle per andare a trovare Sofocle”, la nuova indagine di Scovo Lino, l’indimenticabile detective del passato, creato dalla fantasia di Nuncia Chiappo Unamazza. E Frago Rosa Quan Da Pisa, l’hai sentita mai? Hai mai letto il suo: “Sgocciolio in una notte di pioggia”? E “Vestivamo alla paninara” della contessa Cico Lata Parma Renda, lo conosci? E la trilogia: “Piove a dirotto” “Piove a dirnove” “ Piove a dirdieci” della grande Pia Alpa Racqua, la conosci? E gli autori stranieri, li conosci? Hai letto la storia mozzafiato di Rex Spirapoc: “Quelan Tira’n n’Pet”? Noo! E il capolavoro noir del cinese CI-U-LA’: “LHAN-CIU-LA-THE-LHAN-CIU-HA” l’hai letto? E il nuovo bestseller dell’iranico Hasan Tas A’l Avan D’In: “Stupone di una latrina notturna” ti dice niente? E il mongolo Que Lai Malal Cul, lo conosci? E Ciresa Kavan’bici, la conosci? E Munta Gnin? E Fa La Brac? E Cavadu Vendelai? E Ciapa Landi? E Gamelda Cursa: “Una biga come tante altre” almeno questo l’avrai letto! E del nostro Andrea Maslè cosa hai letto? Avrai letto almeno: “La costa di Adamo e la bistecca di Eva”? E Teresio Nagamba, lo conosci? E Dante Pe: “I dolori del giovane Inverter” lo conosci? E Tucciarotto… come, Tucciarotto chi? Tucciarotto Ollioni! Andiamo!

E questo… almeno questo non puoi non averlo letto:

“Up Ich One Of Your Sister” …ma… ma… ma come… di chi? Ma di…»

 

Scaduto nel volgare? Sì certo, e volutamente. Mi adeguo. Mi metto, cerco di mettermi, al passo della tanta volgarità che fuoriesce puntualmente dalle pagine dei “media” alla quale ci hanno talmente abituato e alla quale sembra doveroso non dover nemmeno reagire. Assuefazione la chiamerei.  

Ciò detto, per tornare al discorso lasciato in sospeso, la mia risposta è semplice:

 Non mi pare che Omero avesse mai letto Joyce; e Manzoni, Umberto Eco; eppure, senza togliere niente a nessuno, non mi pare che mancasse loro… nulla. 

*

 Ciò ridetto, passo al mio scritto. 

Alla prossima puntata, però. 

Arrivederci.

Continua! 

Paolo Molinari

 

***

 

Ah, dimenticavo… la “nota”!

 

Ho scritto la suddetta “Premessa” (ne ho le prove) nel 2016.

Qualche tempo fa, siamo più o meno a febbraio-marzo 2017, un settimanale titolava, in copertina:

“Il paese dei commissari”

È stato anche l’argomento di una trasmissione tv.

Tutto qui.

“A buon intenditor…”

 

Ancora ciao.

Buona lettura.

E soprattutto… Buon 25 aprile!

Paolo Molinari

 

Torino, il 23 aprile 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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UN’ALTRA VITTIMA

23 Aprile 2017 Nessun commento

UN’ALTRA VITTIMA

 

Questa volta è toccato a Michele Scarponi.

Un campione di grande talento del ciclismo italiano.

Non ho parole da aggiungere a quanto ho detto in materia qualche giorno addietro.

Spero solo che questa nuova tragedia serva a far capire la gravità del problema.

Esprimo le mie più sincere condoglianze alla famiglia.

Paolo Molinari

Torino, 22 aprile ’17

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È CADUTO UN ALTRO CAVALCAVIA

19 Aprile 2017 Nessun commento

È CADUTO UN ALTRO CAVALCAVIA

 

Oggi, 18 aprile 2017, è caduto un altro cavalcavia.

L’ho appena appreso dal TG.

A Fossano, questa volta, in Piemonte.

È semplicemente pazzesco.

