37 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXVII parte

31 Agosto 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

 

 

*

PARTE XXXVII

 

*

 

 

Eccovi, quindi, gentili ed infaticabili lettori, che avete avuto la costanza di sopportare le quasi 100 pagine scritte fino ad ora, gli ulteriori racconti redatti di mio pugno.

Il primo, – ALL’AMERICANA – è una ribalderia sullo stampo di quelle che non piacciono al mio amico Opal.

Il secondo, – LETTERA A UN PROCURATORE DELLA REPUBBLICA – attiene ad una vicenda facente parte del mio repertorio professionale, narrata dal punto di vista dell’accusato e condannato.

Il terzo, – LA CASA – è il racconto di un gruppo di amici che, alla soglia della pensione, pensano di fare quello che oggi si definisce “cohousing”.

Il quarto, – IO E TEA – è uno scherzo.

Il quinto infine, – CHE CLASSE LA MIA CLASSE – è un “remember”, un piccolo affettuoso ricordo della passata e lontana gioventù.

 

*

 

ALL’AMERICANA

(prima stesura 2015)

 

Ermin aveva un tale mal di pancia quel giorno che si cagava addosso.

Fuori, un tempo molliccio. Sua nonna Gertrud smoccolava dal naso mentre dormiva sulla sedia a dondolo e scoreggiava ignominiosamente per l’eccesso di cipolle che si era strafocata con l’hamburger. Cheorason, la badante, se la dondolava pigramente col piede sinistro, mentre con l’altro stuzzicava i pendagli del nipote, sdraiato sul sofà. Un’aria di merda aleggiava per la casa che la potevi tagliare a fette. Questa cosa dell’aria a fette non l’ho mai capita, ma si mette sempre nei romanzi. Comunque, fette o non fette, aria o non aria, sempre di merda si trattava. Ad un tratto Piri-piripiri-piri-piri-pì, squilla il telefono. Non era nessuno. All’angolo della Terza via i ragazzi si masturbavano. Nella Seconda i ragazzi si masturbavano. All’angolo della Prima con la Seconda, Tony, il garzone del drug, fumava merda con la scopa in mano, mentre Jessica Tron, la bella Jessica, stava colle chiappe all’aria per darsi una rinfrescata, ché c’era un’aria… un’aria… un’aria proprio di merda. I bus avevano una gran fretta quel giorno. Mason restò a piedi tre volte prima di prenderne uno, ché gli sfuggivano di mano come birra quando hai una sete pazzesca e i negozi ti chiudono le saracinesche in faccia per l’orario di chiusura. Snap, il cane di sua zia, aveva le doglie e doveva essere assistito. Ma Snap era un maschio e Mason aveva qualche dubbio. Quando arrivò, sua zia era morta e Snap giocava a poker col gatto del vicino. Snap non fece una mano, e perse tutti i soldi della zia di Mason, il quale Mason, infuriato, si buttò sul gatto che, capita l’antifona, se la diede a zampe levate, inseguito da Snap con un tris di Jack tra i canini, convinto di fare la mano; anzi la zampa. Mason allora si buttò dalla finestra per inseguire il gatto, che già era inseguito dal cane che finì dritto sulle chiappe della bella Jessica che, non solo non fece una piega, ma, arraffato il tris di Jack dai canini del cane, svelta se lo mise in seno e si infilò nel drug, dove Billy lo slavo stava spennando il suo Fernando. Fernando era un pollo e Billy lo slavo barava come un cane, anzi come un gatto. Ma Fernando era il ganzo della Tron. Il tris di Jack del cane della zia di Mason giunse come manna dal cielo. Fernando col suo tris di Jack fece il colpaccio: mille verdoni uno sull’altro si ficcò in tasca, e Jessica gli diede una strofinata ai marroni in segno di affetto. Intanto il gatto era finito sotto uno di quei maledetti bus che non passano mai ed era l’ombra di se stesso. Il cane Snap se ne sbafava il cranio sanguinolento. L’unico a bocca asciutta era rimasto Mason, che tornò a casa a piedi. «Dannazione,» mormorava tra sé «dannati cani, dannati gatti e dannati bus che non passano mai». Sua zia sorrideva dall’aldilà. Il gatto miagolava anche da morto, mentre il cane fece una nidiata di bei dobermann e invitò tutto il quartiere per fare festa. Solo Mason non fu invitato. C’erano i ragazzi della Seconda e della Terza che si masturbavano. C’era Jessica Tron col suo Fernando pieno di verdoni. C’era Billy lo slavo e c’erano pure Cheorason e Gertrud, la nonna di Ermin. Solo Mason non c’era. Però c’era una fottuta aria di merda che la potevi tagliare a fette.

 

*

Vostro Avv. Ira Nilom

***

Arrivederci alla prossima puntata

ciao a tutti da

Paolo

 

 

36 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXVI parte

27 Agosto 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

 

 

*

 

PARTE XXXVI

 

 

*

 

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

 

Jucci non sta più ferma. Si agita e si contorce e piange e singhiozza che nessuno riesce più a calmarla. – Jucci, Jucci… – fa Tonino, accarezzandole i capelli, – dai… non fare così… calmati… - Ma non c’è conforto che lo possa. Il sommarsi della tensione accumulata il giorno prima con lo shock della terribile notizia hanno devastato il suo sistema di controllo. Si gira da una parte all’altra senza posa. Non vuole essere toccata da nessuno, nemmeno da sua madre, quasi che…

Poi, improvvisamente, scatta come una lince esce dalla porta e si mette a correre diretta “chissaddove”.

Tutti si guardano l’un l’altro esterrefatti. Poi Nesta urla: – Jucci… ‘ndua ‘d vade… turna ‘ndrè… Jucci… (Jucci… dove vai… torna indietro… Jucci…)

Niente. È già in fondo alle scale. Allora a questo punto Tonino rompe gl’indugi e le si precipita dietro. – Jucci… Jucci… fermati! 

Jucci è inarrivabile. È una cavallina che ha preso tutto da suo padre e il nostro Tonino purtroppo ha il fiato corto per via dei sigaracci che si fuma, degno emulo di Bakunin che se ne fumava 50 al giorno. Non riesce a raggiungerla, ma le sta dietro.

Fuori dal portone di casa Jucci attraversa via Monterosa, quindi raggiunge corso Palermo e quindi imbocca corso Novara rapidissima con le ali alle calcagna.

- Fermati! – fa Tonino col poco fiato che hanno i fumatori. – Jucci, fermati!

Ma la corsa della gazzella spaventata solo un leone in agguato può fermarla. – Jucci!

Ma Jucci non sente più nulla. Ha negli occhi il volto di suo padre sfigurato da una cannonata e mira… mira “chissaddove” in cerca di “chissacché”.

Tonino intanto ha già capito. – Fermati, pazza, cosa vuoi fare?

Siamo al corso Ponte Mosca, Jucci svolta alla sua sinistra e lo imbocca. La prima traversa è via Pinerolo. Lei tira dritto. La prossima è via Cuneo. Poi ci sarà via Bra e quindi via Carmagnola, dove c’è la barricata più imponente che sbarra corso Vercelli. 

Man mano che ci si avvicina si sentono frastuoni, scoppi, colpi di fucile, di mitragliatrice e urla. Urla terribili da far tremare il cuore. L’esercito in pieno assetto di guerra sta dando l’assalto all’ultima barricata ancora in piedi. Si sente anche l’odore della polvere da sparo delle schioppettate. Comunque è impossibile raggiungerla. Jucci si ferma ansimante un po’ prima di via Cuneo, appoggiata al muro del caseggiato. Tutto e dovunque ci sono soldati e mezzi militari. Autoblindo, cannoni, mitragliatrici, cavalli, fanti e persino ciclisti, quasi che i Savoia dovessero riprendersi la città ricaduta in mano ai francesi.

A quel punto Tonino la raggiunge. – Jucci, santo cielo, era ora… fermati non vedi che disastro…

- Lasme ‘ndè – gli dice lei, con le lacrime agli occhi. – Lasciami andare…

- Andare? Dove?

- Lì… – fa, indicando con la testa la direzione della barricata.

- Tu… ma non fare pazzie. Jucci, non vedi, ormai tutto è perduto! La rivoluzione…

- Non mi interessa la rivoluzione. Voglio… devo… fare qualcosa… devo vendicare mio papà.

- Non dire pazzie! Con le vendette non si va da nessuna parte, dovresti saperlo! E poi dove… non vedi che è impossibile…

- Io so che questi… che mio papà è morto per colpa di questi… di quei… cui ‘sassin ch’an governu… (quegli assassini che ci governano…)

- E cosa vorresti fare? farti ammazzare anche te? 

A questo punto Jucci sta per rimettersi a correre, quando Tonino l’afferra per un braccio e la tira a sé con forza.

- Ahiah, – grida Jucci, – mi fai male!

- Vieni con me, – le fa risoluto lui. – Vuoi la Rivoluzione, vuoi la vendetta o cos’altro? Andiamo. Vieni con me.

Jucci è sorpresa. – Dove, andiamo?

- Vieni, – le fa, e la strattona un po’ di brutto. – Ti porto io. 

Così dicendo, torna indietro qualche passo, svolta in via Pinerolo e s’infila rasente in un portone. Jucci non può che stargli dietro. Siamo in un ampio cortile tutto ciottoli rotondi coi tombini al centro. Tutto intorno per tre quarti un caseggiato di ringhiera con tante porte chiuse e tanta roba stesa. Tonino dimostra di conoscere molto bene il luogo. S’infila ancora in una porticina che da su un vano scale e quindi sbuca in un corridoio che da su via Cuneo. Da lì spia la situazione.  

- Soldati, – fa, incazzato. – Soldati dappertutto. Da corso Vercelli non si passa.

Jucci, dietro a lui, è sempre più meravigliata. – Cosa vuoi fare? – gli chiede.

- Raggiungeremo i compagni sulle barricate passando… scansando i soldati.

- E come?

- Anche se è quasi impossibile, che come vedi è tutto pieno ad ogni angolo, io so dove passare.

- E dove?

- Qua sotto c’è un passaggio segreto.

- Passaggio… segreto?

- Sì, proprio.

- E dove… sotto, dove?

- Sotto via Cuneo e porta nelle cantine delle case di via Bra.

- E poi?

- E poi da lì attraversiamo il caseggiato come abbiamo fatto qui e siamo su via Carmagnola  dove c’è la barricata.

- Alura ‘nduma. – fa Jucci, quasi contenta di andare a farsi ammazzare. – Ma, dime, Tunin, dimmi, come fai a conoscere questo passaggio segreto?

- Eh… – fa lui, – non so se posso…

- No… perché? disimlu! dimmelo!

- Va bè’, però mi raccomando, poi… mosca neh!

- Ma certo.

- Allora, devi sapere che… 

Tonino ha assunto un tono di voce e un’enfasi nel narrare, mirato a suscitare, non solo la curiosità della sua Jucci, ma anche una certa dose di sgomento. 

- Devi sapere che qua sotto forse ci sono cose che…

- Che… cosa, Toni?

- Accidenti… non riesco…

Lei lo guarda sempre più stupita. Si mordicchia il labbro, dietro la mano chiusa a pugno. Tonino indugia.

- Dai… - fa lei, convinta, ma non troppo. – Va avanti…

- Qualche anno fa, – dice lui – mio papà è stato qui con degli altri per fare dei lavori. Lavori per conto del padrone delle case che li voleva collegati per le crote. Così diceva. Una galleria. In realtà secondo mio papà voleva… voleva…

- Voleva… cosa?

- Mah… lui diceva che aveva roba strana da… da nascondere, forse armi, forse tesori… forse i cadaveri delle donne: chi lo sa!

- Santo cielo… ma, sei sicuro?

- Mah… sicuro è morto, però… insomma… il padrone di questa casa lo conosci te?

- Mi no!

- È un tipo terribile. Vedessi… è alto così – fa indicando il livello con la mano destra – si e no un metro e trenta, con una gobba… tutto storto e anche gli occhi sono storti e su un occhio porta una benda che devono averglielo strappato durante la guerra contro i francesi di Napoleone e poi ha un braccio… un braccio con un coso appuntito… come si dice, quei cosi curvi come un gancio del maslè (macellaio)…

- Un uncino? – fa la Jucci.

- Ecco, brava, proprio un ‘cino col quale se ti dà un colpo ti trapassa la gola e poi ti prende e ti porta a casa sua dove ti fa a pezzetti e poi ti mette in una valigia e ti viene a nascondere proprio qui… lì… nella galleria… che porta fino a Dora, e poi da lì…

- Madre di Dio! - esclama lei portandosi alla bocca ambedue le mani chiuse a pugno. Ma… da bun? (Ma… davvero?)

- Certo! – fa lui con aria decisa, fingendosi seccato. – Certamente! Mica…stuma pà si a cuntesla! (stiamo qui a raccontarci storie!)

- Scusa, – fa lei. – Scusa.

- Dunque, – fa Tonino, – allora dopo che l’ho saputo… dopo che l’ho saputo, io ci sono venuto più di una volta…

- Santo cielo, ma tses fol! - esclama Jucci spaventata, – e cosa… cosa hai visto?

- Niente! Sono venuto a giocare con i “sumà” più d’una volta, però non abbiamo visto niente. Anche se…

- Se, cosa?

- Beh, rumori strani… robe strane… però niente di strano. È un passaggio che ci passa a pena un uomo, però si passa. ‘Nduma? 

Jucci è perplessa, ma è anche ostinata. Ha paura, ma è decisa a tener fede al suo proposito. 

- Anduma, - fa con una vocina spaurita.

- Bene, – fa Tonino, – da sì. (da questa parte.) 

E così i nostri due intrepidi incoscienti, aprono la porta che conduce alle cantine e si infilano per quel cunicolo buio come la notte siderale, senza nemmeno un mozzicone di candela.

Jucci ha una fifa maledetta. Passata l’esaltazione dettata dalla rabbia e dalla disperazione, adesso che c’è da far sul serio, incomincia a soffrire di qualche tentennamento. Una cosa sono le barricate con tutto il loro eroismo, altro una misteriosa, squallida cantina piena di… 

- Aaah… aiuto! – fa lei stringendosi forte al braccio del suo Toni.

- Che c’è?

- Ci sono i rat!

- Certo che ci sono, – risponde lui, deciso, – cosa credevi…

- Toni… sei sicuro?

- Di che?

- Qui… in dove che andiamo…

- Andiamo alle barricate, no?

- Si ma questi ratass fanno schifo… ho paura.

- E allora? – fa lui con tono aspro. – Vuoi fare l’eroina sulle barricate e poi te la fai sotto per due zoccole? – e, così dicendo, pianta un calcio che ne solleva almeno tre o quattro. “Squiiitt!” fanno le zoccolone colpite, ricadendo a terra con un tonfo. “Squiiitt!”

- Aiuto! - grida Jucci aggrappata al braccio di Tonino. Il quale, anche lui, non è che gli piaccia poi così tanto destreggiarsi con quelle bestiacce immonde. Però ha un piano e lo vuol portare a termine.

Effettivamente i ratti di cantina di una volta, oggi un po’ meno che se la devono vedere con quelli della derattizzazione e i loro veleni, erano delle bestiacce capaci di aggredire un uomo e di spolparselo in un amen. Tonino questo lo sa. Ma sa anche che sulle barricate è morte sicura e fare gli eroi quando tutto è perduto, non serve proprio a niente. Ragion per cui, tra i due mali, sceglie il minore.

Jucci è tutta un tremore. Quei corpi viscidi e lesti che le passano sui piedi la fanno letteralmente impazzire.

- Basta! – urla, – basta! Portami via di qui! 

Tonino non infierisce. Jucci è il suo amore. Così la prende in braccio e, tra un topaccio e l’altro, riguadagnano l’uscita.  

Quando sono all’aperto, il frastuono della guerra è quasi spento. Qualche colpo qua e là. Fumo di schioppi. Lamenti. Macchie di sangue per terra. Pezzi di cose rotte. Qualcuno che torna a casa lesto, rasente i muri, tutto piegato in avanti, la testa chiusa nelle spalle come un gobbo. I soldati sono andati verso il centro, schiacciando nella classica tenaglia i poveri insorti. L’insurrezione è spenta. Domani, sabato 25 agosto e domenica 26, ci sarà ancora qualche caso isolato, scontri residui come in tutte le rivoluzioni, le sommosse, i tumulti di popolo, ma la rivoluzione che mai c’è stata è già finita. Domani si conteranno i morti. Lunedì ritorneranno tutti a lavorare.

