INCRIMINATO perché TACITURNO

14 Novembre 2017 Nessun commento

INCRIMINATO perché TACITURNO

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Un articolo su “la Repubblica” del 12 – 11 – ’17 ci informa che in quel di Chivasso, cittadina piemontese, il sig. “X” andrà “a processo” perché “taciturno”.

È un reticente mafioso che si rifiuta di confessare ignobili complicità al suo giudice?

Neanche per sogno. È un cittadino, un marito di poche parole che viene denunciato e portato in giudizio dalla moglie, che si ritiene offesa dal di lui comportamento.

“Mobbing” lo definisce l’“esperto” del settore.

La giornalista che ha redatto l’articolo riferisce l’ “intenzione di voler sminuire psicologicamente il coniuge.”

 

E pensare che…

«Il tacere non è silenzio» dice Samuel Beckett.

 

Perché…

«Esiste qualcosa di più grande e più puro rispetto a ciò che la bocca pronuncia. Il silenzio illumina l’anima, sussurra ai cuori e li unisce. Il silenzio ci porta lontano da noi stessi, ci fa veleggiare nel firmamento dello spirito, ci avvicina al cielo; ci fa sentire che il corpo è nulla più che una prigione, e questo mondo è un luogo d’esilio» questo dice il poeta Khalil Gibran.

 

E poi…

«La solitudine» afferma Carl Gustav Jung «è per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta. Il parlare è spesso un tormento per me e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole.»

 

E non potrebbe essere che…

«Il Mutismo Elettivo è deciso dal soggetto come reazione ad uno stato di ansia eccessivo e non altrimenti gestibile» come dicono, gli psichiatri, del fenomeno?

 

E allora ecco forse perché…

«Ardere di desiderio e tacere» dice García Lorca «è la più grande punizione che possiamo infliggere a noi stessi.»

 

E non sarà forse che…

«Chi tace spaventa» come dice Alda Merini?

 

E sarà vero che…

«Rapinarti del silenzio, non è già un crimine?» come si domanda Guido Ceronetti.

 

Perché, in fondo, potrebbe essere che, come dice Leonardo Sciascia

«Non che la verità non sia bella: ma a volte fa tanto di quel danno che il tacerla non è colpa ma merito.»

 

Perché pare che…

«La virtù principale è: tenere a freno la lingua; chi sa tacere è vicino a Dio» questo pare che abbia detto Catone.

 

E poi…

«Il silenzio non ha mai tradito nessuno» ha detto tale Antoine Rivarol.

 

E il Proverbio Cinese, che dice…

«Se le vostre parole non sono migliori del silenzio, dovreste restare zitti» non vale niente?

 

«Il silenzio» ci ricorda Charlie Chaplin«è un dono universale che pochi sanno apprezzare. Forse perché non può essere comprato. I ricchi comprano rumore. L’animo umano si diletta nel silenzio della natura, che si rivela solo a chi lo cerca.»

 

Mentre Martin Luther King dice…

«Non ho paura della cattiveria dei malvagi ma del silenzio degli onesti.»

 

E, infine, Madre Teresa di Calcutta

«Abbiamo bisogno di trovare Dio, ed Egli non può essere trovato nel rumore e nella irrequietezza. Dio è amico del silenzio. Guarda come la natura – gli alberi, i fiori, l’erba – crescono in silenzio; guarda le stelle, la luna e il sole, come si muovono in silenzio… Abbiamo bisogno di silenzio per essere in grado di toccare le anime.»

*

Le citazioni di cui sopra le ho raccolte da siti internet, – ché non ho sì vasta cultura, – e le ho sistemate in modo opportuno.

Dopodiché vorrei proporre alla vostra attenzione un passo estrapolato dal celebre “Introduzione alla Costituzione” di N. Bobbio e F. Pierandrei.

«…il domicilio è inviolabile come la persona: esso garantisce un bene indispensabile alla libertà individuale, l’intimità della casa, una sfera di vita privata contrapposta alla sfera della vita pubblica, ed è un aspetto di quel diritto che è stato detto incisivamente diritto alla solitudine, senza il quale l’uomo si spersonalizza e si perde nell’anonimo…»

E quindi:

«La nostra Costituzione accoglie questo diritto fondamentale all’art. 21, affermando che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione

E quindi, mi permetto di aggiungere, anche col silenzio.

E con ciò, “ho detto tutto” dico, con parole del grande Peppino De Filippo.

 

Paolo Molinari

Il 13 novembre 2017

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LE COMBINAZIONI NON FINISCONO MAI DI STUPIRE

22 Ottobre 2017 1 commento

LE COMBINAZIONI NON FINISCONO MAI DI STUPIRE

 

“Lasciateci il nostro maiale” implora la signora Simona di Torino dalle pagine di “la Repubblica” di oggi 22 ottobre ’17 “gli abbiamo salvato la vita”.

Non sto a “farla troppo lunga” e passo subito al “dunque”. E il “dunque” è uno dei piccoli racconti che fanno parte del gruppo che ho pubblicato fino ad ora, il cui titolo è:

 

IO E TE(A)

(prima stesura 2015)

Eccovelo.

Il giorno che nacque era bella come un gelato panna e crema.

Gli occhioni scuri e già enormemente aperti tra le lunghe ciglia, avevano un non so che di languido, come quelli di un’innamorata. Il musetto tumido, quel ciuffetto bruno sulla fronte, la sua pelle liscia e vellutata e quel codino dispettoso come uno scacciamosche, come la rendevano attraente. E la sua linguona, come non parlarne di quella linguona larga e un po’ ruvida, ma al tatto così piacevole. Il suo muggito poi, era fuor dell’ordinario. Un vero unicum nel suo genere. Quel “Muuhh” così diverso, così accattivante, così piacevole, tra mille altri lo avrei riconosciuto.

Quando la portai a casa, non me la portai a tracolla come i pastori un tempo portavano gli agnellini, o come si portano cani, gatti e coniglietti. Non su per le scale, che Tea, questo era il nome che le diedi, già pesava i suoi trenta, trentacinque chili, ma sull’ascensore, come è giusto che sia per l’animale di famiglia, che ognuno di noi ragionevolmente si è scelto per amico. E, uscendo dall’ascensore, già ebbi a scontrarmi col primo avviso dell’intolleranza umana verso i nostri fedeli amici. «Ma dove se la porta?» domandò tra l’incredulo e il perplesso il ragioniere Trafiletti, mio dirimpettaio al quarto piano. «A casa,» risposi io. «Ma è una vacca!» fece lui. «Una vitella,» precisai, «non una vacca.» «Mah…» fece lui, scuotendo la testa. «Mah…» e si menò giù per le scale, borbottando robe da ragionieri.

A casa sistemai la mia Tea nel suo stanzino, dove le avevo preparato una piccola mangiatoia, un giaciglio per il suo riposo e quant’altro necessario alla vita di un animale da compagnia, che non sto ad enumerare, atteso che siano cose sapute e risapute, tanti e tanti sono gli animali che con noi convivono e dividono le gioie e i dolori del viver quotidiano. Ciò fatto, un po’ stanco, mi distesi sul divano per schiacciare un pisolino. Non erano passati dieci minuti, forse ventisette, che fui svegliato da un sonoro tamburellar di nocche contro la porta dell’ingresso, quella delle scale, come quando è quello del gas che viene a rompere i marroni. “Toc! Toc! Toc!» «Ritoc! Toc! Ritoc!” Lentamente andai ad aprire stringendomi le braghe in vita col pugno della mano. Era il signor Sardella del piano sotto al mio, postino pensionato delle PITITTÌ, poste e telecomunicazioni.

«Buongiorno Sardella,» faccio io con un occhio solo. Lui, senza preamboli, passa al dunque immantinente e mi porge il “telegramma”. «Ma si può sapere cos’è questo fracasso?» domanda un po’ stizzito. «Quale fracasso?» faccio io, che non sentivo niente. «Come quale? Quel rumore lì che si sentiva, quello che… come un…»

A quel punto Tea fece un “Muuuhhh”. Sardella si fece di sale. Guardò prima a destra, poi a sinistra; quindi, appoggiato con ambedue le mani al mancorrente, guardò prima sopra e dopo sotto nella tromba delle scale, come in cerca di “chissacché”. A quel punto Tea rifece un “Muuuhhh”. «Ma è una vacca!» disse stralunato Sardella, con l’occhio e tutti i sensi puntati verso l’interno della mia abitazione. «Non una vacca,» precisai. «Come ho già detto al ragionier Trafiletti è una vitella di pochi giorni. Una cucciola come il suo cane.»

«Ma, come… cosa… insomma dove la tiene… e quanto… e…»

Sardella, lo avrete capito, abituato a esprimersi porgendo lettere raccomandate, non era un gran parlatore, ma in quella circostanza diede sfoggio a tutto il suo repertorio di “come, quando, cosa e perché” che mi mise in imbarazzo e che in qualche modo riuscì persino a contagiarmi, tanto che io stesso presi ad esprimermi per via dei medesimi avverbi, interiezioni e frasi smozzicate al par di lui. «Ma vede… il fatto è che… in fin dei conti…» Eccetera eccetera.

Insomma, Sardella non riusciva proprio a convincersi del fatto che io potessi tenere in casa un animale da compagnia; proprio lui che da decenni era passato dai criceti alle cocorite e quindi ai gatti ed ora ad un mastino napoletano di almeno ottanta chilogrammi, una bestia capace di fare un sol boccone della sua dirimpettaia, signora Ossicini vedova Carnazza, una vecchina leggera e filiforme, come usava al tempo di mia nonna. Lo rassicurai che Tea non avrebbe dato alcun fastidio. Lui mi guardò incredulo come quelli che in cuor loro pensano «ma questo si è completamente scimunito!» quindi ridiscese per le scale e rientrò nel suo appartamento sbattendo sonoramente la porta e certamente meditando in cuor suo, di esposti da inoltrare a questa o a quella autorità e comunque nondimeno all’amministratrice del condominio, la famigerata e temibile dottoressa Rubattino, per dirla un pochino alla Fantozzi.