Sono un vecchio tecnico e vorrei dire la mia, entrando, in punta di piedi e, molto modestamente, in argomento.

Mi permetto di commentare “l’avvenimento” perché, grazie a Dio, questa volta non ci sono morti. Diversamente, non l’avrei fatto.

Orbene, stando così le cose, e, vista l’estrema facilità con cui ultimamente i cavalcavia crollano, inviterei prima di tutto le autorità a monitorarli dal primo all’ultimo, e poi inviterei i progettisti a prendere in considerazione il fatto di non esagerare con le “luci” delle travi e a creare “appoggi” meno risicati. Ricordo, mi si corregga se sbaglio, la facilità con cui sono crollati i “capannoni” a causa del terremoto in Emilia, qualche anno fa. La maggior parte delle travi in c.a.p. non si sono spezzate; sono semplicemente scivolate dagli appoggi troppo esigui, portandosi dietro tutto il resto della struttura.

Se e quando le travi si spezzano, i motivi possono essere di varia natura. Il primo sta nel credere nell’immortalità delle strutture, meglio dire di “certe strutture”. Gli antichi, a partire dagli arabi, dopo vari insuccessi, scoprirono che le strutture ad arco sono più resistenti e longeve delle piane. Ponti, acquedotti, moschee e cattedrali gotiche ce lo stanno a dimostrare ancora oggi, a oltre mille anni dalla loro costruzione.

La fiducia dei “moderni” nel cemento armato, quindi, scontata la buona progettazione, l’esecuzione e la manutenzione dei manufatti, deve fare i conti col “fattore tempo” e misurarsene con buon anticipo rispetto alle strutture di cui sopra.

Il tempo gioca a sfavore delle travi piane. Il “peso proprio”, è intuitivo, prima o poi le butta a terra.

Gli archi hanno risolto, non certo per l’eternità, il problema, scaricando sulle “spalle” il fattore “peso proprio”. Inoltre, hanno reso possibile l’uso di materiali, altrimenti impossibili da utilizzarsi nella realizzazione di ponti e quant’altro a struttura lineare, come la pietra e i mattoni, che, mi sia concesso, sotto il profilo della resistenza, se ne fanno un baffo del cemento armato e del precompresso.

Un capolavoro dell’ingegno umano. Anche le strutture in c.a. sono dei capolavori dell’ingegno umano, ma devono fare i conti con i problemi di cui sopra, e, non ultimo, di una cosa di cui non si parla mai: i “carichi” soprattutto “dinamici”, cui le strutture sono sottoposte, che devono essere monitorati. Non si può consentire che transitino, su ponti e viadotti, dei “camion” fuori norma sotto l’aspetto del peso e, non ultimo, anche della velocità! Abbiamo voglia a incriminare progettisti, costruttori e manutentori, quando nulla o poco viene fatto per impedire il transito dei suddetti mezzi. Nessun ponte, nemmeno quelli dei romani, lo sopporterebbe.

Senza voler tornare ai vecchi “dazi”, vorrei dire che, oggi, coi moderni sistemi tecnologici, siamo in grado di poter monitorare “a distanza” il carico dei mezzi “fuori norma” e quindi di poterne impedire il transito. Ovviamente, restano tutti gli altri problemi in ordine alla manutenzione, soprattutto, e all’esecuzione delle opere, elemento, quest’ultimo, che volentieri eccita la fantasia e, non ultimo, “QUELL’INSAZIABILE DESIDERIO DI COLPEVOLEZZA” che alberga nella mente di non pochi giornalisti, politici, scrittori, eccetera eccetera, che vedono, solo e sempre, mafie e cementi fatti con la sabbia… e ogni altro “qualcosa”, di cui parlano senza capire un cazzo.

Comunque, per non apparire troppo partigiano, vorrei anticipare quanto ho scritto tempo addietro “in proposito”, nella prima parte de gli “SCRITTI RUBATI”, lavoro che mi sto accingendo a pubblicare.