Tutti meno i morti. Quanti? Abbiamo già visto che il conteggio non è il forte delle autorità e nemmeno delle narrazioni. Comunque fa, – “si fa per dire,” – lo stesso.

Noi, per nostro conto, al novero totale dei caduti di tutta la mattanza di quella terribile guerra, noi aggiungeremo due nostri cari amici: Lice ed Erasmo. Peccato.

Non torneranno più. La morte se li è ingoiati là sul Piave, tutti e due, prima uno e poi l’altro uniti nella medesima sventura, per colpa di una guerra che né l’uno né l’altro avrebbero voluto. Peccato.

A maggio nascerà Erasmo-Felice. Un bellissimo bambino bruno dagli occhi color nocciola. Il figlio di “cui dì d’agust”, di quei giorni d’agosto di quell’incredibile 1917 e di due magnifici ragazzi figli di quel tempo.

 

*

 

Dedicato a quegli uomini e a quelle donne meravigliose, che furono i nonni della mia generazione, che la gran parte di noi non ha avuto la gioia di conoscere.

 

*** 

 

POSTILLA CON NOTE

Di Opal Romanioli

 

Ho voluto aggiungere al fondo del racconto le necessarie note esplicative, necessarie soprattutto alla comprensione dei termini dialettali, per non interrompere il ritmo della narrazione. Da sempre le ho in uggia, proprio per il loro effetto distraente. Gli scritti hanno, diciamo dovrebbero avere, e con ciò non voglio assolutamente e presuntuosamente affermare che i miei ce l’abbiano, un ritmo musicale che non deve essere interrotto, pena l’alterazione, lo snaturamento del medesimo. Come non è corretto interrompere l’esecuzione di un brano musicale, qualunque esso sia, così non dovrebbe esserlo interrompere la lettura della pagina scritta. Non a caso, un tempo, pare che gli scritti, fossero essi racconti, poesie o sacre scritture, erano declamati ad alta voce presso un consesso di uditori, e ciò, non solo a causa del piuttosto diffuso analfabetismo, visto e considerato che la lettura era praticata soprattutto presso le classi abbienti e quindi colte. Ciò detto, eccovi quanto dovuto, scusandomi prima di tutto con piemontesi e pugliesi per l’approssimativa trascrizione di verbi e vocaboli della loro lingua, riportati essenzialmente secondo il loro valore fonetico, da me liberamente interpretato e forse non proprio corrispondente alla esatta dizione e scrittura. Me ne scuso. E resto volentieri in attesa che persone maggiormente esperte di me vogliano apportarvi le opportune correzioni. Grazie fin d’ora. Comunque, l’ordine è sequenziale e progressivo.

Opal Romanioli.

 

 

CUI DÌ D’AGUST = QUEI GIORNI D’AGOSTO

 

Bugianen = in piemontese gente che non si muove. Da “bugé” = muovere

Rusconi =  italianizzazione del sostantivo “ruscun = sgobboni” 

Bialere = canali

Boite = botteghe – officine

Cit = piccoli – bambini

Brajie = pantaloni

Camisa ‘d flanela; l’invern = camicia di flanella; l’inverno

Sigala = sigaro

Boscatè = venditore di legna (bosch)

Garbin = gerla; cesto

Canun = tubi della stufa

Turca = gabinetto senza il sedile, il c.d. water

Trabuccante = operaio che fa gli intonaci

Canapia = naso

D’andè suldà = di andare a fare il militare

Buse = cacche di cavallo

Fumna = donna-moglie

Sarache = aringhe essiccate-affumicate-sotto sale

Lisciva = detersivo di un tempo, ottenuto filtrando la cenere di legno in acqua bollente; in seguito miscela di carbonato di sodio

Bundì fumna = buongiorno moglie

Sigala ‘n buca = sigaro in bocca

Mama! Sarè ‘sta porta per piasì! = Mamma chiudete la porta per piacere!

Auste, plandrun! Và cerchete ‘l travaj! = Alzati fannullone! Va a cercarti un lavoro!

A ‘st’ura! Mama, l’è gnanca quatr’ure! = A quest’ora! Mamma, non sono neanche le quattro!

bunet = berretto

‘Na fia bela parej ‘d’n fiur! =  Una ragazza bella come un fiore!

Sua mare da giuuvna! =  Sua madre da giovane!

Cume la crusta dal pan! = Come la crosta del pane!

Culur ninsola! = Color nocciola!

Cume ‘l lait! =  Come il latte!

Biova = tipica pagnotta torinese di medio formato

Panatè = panettieri

Losa = lastre di pietra con cui sono fatti anche i marciapiedi

Pintun = bottiglione da 2 litri

Lavandere =  lavandaie

Va ‘n Bertula! = va in Bertolla

Maroda = divertimento dei ragazzi in voga fino a non molto tempo fa

Chiancunh = grosse pietre

Artijerh =  artigiani

Lattigate = imbiancate col lattice di calce

‘Na panza tant! = una pancia così (grossa)!

Cosa ta sterme nel faudal? = Cosa nascondi nel grembiule?

Senale = Grembiule in pugliese

Ma bin! Purtuma ‘l pan ai brigant! = Ma bene! Portiamo il pane ai briganti!

Lofia = brutta

Gagnu = bambino

A l’a la crota pienha…! – Pienha ‘d che? – Cume, ‘d che? ‘d pan, carn, suker, vin. Ajè ‘d tut stermà li suta! – Da bun? – Certo! L’hai vist mi, l’auta neuit, ‘ n camion cal discariava… – Ma va? – Ma certo! = Ha la cantina piena…! – piena di che? – Come, di che? Di pane, carne, zucchero, vino. C’è di tutto lì sotto! – Davvero? – Certo! L’ho visto io, l’altra notte, un camion che scaricava… – Ma va? – Ma certo!

Cul crin ‘mbosca ‘l pan! A l’à la crota pienha ‘d roba da mangè! – Cosa? Dise ‘n sal serio?- Certo, l’han vistlu… l’auta neuit ‘ n camion cal discariava… – Che bastard! – Crin! – Vigliacch! – Cupiu! = Quel porco imbosca il pane! Ha la cantina piena di roba da mangiare! – Cosa? Dici sul serio? – Certo, l’hanno visto… l’altra notte un camion che scaricava… – Che bastardo! – Porco! – Vigliacco! – Omosessuale! (detto in modo offensivo)

 

***

 

Le fonti delle notizie storiche di “CUI DI’ D’AGUST” sono state:

 

- Paolo Spriano. “Storia di Torino operaia e socialista”

- Celestino Canteri. “I fatti del pane 1917”

- Giancarlo Carcano. “Cronaca di una rivolta: i moti torinesi del ‘17”

- Del Carria. “Proletari senza rivoluzione”

- Castrovilli-Seminara. “Storia della barriera di Milano 1852 – 1945”

- Mario Montagnana. “Ricordi di un operaio torinese”

- Diego Novelli. “Il pane e la guerra e Torino si ribellò”

- Bianca Guidetti Serra. “Compagne”

- G.L. – R.A. “Intervista a Maurizio Garino”

- A. Gibelli. “La prima guerra mondiale”

- Nicola Tranfaglia. “Storia di torino 1915-1945”

- Antonio Lucarelli. “Il sergente Romano”  

E altri

 

***

 

La curiosa ed ulteriore coincidenza di cui anche questo scritto è rimasto oggetto e vittima, non la indicherò specificamente. Dirò soltanto, che in un mondo di ragazze supertrattate dalle lampade solari, per fortuna ve ne sono ancora di “bianche come il latte” così come è la nostra Jucci. E vorrei ulteriormente aggiungere e far sapere al lettore e, prima di lui in ordine di tempo, ad un eventuale editore, l’importanza, certamente non sfuggita, di portare alle stampe (la cosa è ormai superata dal tempo; oggi è il 25 agosto 2017) il racconto appena letto, non per compiacere me, né tanto meno il mio amico ed autore Opal Romanioli, ma per onorare, nel centenario della ricorrenza, la memoria di coloro che persero la vita per una causa in difesa della quale oggi si rischia qualche botta in testa, ma che allora costò centinaia di morti e di feriti. Il potere, almeno in Italia, è cambiato da allora, e certamente in meglio. Se ciò è stato possibile, faccio mie le parole del mio amico Opal, non è certo per la benevolenza di re, principi o altri governanti, ma soprattutto per coloro che hanno lottato per un mondo migliore. Tra questi non possiamo e non dobbiamo dimenticare i nostri nonni, i miei nonni, i vostri nonni, per altri i bisnonni e per altri ancora i trisavoli che l’Autore, raccogliendo le frammentarie notizie che ci sono pervenute, ha voluto ricordare.

Buon centenario ragazzi.

Ira Avv. Nilom 

 

*

 

Fine della dodicesima ed ultima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXVI di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI” 

* 

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata e con un nuovo racconto.

 

NOTA DELL’AUTORE

Il racconto “CUI DI D’AGUST” è tratto da una vicenda vera di cui poche e frammentarie sono le notizie storiche. Il sottoscritto ha fatto il possibile per riportare in modo veritiero i fatti desunti dalle medesime, inserendoli in un racconto di pura (ma non troppo) fantasia, quale è il racconto delle due famiglie protagoniste del medesimo. Per quanto riguarda la vicenda dell’assalto alla chiesa di Nostra Signora della Pace e del suo Parroco, ho omesso il nome di quest’ultimo per un senso di devoto rispetto che nutro nei confronti della Chiesa dove sono stato battezzato e dell’oratorio dove ho passato gli anni della mia infanzia, tanto più che le notizie e i giudizi relativi al medesimo Parroco non mi sono parsi completamente acclarabili. Ciononostante ho voluto ugualmente descrivere l’episodio dell’assalto – assalto realmente avvenuto - alla dispensa del nostro Parroco, in modo fantasioso e quasi burlesco proprio per non dare all’episodio un significato anticlericale che non mi appartiene.

Paolo Molinari

 

35 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXV parte

27 Agosto 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXXV 

*

 

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

 

 

VENERDÌ 24

 

Il giorno di venerdì è il giorno più importante e decisivo della sommossa.

La situazione, prima che riprendano gli scontri, vede una città completamente tagliata in due. Già lo è naturalmente per quella Dora che l’attraversa e obbliga il passaggio sui suoi ponti. I fiumi sono una difesa naturale per le città. Per questo venivano costruite a ridosso dei medesimi, oltre che per l’approvvigionamento d’acqua dolce. Adesso però sono gli schieramenti delle forze di polizia e militari che, attestati lungo la suddetta linea, spaccano definitivamente la città in due parti. E ovviamente non se ne stanno semplicemente con le mani in mano ad aspettare che gli avvenimenti precipitino.

Le due zone son in gran parte in mano ai rivoltosi è vero, e va assolutamente evitato il loro ricongiungimento. Ma i militari sanno che la situazione è potenzialmente sotto il loro dominio. È solo questione di volontà politico-militare. Quando arriverà l’ordine di fare sul serio, allora non ci sarà scampo per gli insorti, mal armati e senza una guida, senza una testa e un comando. Spartaco non guidava un esercito, ma era un capo che prendeva decisioni. Lui e i suoi resistettero mesi alle legioni romane, prima di essere distrutti e crocifissi. Ma la sconfitta la subiscono anche gli eserciti con i migliori generali. Perdono e vincono per mille ragioni. Non certo, però, per l’impreparazione alla guerra, alle battaglie, agli scontri e alle azioni di polizia. Ragion per cui, questa, che già dal primo mattino danno inizio alle azioni di sgombero. E quindi attaccano in modo massiccio i presidi dei rivoltosi. Vengono utilizzati i tanks e le mitragliatrici per il lavoro grosso, e la cavalleria e i fanti per le “rifiniture”.

A Nizza e in borgo San Paolo hanno presto ragione degli insorti quasi per niente armati e non certo istruiti allo scontro militare. Ci sono ovviamente morti e un sacco di feriti. Ora i militari dirigono verso la barriera di Milano per completare l’opera. Attaccano la barricata tra corso principe Oddone e corso Regina e in breve la riducono in pezzi. Quindi dirigono verso la barricata sul ponte Mosca. La resistenza è strenua, ma i militari non possono non avere la meglio su un manipolo di rivoltosi forse armati di coraggio, ma senza le mitragliatrici e i cannoncini dei tanks che seminano la morte.

A questo punto le forze di polizia proseguono il loro cammino devastante verso l’interno della barriera di Milano.

Gli uomini della rivolta stanno in trepida attesa attestati sull’ultimo baluardo in grado di opporvisi, la barricata di corso Vercelli-via Carmagnola dove arriva vicinissimo l’eco delle fucilate. Allora a sorpresa escono dai sicuri ripari della barricata e si scagliano contro i militari. È una mossa indovinata. Quando è la disperazione a guidare gli animi, l’ultimo ostacolo, la paura, viene abbattuto. E un corpo senza freni e senza la paura della morte è un corpo vincente. E infatti un ammasso di uomini e donne, ora compatto come un muro, ora sfilacciato come uno sciame d’api che cambia continuamente forma e direzione e che non consente ai capi militari di organizzare la controffensiva, si abbatte su di questi costringendoli alla ritirata. Gli insorti prendono coraggio. Il morale si fa alto. E in alto garriscono le bandiere rosse e le bandiere nere della rivoluzione. «Avanti compagni!» gridano i più attivi tra di essi. «Avanti!»«Anduma!» «Jammh!» A quel punto crollano gli steccati ideologici. Non più socialisti opposti agli anarchici, piemontesi opposti ai meridionali, ma un insieme forte e vigoroso che, come un fiume in piena, un’onda più forte e vigorosa dell’esile Dora che li divide dai compagni, verso quelli si dirige. Il fiume in piena punta verso il centro, in cerca di quel ricongiungimento con i rivoltosi dell’altra parte della città e per conquistare i centri nevralgici del sistema, come abbiamo visto, per diventare un’inondazione e quindi una rivoluzione. Ripassa la Dora sul ponte Mosca e punta su via Milano. A Porta Palazzo però trova i soldati ad aspettarla. Ma la piazza è grande e l’onda dilaga come un tutto improvvisamente sparsosi in mille e mille gocce impossibili da arrestare. Poi, passato il pericolo, le gocce si ricompongono e il la marea si riversa in via Milano, incuneandosi verso il centro ormai vicino. La Prefettura in piazza Castello, la Questura di via Roma, le caserme di via Cernaia sono a portata di mano e, prese quelle, il gioco è… potrebbe essere fatto. Ma, ahimè, come un principiante non vincerà mai al gioco degli scacchi con un professionista; come un ciclista della domenica non potrà mai battere un professionista, così nel gioco schifoso della guerra alla fine i professionisti hanno la meglio sui rivoltosi, specialmente quando questi vengono lasciati soli. Dove sono infatti i grandi rivoluzionari delle rivoluzioni salottiere? I teorici delle rivoluzioni parlate? Non se ne vede manco uno. Tutte le scuse sono buone per starsene lontano. Non è la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima. La rivoluzione per la maggior parte di essi è una tigre da cavalcare fino a che dia loro opportunità di “carriera”. Il popolo, la classe operaia, il proletariato… c’è chi li sfrutta nelle fabbriche e chi con le false promesse. Dopo di che… «sciolti!» diceva qualcuno in quel magnifico film che è L’Armata Brancaleone, «sanza meta!». Ognuno per i cazzi suoi. E così l’esercito intanto ha preso pieni poteri e fa ciò per cui è stato comandato: spara e non fa economia di cartucce. Tanks e mitragliatrici fanno strage nonostante gli appelli a fraternizzare espressi dai rivoltosi ai soldati e nonostante in corso Regina gruppi di donne si siano buttate davanti alle ruote dei carri per fermarne l’avanzata. A sera non si capisce bene quanti sono i morti. Chi dice 30, chi dice 50 e chi dice 100 e chi 500. Non lo sapremo mai. I feriti sono migliaia e ancor di più gli arrestati, incarcerati e deportati a Exilles, dove li ammazzano di botte. Certa è solo la sproporzione lancinante tra i caduti dei due opposti schieramenti. Tra i soldati i caduti sono tre: un soldato, un caporale e un ufficiale.