Questo per quanto riguardava l’impatto e il contatto con i più immediati vicini, quelli del condominio, gente con cui da decenni condividevo lo sciabattare, lo scuotimento delle testiere del letto, il fragore degli sciacquoni, lo stillicidio dei panni stesi ad asciugare, l’abbaiare dei cani, l’urlo lugubre del “fennec”, – che non è un parente della Edvige, ma una bestia detta “volpe del deserto”, vera specialista nell’imitazione del verso di quaglie, allodole, gufi, civette ed altri consimili animali, cui tende agguati solo ed esclusivamente a notte fonda, – nonché l’insopportabile odore del gran fritto alla romana, che ogni venerdì saliva e si diffondeva inesorabile dal piano rialzato fino al settimo; il gran fritto della signora  Anguillara.

Il secondo deludente impatto dovetti registrarlo il giorno seguente, quando portai Tea al giardinetto sotto casa, – centro di ritrovo di pensionati e maneggio di gran parte dei cani del quartiere, – per i suoi “bisognini”.

Al primo “bisognino” ci fu subito qualcuno che se ne lamentò. Era una signora con una nidiata di una dozzina di Chihuaua al guinzaglio, quattro o cinque dei quali non trovarono di meglio che andare a giocare sotto la panza della mia Tea, proprio nel momento in cui essa prese a liberarsi. Ora, i più fortunati furono quelli che finirono, diciamo, semplicemente “annacquati”. Per gli altri invece, colti dal rovescio della parte più consistente dell’evacuazione, arduo fu il lavoro di recupero e soprattutto di rianimazione, che povere bestiole erano rimaste senza fiato. E arduo fu il mio tentativo di difesa sia dagli attacchi che la signora indirizzò a me e alla mia Tea, ma soprattutto da quelli degli altri frequentatori del giardinetto, per i quali solo essi avevano diritto di condurre le loro bestie in tale luogo, negandoci, a me e alla mia Tea, il medesimo diritto, di cui essi facevano abbondantemente uso et abuso, e non da poco tempo. Insomma, detto in soldoni, per i signori in questione c’è merda e merda, e tra queste, quella dei loro amati “fruscoli” ha, senz’ombra di dubbio, un sapore migliore di quella di ogni altro. E così, accerchiato da una torma di arrabbiati, che non erano soltanto cani, fui costretto a raccogliere una badilata di merda con le mani e a portare via la mia Tea, quasi fosse un’appestata.

Il terzo negativo impatto con l’intolleranza lo ebbi quando, come un qualunque, – (sono costretto ad usare una terminologia che non condivido, ma non v’è altro modo di definire il concetto,) – “padrone” di animale da compagnia, tentai di introdurre sul tram la mia amata Tea.

Intanto, va rilevato quanto insufficienti siano ancora le strutture pubbliche, nello specifico i mezzi pubblici di trasporto. Non v’è divieto al trasporto degli animali, ma, di fatto, se non sei “proprietario” di un cane, di un gatto o di altro in grado di zompare rapidamente e agevolmente sui medesimi mezzi pubblici, siano essi tram o bus, senza eccezione per il “metrò”, il tuo diritto va a farsi benedire. Comunque, grazie alla pazienza del conduttore, che si soffermò alla mia fermata il tempo necessario, riuscii a botta di spintoni, strattoni e imprecazioni a far salire la mia Tea, che riluttante recalcitrava come un mulo. Non vi dico sul tram che atrocità! Una signora minacciò di farmi causa per causa di un pestone ricevuto dalla Tea, come se in altre circostanze ci si dovesse ritrovare in tribunale ogni qualvolta si verificasse la medesima cosa per causa di un vicino, di un amico o anche solo di uno sconosciuto. Un’altra signora molto elegante e tutta infilata in una pelliccia di non so quale povero animale, mi apostrofò dicendomi “Bergé”, che in dialetto piemontese significa uomo piuttosto vile dedito alla cura delle vacche, cosa che un tempo, e dagli appartenenti a “certa classe agiata”, era considerata occupazione di non elevato rango. Anzi, diciamo pure di bassissimo livello. Ma passi il “Bergé” della signora impellicciata; ma che a lamentarsi della presenza della mia Tea dovesse essere il proprietario di un bulldog di non meno che cinquanta chilogrammi, un tale tutto in pelle nera e tatuaggi che gli uscivano dalle orecchie, ebbene, era proprio cosa inaccettabile. E alle mie rimostranze l’intollerante asseriva con insistenza e con arroganza, essere consentito l’accesso al mezzo pubblico, solo per animali cosiddetti da compagnia e comunque iscritti all’anagrafe canina. Ora, passi che l’arrogante in questione si dimenticasse che prima di tutto il tram debba essere al servizio delle persone umane, mi risultava inaccettabile la differenziazione sostenuta e sottolineata tra animale ed animale, quasi che il diritto dei possessori di alani, bulldog, dobermann e pastori maremmani potesse prevalere su quello dei “padroni” di topi, canguri, sciacalli o scimmie della Nuova Guinea. E poi, come sostenere, meglio, come negare ad un uomo il diritto di amare la compagnia di un essere piuttosto che di un altro, quasi che l’affetto, il sentimento, l’amore fossero prodotti da supermercato o, peggio, istituzionalizzati come nelle peggiori dittature, dove persino il diritto di amare e di essere amato ti viene imposto per regolamento! Almeno, così affermano gli esperti della cosa. «Andiamo!» gli dissi all’intollerante in pelle nera e coi tatuaggi che gli uscivano dalle orecchie, «proprio lei parla, con quel popò di bestia!» Non l’avessi mai fatto! Insultare la moglie, avendola avuta, forse questo me l’avrebbe consentito, ma, rivolgermi al suo “Tiger”, così chiamava la bestia, con parole siffatte, fu cosa che lo fece imbestialire. E così le bestie diventarono due e ambedue cercarono di azzannarmi e ci sarebbero riuscite se nel frattempo e provvidenzialmente non si fosse messo di mezzo un carabiniere in borghese che, col suo intervento perentorio, bloccò prima l’intollerante botolo, sbattendogli il distintivo sotto il naso, e di conseguenza gli ardori del suo cane.

La povera Tea… non vi dico! Spaventata a morte dal bulldog e dal funesto clima venutosi a creare, lei così sensibile e timidetta, mi sfuggì di mano e prese a correre disperata per il tram. Le corna per fortuna non le aveva ancora, ma la capoccia di un vitello è cosa piuttosto tosta e greve, ve lo garantisco. Le vecchie inorridite, che di solito non ce la fanno a camminare, balzarono sui sedili ritte in piedi come guardie ad un presentatarm. Un pensionato, che poi si disse di Carrù, cittadina celebre per il suo bollito, sfoderò un fazzoletto rosso grande quanto una tovaglia, intendendo difendersi in tal modo, che così pare che facciano dalle sue parti. Altri le opposero valigie e grosse borse della spesa piene di frutta e di verdura, che era un sabato giorno di mercato, contro le quali la mia Tea rovinò rovinando le una e l’altre. I bambini se la facevano sotto dalle risa e tentarono pure di cavalcarla. I muggiti si mischiarono alle urla agli strilli e alle incredibili risate. Poi ad un tratto: “Bang!” La mia Tea cadde fulminata.

***

ciao ciao a tutti

Paolo

(S)WORDS WITHOUT SENSE

22 Ottobre 2017 Nessun commento

(S)WORDS WITHOUT SENSE

Cari lettori, dopo un lungo silenzio, rieccomi a voi.

Mi ero bloccato. Sono stato preso da… non so come dire… una sorta di apatia che mi ha frenato… che mi ha fatto chiedere «ma a che serve… lascia perdere… ti fai solo dei nemici…»

Già, perché quelli come me se li vanno a cercare… i nemici.

Già, perché…

Perché, al di là dell’ortografia e della sintassi, ci sono due modi di scrivere: si può scrivere per non infastidire, – sempre a “favor di vento”, – e con ciò ricevi il plauso e la tua barca scivola tranquilla in un mare calmo e senza intoppi, oppure si può scrivere “contro vento”, e allora devi stare attento alle tempeste e agli scogli che rischiano continuamente di farti naufragare. Di coseguenza, poi, anche il livello del tuo conto in banca può essere “influenzato” dalle suddette circostanze, nel senso che in un caso puoi diventare ricco e famoso, mentre nell’altro resti il pezzente che sei sempre stato. Nonostante ciò, qualcuno mi ha detto, – un qualcuno che mi vuole bene, – «ma perché non pubblichi con le nuove tecniche… perché non ti autopubblichi? Potresti guadagnare dei soldi!»

Ci ho pensato. Ho navigato a destra e a manca nel mare di Internet. Ho cercato un facile approdo, ma…

Troppo difficile per me, vecchio babbione quasi settantenne. E così…

E così sono rimasto fermo, incagliato in una secca per quasi due mesi. Poi, una notte, una di quelle notti che non puoi dormire, ché sei preso da mille pensieri, apro il piccì e la posta del medesimo e…

 

«Tarantascintellogo sogobango, tùrrifi uè.

Sabronghi tervitelli spatolobbi, ùnpredisveli, tèscipli, scòndipli. Ònfrondeli. Tùrpili. Sfàoli. Nobilèspili, frondispevoli, àtterniscipli, fongogompili taruè.

Napiscenti retuevoli, forghitazzoli speridi plexi, inturpidexi, scafferendi to; svolìpendi; svolìpendi; tagò.

Ùmperismefidi, saggapatoasfili, tresfigolìpari unpedìmoti allèsti.