Ecco il brano:

«I titoli di studio,» così la pensa, «sono una barriera classista, al pari dei titoli nobiliari. Se vali, vali,» dice «e, dopo lo studio, sarà la prassi a stabilire come e quanto, e non un pezzo di carta che fa ingegneri dei miserelli, che costruiscono ponti che alla prima piena vanno a mare e dottori degli autentici zoticoni buoni solo a prescrivere supposte. I ponti romani sono in piedi da duemila anni e… »

I politici, gli scrittori e i giornalisti sono anch’essi così: ci sono quelli buoni, ben strutturati e temprati dalla prassi, e quelli scadenti, non importa quante lauree abbiano nel portafoglio e soprattutto non importa a quale partito appartengano. Eccetera. Eccetera. Eccetera.

Paolo Molinari

Torino, il 18 aprile 2017          

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L’AGNELLINO VEZZEGGIATO E IL CINGHIALE FUCILATO

15 Aprile 2017 Nessun commento

L’AGNELLINO VEZZEGGIATO E IL CINGHIALE FUCILATO 

 È di oggi la notizia:

la regione Piemonte ha deciso di sterminare i pochi cinghiali ancora in circolazione: danno fastidio.

E così l’ipocrisia di questo paese raggiunge il suo apice!

Da un lato si vezzeggiano gli agnellini in televisione; dall’altro si apre la caccia al cinghiale.

Io capisco benissimo che i cinghiali rechino danni alle coltivazioni e agli agricoltori e che vadano tenuti a bada.

Però, non possiamo usare due pesi e due misure: non possiamo trasmettere da un lato immagini strappalacrime per gli agnellini biancolanuti e dall’altra accettare una strage annunciata, solo perché si tratta di animalacci brutti, sporchi e cattivi!

I cinghiali sono animali come gli altri o no? O amiamo solo quelli belli e carezzevoli, e gli altri… finiscano pure nelle scatolette dei “cippeciap”!

E la cosa avviene col silente beneplacito e la grande soddisfazione degli “animalisti salottieri”, che, ogni anno a Pasqua, se ne vengono fuori con la strage degli agnellini eccetera eccetera, e poi s’abboffano di “hot dog” di “hamburger” e di bistecche grandi come dizionari. Quando non hanno gli armadi pieni di pellicce.

Però… però… però…

Chissà perché, e sempre a Pasqua, si apre la campagna degli agnelli?

Vuoi vedere che c’è di mezzo qualcuno che…

Chi?

No, non diciamo che sono “quelli del nord”, che mangiano solo agnolotti ripieni di carne di maiale e che non amano l’agnello, che è “roba da meridionali”!

No, non lo diciamo!

Diciamo invece che sono i grandi allevatori di bovini, che proprio a Pasqua vedono calare i loro propri grassi e grossi introiti?

E va bene, diciamolo.

“È assai probabile che i vezzeggiatori di agnellini siano “sospinti” dagli allevatori di bovini e magari non lo facciano proprio del tutto spassionatamente.”

E possiamo anche dire che sulla pelle degli animali si gioca una vergognosissima partita politica?

Diciamolo!

Diciamo che oramai gli ideali e gli obbiettivi politici “veri” sono stati completamente annullati e sostituiti da una pletora di falsi scopi, che servono solo a illudere la gente che si sta facendo qualcosa per migliorare la loro (nostra) situazione, quando in realtà non si sta facendo un bel cavolo di niente.

E vogliamo dire che ci stanno prendendo per il culo?

Diciamolo!

*

  Il sottoscritto, pur non essendo un vegetariano, è un vero e sincero amico degli animali.

L’ipocrisia è un altro “par di maniche”.

Buona Pasqua    

Torino, 15 aprile 2017              

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La situazione della classe operaia

14 Aprile 2017 Nessun commento

La situazione della classe operaia

Ho visto un programma in tv, dove c’erano: Landini, un gruppo di lavoratori in procinto di essere “lasciati a casa” e un gruppetto formato dai soliti “esperti”: il giornalista, il politico ed altri che non “c’iazzeccano” una mazza.