 

*

 

E i nostri due ragazzi, la Jucci e il suo Tonino, dove son finiti? Li abbiamo lasciati sugli scalini dell’uscio di una casa di via Agliè giovedì notte, dopo i fatti della chiesa della Pace. Sono passate quasi 24 ore: dove sono? 

«Il mattino li colse abbracciati».

Sarebbe un inizio denso di suggestione amorosa. Ma non andò così.

 

- E ben… – fa una rude voce di donna, una di quelle voci da portinaia con le palle,  - cos feve sì vuiautri dui? ‘ndè a ca vostra! Fila! – ( Ebbene… cosa fate qui voi due? Andate a casa vostra! Filare!)

I due ragazzi, rattrappiti per la nottataccia sulla pietra degli scalini, si alzano massaggiandosi le ossa. La donna è sulla porta con la scopa in mano, tutta vestita di nero, con un grembiulone marron scuro che le va dal grosso seno fino ai piedi affondati dentro le ciabatte.

- ‘nduma! – (andiamo!) – fa piuttosto risoluta, – deve da fè! – (datevi da fare!)

I due ragazzi non fiatano. Sanno di essere in torto, e tacciono. Così era l’educazione un tempo. E stanno per andarsene, quando…

- Ma… – esclama a questo punto la donna vedendoli in faccia, – spetè ‘n mument…ti ‘tsen nen la fia ‘dl’Ernesta? – (Ma… aspettate un momento… tu non sei la figlia di Ernesta?)

- Si… – risponde Jucci, rossa in volto e a testa bassa, con una vocina da bambina.

- E… – biascica la donna sorpresissima, – co’t fase sì… cos feve… – (E… cosa fai qui… cosa fate…)

- Niente, – fa Tonino, – adesso ce ne andiamo.

- L’hai nen parlà cun ti! – (Non ho parlato a te!) fa la donna, ancor più risoluta, al nostro Tonino. – Ciutu. (Zitto).

Jucci è confusissima. Sta per piangere. A quel tempo non era cosa tanto normale per una ragazza passare la notte fuori casa con un uomo; sulla soglia di una porta, poi…

Così, con le mani tenendosi la testa, fugge piangendo, che i singhiozzi arrivano fino a casa sua. Tonino la rincorre. – Jucci fermati! Jucci…

 

Quando li vedono sono baci. Baci da Brunetto. Baci da Nesta. Baci da Bicetta. Nellina salta in braccio a suo fratello le si stringe al collo e lo bacia, lo bacia, lo bacia. Tonino è sfatto dalla commozione. Tutti sono incredibilmente commossi. Anche i vicini di casa che hanno partecipato anch’essi in trepida attesa. 

- E bin… – fa Ernesta alla ragazza, – spiega… dime tut. (Ebbene, spiega… dimmi tutto.) 

Jucci racconta con Tonino come sono andate le cose. Ernesta scuote la testa mettendosi le mani nei capelli. Anche Bicetta è stravolta e ringrazia ripetutamente il Signore. I ragazzini sgranano tanto d’occhi e non si perdono una sillaba, mezzi spaventati, mezzi presi dall’entusiasmo per quell’avventura, che fanno loro, come è di tutti i ragazzini.

-  Figghije mije - fa Bicetta al suo ragazzo, – tu mi à fa murì de scant. – (Figlio mio, mi farai morire di spavento). – Lui la abbraccia teneramente. – Mamm, nan chiangite,nann’è nnudd! – (Mamma non piangete, non è niente!) – Seh… nudd… u core miij… – (si… niente… il mio cuore…)

- Sa, – dice a questo punto Nesta, – adess mangiuma quaicoss. (Sa, adesso mangiamo qualcosa.)

- Seh, – dice Bicetta, – mangmh. (Si, mangiamo.) 

Così la doppia famiglia Magnone-Lanzotta si mette a tavola. Non c’è molto. Anzi, manca tutto. Anche la dovuta felicità per tutti i motivi che rendono felici due famiglie dopo un fatto così.

Brunetto non si lascia andare nel chiedere al suo eroe Tonino, com’era questo e com’era quello… ma ha un’aria mogia mogia e ogni tanto si morde il labbro.

La piccola Nellina fa altrettanto con la Jucci. La accarezza e ogni tanto le scappa una lacrimuccia. Le due madri si guardano negli occhi con una intensità mai vista.

Jucci è improvvisamente assalita da un terribile pensiero.  - Mama, – domanda con voce incerta – co’i capita, perché piure? Mi son sì… – (Mamma cosa succede, perché piangete? Io sono qui…)

Gli occhi di Nesta improvvisamente sgorgano lacrime incontenibili. 

- Mama… perché… 

Tutti tacciono col capo chino. Allora Nesta infila la mano sinistra nella saccoccia del grembiule, ne estrae una carta piegata in due, la posa sul tavolo e con la punta delle dita la sospinge piano piano verso la ragazza.

Jucci l’afferra. Legge.

- Noooo… noooo… noooo… - il suo urlo straziato raggiunge tutto il caseggiato.

Allora Tonino prende il foglio e legge:

 

- TELEGRAMMA -

 

Ministero della Guerra, eccetera eccetera, alla famiglia di Magnone Felice, Torino, via, eccetera eccetera, il Comando del XXX reggimento XXX comunica che il fante Magnone Felice, fu Domenico, di stanza a XXX è caduto nella giornata del 23 marzo 1917, mentre eroicamente combatteva per la difesa della Patria. Il Ministero della Guerra porge alla famiglia… eccetera eccetera eccetera.

 

*

 

Fine della undicesima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXV di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

*

 

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata.

 

 

34 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXXIV

27 Agosto 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

 

* 

PARTE XXXIV  

*

 

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

 

 

SCONTRI DEL GIOVEDI 23

 

È il primo pomeriggio di Giovedì 23 agosto. Gli scontri si fanno cruenti per strada come sulle barricate. In via Garibaldi e in piazza Statuto ci sono dei morti e ci sono dei feriti. Gli insorti allora arretrano verso la barriera di Milano inseguiti dai soldati. Là ci sono compagni e altre barricate, sarà più facile resistere. Intanto, ritirandosi, cercano di costruirne nuove, ammucchiando tutto quanto possono, per disporre un nuovo argine contro gli assalti della cavalleria. Ma che possono fare? Cedono. Cedono le strutture improvvisate e con esse anche gli uomini.

Cavalli e soldati travolgono ogni cosa. Le sciabole trafiggono, i cavalli sbaragliano. I superstiti arretrano ancora. E sono sul ponte Mosca. La barricata è solida e accoglie parte dei compagni che indietreggiano. Altri proseguono verso l’interno dei quartieri operai, verso corso Novara. Sul loro passo ci sono due casermette delle guardie di città, una in corso ponte Mosca e l’altra in zona Aurora. Le assaltano e prendono ogni cosa possa servire alla difesa. Poi lo sciame si intreccia e si confonde con la folla già in agitazione nel cuore del quartiere. La tensione è altissima. Come la Mole Antonelliana.

Contemporaneamente, in corso Palermo, c’è un notevole subbuglio proprio davanti alla chiesa della Pace. La chiesa è un imponente edificio a croce greca sito nel quadrilatero formato dal corso ponte Mosca, via Sesia, corso Palermo e via Malone.

Le voci, le notizie durante un subbuglio, un trambusto o una sommossa, Manzoni docet, sono l’elemento più ricorrente ed incontrollato. Alcune sono vere, spontanee, altre tendenziose e false. In tali circostanze due interessi contrapposti si fronteggiano, quello dei rivoltosi e quello degli assediati, chiamiamoli così, presi a bersaglio. In genere i rivoltosi sono tenuti insieme da un miscuglio di ideali, desideri e rabbia verso un obiettivo. Sanno più o meno cosa vogliono, ma non sanno come ottenerlo. In due parole, sono disorganizzati. Ecco perché sommosse, tumulti e rivolte finiscono sempre male per loro. Sul fronte opposto, sul fronte degli assediati, può mancare la carica emotiva ed ideale, ma non certo l’organizzazione. Questo, ovviamente, perché stiamo dando per scontato che le parti in lotta appartengano, rispettivamente, al popolo soggetto e senza potere, e quindi al potere che tiene assoggettato il popolo. In altre poco probabili e rarissime circostanze possiamo immaginare posizioni di altro genere. Diversamente fu, ed è, sempre così. Purtroppo. Da millenni, infatti, il popolo ha, come suo esercizio principale, il lavoro e le preoccupazioni pel vivere quotidiano e, possiamo anche aggiungere, una certa dose d’innocenza. In campo avverso, invece, le cose stanno completamente all’opposto. Il potere lavora costantemente per mantenersi tale. Ha tutto dalla sua, denaro, ricchezze, polizia, eserciti, sostegno di altri analoghi poteri e usa questo insieme, regolarmente e con più o maggiore durezza a seconda delle circostanze. Difficilmente viene colto di sorpresa e, comunque, anche quando accade ha gli strumenti e i mezzi per porvi rimedio. Uno di questi è il ricorso alla delazione, ovvero il potere di indurre elementi di parte avversa, al tradimento; l’altro, l’uso degli infiltrati, in genere dei poliziotti, comunque sempre dei professionisti, che hanno il compito di confondere le idee dei rivoltosi, sviarne gli obiettivi, portarli a ficcarsi con la testa nel sacco. Sono i cosiddetti “provocatori”. Questo, soprattutto, prima o comunque quando non può, per varie ragioni, far ricorso al massiccio impiego e dispiego di grandi forze. E le voci che circolano ora tra i nostri rivoltosi, le voci ammaestrate e ammaestranti, dicono che negli scantinati della chiesa della Pace stanno nascoste ingenti provviste alimentari, armi e munizioni. È accaduto poco prima in borgo San Paolo con l’incendio della chiesa di San Bernardino, dove hanno trovato poco o niente, certo non le armi che speravano. Perché si portano i rivoltosi a fare questo? Ebbene, se la guerra si vince prima di tutto sul piano ideologico, cosa di meglio che screditarli inducendoli a macchiarsi di crimini insensati, inutili, ma dal forte impatto negativo sull’opinione pubblica e quindi su se stessi. E poi, cosa non meglio del pretesto? Il pretesto per compiere atti di repressione efferati, come risposta ad azioni sovente detestabili agli occhi della gente innocente. E cosa di più sciocco ed efferato che prendersela con dei preti e con la chiesa? e cosa di più sciocco di un prete che, salito in cima al campanile, mentre i dimostranti urlano:

- Abbasso la guerra! Basta guerra! Basta morti! Basta fame! – non sa far di meglio che insultare la folla.

- Tornate a casa, a casa! – strilla con tono arrogante. – Tornatevene a casa, scioperati! 

E questi di rimando:

 - A casa non abbiamo niente da mangiare! Vogliamo il pane! Basta sofferenze. Basta guerra!

- Il pane c’è. Ma voi cercate altro. Andate. Tornate a lavorare, lavativi! Bolscevichi. A lavorare!

- Abbasso la guerra! Abbasso i preti!

- A casa, delinquenti! Birbant! 

Chi lo abbia messo lassù un simile soggetto, certo sapeva il fatto suo. E Conosce il carattere duro, arrogante, impulsivo e provocatorio del prete. Conosce il carattere della folla. E conosce anche quei tre o quattro che mischiati alla medesima non fanno che suggerire al proprio vicino: - A l’a la crota pienha…! – Pienha ‘d che?- Cume, ‘d che? ‘d pan, carn, suker, vin. Ajè ‘d tut stermà li suta! – Da bun? – Certo! L’hai vist mi, l’auta neuit, ‘ n camion cal discariava… – Ma va? – Ma certo! 

Il gioco è fatto. La voce corre. – Cul crin ‘mbosca ‘l pan! A l’à la crota pienha ‘d roba da mangè! – Cosa? Dise ‘n sal serio?- Certo, l’han vistlu… l’auta neuit ‘ n camion cal discariava… – Che bastard! – Crin! – Vigliacch! – Cupiu! 

A questo punto l’insulto più ricorrente è diventato: 

- Imboscatore!

- Tornate a casa! – torna a tuonare il reverendo dall’alto del campanile. – ‘ndè a ca!

- Luma fam! Abass la guera!

- La guerra è inevitabile… là i nostri fanti… 

- Ma chi ce l’ha messo lassù, quel pazzo? – fa Tonino ad un compagno che gli sta di fianco. – Quello è un vero e proprio pazzo. – Così sono i preti, - dice l’altro, – sempre schierati dalla parte dei padroni. – Sì, ma in questo modo viene fuori un gran casino!Ebbene? Meglio! – risponde ancora l’altro. 

- Tira fuori le provviste! – urla adesso una voce proveniente da più indietro. – Le provviste! Sappiamo che ha la cantina piena!

- Sì, le provviste! La roba da mangè! Abass la guera!

- Visto? - fa il compagno di Tonino. - È anche un imboscatore… – Tonino è dubbioso. – A me mi sembra tutto combinato, – osserva. – Ma fate furb, – dice l’altro, – non dire scemenze! E poi, per noi non ha importanza. Ciò che conta è la rivoluzione! -  Ma questa non è una… 

- Io quel lì lo conosco! – fa ad un tratto la Jucci sottovoce al suo Tonino, tirandolo per la manica della camicia. – Chi? – fa lui, sorpreso. – Quel lì che grida… quello con la camicia rossa… è un madama! - Sicura? – fa lui, – e come lo conosci?

 - Qualche mese fa, dalle suore in via Vestignè è venuto Don *** a parlare con la madre superiora e con lui c’era quel lì, vestito da pulotto!

- Ma sei sicura?- Ma certo! L’ho ben visto in faccia!Hai visto – fa Tonino al suo compagno - hai visto che… -  In quel mentre:

- Ma cosa dite, briganti senza amor di patria, che c’è il nemico alle porte… Viva la guerra! - urla lo sconsiderato prete. – Questo dobbiamo dire! Viva la Guerra! 

Uno scossone scuote la folla. Si forma un’onda pesante che sospinge e abbatte il portone d’accesso al cortile dell’oratorio. Uomini e donne dilagano ovunque. Poi qualcuno urla: – Da sì, da sì, la crota l’è si suta! – Il fiume s’ingrotta come quei fiumi che siamo andati a liberare dal nemico. Cosa accade “lassotto” ce lo immaginiamo. Poco dopo uomini e donne tornano in superficie. Chi ha rimediato una sporta di munfrinhe. Chi cassette di tumatiche. Chi una cesta di bulé. E poi aspars, gherssin, ciculata, paste ‘d melia, tumin e gurgunsola. Due uomini portano a spalle un quarto di vitello. Una donna e poi un’altra e un’altra ancora hanno mani, faccia e grembiuli in seno pieni di farina che svolazza al minimo alito di vento. Un’altra si è presa una gabbietta con due cocorite. Un tale tiene un gatto per la coda. C’è chi sbrindella pacchi di gallette dell’esercito italiano. E poi sacchi di castagne, nocciole, noci, che rotolano tra i piedi. Pezzi di lardo, pacchi di zucchero a quadretti, marmellata di ciliegie, caffè, carne in scatola sudamericana, sacchi di pasta e trecce di salami che fuoriescono dallo scantinato con le loro gambe. Così pare. Che camminino. Un tale ha ficcato un coltello in un prosciutto e ne taglia pezzi, che distribuisce a destra e a manca. Un altro trinca da un pintone di barbera e poi lo passa ad altri che non lesinano e fanno circolare. C’è un tale che si è messo in bocca quattro sigari toscani, che accende ad uno ad uno e poi passa ai suoi vicini e c’è una forte euforia che nemmeno a carnevale…

Intanto hanno messo la bandiera rossa cima al campanile e il prete improvvido si è eclissato. Poi la roba viene ammassata fuori, nel corso, che le donne del quartiere possano rifornirsi e portarsi qualche cosa a casa. Ce n’è da sfamare un esercito. E infatti… 

La tromba in queste circostanze è il suono più terribile che si possa udire. Raggela il sangue. Ma è niente rispetto a ciò che ne segue. Il clima euforico e quasi carnevalesco si spegne come un cerino per un colpo di bufera. I cavalli irrompono sul marciapiede e travolgono uomini e cose e il ben di Dio. Quel ben di Dio calpestato dai cavalli; che peccato. Ma è niente. Perché le sciabole sguainate fendono l’aria e staccano pezzi di carne umana. Questa è la differenza. Gli affamati tagliano i prosciutti, le guardie armate staccano membra umane. Per fortuna sparano anche, che la morte per colpo di fucile pare essere più benevola. Così pare, ai vivi. Il fuggi fuggi è generale, disordinato e gli uomini affidano il proprio destino alle proprie gambe. A volte va bene, a volte è peggio. Perché anche travolti da un cavallo in corsa è sorte piuttosto orrenda anch’essa.  