 

“Tuspicàbidi? Turni Tuspicabidi gràlepi trosch?”

“Mìcopi… sfolligìnedi… òrgimesoli? Ìbidi stòfili targhimedò!”

 

Gùrlipi assifevoli is, upro tànghiti peruando tesmìcofi.

 

“Mìcopi… Mìcopi… sfolligìnedi… orgimèsoli?”

“Sgraufronti, imperdaxiti, tragasbuti ogranghi.”

“Nòfili… nòfili… ur benixiti argoi tenneberè!”

“Skràckidi! Skràckidi or tùlipidi groz!”

 

Ùppidi lofti, spedenghi tefrolli, neveresbritti àlluperi tresbi. Ungariscilli. Tasparenolli. Gebbibitesi nefrò. Billo tanese sforbilebrasi, nezzibaranzi ualle gheppe, tifù.

Salpiterlolli sfronganti, besfiti, scollipi, atteriboffiti svuò. Scelligrapili, steccipolidi, intepresteghili groffi. Gomosti, introgafiti, necchili svompili, sod.

 

“Swuaccili! Swuaccili! Opperidesmiti tru?”

“Krostacreskidi! Tampurebiffidi lock! Kraumacidi inkrastipognedi sbefidi, serghemeth, urghemeth, truf.”

 

Sbeflini, attimerili, invoscimedi plevi.

 

“Nopilemidi. Nopilemidi. Tiscedeteli olloto!”

“Skratch! Akkrivelenzi ostiplemidi trollipredenghi tarù. Sgrath! Sgrath! Sgrolli!”

 

Pellipelimi, pellipelimi, Livveli Staumi sforetti pedò. Un frellepesole tammitebeli; scialitresaghi smillofelanti; giollocrechetti sciaffalobini, umpedibelli bretesch.

Tòppidi tòppimi stasòlla scerenzi. Sgalla scelommi, unfidali spetò. Sgnuff.»

 *

«Che vorrà dire?» mi chiedo più d’una volta. Apro, consulto internet-dizionari di tutte le lingue ma… niente. Niente di niente. Dev’essere una “lingua che non c’è”: come l’isola di Bennato.

Già, “l’isola che non c’è”. Quella che (con licenza) sta “seconda stella a destra… e poi dritto fino al mattino che la strada la trovi da te… e che se ti prendono in giro non darti per vinto perché… non ti puoi sbagliare… quella è l’isola che non c’è…”

Vero. Verissimo. E allora continuiamo a cercarla quella benedetta isola fatta di se… di ma… e di forse. Almeno, io lo farò. L’ho sempre fatto e continuerò a farlo. Anche se non sto con la testa tra le nuvole. Perché la mia isola che non c’è io, come tanti, l’ho vista; l’ho toccata… perché c’era… c’è stata… per un periodo breve, ma c’è stata… Era una terra fatta di uomini e donne uniti da un solo grande sogno. Un sogno sognato da altri prima di me, di noi, e che ci è stato tramandato. Un sogno fatto di speranza e di concretezza. Un sogno che ha portato beneficio a costo di sacrificio, di lotta, di abnegazione. Il sogno sognato dai padri che è passato ai figli, generazione dopo generazione e che adesso improvvisamente si è fermato, naufragato nelle fanghiglie del più bieco qualunquismo.

Quale?

Cercatevelo da soli. È il mese giusto.

Ciao a tutti

Paolo

ottobre ‘17

Si chiamano “nonsense” ma io li chiamo “non sent” (ché sono diventato un po’ sordo)

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37 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXVII parte

31 Agosto 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

 

 

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PARTE XXXVII

 

*

 

 

Eccovi, quindi, gentili ed infaticabili lettori, che avete avuto la costanza di sopportare le quasi 100 pagine scritte fino ad ora, gli ulteriori racconti redatti di mio pugno.

Il primo, – ALL’AMERICANA – è una ribalderia sullo stampo di quelle che non piacciono al mio amico Opal.

Il secondo, – LETTERA A UN PROCURATORE DELLA REPUBBLICA – attiene ad una vicenda facente parte del mio repertorio professionale, narrata dal punto di vista dell’accusato e condannato.

Il terzo, – LA CASA – è il racconto di un gruppo di amici che, alla soglia della pensione, pensano di fare quello che oggi si definisce “cohousing”.

Il quarto, – IO E TEA – è uno scherzo.

Il quinto infine, – CHE CLASSE LA MIA CLASSE – è un “remember”, un piccolo affettuoso ricordo della passata e lontana gioventù.

 

*

 

ALL’AMERICANA

(prima stesura 2015)

 

Ermin aveva un tale mal di pancia quel giorno che si cagava addosso.

Fuori, un tempo molliccio. Sua nonna Gertrud smoccolava dal naso mentre dormiva sulla sedia a dondolo e scoreggiava ignominiosamente per l’eccesso di cipolle che si era strafocata con l’hamburger. Cheorason, la badante, se la dondolava pigramente col piede sinistro, mentre con l’altro stuzzicava i pendagli del nipote, sdraiato sul sofà. Un’aria di merda aleggiava per la casa che la potevi tagliare a fette. Questa cosa dell’aria a fette non l’ho mai capita, ma si mette sempre nei romanzi. Comunque, fette o non fette, aria o non aria, sempre di merda si trattava. Ad un tratto Piri-piripiri-piri-piri-pì, squilla il telefono. Non era nessuno. All’angolo della Terza via i ragazzi si masturbavano. Nella Seconda i ragazzi si masturbavano. All’angolo della Prima con la Seconda, Tony, il garzone del drug, fumava merda con la scopa in mano, mentre Jessica Tron, la bella Jessica, stava colle chiappe all’aria per darsi una rinfrescata, ché c’era un’aria… un’aria… un’aria proprio di merda. I bus avevano una gran fretta quel giorno. Mason restò a piedi tre volte prima di prenderne uno, ché gli sfuggivano di mano come birra quando hai una sete pazzesca e i negozi ti chiudono le saracinesche in faccia per l’orario di chiusura. Snap, il cane di sua zia, aveva le doglie e doveva essere assistito. Ma Snap era un maschio e Mason aveva qualche dubbio. Quando arrivò, sua zia era morta e Snap giocava a poker col gatto del vicino. Snap non fece una mano, e perse tutti i soldi della zia di Mason, il quale Mason, infuriato, si buttò sul gatto che, capita l’antifona, se la diede a zampe levate, inseguito da Snap con un tris di Jack tra i canini, convinto di fare la mano; anzi la zampa. Mason allora si buttò dalla finestra per inseguire il gatto, che già era inseguito dal cane che finì dritto sulle chiappe della bella Jessica che, non solo non fece una piega, ma, arraffato il tris di Jack dai canini del cane, svelta se lo mise in seno e si infilò nel drug, dove Billy lo slavo stava spennando il suo Fernando. Fernando era un pollo e Billy lo slavo barava come un cane, anzi come un gatto. Ma Fernando era il ganzo della Tron. Il tris di Jack del cane della zia di Mason giunse come manna dal cielo. Fernando col suo tris di Jack fece il colpaccio: mille verdoni uno sull’altro si ficcò in tasca, e Jessica gli diede una strofinata ai marroni in segno di affetto. Intanto il gatto era finito sotto uno di quei maledetti bus che non passano mai ed era l’ombra di se stesso. Il cane Snap se ne sbafava il cranio sanguinolento. L’unico a bocca asciutta era rimasto Mason, che tornò a casa a piedi. «Dannazione,» mormorava tra sé «dannati cani, dannati gatti e dannati bus che non passano mai». Sua zia sorrideva dall’aldilà. Il gatto miagolava anche da morto, mentre il cane fece una nidiata di bei dobermann e invitò tutto il quartiere per fare festa. Solo Mason non fu invitato. C’erano i ragazzi della Seconda e della Terza che si masturbavano. C’era Jessica Tron col suo Fernando pieno di verdoni. C’era Billy lo slavo e c’erano pure Cheorason e Gertrud, la nonna di Ermin. Solo Mason non c’era. Però c’era una fottuta aria di merda che la potevi tagliare a fette.

 

*

Vostro Avv. Ira Nilom

***

Arrivederci alla prossima puntata

ciao a tutti da

Paolo

 

 

36 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXVI parte

27 Agosto 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

 

 

*

 

PARTE XXXVI

 

 

*

 

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

 

Jucci non sta più ferma. Si agita e si contorce e piange e singhiozza che nessuno riesce più a calmarla. – Jucci, Jucci… – fa Tonino, accarezzandole i capelli, – dai… non fare così… calmati… - Ma non c’è conforto che lo possa. Il sommarsi della tensione accumulata il giorno prima con lo shock della terribile notizia hanno devastato il suo sistema di controllo. Si gira da una parte all’altra senza posa. Non vuole essere toccata da nessuno, nemmeno da sua madre, quasi che…

Poi, improvvisamente, scatta come una lince esce dalla porta e si mette a correre diretta “chissaddove”.

Tutti si guardano l’un l’altro esterrefatti. Poi Nesta urla: – Jucci… ‘ndua ‘d vade… turna ‘ndrè… Jucci… (Jucci… dove vai… torna indietro… Jucci…)

Niente. È già in fondo alle scale. Allora a questo punto Tonino rompe gl’indugi e le si precipita dietro. – Jucci… Jucci… fermati! 

Jucci è inarrivabile. È una cavallina che ha preso tutto da suo padre e il nostro Tonino purtroppo ha il fiato corto per via dei sigaracci che si fuma, degno emulo di Bakunin che se ne fumava 50 al giorno. Non riesce a raggiungerla, ma le sta dietro.

Fuori dal portone di casa Jucci attraversa via Monterosa, quindi raggiunge corso Palermo e quindi imbocca corso Novara rapidissima con le ali alle calcagna.