Un’ “esperta” accusava il sindacato di essere corrotto…

Un’altra non si capiva che cavolo volesse dire…

Tra tutti spiccava un tale, che non nomino, ma che è un noto speaker del tg. Ebbene, costui rimproverava a Landini di sostenere… come dire… una causa insostenibile, ragion per cui, perché non accettare di buon grado la situazione e non smetterla di continuare a “pompare” i lavoratori! La globalizzazione… il commercio internazionale…

Tra “lavoro” e “non lavoro”, asseriva il suddetto, che tra l’altro si definiva “studioso di scienze sociali”, meglio un lavoro senza tutele che niente.

Certe affermazioni mi pare di averle già sentite. Non ricordo bene dove, ma ricordo bene da chi. Era un capobastone di quelli che “arruolano” manovalanza a 2 euro l’ora, da portare nei campi a raccogliere i pomodori.

Povera classe operaia. Dopo 150 anni di lotte costate lacrime e sangue per conquistare il diritto di andare a pisciare senza dover chiedere il permesso; dopo che “altri”, senza muovere un dito, hanno fatto il pieno dei diritti da te ottenuti; adesso che a te quei “diritti” li hanno quasi completamente tolti, ti devi persino sentir dire… o prendi la minestra…

E da chi? Da gente super garantita. Gente che, non solo guadagna cifre iperboliche, ma che gode, e in gran misura, mi ripeto, di tutti quei diritti che a te sono stati tolti.

Quando il “signore” in questione deciderà di “pensionarsi” lo farà con una pensione che nemmeno 100 operai riusciranno mai a mettere insieme. E avrà una “liquidazione” con la quale si potrebbe risanare il debito di un paese del terzo o quarto mondo.

Così va il mondo? Così va il mondo.

Per adesso.

Paolo Molinari

Torino, il 14 aprile 2017

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P+R+I+C=S

13 Aprile 2017 Nessun commento

P+R+I+C=S

Dove:

P = Polvere

R = Rumore

I = Inquinamento

C = Consumo

S = Soffiatore

Ovvero:

metti un “soffiatore” per eseguire la pulizia di strade e piazze, e avremo:

polvere che si solleva nell’aria

rumore inutile

inquinamento che si poteva evitare

consumo di carburante inutile

*

Io mi chiedo, e chiedo, quale “logica” ha ispirato, a suo tempo, l’ideatore di tale imbecillità.

Un tempo lo “spazzino” “rabastava la ‘mnis” con la sua ramazza, e non faceva rumore, non sollevava polvere, non inquinava e non consumava carburante. Era un vero esponente dell’ecologia, cui propongo di intitolare una via, o una piazza, o di fare un monumento.

Poi, un giorno, un qualche “betè” ha pensato che fosse più producente o forse più produttivo eliminare le “ramase” e far spendere al Comune qualche milione per l’acquisto di “aggeggi” che, non solo producono tutti gli effetti negativi di cui sopra, ma che non servono a niente. E sì, perché poi, dopo che il soffiatore ha accumulato polvere, fogliame, cartacce e quant’altro, passa un’auto tutta sparata o un pullman in ritardo sulla tabella di marcia o si alza un alito di vento oppure “quaidun a tira ‘n pet” e il lavoro va a farsi benedire.

*

Gentilissima Sindaca di Torino, signora Appendino, Lei non è certo responsabile della sciocchezza di cui sopra, sciocchezza che è merito delle precedenti amministrazioni, ragion per cui, faccio appello alla sua sensibilità di “ecologista” e Le chiedo, gentilmente:

butti via i diabolici ed inutili aggeggi e magari assuma un paio di “operatori” in loro vece, che, contrariamente a quanto pensarono i suoi predecessori, costano meno di certe diavolerie, e sotto tutti gli aspetti.

Con rispetto

Paolo Molinari

Torino il 13 aprile 2017

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