Tonino ha in mente i racconti di suo padre, che li ha avuti da suo padre, nonno Francesco. Sa cosa vuol dire trovarsi in campo aperto quando uomini, cavalli, sciabole e schioppettate ti inseguono inesorabili. Nei fondi tra Santeramo e Gioia del Colle, nelle giornate del febbraio 1861, Crocco, il sergente Romano e i loro briganti vengono sorpresi dalle guardie nazionali e dai soldati. “Pam!” “Pam!” “Pam!” le schioppettate arrivano e si sentono dovunque. Gli uomini corrono inseguiti da uomini e cavalli pesanti come carrarmati. Alcuni cadono. Le teste, le braccia cadono sotto i colpi delle sciabole affilate. Il sangue scalda la terra fredda del febbraio. I briganti corrono, si dileguano, svaniscono nei boschi e nelle masserie. E iniziano i rastrellamenti e il fuggi fuggi disordinato dei “cristiani” e il cadere di tanti poveri ualanh, braccianti e contadini ignari e colpevoli solo di essere spaventati a morte.

Ecco perché al posto di fuggire a gambe levate, Tonino prende di brutto la sua Jucci per un braccio e si rifugia in chiesa. Là le guardie non spareranno. Non avranno questo coraggio. Non avranno il coraggio che ebbero ai tempi dell’unità, quando, più d’una volta, donne inermi vennero stuprate e poi uccise, proprio davanti all’altare.

La chiesa è vuota. I banchi li hanno portati fuori per farne barricate. Barricate che non hanno resistito più di tre minuti, scavalcate dai cavalli e portate via dai militari. Restano gli altari coperti dalle loro cotte fino a terra. C’è Santa Rita nella navata di destra. Santa Chiara in quella di sinistra. Al centro l’altar maggiore. No. In quello no. Non se la sentono i due giovani. 

Santa Rita li protegge fino a notte.

Quando escono, furtivi in via Malone, è buio, ma non pesto. Scie bianche di farina risplendono sotto la luna come piccoli torrenti di campagna. Ci sono cose distrutte dappertutto. C’è un odore di vino nauseante. Il vino delle botti di Don *** rovesciate, che contribuisce ad appesantire l’afa già pesante per suo conto.

Casa loro dista non più di quattro, cinquecento metri al massimo. Devono scendere per via Malone fino ad incrociare la via Monterosa e poi da lì tirare dritto fino al fondo della stessa, al quadrivio formato dai corsi Palermo e Novara con via Aosta e la via Circonvallazione dirimpetto alla “barriera dell’Abbadia”. Potrebbero scendere direttamente per corso Palermo, ma questo è troppo esposto, e poi sembra che stiano facendo dei rastrellamenti. Ed è così. Si sentono le voci delle guardie. Qualche urlo. Dei carri in movimento che raccolgono il disastro. Ma anche via Monterosa da lì in avanti è un lungo rettifilo senza nascondigli e senza più vie traverse. Così decidono altrimenti.

Il pericolo maggiore è dato dall’attraversamento di corso Palermo. Troppo esposto, abbiamo detto, e poi è stato il centro dei casini. Così prendono via Lombardore, la perpendicolare a via Malone, che dalla chiesa porta in corso Novara. È una via corta cento metri. Sempre tranquilla. Facile da controllarne il traffico. Uno sguardo. Non c’è nessuno. Ci vanno, ratti contro i muri come boie. A metà strada, alla loro sinistra, c’è via Barbania, una perpendicolare che porta nuovamente in corso Palermo. Un’occhiata e svoltano. Dal corso però vengono rumori e urli di sbirri e di soldati. Allora deviano svelti a destra in via Agliè. Altro mozzicone di via che parallelo al corso Palermo tira dritto in corso Novara. 50 metri circa. Il silenzio della via è assoluto, ma l’eco dei movimenti giù nel corso lo si sente anche da lì. Adesso si tratterebbe di sbucare in Corso Novara e poi svoltare a sinistra fino in via Favria, una ventina di metri non di più. Via Favria è una vietta fatta ad “elle”, che congiunge corso Novara e corso Palermo. È un altro passo in avanti verso casa, al riparo. Dall’angolo della stessa su corso Palermo a via Monterosa è un salto, ci sono meno di 50 metri. Una volta là, sono al sicuro, a casa.

Intanto a casa, Nesta e Bicetta sono disperate e piangono abbracciate, sedute al tavolo dei Magnone. Le notizie che giungono sono tremende. Si parla di un sacco di morti e di feriti. Brunetto vorrebbe andare “chissaddove” a fare “chissacché”, ma sua madre lo tiene stretto per le bretelle dei calzoni. La piccola Nellina, dorme in seno alla sua mamma, che le accarezza il capo. Anche lei ha il faccino triste. 

Tonino parte rasente i muri, Jucci gli sta dietro. Sono quasi sull’angolo di corso Novara, ma anche da lì si sentono passi di scarponi e rumore di ferraglia.  

- Accidenti, – sussurra Tonino, – siamo intrappolati. Ci sono guardie dappertutto.

Jucci trema che le battono i molari.

- Non aver paura, – fa lui. – Non aver paura. Ce la faremo. Per il momento, non muoviamoci di qui. – E, così dicendo, arretrano, rinculando, fino all’ingresso di una casa, sollevato tre scalini e con un pianerottolino rientrante un po’ più di mezzo metro entro il filo del fabbricato. Un prezioso ricovero per non essere visti. Lì, in quel buco scuro, si rannicchiano e stanno in attesa che la situazione si normalizzi.

E la notte, oltre che essere scura è anche lunga…

 

Intanto, la notte è scesa anche su metà del resto del mondo e per fortuna anche sulle barricate ancora in piedi, dove i rivoltosi ancora in vita, finalmente possono riposare. Domani riprenderanno la marcia verso la conquista della città. Per ora si contano i morti. Le cronache narreranno di 7 operai morti e 37 feriti. Ma la realtà è ben più atroce. Lo sanno gli operai. Lo sanno le forze di polizia, cui nulla sfugge.

*

 

Fine della decima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXIV di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

*

 

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata.

 

 

33 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXXIII

24 Agosto 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

Ovvero:

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

*

PARTE XXXIII

*

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

Jucci ha fatto la prima. Dopo di che la madre l’ha messa a cucire dalle suore in via Vestignè. Ci va per imparare. Una donna deve saper cucire, non solo per le necessità della casa, ma anche per avere un “mestiere tra le mani” – così si diceva un tempo – e le suore sono le insegnanti più qualificate. Oggi, però, la situazione è cambiata. Col marito al fronte, Nesta ha bisogno di un introito. Presto finiranno i soldi che il Lice le ha lasciato e allora saranno dolori se non si trova qualcosa da fare, perché col sussidio per le famiglie dei combattenti si va poco lontano. E poi arriva, quando arriva, e sempre in ritardo, cosa che la pancia non sa accettare. Brunetto, è vero, ha “trovato” da un tipografo amico di suo padre, ma è solo per le vacanze, presto inizieranno le scuole e dovrà lasciare “il posto”. E poi, sono quattro soldi che non bastano a niente. Il ragazzo però è deciso e vuole continuare. È un ometto coraggioso e interpreta già il ruolo del capofamiglia. Ma Nesta vuole che si prenda la licenza elementare. Brunetto infatti è ancora un gagnu che va alle elementari. Farà la quinta l’anno prossimo. Così Nesta si dà da fare e va a chiedere alle suore che cerchino un lavoro alla figlia presso qualche sartoria di loro conoscenza. Poi va alla Nebiolo a chiedere che le diano il posto del marito. Ma la Nebiolo è in crisi. Sta, è vero, riconvertendosi alle necessità della produzione bellica, ma non è ancora preparata ad assumere personale non qualificato. Lo farà poco più avanti. Così la Nesta finisce per rivolgersi ad una “conoscenza”. “Conoscenza” con tanto di virgolette.

*

Nesta da giovane era una bellissima ragazza molto corteggiata. Tra i suoi corteggiatori vi è un tale che lei disdegna fortemente. Un tipo insignificante dalla faccia lofia. Brutta. È il figlio del padrone della casa dove Nesta abita con i suoi genitori. I suoi genitori, quelli di Nesta, ovviamente, avrebbero volentieri acconsentito alla sistemazione della figlia, ma il diniego non arriva solo dalla ragazza, che è già innamorata del suo Lice, ma anche e soprattutto dai genitori del ragazzo, che non possono certo accettare di veder compromesso il loro “rango sociale” con quello di una famiglia di operai con le pezze al culo. Ciò, naturalmente, avviene nel più rigoroso silenzio e nella più assoluta mancanza di contatto tra le parti. La famiglia di Nesta, infatti, non verrà mai contattata dal padrone di casa, né il ragazzo dalla famiglia di Nesta, anche se…

A quel tempo vi era una categoria di persone, soprattutto donne, che si occupava di tessere ed allacciare tresche e rapporti in ogni campo, compreso quello sentimental/matrimoniale, oggi sostituiti dalle agenzie: i sensali e le mezzane. E ad una di queste ultime si era rivolto il giovane, per avere ragione della insensibile bramata, non avendo il coraggio, ma nemmeno il lignaggio, di ripetere, non solo il gesto insano di un insano Don Rodrigo, ma nemmeno le gesta “eroiche” dei suoi re, che in fatto di donne non hanno niente da imparare da nessuno. Non se ne fece niente, come è d’obbligo l’intuire. Nesta sposò Felice; e il figlio del padrone di casa, tale Alberto Lasagna, detto Bertu, ci restò male. E a restarci male non fu il solo, saranno in due, anzi in tre, meglio in quattro: i genitori di Nesta, il pretendente della medesima e la mezzana, che da quegli, il Bertu, deve vedere ancora adesso il compenso per il suo interessamento. Nesta, comunque, ci rimedia lo stesso più di uno schiaffone per essersi opposta al volere della famiglia, e il nostro Bertu una decurtazione del suo pret settimanale, la paghetta diremmo oggi, perché la mezzana si rivolse direttamente al Lasagna padre e, chissà come, si fece dare quattro volte tanto il dovuto; “il tanto” che venne detratto all’Alberto Lasagna figlio, per parecchie settimane dal suo pret, per rifondere la spesa sostenuta.

Quel tal Lasagna Bertu però non si è mai rassegnato. Aveva un capriccio e voleva toglierselo e, il destino alle volte gioca dei brutti scherzi, specialmente quando è il destino della povera gente.

Nesta, spinta dalla necessità sì, ma anche e soprattutto da un certo affanno, l’ansia, diremmo oggi, di non riuscire a farcela, sa che Lasagna ha fatto carriera alla Fiat. Lo sa perché Lasagna padre è il padrone di casa anche della sua attuale abitazione e quindi, certe cose sono di dominio pubblico tra gli inquilini. Così una sera, il cuore in gola per l’emozione e la vergogna, si mette la veste più bella che ha e va ad appostarsi davanti all’uscita degli impiegati di via Cuneo. Lasagna la nota subito. Così come l’hanno notata i coinquilini della casa e mezzo circondario. Lei si fa il segno della croce senza farsi scorgere poi, gli si avvicina.

- Bunha seira munsù Lasagna, ca ma scusa s’an permettu… – (Buonasera signor Lasagna, mi scusi se mi permetto…)

La settimana dopo Nesta lavora a far proiettili. Il circondario a tessere maldicenze.

A questo punto la Jucci resta a casa ad assumere il ruolo della madre. Penserà lei ad ogni incombenza. Penserà lei a far da mangiare per sé il fratello e preparerà anche il cavagnin col mangiare per la Nesta. Ma per preparare il disnè bisogna far la spesa. E nella spesa c’è anche e soprattutto il pane. Ecco, dunque, che Jucci, merito l’assenza del papà, partecipa a tutte le vicende che abbiamo narrato fino ad ora, ovvero alle dimostrazioni per il pane, e via dicendo, ma soprattutto sarà, con i compagni, alla chiesa della Pace, testimone di un nuovo incredibile episodio che vedrà protagonista un “reverendo padre”.

 

LA CHIESA DELLA PACE

 

La chiesa della Pace è la chiesa di quella parte della barriera di Milano dove c’è la più intensa concentrazione di operai. È la chiesa dei barricadieri; è la chiesa dei nostri protagonisti; è la chiesa che ha consacrato l’unione di Lice con la Nesta; è la chiesa dove Jucci vorrebbe sposare il suo bel Tonino detto Lans, il quale, a dire il vero, per mantenere fede alla sua convinzione, da vero anarchico, ne farebbe a meno, ma non proprio volentieri, come in genere si usa esprimersi in queste circostanze. Tonino è sì un anarchico irriducibilmente e necessariamente mangiapreti, ma non è un ateo. No, non lo è affatto e non è nemmeno uno sciocco disposto a litigare con due famiglie, la propria e quella della futura sposa, per un inutile puntiglio ideologico. La rivoluzione, l’uguaglianza, la pace, la giustizia non obbligatoriamente devono poter fare a meno del Padreterno. Forse dei chiacchieroni, dei preti sempre schierati coi padroni, questo sì, ma i preti e il Padreterno non sono la stessa cosa, anche quando qualcuno di essi è simpatico e sta dalla parte dei lavoratori. Quanto alla liturgia, ovvero la cerimonia con l’abito bianco e tutto il resto, se il rinunciarvi significa inimicarsi qualche centinaio di parenti, ebbene, a questa stregua, allora ben venga: perché farne a meno?

Queste posizioni, ovviamente, Tonino non le esprime al circolo. Con la Jucci se ne parla in modo sfumato. Si pensa senza dirlo: “al momento buono si vedrà il da farsi.”  Intanto, ecco che accade il fatto cui poc’anzi ho fatto cenno, che vedrà coinvolti i nostri due ragazzi e la chiesa, o meglio, il parroco della medesima, tale Don Michele, detto anche “Don Drugia” per via del suo aspetto trasandato, oltre a una folla di qualche centinaio di persone.

*

Fine della nona parte di

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

parte XXXIII di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

*

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata.

 

 

32 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXXII

22 Agosto 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

*

PARTE XXXII

*

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

*

Nota:

per motivi che non esplico, il capitolo XXXII è stato in parte decurtato. Per conseguenza la scrittura ne risulta inevitabilmente discontinua. Me ne scuso. Paolo

*

I LANZOTTA

 

Dunque, la Jucci è un animo irrequieto. Esuberante. Un caratterino impulsivo quasi come una meridionale. È affascinata dal mito della rivoluzione, quella popolare, spontanea e non addomesticata e, quando può, come abbiamo visto, di nascosto, frequenta il Circolo di Studi Sociali della Barriera di Milano, rinominato poi Scuola Moderna “F. Ferrer”,  di corso Vercelli, dove non solo si discute di rivoluzioni, ma si fa anche cultura, quella cultura negata, in vari modi, alle classi subalterne. Il circolo, ovvero la scuola, è guidato da Maurizio Garino, un sardo trapiantato, che tanto rilievo avrà negli anni a venire nella storia del movimento operaio. E abbiamo visto che, con la Jucci, anche un giovanotto meridionale e di bell’aspetto frequenta il circolo. È Tonino. Tonino Lanzotta, detto Lanzo e quindi Lans dagli amici e dai compagni. Molti, per via del soprannome, lo credono un piemontese. Lanzo, per chi non lo sa, è un paesotto a nord della città di Torino, ai piedi delle belle montagne e delle valli, che da esso prendono nome. Lanzo-Tonino però è un pugliese, almeno di origine.