- Fermati! – fa Tonino col poco fiato che hanno i fumatori. – Jucci, fermati!

Ma la corsa della gazzella spaventata solo un leone in agguato può fermarla. – Jucci!

Ma Jucci non sente più nulla. Ha negli occhi il volto di suo padre sfigurato da una cannonata e mira… mira “chissaddove” in cerca di “chissacché”.

Tonino intanto ha già capito. – Fermati, pazza, cosa vuoi fare?

Siamo al corso Ponte Mosca, Jucci svolta alla sua sinistra e lo imbocca. La prima traversa è via Pinerolo. Lei tira dritto. La prossima è via Cuneo. Poi ci sarà via Bra e quindi via Carmagnola, dove c’è la barricata più imponente che sbarra corso Vercelli. 

Man mano che ci si avvicina si sentono frastuoni, scoppi, colpi di fucile, di mitragliatrice e urla. Urla terribili da far tremare il cuore. L’esercito in pieno assetto di guerra sta dando l’assalto all’ultima barricata ancora in piedi. Si sente anche l’odore della polvere da sparo delle schioppettate. Comunque è impossibile raggiungerla. Jucci si ferma ansimante un po’ prima di via Cuneo, appoggiata al muro del caseggiato. Tutto e dovunque ci sono soldati e mezzi militari. Autoblindo, cannoni, mitragliatrici, cavalli, fanti e persino ciclisti, quasi che i Savoia dovessero riprendersi la città ricaduta in mano ai francesi.

A quel punto Tonino la raggiunge. – Jucci, santo cielo, era ora… fermati non vedi che disastro…

- Lasme ‘ndè – gli dice lei, con le lacrime agli occhi. – Lasciami andare…

- Andare? Dove?

- Lì… – fa, indicando con la testa la direzione della barricata.

- Tu… ma non fare pazzie. Jucci, non vedi, ormai tutto è perduto! La rivoluzione…

- Non mi interessa la rivoluzione. Voglio… devo… fare qualcosa… devo vendicare mio papà.

- Non dire pazzie! Con le vendette non si va da nessuna parte, dovresti saperlo! E poi dove… non vedi che è impossibile…

- Io so che questi… che mio papà è morto per colpa di questi… di quei… cui ‘sassin ch’an governu… (quegli assassini che ci governano…)

- E cosa vorresti fare? farti ammazzare anche te? 

A questo punto Jucci sta per rimettersi a correre, quando Tonino l’afferra per un braccio e la tira a sé con forza.

- Ahiah, – grida Jucci, – mi fai male!

- Vieni con me, – le fa risoluto lui. – Vuoi la Rivoluzione, vuoi la vendetta o cos’altro? Andiamo. Vieni con me.

Jucci è sorpresa. – Dove, andiamo?

- Vieni, – le fa, e la strattona un po’ di brutto. – Ti porto io. 

Così dicendo, torna indietro qualche passo, svolta in via Pinerolo e s’infila rasente in un portone. Jucci non può che stargli dietro. Siamo in un ampio cortile tutto ciottoli rotondi coi tombini al centro. Tutto intorno per tre quarti un caseggiato di ringhiera con tante porte chiuse e tanta roba stesa. Tonino dimostra di conoscere molto bene il luogo. S’infila ancora in una porticina che da su un vano scale e quindi sbuca in un corridoio che da su via Cuneo. Da lì spia la situazione.  

- Soldati, – fa, incazzato. – Soldati dappertutto. Da corso Vercelli non si passa.

Jucci, dietro a lui, è sempre più meravigliata. – Cosa vuoi fare? – gli chiede.

- Raggiungeremo i compagni sulle barricate passando… scansando i soldati.

- E come?

- Anche se è quasi impossibile, che come vedi è tutto pieno ad ogni angolo, io so dove passare.

- E dove?

- Qua sotto c’è un passaggio segreto.

- Passaggio… segreto?

- Sì, proprio.

- E dove… sotto, dove?

- Sotto via Cuneo e porta nelle cantine delle case di via Bra.

- E poi?

- E poi da lì attraversiamo il caseggiato come abbiamo fatto qui e siamo su via Carmagnola  dove c’è la barricata.

- Alura ‘nduma. – fa Jucci, quasi contenta di andare a farsi ammazzare. – Ma, dime, Tunin, dimmi, come fai a conoscere questo passaggio segreto?

- Eh… – fa lui, – non so se posso…

- No… perché? disimlu! dimmelo!

- Va bè’, però mi raccomando, poi… mosca neh!

- Ma certo.

- Allora, devi sapere che… 

Tonino ha assunto un tono di voce e un’enfasi nel narrare, mirato a suscitare, non solo la curiosità della sua Jucci, ma anche una certa dose di sgomento. 

- Devi sapere che qua sotto forse ci sono cose che…

- Che… cosa, Toni?

- Accidenti… non riesco…

Lei lo guarda sempre più stupita. Si mordicchia il labbro, dietro la mano chiusa a pugno. Tonino indugia.

- Dai… - fa lei, convinta, ma non troppo. – Va avanti…

- Qualche anno fa, – dice lui – mio papà è stato qui con degli altri per fare dei lavori. Lavori per conto del padrone delle case che li voleva collegati per le crote. Così diceva. Una galleria. In realtà secondo mio papà voleva… voleva…

- Voleva… cosa?

- Mah… lui diceva che aveva roba strana da… da nascondere, forse armi, forse tesori… forse i cadaveri delle donne: chi lo sa!

- Santo cielo… ma, sei sicuro?

- Mah… sicuro è morto, però… insomma… il padrone di questa casa lo conosci te?

- Mi no!

- È un tipo terribile. Vedessi… è alto così – fa indicando il livello con la mano destra – si e no un metro e trenta, con una gobba… tutto storto e anche gli occhi sono storti e su un occhio porta una benda che devono averglielo strappato durante la guerra contro i francesi di Napoleone e poi ha un braccio… un braccio con un coso appuntito… come si dice, quei cosi curvi come un gancio del maslè (macellaio)…

- Un uncino? – fa la Jucci.

- Ecco, brava, proprio un ‘cino col quale se ti dà un colpo ti trapassa la gola e poi ti prende e ti porta a casa sua dove ti fa a pezzetti e poi ti mette in una valigia e ti viene a nascondere proprio qui… lì… nella galleria… che porta fino a Dora, e poi da lì…

- Madre di Dio! - esclama lei portandosi alla bocca ambedue le mani chiuse a pugno. Ma… da bun? (Ma… davvero?)

- Certo! – fa lui con aria decisa, fingendosi seccato. – Certamente! Mica…stuma pà si a cuntesla! (stiamo qui a raccontarci storie!)

- Scusa, – fa lei. – Scusa.

- Dunque, – fa Tonino, – allora dopo che l’ho saputo… dopo che l’ho saputo, io ci sono venuto più di una volta…

- Santo cielo, ma tses fol! - esclama Jucci spaventata, – e cosa… cosa hai visto?

- Niente! Sono venuto a giocare con i “sumà” più d’una volta, però non abbiamo visto niente. Anche se…

- Se, cosa?

- Beh, rumori strani… robe strane… però niente di strano. È un passaggio che ci passa a pena un uomo, però si passa. ‘Nduma? 

Jucci è perplessa, ma è anche ostinata. Ha paura, ma è decisa a tener fede al suo proposito. 

- Anduma, - fa con una vocina spaurita.

- Bene, – fa Tonino, – da sì. (da questa parte.) 

E così i nostri due intrepidi incoscienti, aprono la porta che conduce alle cantine e si infilano per quel cunicolo buio come la notte siderale, senza nemmeno un mozzicone di candela.

Jucci ha una fifa maledetta. Passata l’esaltazione dettata dalla rabbia e dalla disperazione, adesso che c’è da far sul serio, incomincia a soffrire di qualche tentennamento. Una cosa sono le barricate con tutto il loro eroismo, altro una misteriosa, squallida cantina piena di… 

- Aaah… aiuto! – fa lei stringendosi forte al braccio del suo Toni.

- Che c’è?

- Ci sono i rat!

- Certo che ci sono, – risponde lui, deciso, – cosa credevi…

- Toni… sei sicuro?

- Di che?

- Qui… in dove che andiamo…

- Andiamo alle barricate, no?

- Si ma questi ratass fanno schifo… ho paura.

- E allora? – fa lui con tono aspro. – Vuoi fare l’eroina sulle barricate e poi te la fai sotto per due zoccole? – e, così dicendo, pianta un calcio che ne solleva almeno tre o quattro. “Squiiitt!” fanno le zoccolone colpite, ricadendo a terra con un tonfo. “Squiiitt!”

- Aiuto! - grida Jucci aggrappata al braccio di Tonino. Il quale, anche lui, non è che gli piaccia poi così tanto destreggiarsi con quelle bestiacce immonde. Però ha un piano e lo vuol portare a termine.

Effettivamente i ratti di cantina di una volta, oggi un po’ meno che se la devono vedere con quelli della derattizzazione e i loro veleni, erano delle bestiacce capaci di aggredire un uomo e di spolparselo in un amen. Tonino questo lo sa. Ma sa anche che sulle barricate è morte sicura e fare gli eroi quando tutto è perduto, non serve proprio a niente. Ragion per cui, tra i due mali, sceglie il minore.

Jucci è tutta un tremore. Quei corpi viscidi e lesti che le passano sui piedi la fanno letteralmente impazzire.

- Basta! – urla, – basta! Portami via di qui! 

Tonino non infierisce. Jucci è il suo amore. Così la prende in braccio e, tra un topaccio e l’altro, riguadagnano l’uscita.  