Classe ‘99, ha diciotto anni. Bello, sano e robusto, con un paio di baffetti tanto in voga a quel tempo e i capelli ondulati e neri, tirati verso l’indietro, con qualche goccia di petrolio al posto della brillantina che forse non era ancora stata inventata. Almeno così credo. Ha fatto prima e un pezzo di seconda alla Pestalozzi di via Montebianco, e poi, dopo aver imparato a leggere e scrivere, suo padre gli ha cercato un lavoro. Adesso è alla Fiat di via Cuneo che fa l’apprendista turgneur, l’apprendista tornitore. Un buon lavoro. Da leccarsi i baffi. Anzi, i baffetti.

Suo padre Erasmo si era trasferito a Torino dalla natia ***, un paese della Murgia pieno di incanti e di profumi. I cardi, i funghi cardoncelli, l’origano, il serpillo e una miriade di altre spezie selvatiche inondano il paese la sera, quando anch’esse trovano un po’ di refrigerio dopo una giornata piena di sole arroventato. Erasmo è nato tra quelle pietre aspre e ruvide, che sono la Murgia. Esse affiorano qua e là nella terra nera come ciuffi ricciuti della groppa di un montone. Sono la parte affiorante di un enorme iceberg di calcare. Se vuoi la terra, se vuoi seminare, devi spaccarle e ridurle a pezzettini. Erasmo ha vent’anni e li ha passati quasi tutti a spaccarle a botta di mazzate quelle pietre. I chiancunh che servono soprattutto a fare i pareth, i muretti divisori, che ancor oggi, (non so per quanto), caratterizzano quelle dolci terre.

Ha i piedi nudi, u uagnonh, il ragazzo. Le grosse scarpe le ha legate al collo con i lacci per non consumarle. Ha due mani come due pale. Grosse callose e forti, che affondano mazzate sulla pietra e la fracassano. Così la terra liberata, diventa coltivabile. Darà ottimo frumento; ottima vite per rafforzare i vini piemontesi; olive per l’olio tra i migliori al mondo; fichi, mandorle e uva bianca dolce come il miele.

L’incanto di *** è fortissimo. Posta su uno dei colli più alti della Murgia domina il panorama fino al mare. *** è fatta di pietra e di tufo, quelle pietre che Erasmo, Arasm, frantuma da mane a sera e quel tufo che va sbozzato e squadrato in blocchi che pesano anche cinquanta kilogrammi. Erasmo fa anche quello, e tutto a mano. Quando c’è da fare, perché gli affari languono in quel meridione dall’economia disfatta dall’unificazione. Anzi non esistono proprio. Non si fa una casa da decenni. Gli artijerh, falegnami, sarti, scarpari e quanti altri, girano a vuoto, che la gente non ha un soldo manco per un bicchiere d’acqua. Solo i braccianti trovano qualcosa da fare nelle terre passate ai conquistatori, ma vengono trattati come schiavi, peggio di prima quando c’era Francischiello, che almeno li considerava come “robba” di “famiglia” che non puoi distruggere del tutto. Come bestie tue, che mica ti conviene farle schiattare di fatica o di ammazzarle prima del tempo.

La popolazione è sfatta. Dorme per terra, mangia cicoria e lampasciunh, sorta di cipolle selvatiche che vanno scovate sottoterra come reperti archeologici.

Ma non si campa di soli profumi e cicoriella. E poi la sua Bicetta è incinta e lui vuole che suo figlio non diventi un pezzente morto di fame. Così, saputo che a Torino stanno costruendo un sacco di edifici, un giorno prende e, dopo quasi un mese di un viaggio come un’Odissea, mezzo a piedi e mezzo come può, giunge su, stremato. Lo prendono. La città è in piena espansione e i manovali sono ricercati.

Tutto non gli par vero. Il contrasto è incredibile. Scioccante. I tram, le macchine, l’elettricità, i fumi delle ciminiere, le case grigie e una puzza stagnante e malinconica che avvolge buona parte del quartiere che, come abbiamo visto, non solo è prodigo di effluvi provenienti dalle fogne a cielo aperto, ma ospita pure un paio di dannatissime fabbriche che producono miasmi da togliere il respiro. La Sclopis, stabilimento chimico specializzato in produzione di acido fosforico, acido nitrico, acido cloridrico e di ammoniaca, – tutti veleni utilizzati nella conquista della Libia, – situata nella vicina via Aosta e, dulcis in fundo, la Fabbrica Torinese di Colla e Concimi a un tiro di schioppo in corso Novara, cento metri prima del Camposanto. Dovendo scegliere tra l’una e l’altra meglio è la puzza delle fogne, almeno è roba naturale. E noi sappiamo che non mancava nemmeno quella.

*** gli manca, gli mancano le case lattigate di bianco dentro e fuori; gli manca la sua lingua, ma soprattutto gli manca la sua Bicetta, che lo raggiunge dopo qualche mese con ‘na panza tant! E poco dopo nasce il nostro Tonino, detto poi Lans dagli amici e dai compagni. In seguito avranno altri due figli. Uno morirà dopo pochi giorni, l’altra è una bambina splendida di otto anni, dai capelli ricci e gli occhi neri come quelli di suo padre; si chiama Nellina e va a cucire dalle suore in via Vestignè, come tante altre.

Erasmo adesso è al fronte, che spara a certa gente che parla una lingua peggio dei piemontesi. Lui non è un imboscato, perché non è un qualificato utile alla produzione. Tutti i contadinacci, soprattutto meridionali, vengono spediti in prima linea sull’Isonzo. E comunque, nonostante ciò, non sono ben visti dai torinesi. Non lo erano allora e non lo sono ancora oggi. Li considerano dei fannulloni, ladri ed anche peggio. Frutto della politica carica di odio che i Savoia e i loro tirapiedi hanno riversato nella popolazione, per giustificare gli atti criminali compiuti nelle terre conquistate.

È abbastanza “normale” che i lavoratori di un paese non vedano di buon occhio gli immigrati. Lo fa anche il nostro Lice, che non capisce che i terun, i meridionali, non hanno chiesto loro di essere tali, ma ce li hanno costretti con le baionette.

Nel maggio ’17, ad esempio, vengono “reclutati” al fronte interno della produzione, circa 3500 libici pagati meno della metà degli operai italiani. L’Ansaldo, la Fiat e altre fabbriche, sono le ditte che ne impiegano il numero maggiore. Altre migliaia verranno “importati” nei mesi successivi. E non solo uomini di religione islamica, ma anche un buon numero di ebrei, cui veniva negato il rispetto all’osservanza delle proprie convinzioni religiose: niente riposo il sabato e nemmeno il venerdì. La domenica ovviamente… niente festa, né per gli uni e né per gli altri.

Nessuno emigra se non è costretto a farlo dalle condizioni di vita inaccettabili nel proprio paese. Già, il “proprio” paese. Ma i meridionali che vengono a Torino al tempo del nostro racconto, lo dico con il massimo rispetto e la considerazione per i lavoratori stranieri, caso mai qualcuno mi intendesse per un “anti” con simpatie xenofobe, non arrivano dall’Africa, dal Sud America o dall’Afganistan. Non sono stranieri. Non sono emigranti. Non arrivano da un altro paese. Sono italiani. Italiani a tutti gli effetti, così gli è stato fatto credere e così credono; perché è per questo che sono stati anche ammazzati e in numero piuttosto notevole. In realtà lo sono – “quasi”, – a tutti gli effetti. Già. Perché lo sono quando devono essere “uniti”, e meglio sarebbe dire “annessi”; lo sono quando devono versare il sangue sul Carso; non lo sono quando cercano casa, ad esempio. «Non si affitta ai meridionali» sentenziavano i cartelli affissi ai portoni delle case fino a non molti anni fa. Il sottoscritto se li ricorda. Una vera porcheria……….

………..Lo si dica, lo si ricordi alle donne d’Italia quante loro progenitrici furono uccise dai piemontesi del VI corpo d’armata, che occupava il meridione al comando dei Cialdini e dei La Marmora; quante di esse orribilmente passate per le armi dopo essere vergognosamente stuprate dalla soldataglia, solo per essere state trovate in possesso di una forma di pane “nascosta” nel grembiule.

 

“I paesani dovranno avere licenze speciali per attendere ai campi,

e non portarvi seco che viveri per un sol pasto.”

 

Così recitava un vergognoso decreto prefettizio in ordine alla famigerata terribile legge Pica. Collaboratrici dei briganti le si accusavano di essere, fiancheggiatrici che portavano cibo ai latitanti. Ai ricercati. Ai nemici della nuova patria. Ma da quelle parti non c’erano le biove, e le pezze di pane erano da tre chili almeno. E a quel tempo non c’erano i carrelli della spesa e le donne utilizzavano il grembiule per portare il pane ed altre cose. Lo facevano dovunque. Anche al nord. I soldati avrebbero dovuto saperlo. Eppure… «Ferma dona!» fa il carabiniere a Rosetta, «Cosa ta sterme nel faudal?» Rosetta scuote la testa. Non capisce. Tenta di proseguire. «Ferma!» le intima l’ufficiale dall’alto del cavallo. Uno coi baffi pieni di sego e le bande rosse lungo i pantaloni, la sciabola sguainata. Rosetta portava il pane, portava il pane nel senale. L’ufficiale le tasta il fagotto con la sciabola. «Ma bin!» le fa, «Purtuma ‘l pan ai brigant!» Rosetta continua a non capire. Non capisce quella lingua straniera. Si scuote. Vuole andarsene. La sciabola attraversa il pane e quasi affonda nel suo ventre. La legano, la fanno inginocchiare e la fucilano. Colpevole di troppo pane. Il pane era reato. Rosetta è colpevole di pane. E venne appiccata ad un palo, nuda, esposta alla vergogna, come venivano appiccate le donne dei briganti e come venivano trattati tutti i briganti uccisi, appesi finché i loro corpi non venissero presto consumati dalle intemperie e dai morsi delle bestie e durassero il più a lungo come ammonimento. È una triste usanza. Una triste ignobile usanza, che ancora viene posta in essere in paesi lacerati dalla guerra. Il monito. La paura che serve da monito………..

………Dunque, abbiamo visto che Tonino-Lans fa il filo, piuttosto ricambiato possiamo dire, alla nostra Jucci. E sappiamo che la cosa non sarebbe vista di buon occhio soprattutto, aggiungiamo ora, dal tosto Lice, uomo burbero e tutto d’un pezzo. Ma, ahimè, abbiamo visto come la pazzia della guerra lo abbia allontanato dalla scena. Nesta, invece, se pur condizionata dal comune senso antimeridionalista dei suoi conterranei, non è contraria al filarino, soprattutto adesso che, mancandole il marito, la presenza di un uomo e di un nuovo salario non sarebbero cose da disprezzare affatto. E poi, Nesta è amica di Beatris, la Bicetta madre del ragazzo. Con lei ed altre ha passato sere e sere d’estate a raccontarsela seduta giù in cortile, come abbiamo già visto essere abitudine delle donne di quel tempo e di quella classe sociale soprattutto; la classe operaia. E poi, quante volte, vuoi per una cipolla, vuoi per una patata, un fiammifero, un bicchiere d’olio, un pugno di sale o di farina, quante volte Nesta entra in casa di Beatris e Beatris in casa della Nesta! Già, perché, stavo dimenticando di dirlo, i Magnone e i Lanzotta sono coinquilini, stanno entrambe in via Monterosa, nella casa con vista sui prati e la bialera che arriva da Lucento.

*

Fine della ottava parte di

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

parte XXXII di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

*

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata.

 

 

31 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXI

22 Luglio 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXXI 

* 

CUI DÌ D’AGUST

 (Prima stesura 2008)

 

LÀ DOVE C’ERA L’ERBA… 

«Là dove c’era l’erba…» cantava Celentano, – spero non me ne voglia se, amabilmente, lo cito, – con la nostalgia del “bel tempo che fu” di cui ho già parlato. Ma il “bel tempo che fu” non era poi così bello ed esaltante come lo descrivono i poeti. Le fogne, intanto, sono cose da quartieri ricchi e, pensate, ad esempio, che in questa zona, in corso Vigevano, appena oltre la Reale Strada d’Italia, vi è la bocca di una fogna, a cielo aperto, dove vengono scaricate botti piene di liquami prelevate ai pozzi neri, che sono i luoghi di raccolta degli scarichi dei cessi delle case. I liquami non vengono svuotati col cucchiaino, no, ma rovesciando le botti che spandono merda ed altro pure peggio, dentro e fuori destinazione. La puzza è soffocante e non dà tregua né di giorno e né di notte, né tantomeno a Pasqua a Natale e nelle altre feste comandate, sia d’inverno che d’estate, quando, oltre al fetore insopportabile si aggiungono sciami di agguerritissime zanzare, che facevano sembrare grassi anche i poveracci meno in carne. E di queste delizie ve ne sono disseminate un po’ dovunque “là dove c’era l’erba.” 

 

 E le strade, che dire delle strade, che quando pioveva o nevicava diventavano fangose da risucchiarsi ogni tipo di scarpa, mentre d’estate diventavano vere e proprie fabbriche della polvere, polvere che mista alla fuliggine delle ciminiere si infilava dappertutto, nei nasi come sui banchi dei mercati e sulla roba stesa ad asciugare, nonché nelle mutande di quei pochi che le avevano. Ah, il bel tempo che fu… che nostalgia! Che nostalgia per l’assenza delle lavatrici e dei detersivi che inquinano il mondo, quando le donne si spaccavano la schiena a fare il bucato lungo i fossi! Senza detersivi e lavatrici i panni vanno insaponati, strofinati e poi torti e ritorti e poi magari ancora sbattuti con forza sulla pietra, come e al posto della centrifuga. Poi al termine delle operazioni vengono sistemati in una bacinella, spesso di legno ben pesante, e riportati a casa ad asciugare, in genere nel cortile o sul terrazzo della stessa, oppure nei prati non distanti, dove però andavano tenuti d’occhio giorno e notte, pena il loro involamento. Non c’era bisogno delle palestre a quel tempo. No, non ce n’era. E le donne erano forti e robuste. Quelle che sopravvivevano a tisi, tubercolosi ed altre terribili malattie, che non sto a dire, perché oltre non m’intendo. 

  

A Bertolla, ad esempio, un borgo a un tiro di schioppo da Torino, lungo il Po, le lavandere sgobbavano 15 ore al giorno e per due soldi a strofinare, insaponare, sbattere e ritorcere e quindi a rimettere insieme, ordinando cliente per cliente i loro panni sporchi ripuliti. 

Poi, grazie alla guerra e alla “Mobilitazione Industriale”, le donne vennero impiegate in fabbrica al posto dei mariti a far proiettili che avrebbero ammazzato i mariti di altre lavandaie a loro volta impiegate a far proiettili atti ad ammazzare i loro, e la loro fatica venne trasferita a beneficio dell’amor di patria e dei padroni del vapore, con gran sollievo dei pidocchi e del sudiciume, che si fecero ogni giorno più invadenti.

«Va ‘n Bertula!» si diceva fino a non molto tempo fa, in senso di dileggio, tanta era disperata la vita in quei paraggi.

Vedete come venivano descritti i luoghi e gli abitanti dei medesimi dall’esimio Pietro Abate Daga nel suo “Alle porte di Torino. Studio storico-critico dello sviluppo, della vita e dei bisogni delle regioni periferiche della città” del 1926: 

«La categoria dei lavandai è costituita da due centinaia di famiglie con circa un migliaio di persone. A queste spetta veramente il merito della tradizione che caratterizza il paese. Esse ne sono quasi gelose. Difficilmente i giovani contraggono matrimoni fuori del loro ambiente.»

«Né è il caso qui di ricordare che di Bertolla fa anche parte un piccolo gruppo di abitazioni, vere tane scavate nella sponda della Stura, coperte di latte da petrolio, in cui conducono una vita da trogloditi poche famiglie. Non può questa eccezione, questa anormalità, informare un giudizio sulle condizioni generali della regione. Gli stessi abitanti di Bertolla hanno dimostrato di ripudiare questi ribelli alla civiltà. Al piccolo nucleo di quei tuguri è stato dato dal popolo il nome di “Borgo Napoli”, come ad indicare che quella è gente forestiera, non gente propria.» 

Già. Gente forestiera. Non gente “propria”.

 

  

*

 

LA CHIESA DI SAN BERNARDINO 

Giovedì 23 agosto. Lo sciopero oramai ha assunto carattere generale. La sommossa pure. Non c’è luogo della città dove non ci siano fermenti e scontri. In piazza Carlo Felice i dimostranti spaccano, e non è la prima volta, i vetri del caffè Ligure, certo, punto di ritrovo di personaggi che probabilmente poco fanno per farsi amare dalla classe operaia. In piazza Statuto la polizia spara. Ci sono dei feriti. E ci sono scontri e disordini dappertutto. In borgo San Paolo la folla, si parla di 5000 persone, dà l’assalto alla chiesa di san Bernardino in quella via Villafranca che oggi è via Di Nanni, per vendicare il pestaggio attuato poco tempo prima dai frati, nei confronti di due ragazzini presi a maroda, rubare la frutta, nell’orto della parrocchia. E non solo li hanno picchiati e fustigati, ma li hanno marchiati a fuoco sulla testa col segno della croce. Ed è vero. Ma è anche vero, si dice, che i buoni fraticelli nascondono un deposito di materiale militare, armi e “quant’altro”, dove il “quant’altro” sono notevoli scorte alimentari, nei sotterranei della chiesa. Allora i dimostranti entrano, si pigliano le quattro pistole arrugginite che trovano e il “quant’altro” e poi distruggono il deposito dandogli fuoco. Interviene l’esercito. Ci saranno due morti. 

  

E gli scontri crescono di numero e di intensità dovunque. E ci sono ancora morti, feriti e decine di arresti.

L’intento dei rivoltosi è di penetrare nel centro città, dove dovrebbe avvenire il ricongiungimento dei due gruppi più importanti, quelli di borgo San Paolo e la barriera di Nizza con quelli di barriera di Milano e borgo Vittoria. Inoltre, in centro ci sono i punti nevralgici del potere, il Municipio, la Prefettura ed altri uffici, bersaglio primo di ogni rivoluzione. Ma la nostra, purtroppo, non è una rivoluzione, è solo una sommossa, come viene unanimemente definita da coloro che si sono interessati ed hanno raccontato gli avvenimenti. E le sommosse, ahimè… 

*

 

BARRICATE

 

La città a questo punto viene tagliata in due dalle forze di polizia e dall’esercito proprio per impedire l’intento dei rivoltosi. Una massiccio sbarramento circonda il centro città. Ci sono Alpini, Carabinieri, forze di P.S. e persino allievi ufficiali del Genio, travestiti da soldati semplici. I rivoltosi tentano lo sfondamento in via Garibaldi, in piazza Statuto, in Corso Ponte Mosca. Inutile. Soldati e polizia sono attestati un po’ dovunque. Ci sono in corso Vercelli angolo corso Emilia. Ci sono sul corso ponte Mosca e al passaggio a livello di corso Regina Margherita. Hanno messo una mitragliatrice in piazza Peschiera (oggi piazza Sabotino), un’altra è allo scalo merci in corso Vercelli angolo via Desana. Sono persino appostati sui tetti in via della Consolata.

E allora i rivoltosi a questo punto si arroccano sulle barricate costruite nottetempo. Le più importanti sono in “Barriera di Milano” o in prossimità di essa e in via Nizza più o meno all’angolo con via Busca, nei pressi dell’attuale rione del Lingotto, ma sono completamente prive di collegamenti e comunicazione tra loro. Il generale Sartirana, che dirige le operazioni antirivoluzionarie, ha impedito persino la circolazione delle biciclette.

La prima barricata, su corso Principe Oddone all’altezza del passaggio a livello di corso Regina Margherita, blocca la ferrovia per Milano. Una seconda, di traverso a corso ponte Mosca, blocca l’accesso stradale più importante al rione operaio. Una terza, la più notevole, nei pressi della Fiat, posta tra corso Vercelli e via Carmagnola, è una vera barricata fatta, si dice, da esperti. Infatti non è una semplice ammucchiata di mobili e cianfrusaglie, ma una vera e propria costruzione realizzata con i binari divelti della ferrovia, alcuni carri ferroviari rovesciati e una notevole quantità di alberi abbattuti, ahimè, nel corso Vercelli, tant’è che ancora oggi il medesimo ne è completamente spoglio. In “Barriera di Milano” gli “esperti” sono in gran parte anarchici. Frequentano la “scuola moderna” in corso Vercelli, non distante dal circolo socialista di piazza Barriera di Milano, l’odierna piazza Crispi. Li frequentano in molti, l’uno e l’altro, senza  arroccamenti, sia socialisti che anarchici, allora ancora uniti sul fronte della rivoluzione proletaria. E tra loro, usando mille e più precauzioni per non essere vista e non farlo sapere ai suoi genitori, c’è anche la nostra Jucci. 

* 

PARTENZA DI LICE 

Intanto, qualche mese prima che scoppiassero i tumulti, siamo ancora a gennaio, sopraggiunge un fatto triste ed angoscioso per i Magnone, una vera doccia fredda: il Lice viene richiamato.

Il governo, insensibile alla fame e alla povertà della povera gente, accoglie di buon grado questa volta le grida e le proteste di quanti, soprattutto contadini e disoccupati, imprecano contro gli “imboscati”. Gli imboscati sono coloro che in virtù di qualche scappatoia elargita da amicizie altolocate, sono riusciti a non farsi mandare al fronte. Sono i soliti furbi appartenenti alle classi agiate e alla nobiltà. Rampolli di “buone casate”, fannulloni e scansafatiche e persino ufficiali del Regio Esercito, fatti passare per tecnici specializzati e ficcati nelle officine a instaurare quel clima militaresco e tutta la relativa vergognosa disciplina militar-repressiva, che caratterizzerà ancora per lunghi anni i rapporti gerarchici nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro. Tra questi, purtroppo, vengono considerati tali, e non senza ragione dal punto di vista di coloro che combattono, anche gli operai che, “militarizzati”, sono indispensabili alla necessità della produzione bellica e che, quindi, non solo non vanno al fronte, ma possono contare su un salario, quel salario che manca a gran parte del paese. Sono gli “operai specialisti”, gli esonerati con tanto di fascia tricolore, i componenti della cosiddetta “aristocrazia operaia”. Chi è senza lavoro e non ha da mangiare, purtroppo, considera un privilegiato chi solo sta un po’ meglio di lui. E tra questi, a protestare, in massima parte ci sono i familiari di quei contadini meridionali, spediti in prima linea a conquistare terre, che non sanno manco dove sono. È da quando è iniziata la guerra che vengono elevate e indirizzate proteste in tale senso. Niente di meglio per il potere. Niente di meglio che dirottare verso “falsi scopi” il malumore e il malcontento della gente. E così finisce che Lice viene spedito al fronte.  

A Porta Nuova le lacrime delle tante povere donne e di tanti altri poveri figli sommergono quelle della Nesta, della Jucci e del povero Brunetto. 

 - Mama, a l’è nen giust! ‘ntucava mi ‘ndè al so post! -  (Mamma,) dice piangendo il ragazzo, (non è giusto, dovevo andare io al suo posto!). Nesta lo guarda piena di dolore e di rabbia mettendogli la mano sulla bocca. – Sta ciutu fulatun… ciutu… – (Sta zitto scioccone… zitto…)

Brunetto ha parlato col senno dei ragazzi. E il senno dei ragazzi è insufficiente, troppo spesso ingarbugliato da altri sentimenti. Forse l’ardore per l’azione bellica. L’eroismo. Quel sentimento così insistentemente insinuato nelle giovani menti dai professionisti del guerrafondaismo, che tanto assilla il cuore delle povere Erneste, non solo d’Italia, ma di tutto il mondo. 

Partita, la tradotta, non si fermerà che al Piave, come dice la triste canzone del tempo. E al Piave giungerà il nostro povero Lice, uomo di quasi quarant’anni, che all’epoca erano un’età… come dire… insomma non più da ragazzi come invece è oggi. 

Jucci è straziata dal dolore e dalla rabbia.

- Mama… l’è ura ‘d fè quaicos… ‘D bugese… – (Mamma è ora di far qualcosa… di muoversi…)

Nesta la prende per il braccio, la volta verso l’uscita, le mette lo scialle sulla testa, poi le si pone di fronte:

- Fè, cosa? Fese masé, le son che’d veule? Cita, vardme bin… - (Fare cosa? Farsi ammazzare, è questo che vuoi? Bambina, guardami bene…) le dice fissandola negli occhi.

- Ma mama…

- Ciutu. Sta ciutu. E da adess an avanti frequenta pi nen qula banda ‘d falabrach.  (Zitta. Sta zitta. E da adesso in avanti non frequentare più quella banda di squinternati.)

- Mama…

- Ciutu. E adess anduma a cà. – (Zitta. E adesso andiamo a casa.)  

Nesta non piange. Sa che non può farlo. Adesso è lei che deve tenere in piedi la famiglia. E poi ha già versato troppe lacrime da quando è nata. Ha pianto nel ’12 per il fratello sperso in Libia; ha pianto per il padre caduto da un’impalcatura. Un tempo le lacrime delle donne erano all’ordine del giorno; come le morti di parenti e amici cari.

La banda di “falabrach”, cui si riferisce Nesta, è la “scuola moderna” in corso Vercelli, di cui abbiamo parlato. Nesta, da madre con la testa sul collo, sa che aria si respira in quegli ambienti. Sa che la polizia li tiene sotto controllo ad uno ad uno e sa anche che basta un nonnulla per finire in mezzo ai guai. Inoltre, sa che la Jucci è corteggiata da un frequentatore del circolo, un giovanotto simpatico e di bella presenza, ma che, oltre ad avere il difetto di essere un anarchico è anche un meridionale. Cosa questa che lo renderebbe doppiamente inaccettabile, specialmente agli occhi del padre della Jucci, il nostro Lice. Come fa Nesta a sapere tutte queste cose? Semplice, ha il suo “servizio informazioni”. Servizio di cui anch’essa fa parte. Ne fa parte come tutta la generazione di quel tempo che è “genitrice” e che ha il compito di gestire un controllo speciale sui propri figli. Un adulto padre di famiglia sa che può esercitare una certa autorità su un giovane qualunque, anche se non lo conosce, sempre che non appartenga a quelle bande di teppisti di cui abbiamo parlato, per il semplice fatto di essere un adulto, e sa, soprattutto, che nessun giovane e nessun genitore di quel giovane si ribellerà ad un rimprovero ricevuto, o fatto al proprio figlio, colto in atteggiamenti poco consoni al criterio educativo del proprio contesto sociale. Ecco quindi che nei quartieri operai, dove la solidarietà tra vicini è sentitissima, dove spessissimo per necessità una madre accudisce ai figli di una vicina e viceversa, dove abitualmente ci si presta il pane (quando c’è) e dove si ha la meravigliosa abitudine di raccontarsi, seduti nel cortile le sere d’estate, storie, confidenze e nostalgie, ecco che in questi luoghi e tra questa gente non ancora imborghesita e istupidita dai mezzi di “comunicazione” moderni, il controllo sociale ha una funzione educativa importante, quella funzione educativa di “classe” che il sistema di potere borghese col tempo ha fatto sua, imponendo alla classe operaia i suoi “valori”. In questo modo, quindi, Nesta sa cosa fa e chi frequenta la sua Jucci. I padri, in genere, non vengono informati, se non quando si tratti di assumere atteggiamenti maggiormente autoritari. Di fatto, quando è il momento di usare la cinghia. Quella benedetta e dannatissima cinghia così fortemente presente nel costume e nel lessico delle classi subalterne. “Tirare la cinghia…” “La cinghia di trasmissione…” “Assaggiare la cinghia…” e via discorrendo.

 

*** 

Fine della settima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXI di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

* 

ciao a tutti da

Paolo

*

Alla prossima puntata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

30 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXX

19 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

* 

                      PARTE XXX                 

 * 

CUI DÌ D’AGUST

 (Prima stesura 2008) 

* 

 

MANGIATEVI I BISCOTTI 

Dalla Barriera di Milano intanto è partita una delegazione per chiedere provvedimenti al sindaco, tale barone Leopoldo Usseglio da… non me lo ricordo. Il barone promette, ma è poco convincente, lui è abituato a ben altri interlocutori, tant’è che, proprio in zona Municipio…  

  

«Una lussuosa automobile» – riferisce Paolo Spriano nel suo bellissimo “Storia di Torino operaia e socialista” – «proveniente da via Milano», finisce imbottigliata dalla folla. L’autista in livrea chiede spiegazioni. La gente risponde che protesta per il pane. Dall’interno dell’auto qualcuno rievoca la battuta di Maria Antonietta: «Tanto chiasso per del pane? Se non c’è pane mangino biscotti!» È una battuta destinata a scatenare rivoluzioni. Lo tengano a mente i ricchi e stupidi borghesi, per il futuro. E allora la folla provocata s’incupisce. L’auto prende qualche spallata ed un calcione. Il clackson fa «gru gru». Il suono è buffo; «gru gru», ancora «gru» come il verso di un tacchino innamorato; d’n pitu ‘namurà, si direbbe in piemontese. La folla è sensibile alle cose buffe e cambia umore. Si gira intorno. Là c’è un falegname. Qua un colorificio. Là una ferramenta. Un’officina. Un negozio di bottoni. Una modista. Un tabachin. Niente, niente che… Improvvisamente gli occhi convergono in simultanea verso un punto ben preciso, un’insegna color crema con la scritta cioccolato, dove stanno scaricando un camion pieno di biscotti.  

«PASTICCERIA» dice l’insegna. È  un invito a nozze. La folla vi ci piomba. Gli scatoloni volano in pezzi. «Questa volta i biscotti ce li mangiamo noi,» grida a gonfie gote, «non solo i ricchi!» La miccia è accesa. Poi una sassata spacca una vetrina. Poi ancora una e ancora un’altra e ci sono tafferugli. Vengono fermati  tram ed altri mezzi. E dal centro i tumulti dilagano in periferia, dove i negozi sono più di cose da mangiare. Salumerie. Tripperie. Pastifici, drogherie ed altre cose mai potute avere. E ovviamente ci sono anche scontri con la polizia. Il clima diventa incandescente. Ma cala la sera e col buio e un poco di frescura, torna la calma. Una calma del tutto apparente, però, perché gli operai non si presentano al turno di notte. Si va preparando qualcosa di grosso nelle “barriere”.

  

 

NOTTE

  Le vie sono deserte. Una lanterna spunta in fondo a via Carmagnola. Un fischio né forte né lieve. Tre sagome avanzano da corso Ponte Mosca. Incrociano la piccola via.

Le ombre sobbalzano al ciondolare della lanterna.  Tacchi di scarpone incidono la losa. “krick krick krick”.È una ronda. Al suo passaggio tutto improvvisamente tace e la notte scura riprende il sopravvento. Scura. Soave, ma carica di tensione. Soave e tesa come le notti che precedono le burrasche. Intanto i cuori pulsano forte. L’ansia è forte. Poi la ronda passa oltre l’angolo; un ultimo bagliore e anche la lanterna si inabissa e svanisce nell’oscurità possente. Allora ancora il fischio né forte né lieve. E si riprende. Si riprende a divellere le rotaie del tram e della Ciriè-Lanzo, la piccola ferrovia extra cittadina. Si abbattono gli alberi e s’innalzano barricate. Domani dovranno essere pronte, perché domani, giovedì 23 agosto 1917, dovrà accadere qualcosa di speciale. 

* 

TORINO E BARRIERA DI MILANO 

All’epoca dei fatti che stiamo narrando, Torino è già una bella città ampia e spaziosa, schierata lungo il Po che, giungendo da sud, scorre ai piedi delle colline in direzione nordest, scrivendo una serie di “esse”. In questo suo cammino il grande fiume riceve due affluenti nella sua sponda sinistra; la Dora Riparia che giunge da ovest, dalla val di Susa, e, più a nord, la Stura, che proviene dalla val di Lanzo, più o meno da nord-ovest. Nello spazio delimitato tra i tre fiumi e poi dalla campagna, stanno le borgate Montebianco e Monterosa, che formano il quartiere chiamato “Barriera di Milano”. A sud, a mezzogiorno della Dora stanno il “centro”, al cui fianco sinistro, al ponente, sta il Borgo San Paolo, e quindi, ancora più a sud, il quartiere Nizza, anch’esso chiamato barriera, “barriera di Nizza”. Le “barriere”, che diventeranno soprattutto poi i quartieri degli operai, presero il nome dalle porte di accesso alla città, disposte lungo la cinta daziaria che la racchiudeva, cinta fatta costruire nel 1853 e poi modificata nel 1912. 