Quando sono all’aperto, il frastuono della guerra è quasi spento. Qualche colpo qua e là. Fumo di schioppi. Lamenti. Macchie di sangue per terra. Pezzi di cose rotte. Qualcuno che torna a casa lesto, rasente i muri, tutto piegato in avanti, la testa chiusa nelle spalle come un gobbo. I soldati sono andati verso il centro, schiacciando nella classica tenaglia i poveri insorti. L’insurrezione è spenta. Domani, sabato 25 agosto e domenica 26, ci sarà ancora qualche caso isolato, scontri residui come in tutte le rivoluzioni, le sommosse, i tumulti di popolo, ma la rivoluzione che mai c’è stata è già finita. Domani si conteranno i morti. Lunedì ritorneranno tutti a lavorare.

Tutti meno i morti. Quanti? Abbiamo già visto che il conteggio non è il forte delle autorità e nemmeno delle narrazioni. Comunque fa, – “si fa per dire,” – lo stesso.

Noi, per nostro conto, al novero totale dei caduti di tutta la mattanza di quella terribile guerra, noi aggiungeremo due nostri cari amici: Lice ed Erasmo. Peccato.

Non torneranno più. La morte se li è ingoiati là sul Piave, tutti e due, prima uno e poi l’altro uniti nella medesima sventura, per colpa di una guerra che né l’uno né l’altro avrebbero voluto. Peccato.

A maggio nascerà Erasmo-Felice. Un bellissimo bambino bruno dagli occhi color nocciola. Il figlio di “cui dì d’agust”, di quei giorni d’agosto di quell’incredibile 1917 e di due magnifici ragazzi figli di quel tempo.

 

*

 

Dedicato a quegli uomini e a quelle donne meravigliose, che furono i nonni della mia generazione, che la gran parte di noi non ha avuto la gioia di conoscere.

 

*** 

 

POSTILLA CON NOTE

Di Opal Romanioli

 

Ho voluto aggiungere al fondo del racconto le necessarie note esplicative, necessarie soprattutto alla comprensione dei termini dialettali, per non interrompere il ritmo della narrazione. Da sempre le ho in uggia, proprio per il loro effetto distraente. Gli scritti hanno, diciamo dovrebbero avere, e con ciò non voglio assolutamente e presuntuosamente affermare che i miei ce l’abbiano, un ritmo musicale che non deve essere interrotto, pena l’alterazione, lo snaturamento del medesimo. Come non è corretto interrompere l’esecuzione di un brano musicale, qualunque esso sia, così non dovrebbe esserlo interrompere la lettura della pagina scritta. Non a caso, un tempo, pare che gli scritti, fossero essi racconti, poesie o sacre scritture, erano declamati ad alta voce presso un consesso di uditori, e ciò, non solo a causa del piuttosto diffuso analfabetismo, visto e considerato che la lettura era praticata soprattutto presso le classi abbienti e quindi colte. Ciò detto, eccovi quanto dovuto, scusandomi prima di tutto con piemontesi e pugliesi per l’approssimativa trascrizione di verbi e vocaboli della loro lingua, riportati essenzialmente secondo il loro valore fonetico, da me liberamente interpretato e forse non proprio corrispondente alla esatta dizione e scrittura. Me ne scuso. E resto volentieri in attesa che persone maggiormente esperte di me vogliano apportarvi le opportune correzioni. Grazie fin d’ora. Comunque, l’ordine è sequenziale e progressivo.

Opal Romanioli.

 

 

CUI DÌ D’AGUST = QUEI GIORNI D’AGOSTO

 

Bugianen = in piemontese gente che non si muove. Da “bugé” = muovere

Rusconi =  italianizzazione del sostantivo “ruscun = sgobboni” 

Bialere = canali

Boite = botteghe – officine

Cit = piccoli – bambini

Brajie = pantaloni

Camisa ‘d flanela; l’invern = camicia di flanella; l’inverno

Sigala = sigaro

Boscatè = venditore di legna (bosch)

Garbin = gerla; cesto

Canun = tubi della stufa

Turca = gabinetto senza il sedile, il c.d. water

Trabuccante = operaio che fa gli intonaci

Canapia = naso

D’andè suldà = di andare a fare il militare

Buse = cacche di cavallo

Fumna = donna-moglie

Sarache = aringhe essiccate-affumicate-sotto sale

Lisciva = detersivo di un tempo, ottenuto filtrando la cenere di legno in acqua bollente; in seguito miscela di carbonato di sodio

Bundì fumna = buongiorno moglie

Sigala ‘n buca = sigaro in bocca

Mama! Sarè ‘sta porta per piasì! = Mamma chiudete la porta per piacere!

Auste, plandrun! Và cerchete ‘l travaj! = Alzati fannullone! Va a cercarti un lavoro!

A ‘st’ura! Mama, l’è gnanca quatr’ure! = A quest’ora! Mamma, non sono neanche le quattro!

bunet = berretto

‘Na fia bela parej ‘d’n fiur! =  Una ragazza bella come un fiore!

Sua mare da giuuvna! =  Sua madre da giovane!

Cume la crusta dal pan! = Come la crosta del pane!

Culur ninsola! = Color nocciola!

Cume ‘l lait! =  Come il latte!

Biova = tipica pagnotta torinese di medio formato

Panatè = panettieri

Losa = lastre di pietra con cui sono fatti anche i marciapiedi

Pintun = bottiglione da 2 litri

Lavandere =  lavandaie

Va ‘n Bertula! = va in Bertolla

Maroda = divertimento dei ragazzi in voga fino a non molto tempo fa

Chiancunh = grosse pietre

Artijerh =  artigiani

Lattigate = imbiancate col lattice di calce

‘Na panza tant! = una pancia così (grossa)!

Cosa ta sterme nel faudal? = Cosa nascondi nel grembiule?

Senale = Grembiule in pugliese

Ma bin! Purtuma ‘l pan ai brigant! = Ma bene! Portiamo il pane ai briganti!

Lofia = brutta

Gagnu = bambino

A l’a la crota pienha…! – Pienha ‘d che? – Cume, ‘d che? ‘d pan, carn, suker, vin. Ajè ‘d tut stermà li suta! – Da bun? – Certo! L’hai vist mi, l’auta neuit, ‘ n camion cal discariava… – Ma va? – Ma certo! = Ha la cantina piena…! – piena di che? – Come, di che? Di pane, carne, zucchero, vino. C’è di tutto lì sotto! – Davvero? – Certo! L’ho visto io, l’altra notte, un camion che scaricava… – Ma va? – Ma certo!

Cul crin ‘mbosca ‘l pan! A l’à la crota pienha ‘d roba da mangè! – Cosa? Dise ‘n sal serio?- Certo, l’han vistlu… l’auta neuit ‘ n camion cal discariava… – Che bastard! – Crin! – Vigliacch! – Cupiu! = Quel porco imbosca il pane! Ha la cantina piena di roba da mangiare! – Cosa? Dici sul serio? – Certo, l’hanno visto… l’altra notte un camion che scaricava… – Che bastardo! – Porco! – Vigliacco! – Omosessuale! (detto in modo offensivo)

 

***

 

Le fonti delle notizie storiche di “CUI DI’ D’AGUST” sono state:

 

- Paolo Spriano. “Storia di Torino operaia e socialista”

- Celestino Canteri. “I fatti del pane 1917”

- Giancarlo Carcano. “Cronaca di una rivolta: i moti torinesi del ‘17”

- Del Carria. “Proletari senza rivoluzione”

- Castrovilli-Seminara. “Storia della barriera di Milano 1852 – 1945”

- Mario Montagnana. “Ricordi di un operaio torinese”

- Diego Novelli. “Il pane e la guerra e Torino si ribellò”

- Bianca Guidetti Serra. “Compagne”

- G.L. – R.A. “Intervista a Maurizio Garino”

- A. Gibelli. “La prima guerra mondiale”

- Nicola Tranfaglia. “Storia di torino 1915-1945”

- Antonio Lucarelli. “Il sergente Romano”  

E altri

 

***

 

La curiosa ed ulteriore coincidenza di cui anche questo scritto è rimasto oggetto e vittima, non la indicherò specificamente. Dirò soltanto, che in un mondo di ragazze supertrattate dalle lampade solari, per fortuna ve ne sono ancora di “bianche come il latte” così come è la nostra Jucci. E vorrei ulteriormente aggiungere e far sapere al lettore e, prima di lui in ordine di tempo, ad un eventuale editore, l’importanza, certamente non sfuggita, di portare alle stampe (la cosa è ormai superata dal tempo; oggi è il 25 agosto 2017) il racconto appena letto, non per compiacere me, né tanto meno il mio amico ed autore Opal Romanioli, ma per onorare, nel centenario della ricorrenza, la memoria di coloro che persero la vita per una causa in difesa della quale oggi si rischia qualche botta in testa, ma che allora costò centinaia di morti e di feriti. Il potere, almeno in Italia, è cambiato da allora, e certamente in meglio. Se ciò è stato possibile, faccio mie le parole del mio amico Opal, non è certo per la benevolenza di re, principi o altri governanti, ma soprattutto per coloro che hanno lottato per un mondo migliore. Tra questi non possiamo e non dobbiamo dimenticare i nostri nonni, i miei nonni, i vostri nonni, per altri i bisnonni e per altri ancora i trisavoli che l’Autore, raccogliendo le frammentarie notizie che ci sono pervenute, ha voluto ricordare.

Buon centenario ragazzi.

Ira Avv. Nilom 

 

*

 

Fine della dodicesima ed ultima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXVI di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI” 

* 

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata e con un nuovo racconto.