  

La “Barriera di Milano”, intesa quindi come quartiere, si è formata parte dentro e parte fuori delle mura, a cavallo della suddetta cinta. Per quanti non lo sapessero, il dazio era una gabella, ancora in vigore, se pur non molto rispettata, sino agli anni ’60 del ‘900, in ragione della quale era dovuta una tassa per ogni merce in ingresso alla città. Chi scrive se li ricorda i fabbricati del dazio negli anni di cui sopra, e ricorda anche i racconti di gente che si vantava di averla fatta franca per aver portato “di contrabbando” una gallina, un paniere di uova o due pintun di grignolino. Operazioni fatte a rischio e pericolo di essere scoperti e finire magari in gattabuia, quando, a pochi metri di distanza, fior di galantuomini già stavano massacrando il paesaggio con i loro casermoni legalmente semiabusivi. 

Comunque, ancor fino al 1912, cinque anni prima dell’epoca dei fatti che stiamo raccontando, la “Barriera di Milano” era la porta di accesso alla città, situata sull’asse viario “Reale Strada d’Italia” – “Strada provinciale per Milano”, (ora entrambe corso Vercelli) in piazza “Barriera di Milano”, quella che oggi è piazza Crispi. A ponente e ad levante della “Reale Strada d’Italia” e quindi della “porta/barriera di Milano”, collocati internamente alla cinta muraria vi erano, e vi sono ancora, il corso Vigevano e il corso Novara, che collegavano rispettivamente la “Barriera di Lanzo”, dirimpetto alla stazione Dora, e la “Barriera ponte Mosca”, sull’omonimo corso, (ora corso Giulio Cesare) così chiamato dal nome dell’ingegnere che progettò e costruì il ponte sulla Dora poco distante. La cinta muraria e la Strada di Circonvallazione posta al suo esterno, che la fiancheggiava, proseguivano quindi lungo corso Novara e giungevano fino al Po, argine naturale a completamento della stessa.  

Mi scuso con il lettore, in particolare con il lettore che non conosce la città, per questa pesante descrizione di luoghi a lui estranei, che certamente vorrà saltare a piè pari, ma la cosa mi è parsa necessaria, intanto per dare a chiunque l’immagine di una città chiusa, una città quale era, capitale d’Italia, racchiusa da mura che dovevano in qualche modo difenderla, non tanto dai ladri di galline e dai contrabbandieri di barbera, ma da minacce ben più forti ed incombenti, tanto poco sicuro doveva essere ancora il sentimento dei regnanti, che quel regno, conquistato con la baionetta del bersagliere, fosse così unito come i libri di scuola, oggi come ieri, ci fanno credere. Non a caso il Regno si dichiarò neutrale allo scoppio della guerra nell’agosto 1914. Non a caso il sindaco di Torino di allora, il liberale Teofilo Rossi, rivolgeva alla città l’auspicio del Sovrano «… che è necessario che di fronte al pericolo grave che minaccia regni fra di noi fermezza, calma e concordia. Tutti i partiti devono essere uniti in questo supremo momento, deve tacere ogni voce di dissenso fra di noi» che esprimeva più che una vocazione pacifista, che i Savoia non hanno mai avuto, tutta la preoccupazione, l’ansia evidente di chi teme di perdere con la violenza ciò che con la violenza è stato preso. E non va poi dimenticato il clima piuttosto “rovente” che ha accompagnato il giovane regno fin dalla sua nascita, culminato con “la settimana rossa” quando ad Ancona, nel giugno del ‘14, durante un comizio, la gente venne presa a fucilate dai carabinieri. Ci saranno tre morti e numerosi feriti. In tutto il paese l’indignazione è forte. Gli scioperi si susseguono spontaneamente. A Torino gli operai di Fiat e Lancia saranno i primi a farlo. Il paese è sull’orlo di una situazione insurrezionale. Le fabbriche sono in brutta crisi e riducono l’orario di lavoro anche a 5 ore quando non lasciano a casa gli operai definitivamente. Qualche mese più avanti, siamo nel maggio 1915, il paese nuovamente s’infiamma a seguito della propensione più o meno dichiarata, ma certamente conosciuta, di monarchia e governo, ora favorevoli all’entrata in guerra. La borghesia conta sulla guerra per i suoi affari e preme sull’una e sull’altro e sulla classe operaia con tutto il suo potere. E la classe operaia, il proletariato nel suo insieme, decisamente contrario, deve ora anche subire la provocazione degli studenti, lasciati liberi, quando non sospinti, di inscenare cortei e piazzate interventiste. E così, dopo un’ultima di queste, la Torino operaia ancora insorge. E innalza barricate. E ancora una volta dovrà contare i suoi morti. 

Detto ciò, volevo invece dare al lettore che conosce bene la città, dei precisi riferimenti topografici, che potessero consentirgli immediatamente la percezione del luogo degli accadimenti, che verranno in seguito narrati. Pertanto, vorrei ancora aggiungere, per completare il quadro, che la cinta daziaria era un vero e proprio muro alto più o meno due metri, che cingeva ad anello la città detta “entro le mura”, separandola da quella “esterna” alle medesime. All’interno vi erano il centro e i quartieri “bene” completamente circondati dal “cordone sanitario” dei quartieri operai, come abbiamo visto. 

Dunque, localizzata topograficamente la “barriera di Milano” e le sue borgate, vediamo che essa si è sviluppata a ridosso degli importanti insediamenti industriali Fiat di via Cuneo, via Pinerolo, corso Vigevano e corso Vercelli, tutti interni alla vecchia cinta daziaria. Ma è soprattutto oltre la cinta che il quartiere ha dovuto espandersi, visto che al suo interno il territorio è stato ampiamente consumato dalle fabbriche. Ed è in quel triangolo racchiuso tra corso ponte Mosca corso Palermo e corso Novara, che abitano i Magnone e tantissime famiglie operaie, ed è lì che sta la chiesa di Nostra Signora della Pace, riferimento centrale intorno a cui si è sviluppata e gravita la borgata Monterosa e la sua gente.  

Come vedremo la prossima puntata. 

*** 

Fine della sesta parte di 

“CUI DI D’AGUST”

 

parte XXX di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

ciao a tutti da

Paolo

   

29 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXIX

17 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

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PARTE XXIX 

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CUI DÌ D’AGUST

  (Prima stesura 2008) 

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E così, più o meno, scorreva la vita nella Torino operaia in quegli anni prima e poi attorno al 1917, secondo e terzo anno di guerra della prima guerra mondiale dell’epoca moderna.

Ma, stavo dimenticando la Jucci, personaggio di primo piano della nostra storia.

Jucci, da Mariuccia, è la primogenita del Lice e della Nesta.

- ‘Na fia bela parej ‘d’n fiur! - dicevano i vicini. – Sua mare da giuuvna!

Sedici anni. Capelli lunghi e raccolti come usava allora. Biondi, non troppo, – Cume la crusta dal pan! – Occhi castani. – Culur ninsola! – La pelle bianca e morbida, – Cume ‘l lait! – I ragazzi se la mangiavano cogli occhi.

Ogni riferimento a quel tempo riconduceva inevitabilmente a qualcosa da mangiare. E ciò era un bel complimento.

*

LA FAME

La fame si faceva sentire a Torino da almeno un paio d’anni. La guerra si portava via tutto. Non solo gli uomini, ma anche il loro sostegno. Pane. Pane. Persino il pane scarseggiava. Le donne facevano ore di coda davanti ai forni, spesso tornando a mani vuote. Già, perché pare che il pane, quel poco che veniva sfornato, se lo accaparrassero certi squallidi trafficanti per venderlo a prezzi maggiorati, e le serve dei ricchi signori, che riuscivano a farselo dare passando dal retrobottega. E molte panetterie, che a quel tempo non si chiamavano ancora boutiques, da qualche tempo, alla scritta “Pane”, hanno aggiunto la dicitura “e biscotti”, essendo infatti più redditizio destinare la poca farina a disposizione alla produzione dei biscotti, che non a quella del pane. La gente era stremata. Come poteva un omone come il Lice, come potevano gli operai del tempo sgobbare 10-12 ore e anche più in fabbrica o nelle altre attività, quando tutto era fatto a forza di braccia, senza nemmeno il sostegno di una biova? A Torino la classe operaia era da tempo la più… diciamo la meno peggio. Con l’industrializzazione in crescita e con la guerra, le fabbriche torinesi marciavano a pieno ritmo e i salari, pur miserevoli, erano comunque sicuramente tra i più alti del paese. Se non altro c’erano. Nell’Italia da poco “unificata” infatti, l’unificazione era sbandierata in tutto tranne che nel diritto ad un lavoro e ad un salario perlomeno “onesto”. Pur tuttavia, anche nella Torino operaia del 1917, nella Torino delle grandi fabbriche, nella città più beneficiata dalla produzione, nella città tra le più ricche del paese, nonostante tutto, le condizioni di vita degli operai si sono fatte critiche anche lì. La Torino, che nel 1821 aveva 90.000 abitanti, e poi 375.000 nel 1909, ne ha adesso circa 500.000, grazie all’immigrazione, soprattutto meridionale. Gli operai sono la stragrande maggioranza della popolazione attiva. Oltre 200.000 tutti accalcati nelle “barriere” dove ci sono le fabbriche. La “barriera di Milano”, specialmente, e il “borgo di San Paolo”. E in virtù di ciò le pigioni sono cresciute del 50 per cento dopo il primo anno di conflitto. Due stanzette per le quali si pagavano 30 lire al mese adesso ne richiedono 50. E l’inflazione si mangia i salari. Ciò che costava 10 prima della guerra adesso costa più del doppio. Il pane è passato da 40 a 70 centesimi il chilogrammo ed è pessimo, fatto di farina “allungata” con farine di legumi, quando non con la segatura. E inoltre è razionato. 300 grammi pro-capite è la razione giornaliera, non di più. Quando c’è. Già, perché i rifornimenti di grano, al pari degli altri generi di consumo, sono diventati difficili e i panatè i miracoli non li sanno ancora fare e quando riescono li fanno solo per i ricchi. Insomma, le classi lavoratrici, il proletariato che fornisce la “carne da cannone” alla monarchia, in cambio non riceve manco un tozzo di pane secco. Mentre invece, come sempre accade in simili circostanze, le “classi dominanti e privilegiate” non solo non soffrono, ma accrescono i loro profitti. E ciò contribuisce ad accrescere il malcontento. E siamo più o meno nel mese di febbraio – marzo 1917.  

* 

I mugugni e il malcontento che allignano e crescono all’interno di tutti i settori produttivi, dalla Manifattura Tabacchi, alla Fiat, non hanno solo carattere economico. Si incomincia ad essere stanchi della guerra. Esausti. E se ne chiede la fine. E a farlo sono anche e soprattutto le donne; donne che hanno sostituito i mariti al fronte e che sono adesso numerosissime e in prima linea nelle fabbriche, insieme agli operai maschi, reclutati e militarizzati sul “fronte interno” della produzione; che le guerre si possono, solo se la produzione bellica non si arresta. E la produzione viene sostenuta con la soppressione di quei pochi diritti e tutele sindacali e soprattutto col divieto assoluto di scioperare, oltre alle punizioni ricorrenti per ogni piccola mancanza, capaci di svuotarti il già misero salario. Ogni sforzo, ogni sacrificio, dicono politici e padroni, in nome di Sua Maestà, deve essere finalizzato alla guerra. E intanto loro si arricchiscono schifosamente, mentre gli operai vengono considerati meno dei martelli e delle chiavi inglesi. «Abbasso la guerra!» e «Abbasso i pescicani» si grida durante le assemblee e le prime manifestazioni di protesta. Sono donne e uomini, socialisti per la maggior parte, ma anche anarchici, che le formazioni anarchiche sono una componente importante del movimento operaio di quel tempo, di cui nessuno parla mai.  

SCIOPERI E PROTESTE 

E intanto è giunto anche in Italia l’eco della “rivoluzione di febbraio”. E il fermento cresce in attesa del 1° maggio. E si incomincia a gridare «Facciamo come in Russia!». Ma il 1° maggio unici ad essere permessi saranno i comizi tenuti nei Circoli socialisti delle barriere operaie, dove parleranno i dirigenti del medesimo partito. Gli anarchici invece sono controllati ad uno ad uno dalla polizia. La rabbia, il desiderio di farla finita con la guerra, l’ansia, le preoccupazioni, la fame, la stanchezza, le notizie non rassicuranti che giungono dal fronte, i reduci, morti, feriti, il paese semisconquassato non solo dalla guerra, ma anche da una serie di tragici eventi naturali, quali terremoti ed eruzioni dei vulcani, crescono di giorno in giorno, così come le manifestazioni e le assemblee degli operai. Ma, nonostante tutto, a parte qualche isolato piccolo disordine, la situazione è pur sempre sotto il completo controllo dell’autorità prefettizia, dei padroni e delle organizzazioni politico-sindacali. E siamo ad agosto, e il giorno 13, in occasione della visita di una delegazione di menscevichi russi alla Casa del Popolo di corso Siccardi, una folla oceanica di 40.000 persone, dicono le cronache, terrà a battesimo il primo comizio pubblico (non “privato”) dall’inizio della guerra al grido di «Viva Lenin! Viva i bolscevichi! Viva la rivoluzione!» lasciando un po’ di stucco non solo i russi, ma anche i loro ospiti italiani. I menscevichi, lo dico per quei tre o quattro che non lo sapessero, erano la parte “bianca” della rivoluzione russa; una specie, possiamo dire, di Democrazia Cristiana, piuttosto moderata e niente affatto contraria al potere borghese,opposta ai terribili bolscevichi, comunistacci “rossi” come gli occhi di Mangiafuoco, particolarmente votati alla causa della rivoluzione e contrari a qualsivoglia forma di potere della borghesia. Intanto nei quartieri operai scarseggia sempre di più il pane. Introvabile. E insieme al pane scarseggiano, e sono introvabili, anche i dirigenti e gli onorevoli socialisti. Tutti a godersi una cosa che gli operai non sanno nemmeno cosa sia: le ferie o meglio la villeggiatura, come si diceva allora. Chi è in montagna chi è in riviera, chi a casa con la rosolia, ma in giro non se ne vede manco uno. E pensare che fino a qualche giorno prima, più di uno aveva espresso in termini focosi tutto quello che verrà definito il “rivoluzionarismo verbale”.

«Nei prossimi comizi», aveva sentenziato un dirigente socialista, «gli operai dovranno intervenire non con delle scatole di cerini in tasca ma con buone rivoltelle per attaccare la forza pubblica».

«Non bisogna perdere più tempo e lavorare attivamente per una insurrezione generale, impadronirsi delle bombe, che si fabbricano in grande quantità in tante officine di Torino, per adoperarle contro i soldati». Così aveva detto un altro.  

L’INIZIO 

Il giorno 21, – è un martedì, – i fornai sono tutti chiusi. Non si trova una biova a pagarla a peso d’oro. Gli operai del Borgo San Paolo si riuniscono in assemblea per decidere il da farsi. Le donne vanno a protestare in Prefettura e al Municipio. Niente. Pane non se ne vede. E non se ne vedrà nemmeno il giorno dopo, mercoledì 22.