 

NOTA DELL’AUTORE

Il racconto “CUI DI D’AGUST” è tratto da una vicenda vera di cui poche e frammentarie sono le notizie storiche. Il sottoscritto ha fatto il possibile per riportare in modo veritiero i fatti desunti dalle medesime, inserendoli in un racconto di pura (ma non troppo) fantasia, quale è il racconto delle due famiglie protagoniste del medesimo. Per quanto riguarda la vicenda dell’assalto alla chiesa di Nostra Signora della Pace e del suo Parroco, ho omesso il nome di quest’ultimo per un senso di devoto rispetto che nutro nei confronti della Chiesa dove sono stato battezzato e dell’oratorio dove ho passato gli anni della mia infanzia, tanto più che le notizie e i giudizi relativi al medesimo Parroco non mi sono parsi completamente acclarabili. Ciononostante ho voluto ugualmente descrivere l’episodio dell’assalto – assalto realmente avvenuto - alla dispensa del nostro Parroco, in modo fantasioso e quasi burlesco proprio per non dare all’episodio un significato anticlericale che non mi appartiene.

Paolo Molinari

 

35 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXV parte

27 Agosto 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

* 

PARTE XXXV 

*

 

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

 

 

VENERDÌ 24

 

Il giorno di venerdì è il giorno più importante e decisivo della sommossa.

La situazione, prima che riprendano gli scontri, vede una città completamente tagliata in due. Già lo è naturalmente per quella Dora che l’attraversa e obbliga il passaggio sui suoi ponti. I fiumi sono una difesa naturale per le città. Per questo venivano costruite a ridosso dei medesimi, oltre che per l’approvvigionamento d’acqua dolce. Adesso però sono gli schieramenti delle forze di polizia e militari che, attestati lungo la suddetta linea, spaccano definitivamente la città in due parti. E ovviamente non se ne stanno semplicemente con le mani in mano ad aspettare che gli avvenimenti precipitino.

Le due zone son in gran parte in mano ai rivoltosi è vero, e va assolutamente evitato il loro ricongiungimento. Ma i militari sanno che la situazione è potenzialmente sotto il loro dominio. È solo questione di volontà politico-militare. Quando arriverà l’ordine di fare sul serio, allora non ci sarà scampo per gli insorti, mal armati e senza una guida, senza una testa e un comando. Spartaco non guidava un esercito, ma era un capo che prendeva decisioni. Lui e i suoi resistettero mesi alle legioni romane, prima di essere distrutti e crocifissi. Ma la sconfitta la subiscono anche gli eserciti con i migliori generali. Perdono e vincono per mille ragioni. Non certo, però, per l’impreparazione alla guerra, alle battaglie, agli scontri e alle azioni di polizia. Ragion per cui, questa, che già dal primo mattino danno inizio alle azioni di sgombero. E quindi attaccano in modo massiccio i presidi dei rivoltosi. Vengono utilizzati i tanks e le mitragliatrici per il lavoro grosso, e la cavalleria e i fanti per le “rifiniture”.

A Nizza e in borgo San Paolo hanno presto ragione degli insorti quasi per niente armati e non certo istruiti allo scontro militare. Ci sono ovviamente morti e un sacco di feriti. Ora i militari dirigono verso la barriera di Milano per completare l’opera. Attaccano la barricata tra corso principe Oddone e corso Regina e in breve la riducono in pezzi. Quindi dirigono verso la barricata sul ponte Mosca. La resistenza è strenua, ma i militari non possono non avere la meglio su un manipolo di rivoltosi forse armati di coraggio, ma senza le mitragliatrici e i cannoncini dei tanks che seminano la morte.

A questo punto le forze di polizia proseguono il loro cammino devastante verso l’interno della barriera di Milano.

Gli uomini della rivolta stanno in trepida attesa attestati sull’ultimo baluardo in grado di opporvisi, la barricata di corso Vercelli-via Carmagnola dove arriva vicinissimo l’eco delle fucilate. Allora a sorpresa escono dai sicuri ripari della barricata e si scagliano contro i militari. È una mossa indovinata. Quando è la disperazione a guidare gli animi, l’ultimo ostacolo, la paura, viene abbattuto. E un corpo senza freni e senza la paura della morte è un corpo vincente. E infatti un ammasso di uomini e donne, ora compatto come un muro, ora sfilacciato come uno sciame d’api che cambia continuamente forma e direzione e che non consente ai capi militari di organizzare la controffensiva, si abbatte su di questi costringendoli alla ritirata. Gli insorti prendono coraggio. Il morale si fa alto. E in alto garriscono le bandiere rosse e le bandiere nere della rivoluzione. «Avanti compagni!» gridano i più attivi tra di essi. «Avanti!»«Anduma!» «Jammh!» A quel punto crollano gli steccati ideologici. Non più socialisti opposti agli anarchici, piemontesi opposti ai meridionali, ma un insieme forte e vigoroso che, come un fiume in piena, un’onda più forte e vigorosa dell’esile Dora che li divide dai compagni, verso quelli si dirige. Il fiume in piena punta verso il centro, in cerca di quel ricongiungimento con i rivoltosi dell’altra parte della città e per conquistare i centri nevralgici del sistema, come abbiamo visto, per diventare un’inondazione e quindi una rivoluzione. Ripassa la Dora sul ponte Mosca e punta su via Milano. A Porta Palazzo però trova i soldati ad aspettarla. Ma la piazza è grande e l’onda dilaga come un tutto improvvisamente sparsosi in mille e mille gocce impossibili da arrestare. Poi, passato il pericolo, le gocce si ricompongono e il la marea si riversa in via Milano, incuneandosi verso il centro ormai vicino. La Prefettura in piazza Castello, la Questura di via Roma, le caserme di via Cernaia sono a portata di mano e, prese quelle, il gioco è… potrebbe essere fatto. Ma, ahimè, come un principiante non vincerà mai al gioco degli scacchi con un professionista; come un ciclista della domenica non potrà mai battere un professionista, così nel gioco schifoso della guerra alla fine i professionisti hanno la meglio sui rivoltosi, specialmente quando questi vengono lasciati soli. Dove sono infatti i grandi rivoluzionari delle rivoluzioni salottiere? I teorici delle rivoluzioni parlate? Non se ne vede manco uno. Tutte le scuse sono buone per starsene lontano. Non è la prima volta e non sarà nemmeno l’ultima. La rivoluzione per la maggior parte di essi è una tigre da cavalcare fino a che dia loro opportunità di “carriera”. Il popolo, la classe operaia, il proletariato… c’è chi li sfrutta nelle fabbriche e chi con le false promesse. Dopo di che… «sciolti!» diceva qualcuno in quel magnifico film che è L’Armata Brancaleone, «sanza meta!». Ognuno per i cazzi suoi. E così l’esercito intanto ha preso pieni poteri e fa ciò per cui è stato comandato: spara e non fa economia di cartucce. Tanks e mitragliatrici fanno strage nonostante gli appelli a fraternizzare espressi dai rivoltosi ai soldati e nonostante in corso Regina gruppi di donne si siano buttate davanti alle ruote dei carri per fermarne l’avanzata. A sera non si capisce bene quanti sono i morti. Chi dice 30, chi dice 50 e chi dice 100 e chi 500. Non lo sapremo mai. I feriti sono migliaia e ancor di più gli arrestati, incarcerati e deportati a Exilles, dove li ammazzano di botte. Certa è solo la sproporzione lancinante tra i caduti dei due opposti schieramenti. Tra i soldati i caduti sono tre: un soldato, un caporale e un ufficiale.

 

*

 

E i nostri due ragazzi, la Jucci e il suo Tonino, dove son finiti? Li abbiamo lasciati sugli scalini dell’uscio di una casa di via Agliè giovedì notte, dopo i fatti della chiesa della Pace. Sono passate quasi 24 ore: dove sono? 

«Il mattino li colse abbracciati».

Sarebbe un inizio denso di suggestione amorosa. Ma non andò così.

 

- E ben… – fa una rude voce di donna, una di quelle voci da portinaia con le palle,  - cos feve sì vuiautri dui? ‘ndè a ca vostra! Fila! – ( Ebbene… cosa fate qui voi due? Andate a casa vostra! Filare!)

I due ragazzi, rattrappiti per la nottataccia sulla pietra degli scalini, si alzano massaggiandosi le ossa. La donna è sulla porta con la scopa in mano, tutta vestita di nero, con un grembiulone marron scuro che le va dal grosso seno fino ai piedi affondati dentro le ciabatte.

- ‘nduma! – (andiamo!) – fa piuttosto risoluta, – deve da fè! – (datevi da fare!)

I due ragazzi non fiatano. Sanno di essere in torto, e tacciono. Così era l’educazione un tempo. E stanno per andarsene, quando…

- Ma… – esclama a questo punto la donna vedendoli in faccia, – spetè ‘n mument…ti ‘tsen nen la fia ‘dl’Ernesta? – (Ma… aspettate un momento… tu non sei la figlia di Ernesta?)

- Si… – risponde Jucci, rossa in volto e a testa bassa, con una vocina da bambina.

- E… – biascica la donna sorpresissima, – co’t fase sì… cos feve… – (E… cosa fai qui… cosa fate…)

- Niente, – fa Tonino, – adesso ce ne andiamo.

- L’hai nen parlà cun ti! – (Non ho parlato a te!) fa la donna, ancor più risoluta, al nostro Tonino. – Ciutu. (Zitto).

Jucci è confusissima. Sta per piangere. A quel tempo non era cosa tanto normale per una ragazza passare la notte fuori casa con un uomo; sulla soglia di una porta, poi…

Così, con le mani tenendosi la testa, fugge piangendo, che i singhiozzi arrivano fino a casa sua. Tonino la rincorre. – Jucci fermati! Jucci…

 

Quando li vedono sono baci. Baci da Brunetto. Baci da Nesta. Baci da Bicetta. Nellina salta in braccio a suo fratello le si stringe al collo e lo bacia, lo bacia, lo bacia. Tonino è sfatto dalla commozione. Tutti sono incredibilmente commossi. Anche i vicini di casa che hanno partecipato anch’essi in trepida attesa. 

- E bin… – fa Ernesta alla ragazza, – spiega… dime tut. (Ebbene, spiega… dimmi tutto.) 

Jucci racconta con Tonino come sono andate le cose. Ernesta scuote la testa mettendosi le mani nei capelli. Anche Bicetta è stravolta e ringrazia ripetutamente il Signore. I ragazzini sgranano tanto d’occhi e non si perdono una sillaba, mezzi spaventati, mezzi presi dall’entusiasmo per quell’avventura, che fanno loro, come è di tutti i ragazzini.

-  Figghije mije - fa Bicetta al suo ragazzo, – tu mi à fa murì de scant. – (Figlio mio, mi farai morire di spavento). – Lui la abbraccia teneramente. – Mamm, nan chiangite,nann’è nnudd! – (Mamma non piangete, non è niente!) – Seh… nudd… u core miij… – (si… niente… il mio cuore…)

- Sa, – dice a questo punto Nesta, – adess mangiuma quaicoss. (Sa, adesso mangiamo qualcosa.)

- Seh, – dice Bicetta, – mangmh. (Si, mangiamo.) 

Così la doppia famiglia Magnone-Lanzotta si mette a tavola. Non c’è molto. Anzi, manca tutto. Anche la dovuta felicità per tutti i motivi che rendono felici due famiglie dopo un fatto così.

Brunetto non si lascia andare nel chiedere al suo eroe Tonino, com’era questo e com’era quello… ma ha un’aria mogia mogia e ogni tanto si morde il labbro.

La piccola Nellina fa altrettanto con la Jucci. La accarezza e ogni tanto le scappa una lacrimuccia. Le due madri si guardano negli occhi con una intensità mai vista.

Jucci è improvvisamente assalita da un terribile pensiero.  - Mama, – domanda con voce incerta – co’i capita, perché piure? Mi son sì… – (Mamma cosa succede, perché piangete? Io sono qui…)

Gli occhi di Nesta improvvisamente sgorgano lacrime incontenibili. 

- Mama… perché… 

Tutti tacciono col capo chino. Allora Nesta infila la mano sinistra nella saccoccia del grembiule, ne estrae una carta piegata in due, la posa sul tavolo e con la punta delle dita la sospinge piano piano verso la ragazza.

Jucci l’afferra. Legge.

- Noooo… noooo… noooo… - il suo urlo straziato raggiunge tutto il caseggiato.

Allora Tonino prende il foglio e legge:

 

- TELEGRAMMA -

 

Ministero della Guerra, eccetera eccetera, alla famiglia di Magnone Felice, Torino, via, eccetera eccetera, il Comando del XXX reggimento XXX comunica che il fante Magnone Felice, fu Domenico, di stanza a XXX è caduto nella giornata del 23 marzo 1917, mentre eroicamente combatteva per la difesa della Patria. Il Ministero della Guerra porge alla famiglia… eccetera eccetera eccetera.

 

*

 

Fine della undicesima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXV di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

*

 

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata.

 

 

34 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXXIV

27 Agosto 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

 

* 

PARTE XXXIV  

*

 

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

 

 

SCONTRI DEL GIOVEDI 23

 

È il primo pomeriggio di Giovedì 23 agosto. Gli scontri si fanno cruenti per strada come sulle barricate. In via Garibaldi e in piazza Statuto ci sono dei morti e ci sono dei feriti. Gli insorti allora arretrano verso la barriera di Milano inseguiti dai soldati. Là ci sono compagni e altre barricate, sarà più facile resistere. Intanto, ritirandosi, cercano di costruirne nuove, ammucchiando tutto quanto possono, per disporre un nuovo argine contro gli assalti della cavalleria. Ma che possono fare? Cedono. Cedono le strutture improvvisate e con esse anche gli uomini.

Cavalli e soldati travolgono ogni cosa. Le sciabole trafiggono, i cavalli sbaragliano. I superstiti arretrano ancora. E sono sul ponte Mosca. La barricata è solida e accoglie parte dei compagni che indietreggiano. Altri proseguono verso l’interno dei quartieri operai, verso corso Novara. Sul loro passo ci sono due casermette delle guardie di città, una in corso ponte Mosca e l’altra in zona Aurora. Le assaltano e prendono ogni cosa possa servire alla difesa. Poi lo sciame si intreccia e si confonde con la folla già in agitazione nel cuore del quartiere. La tensione è altissima. Come la Mole Antonelliana.

Contemporaneamente, in corso Palermo, c’è un notevole subbuglio proprio davanti alla chiesa della Pace. La chiesa è un imponente edificio a croce greca sito nel quadrilatero formato dal corso ponte Mosca, via Sesia, corso Palermo e via Malone.

Le voci, le notizie durante un subbuglio, un trambusto o una sommossa, Manzoni docet, sono l’elemento più ricorrente ed incontrollato. Alcune sono vere, spontanee, altre tendenziose e false. In tali circostanze due interessi contrapposti si fronteggiano, quello dei rivoltosi e quello degli assediati, chiamiamoli così, presi a bersaglio. In genere i rivoltosi sono tenuti insieme da un miscuglio di ideali, desideri e rabbia verso un obiettivo. Sanno più o meno cosa vogliono, ma non sanno come ottenerlo. In due parole, sono disorganizzati. Ecco perché sommosse, tumulti e rivolte finiscono sempre male per loro. Sul fronte opposto, sul fronte degli assediati, può mancare la carica emotiva ed ideale, ma non certo l’organizzazione. Questo, ovviamente, perché stiamo dando per scontato che le parti in lotta appartengano, rispettivamente, al popolo soggetto e senza potere, e quindi al potere che tiene assoggettato il popolo. In altre poco probabili e rarissime circostanze possiamo immaginare posizioni di altro genere. Diversamente fu, ed è, sempre così. Purtroppo. Da millenni, infatti, il popolo ha, come suo esercizio principale, il lavoro e le preoccupazioni pel vivere quotidiano e, possiamo anche aggiungere, una certa dose d’innocenza. In campo avverso, invece, le cose stanno completamente all’opposto. Il potere lavora costantemente per mantenersi tale. Ha tutto dalla sua, denaro, ricchezze, polizia, eserciti, sostegno di altri analoghi poteri e usa questo insieme, regolarmente e con più o maggiore durezza a seconda delle circostanze. Difficilmente viene colto di sorpresa e, comunque, anche quando accade ha gli strumenti e i mezzi per porvi rimedio. Uno di questi è il ricorso alla delazione, ovvero il potere di indurre elementi di parte avversa, al tradimento; l’altro, l’uso degli infiltrati, in genere dei poliziotti, comunque sempre dei professionisti, che hanno il compito di confondere le idee dei rivoltosi, sviarne gli obiettivi, portarli a ficcarsi con la testa nel sacco. Sono i cosiddetti “provocatori”. Questo, soprattutto, prima o comunque quando non può, per varie ragioni, far ricorso al massiccio impiego e dispiego di grandi forze. E le voci che circolano ora tra i nostri rivoltosi, le voci ammaestrate e ammaestranti, dicono che negli scantinati della chiesa della Pace stanno nascoste ingenti provviste alimentari, armi e munizioni. È accaduto poco prima in borgo San Paolo con l’incendio della chiesa di San Bernardino, dove hanno trovato poco o niente, certo non le armi che speravano. Perché si portano i rivoltosi a fare questo? Ebbene, se la guerra si vince prima di tutto sul piano ideologico, cosa di meglio che screditarli inducendoli a macchiarsi di crimini insensati, inutili, ma dal forte impatto negativo sull’opinione pubblica e quindi su se stessi. E poi, cosa non meglio del pretesto? Il pretesto per compiere atti di repressione efferati, come risposta ad azioni sovente detestabili agli occhi della gente innocente. E cosa di più sciocco ed efferato che prendersela con dei preti e con la chiesa? e cosa di più sciocco di un prete che, salito in cima al campanile, mentre i dimostranti urlano:

- Abbasso la guerra! Basta guerra! Basta morti! Basta fame! – non sa far di meglio che insultare la folla.

- Tornate a casa, a casa! – strilla con tono arrogante. – Tornatevene a casa, scioperati! 

E questi di rimando:

 - A casa non abbiamo niente da mangiare! Vogliamo il pane! Basta sofferenze. Basta guerra!

- Il pane c’è. Ma voi cercate altro. Andate. Tornate a lavorare, lavativi! Bolscevichi. A lavorare!

- Abbasso la guerra! Abbasso i preti!

- A casa, delinquenti! Birbant! 

Chi lo abbia messo lassù un simile soggetto, certo sapeva il fatto suo. E Conosce il carattere duro, arrogante, impulsivo e provocatorio del prete. Conosce il carattere della folla. E conosce anche quei tre o quattro che mischiati alla medesima non fanno che suggerire al proprio vicino: - A l’a la crota pienha…! – Pienha ‘d che?- Cume, ‘d che? ‘d pan, carn, suker, vin. Ajè ‘d tut stermà li suta! – Da bun? – Certo! L’hai vist mi, l’auta neuit, ‘ n camion cal discariava… – Ma va? – Ma certo! 

Il gioco è fatto. La voce corre. – Cul crin ‘mbosca ‘l pan! A l’à la crota pienha ‘d roba da mangè! – Cosa? Dise ‘n sal serio?- Certo, l’han vistlu… l’auta neuit ‘ n camion cal discariava… – Che bastard! – Crin! – Vigliacch! – Cupiu! 

A questo punto l’insulto più ricorrente è diventato: 

- Imboscatore!

- Tornate a casa! – torna a tuonare il reverendo dall’alto del campanile. – ‘ndè a ca!

- Luma fam! Abass la guera!

- La guerra è inevitabile… là i nostri fanti… 

- Ma chi ce l’ha messo lassù, quel pazzo? – fa Tonino ad un compagno che gli sta di fianco. – Quello è un vero e proprio pazzo. – Così sono i preti, - dice l’altro, – sempre schierati dalla parte dei padroni. – Sì, ma in questo modo viene fuori un gran casino!Ebbene? Meglio! – risponde ancora l’altro. 