 

Il sole è caldo anche a Torino nel mese di agosto. L’afa non scherza. Si suda al solo muovere le ciglia. E quando non puoi riposare perché hai fame, si suda ancora di più. E si diventa nervosi. E si diventa disposti a tutto. In Vanchiglia la folla affamata va a dimostrare il proprio malcontento e a reclamare il pane davanti la caserma delle “guardie civiche” che, sentendosi attaccate, rispondono sparando, forse solo in aria, ma sparano. Ma l’aria, abbiamo visto, già calda di per sé, non ha bisogno di essere surriscaldata ulteriormente e allora gli affamati cercano di penetrare nell’edificio, forse, qualcuno sostiene, con l’intenzione di prelevare armi per la “rivoluzione”, forse, credo io, più semplicemente con la speranza di trovare qualche pentolone di minestra. Ci saranno dei feriti. E così si hanno i primi veri scioperi; alla Proiettili di via Caserta, al Fabbricone di Borgo Dora. Dopo la pausa “per il pranzo”, nel distaccamento Diatto di via Mondovì, gli operai si rifiutano di rientrare come alla casa madre di via Villafranca. Si fermano davanti ai cancelli e chiedono a gran voce il pane. Allora il direttore della boita, forse un ingegner Pautasso, telefona al padrone, il cavalier Diatto in persona, il quale è anche lui alle prese con identico problema allo stabilimento principale. «Cerchi di convincerli a prendere il lavoro», dice il padrone al suo sottoposto, «dica loro che abbiamo richiesto un camion di pane alla sussistenza militare, che a breve sarà disponibile». Così gli viene ordinato e così fa il direttore. Promette pane in cambio di lavoro e sottomissione. Al di là della strada, a pochi metri c’è la Dora. È una bella via d’aria fresca. Gli operai accaldati vanno a sedersi sotto gli alberi che ombreggiano il Lungodora, per pensarci su. Uno vorrebbe entrare. Dice che ha 4 figli che devono mangiare. Come gli altri, del resto. Una donna è esausta. Il marito è morto sull’Isonzo e lei, sola, deve provvedere ai figli ed anche alla vecchia madre. È una situazione non unica e nemmeno rara la sua. Disperata. Lacrime agli occhi si lascia andare. La compagna accanto a lei la sorregge e la abbraccia teneramente. Gli operai tentennano. Stanno per cedere. Il sentimento, le privazioni, il dolore, la fame stanno per avere la meglio. Il direttore è poco distante davanti alla boita, che attende con ansia la decisione. Cammina nervoso al di là del suo cancello, le mani incrociate sul di dietro, il muso un po’ imbronciato. Poi, improvvisamente, uno col cappello blu e il pizzetto nero sale in piedi su una sedia traballante, sorretta da un paio di compagni. La Dora sotto è scintillante per il sole a picco. Le rondini svolazzano sull’acqua color cera. In un isolotto, dei gabbiani venuti da lontano riposano su una zampa sola, l’occhietto semichiuso come quelli che hanno tanto sonno. L’uomo si sbraccia, punta il braccio destro verso l’officina, poi verso l’oriente, quindi si porta la punta delle dita alle meningi e dice «Pensate», «Ricordate!» Gli operai pensano a quante false promesse hanno dovuto digerire. Pensano e collegano pane e militari, e allora, con le lacrime agli occhi, si ravvedono e mandano al diavolo il direttore, il padrone e la sua camionata di pane. Non è più solo quello l’obbiettivo dello sciopero. Ormai si è infranto quel limite che tiene a freno anche i cuori meno audaci. La gente esausta pensa, forse inconsapevolmente, ma ci pensa, a quella cosa che tanta paura incute nei visceri di coloro che comandano, che spadroneggiano, che affamano, che compiono soprusi e che danno pure un vergognoso esempio di sé. Quella cosa che dopo secoli di sonno, ogni tanto improvvisamente si risveglia e infiamma i cuori e le menti in cui dormiva. Quella promessa, un sogno. Quel sogno sognato da mille anni che si trasmette tra padri e figli, figli della fatica e della privazione, e che si proietta dai loro occhi e dalla loro fantasia e che sgorga nei cuori dei sofferenti e dei maltrattati da mille e mille anni. Quella visione di cuori affratellati da un unico progetto. Avvinti da un unico canto. Basta soprusi. Basta sofferenze. Basta padroni. Basta elemosine. Quel sogno è il peggior nemico degli sfruttatori. Ecco perché lo confondono e lo annientano, svuotandolo continuamente di significato. È il sogno della rivoluzione. Ma alla nostra boita, come alla Diatto casa madre, si limitano a mandare al diavolo il padrone e la sua proposta di compromesso. Gli volgono le spalle e vanno verso i compagni di altre fabbriche cui unirsi.

 

*** 

 

Fine della quinta parte di “CUI DI D’AGUST” 

parte XXIX di “SCRITTI SGRAFFIGNATI”  ciao a tutti da Paolo  

28 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXVIII

15 Luglio 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI 

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

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PARTE XXVIII 

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CUI DÌ D’AGUST

 (Prima stesura 2008) 

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NESTA

Lei, la moglie, la fumna del Lice, è una donna, come tante del suo tempo, senza cui, la classe operaia, il proletariato, non sarebbe stato in grado di resistere alla vita estrema, cui era costretto dalla borghesia e da una nobiltà rapace ed insaziabile. Forte, la fumna del Lice, generosa, instancabile, capace. Fiera. Coraggiosa. Un condensato di sapere. Quel sapere millenario accumulato nell’educazione femminile di cui l’odierna industria si è completamente impossessata e che rivende alle giovani coppie incapaci di fare un uovo fritto. La fumna del Lice fa da mangiare con due sarache e un pugno di polenta e “sazia” quattro persone. Sa fare la spesa con quattro spiccioli. Soppesa tra le mani ogni cosa in vendita, dalle nespole ai tessuti e persino la  lisciva per il bucato. Non sa leggere, ma conosce i prezzi e la qualità di ogni cosa; di ogni merce. Confeziona indumenti per sé, per tutta la famiglia e talvolta anche per qualche estraneo. Cura i figli come un medico. È una fabbrica. È un’industria. È un supermercato. È un servizio acquisti. È un pronto soccorso. Insostituibile. Lei sa, e va fiera del suo sapere. Ed anche lui, il Lice, sa che lei sa, e ne va fiero.

Come tutte le donne proletarie del suo tempo, la fumna del Lice si alza prima del marito e gli fa trovare pronta la colazione e la borsa con il pranzo preparato la sera avanti. Un pezzo di polenta; forse della trippa o un pezzo di lardo e una sciula, – una cipolla, – oltre all’immancabile fiasco di vino, ritenuto elemento indispensabile della, – si fa per dire, – “dieta”. La borsa sta per terra, a fianco della sedia impagliata. Sul tavolo di legno scuro, una scodella di latte e un pezzo di pane niente affatto fresco. Il Lice manda giù ancora assonnato. Taglia il pane col coltello a serramanico, con una sola mano, la destra. Un grossa mano callosa e forte. Col pollice spinge il pane, e con l’indice la lama. Il pezzo gli si sbriciola nel latte. Lice infilza il pezzo grosso col coltello e manda giù. Dai baffi rossicci di sego gli colano gocce biancastre verso il mento. Gli occhi grigi, già stanchi, puntano oltre i vetri, verso i campi ancora scuri, dove il cielo quasi chiaro corre nella bialera fumigante. Lice mangia non senza un bicchiere di vino nero e tosto come lui. Lei, la moglie, lo guarda da in piedi quel marito di poche parole. Sa che giornata dura gli spetta e lo compatisce. Quando ha finito, lui le fa «bundì fumna» dandole rigorosamente e rispettosamente del “voi”, ed esce, sigala ‘n buca e cappello in testa, calato fin sopra agli occhi pieni di sonno.

Per farlo, per scaldarlo quel bricco di latte, la Ernesta, questo è il nome della moglie del Lice, Nesta per gli amici, doveva aver prima acceso la stufa. Ed erano più o meno le tre e mezza/quattro del mattino. O della notte, se volete, ora in cui nobili e borghesi, maschi e femmine, si ritiravano allegri dalla mondanità a bordo delle loro carrozze e delle loro auto strombazzanti. Poi, uscito il Lice, per ricuperare, Nesta se ne tornava un po’ a letto, vestita, ad assaporare il calduccio sotto le coperte. Questo d’inverno. D’estate, al contrario, dava aria alla casa. Spalancava la porta sul cortile e lasciava entrare l’aria fresca e frizzante del mattino.

- Mama! Sarè ‘sta porta per piasì! – Era Bruno, Brun, il figlio più giovane, che si lamentava, ficcando la testa sotto le lenzuola.

- Auste, plandrun! Và cerchete ‘l travaj! – replicava lei, fingendosi imburberita.

- A ‘st’ura! Mama, l’è gnanca quatr’ure! E così era tutte le mattine di tutti i santi giorni. Bruno poi, Brunetto, col chiaro, si alzava, andava al cesso, dove si fermava da far formare la coda fuori; quindi, tra gli improperi dei vicini in attesa, una mano alle braghe, l’altra al cielo che s’infila la bretella, ne usciva mugugnando la stessa cosa tutti i giorni, cosa che vi risparmierò. Quindi, rientrato in casa, dava fondo alla sua scodellona piena di latte, latte che sua mamma andava a prendere alla cascina del Santo Crocifisso poco distante. Ora, una lisciatina ai capelli con il palmo delle mani unte, un tozzo di pane nella tasca dietro delle braghe, bunet in testa e, giù, giù di corsa per l’ampia scala dai gradini di ardesia annerita; spesso a scivoloni lungo il mancorrente di ottimo castagno levigato. In un baleno è nella via dove l’aspettano i compagni.

L’estate è bella per i ragazzi che riempiono le vie giocando a cirimela, l’antesignano del baseball americano. Uno, da una parte, impugna un mezzo manico di scopa. Dall’altra, l’avversario, pure. Un pioletto a doppia punta dello stesso legno, una quindicina di centimetri mal contati, detto lipa, è il mezzo da colpire con la mazza e spedire verso l’avversario. «Ciri!» fa il colpitore e quindi assesta un colpetto ad un estremo del pioletto, che schizza in alto come un rospo da un cespuglio; e quando il pioletto è all’altezza giusta gli sferra una mazzata, indirizzandolo verso l’avversario, che a sua volta deve essere anche lui pronto a colpire al volo, mentre urla a voce spiegata: «mela!». I vetri rotti sono all’ordine del giorno. E anche le fughe. Ma lungo le vie nei quartieri di barriera, nulla sfugge a nessuno; e la sera, a casa, sono botte. A guadagnarci sono i vetrai. Bel lavoro, il vetraio, a quei tempi. Ce lo ricorda anche il grande Charlot in un film indimenticabile. Bello, il lavoro, eufemisticamente parlando.

 

«Vedrièèèè…» gridavano, passando per le strade, col loro attrezzo sulle spalle, «Vetraaioo…». E non era il solo a fare gorgheggi. C’era il Mulitta, l’arrotino, che faceva: «Mulì… Mulì… Muliitta!» mentre spingeva la sua officina circolante, un trabiccolo con una ruota sola, una carriola verticale alta fino al petto, che aveva una puleggia azionata da un leva “a piede” che faceva girare la mola da affilare forbici e coltelli: «swiiinn – swiiiiinn – swiiiinnnnn» era il suono percepito nelle abitazioni, «swiiinn», e le scintille erano belle come quelle che adesso si comprano in cartoleria. E il magnin, lo stagnaro, che intonava una nenia triste come: «aijè ‘l magnin… aijè ‘l magnin…» Una tristezza… gli davi una cosa da fare solo che se ne andasse a cantè‘nt’nauta curt, a cantare in un altro cortile. Sapete che lo stagnaro… No che non sapete.

Dunque, a quei tempi, non è come adesso che non appena una cosa non va più tanto, prendi e la butti nella spazzatura. No no, non era così. Allora, quando una cosa era rotta o consumata, la si aggiustava. E i bisnonni di quelli dell’Amiat odierno erano più o meno una dozzina in tutta Torino, che ’s campava via niente! non si buttava via niente. E le pentole, miei cari ragazzi e ragazze, allora che non c’era mastrolindo si pulivano con la sabbia. E quindi, dacci oggi e dacci domani, si consumavano da matti e finiva che si faceva qualche buco. E allora, ecco che doveva intervenire lo stagnaro, il magnin… in piemontese, che chiudeva i pertugi con qualche goccia di stagno fuso. Perché fossero così tristi le nenie dei magnin la storia non è ancora in grado di accertarlo. Né tantomeno si sa perché il materassaio, che cantilenava «Materassè. Materassaioooo!» era meno triste e più brioso. Io credo che dipendesse dal nome. Dalla desinenza. Un nome urlato che finisce in “a” o in “o” è senz’altro più tosto di uno che finisce in “i” “iin”. Ragion per cui «mulì, mulì…muli… ttà» è come quel colpo di bacchetta che i batteristi assestano sul bordo del rullante: “trun… truuuuun…Tà” bello secco, forte e definitivo come una sentenza in cassazione. 

C’erano poi i suonatori e i cantanti con le fruie e con le fise (chitarre e fisarmoniche) e “l’uomo orchestra”, un eclettico che contemporaneamente cantava, suonava la chitarra e la grancassa che teneva sistemata sulla gobba. Ad un gomito aveva legata la mazza della cassa. Con uno spago attaccato al tacco di una scarpa azionava i charleston al di sopra della stessa. E quindi… “zum-pa-ta-clisch… bong…”

Era uno spettacolo viaggiante. Una specie di televisione portata a domicilio, per la quale non si pagava nessun canone. Se ti piaceva lanciavi una monetina; sennò… “ciau Nineta” e “amici come prima”.

Era un continuum di voci, che oggi è letteralmente scomparso. Una continua dimostrazione di vita. Come uccelli che cantano tra gli alberi.

Le voci umane ed anche quelle animali sono i grandi assenti della civiltà moderna. I rumori delle macchine soffocano tutto. Le macchine si impossessano di tutto. Le macchine si sostituiscono a tutto. Non è un nostalgico pensiero al “bel tempo che fu”, il mio. Sono un uomo moderno e riconosco nel progresso tecnico-scientifico il sollievo dalla sottomissione alla fatica, alla malattia e a un sacco di altre cose che è inutile elencare. Ma che senso ha, mi chiedo, prendere la macchina per andare dal tabaccaio sotto casa? Per andare a prendere e accompagnare il bambino (spesso un frugolone di 15-16 anni) a scuola? «Tu non sai» ti dicono i genitori-autisti, «i pericoli che ci sono…» e  te la fanno cadere come se oggi, al contrario di ieri, si vivesse in un inferno. Come se solo oggi girassero gli orchi, e ieri delle mammolette dal cuore tenero, gentile e appassionato. Ma ieri forse più di oggi, gli stupri e le violenze sui minori, e non solo, erano di casa, solo che non c’era la tivù a raccontarcelo e riempirci di paure.  

Le vie al tempo della nostra storia, o giù di lì, erano, specialmente di notte, dei veri e propri impercorribili scannatoi. Ti tiravano il collo per un paio di centesimi. Per prenderti la giacca, le scarpe o il mantello, che ancora non s’usavano i cappotti. A Torino, ad esempio, oltre ai malavitosi abituali e di un certo “livello” come il famoso “cit ëd Vanchija”, – il piccolo di Vanchiglia, capo di un’associazione di malfattori, indicata come gli “Amici del borgo Po”, “cit” che sfugge all’arresto buttandosi dal secondo piano dell’Osteria del Pesce d’oro a Moncalieri, – c’erano anche le Còche, la Còca del Gamber, ad esempio che operava in zona via Bertola-via Botero; la Còca del Balon e la Còca del Muschin, bande di teppisti di quartiere, dediti soprattutto alle aggressioni occasionali portate ai passanti, e agli stupri delle ragazze. Non di rado i componenti delle varie Còche si affrontavano in veri e propri scontri detti batajole, a volte per il controllo del territorio, a volte anche per meno. I vari film americani che ci hanno proposto quel filone che va dal “selvaggio” Marlon Brando a “West Side Story” e oltre, non ci hanno insegnato niente di nuovo. Io stesso ricordo che da ragazzino sentivo raccontare dai più grandi di scontri tra bande di quartiere che si risolvevano a botta di sassate, le così dette “Batajole”come ho già detto. 

Nel Cuneese invece c’era il terribile Delpero detto “Rejne’” che ti ammazzava anche solo per divertimento.

«Nel primo quadro» – recitava la rima di un cantastorie – «vedesi il brigante Delpero, che fa a tocchi una bambina, e nel secondo una carneficina, del padre, della madre e dell’amante».

 

E c’era pure, da qualche parte, la ladra di orecchini, che insieme a quelli ti staccava i lobi delle orecchie. E c’era el Barun che ti ipnotizzava per poi farsi gli affari suoi su di te. Non a caso chi si attardava per qualsiasi motivo a tornare a casa e veniva colto dall’oscurità, andava rasente ai muri a testa bassa e col passo lesto, come quando ti prende una caghetta fulminante e vai di corsa, ma non troppo, per non fartela nei calzoni, che poi ti tocca camminare alla scagasa!

 

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Fine della quarta parte di “CUI DI D’AGUST”

 

parte XXVIII di “SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

ciao a tutti da Paolo