- Tira fuori le provviste! – urla adesso una voce proveniente da più indietro. – Le provviste! Sappiamo che ha la cantina piena!

- Sì, le provviste! La roba da mangè! Abass la guera!

- Visto? - fa il compagno di Tonino. - È anche un imboscatore… – Tonino è dubbioso. – A me mi sembra tutto combinato, – osserva. – Ma fate furb, – dice l’altro, – non dire scemenze! E poi, per noi non ha importanza. Ciò che conta è la rivoluzione! -  Ma questa non è una… 

- Io quel lì lo conosco! – fa ad un tratto la Jucci sottovoce al suo Tonino, tirandolo per la manica della camicia. – Chi? – fa lui, sorpreso. – Quel lì che grida… quello con la camicia rossa… è un madama! - Sicura? – fa lui, – e come lo conosci?

 - Qualche mese fa, dalle suore in via Vestignè è venuto Don *** a parlare con la madre superiora e con lui c’era quel lì, vestito da pulotto!

- Ma sei sicura?- Ma certo! L’ho ben visto in faccia!Hai visto – fa Tonino al suo compagno - hai visto che… -  In quel mentre:

- Ma cosa dite, briganti senza amor di patria, che c’è il nemico alle porte… Viva la guerra! - urla lo sconsiderato prete. – Questo dobbiamo dire! Viva la Guerra! 

Uno scossone scuote la folla. Si forma un’onda pesante che sospinge e abbatte il portone d’accesso al cortile dell’oratorio. Uomini e donne dilagano ovunque. Poi qualcuno urla: – Da sì, da sì, la crota l’è si suta! – Il fiume s’ingrotta come quei fiumi che siamo andati a liberare dal nemico. Cosa accade “lassotto” ce lo immaginiamo. Poco dopo uomini e donne tornano in superficie. Chi ha rimediato una sporta di munfrinhe. Chi cassette di tumatiche. Chi una cesta di bulé. E poi aspars, gherssin, ciculata, paste ‘d melia, tumin e gurgunsola. Due uomini portano a spalle un quarto di vitello. Una donna e poi un’altra e un’altra ancora hanno mani, faccia e grembiuli in seno pieni di farina che svolazza al minimo alito di vento. Un’altra si è presa una gabbietta con due cocorite. Un tale tiene un gatto per la coda. C’è chi sbrindella pacchi di gallette dell’esercito italiano. E poi sacchi di castagne, nocciole, noci, che rotolano tra i piedi. Pezzi di lardo, pacchi di zucchero a quadretti, marmellata di ciliegie, caffè, carne in scatola sudamericana, sacchi di pasta e trecce di salami che fuoriescono dallo scantinato con le loro gambe. Così pare. Che camminino. Un tale ha ficcato un coltello in un prosciutto e ne taglia pezzi, che distribuisce a destra e a manca. Un altro trinca da un pintone di barbera e poi lo passa ad altri che non lesinano e fanno circolare. C’è un tale che si è messo in bocca quattro sigari toscani, che accende ad uno ad uno e poi passa ai suoi vicini e c’è una forte euforia che nemmeno a carnevale…

Intanto hanno messo la bandiera rossa cima al campanile e il prete improvvido si è eclissato. Poi la roba viene ammassata fuori, nel corso, che le donne del quartiere possano rifornirsi e portarsi qualche cosa a casa. Ce n’è da sfamare un esercito. E infatti… 

La tromba in queste circostanze è il suono più terribile che si possa udire. Raggela il sangue. Ma è niente rispetto a ciò che ne segue. Il clima euforico e quasi carnevalesco si spegne come un cerino per un colpo di bufera. I cavalli irrompono sul marciapiede e travolgono uomini e cose e il ben di Dio. Quel ben di Dio calpestato dai cavalli; che peccato. Ma è niente. Perché le sciabole sguainate fendono l’aria e staccano pezzi di carne umana. Questa è la differenza. Gli affamati tagliano i prosciutti, le guardie armate staccano membra umane. Per fortuna sparano anche, che la morte per colpo di fucile pare essere più benevola. Così pare, ai vivi. Il fuggi fuggi è generale, disordinato e gli uomini affidano il proprio destino alle proprie gambe. A volte va bene, a volte è peggio. Perché anche travolti da un cavallo in corsa è sorte piuttosto orrenda anch’essa.  

Tonino ha in mente i racconti di suo padre, che li ha avuti da suo padre, nonno Francesco. Sa cosa vuol dire trovarsi in campo aperto quando uomini, cavalli, sciabole e schioppettate ti inseguono inesorabili. Nei fondi tra Santeramo e Gioia del Colle, nelle giornate del febbraio 1861, Crocco, il sergente Romano e i loro briganti vengono sorpresi dalle guardie nazionali e dai soldati. “Pam!” “Pam!” “Pam!” le schioppettate arrivano e si sentono dovunque. Gli uomini corrono inseguiti da uomini e cavalli pesanti come carrarmati. Alcuni cadono. Le teste, le braccia cadono sotto i colpi delle sciabole affilate. Il sangue scalda la terra fredda del febbraio. I briganti corrono, si dileguano, svaniscono nei boschi e nelle masserie. E iniziano i rastrellamenti e il fuggi fuggi disordinato dei “cristiani” e il cadere di tanti poveri ualanh, braccianti e contadini ignari e colpevoli solo di essere spaventati a morte.

Ecco perché al posto di fuggire a gambe levate, Tonino prende di brutto la sua Jucci per un braccio e si rifugia in chiesa. Là le guardie non spareranno. Non avranno questo coraggio. Non avranno il coraggio che ebbero ai tempi dell’unità, quando, più d’una volta, donne inermi vennero stuprate e poi uccise, proprio davanti all’altare.

La chiesa è vuota. I banchi li hanno portati fuori per farne barricate. Barricate che non hanno resistito più di tre minuti, scavalcate dai cavalli e portate via dai militari. Restano gli altari coperti dalle loro cotte fino a terra. C’è Santa Rita nella navata di destra. Santa Chiara in quella di sinistra. Al centro l’altar maggiore. No. In quello no. Non se la sentono i due giovani. 

Santa Rita li protegge fino a notte.

Quando escono, furtivi in via Malone, è buio, ma non pesto. Scie bianche di farina risplendono sotto la luna come piccoli torrenti di campagna. Ci sono cose distrutte dappertutto. C’è un odore di vino nauseante. Il vino delle botti di Don *** rovesciate, che contribuisce ad appesantire l’afa già pesante per suo conto.

Casa loro dista non più di quattro, cinquecento metri al massimo. Devono scendere per via Malone fino ad incrociare la via Monterosa e poi da lì tirare dritto fino al fondo della stessa, al quadrivio formato dai corsi Palermo e Novara con via Aosta e la via Circonvallazione dirimpetto alla “barriera dell’Abbadia”. Potrebbero scendere direttamente per corso Palermo, ma questo è troppo esposto, e poi sembra che stiano facendo dei rastrellamenti. Ed è così. Si sentono le voci delle guardie. Qualche urlo. Dei carri in movimento che raccolgono il disastro. Ma anche via Monterosa da lì in avanti è un lungo rettifilo senza nascondigli e senza più vie traverse. Così decidono altrimenti.

Il pericolo maggiore è dato dall’attraversamento di corso Palermo. Troppo esposto, abbiamo detto, e poi è stato il centro dei casini. Così prendono via Lombardore, la perpendicolare a via Malone, che dalla chiesa porta in corso Novara. È una via corta cento metri. Sempre tranquilla. Facile da controllarne il traffico. Uno sguardo. Non c’è nessuno. Ci vanno, ratti contro i muri come boie. A metà strada, alla loro sinistra, c’è via Barbania, una perpendicolare che porta nuovamente in corso Palermo. Un’occhiata e svoltano. Dal corso però vengono rumori e urli di sbirri e di soldati. Allora deviano svelti a destra in via Agliè. Altro mozzicone di via che parallelo al corso Palermo tira dritto in corso Novara. 50 metri circa. Il silenzio della via è assoluto, ma l’eco dei movimenti giù nel corso lo si sente anche da lì. Adesso si tratterebbe di sbucare in Corso Novara e poi svoltare a sinistra fino in via Favria, una ventina di metri non di più. Via Favria è una vietta fatta ad “elle”, che congiunge corso Novara e corso Palermo. È un altro passo in avanti verso casa, al riparo. Dall’angolo della stessa su corso Palermo a via Monterosa è un salto, ci sono meno di 50 metri. Una volta là, sono al sicuro, a casa.

Intanto a casa, Nesta e Bicetta sono disperate e piangono abbracciate, sedute al tavolo dei Magnone. Le notizie che giungono sono tremende. Si parla di un sacco di morti e di feriti. Brunetto vorrebbe andare “chissaddove” a fare “chissacché”, ma sua madre lo tiene stretto per le bretelle dei calzoni. La piccola Nellina, dorme in seno alla sua mamma, che le accarezza il capo. Anche lei ha il faccino triste. 

Tonino parte rasente i muri, Jucci gli sta dietro. Sono quasi sull’angolo di corso Novara, ma anche da lì si sentono passi di scarponi e rumore di ferraglia.  

- Accidenti, – sussurra Tonino, – siamo intrappolati. Ci sono guardie dappertutto.

Jucci trema che le battono i molari.

- Non aver paura, – fa lui. – Non aver paura. Ce la faremo. Per il momento, non muoviamoci di qui. – E, così dicendo, arretrano, rinculando, fino all’ingresso di una casa, sollevato tre scalini e con un pianerottolino rientrante un po’ più di mezzo metro entro il filo del fabbricato. Un prezioso ricovero per non essere visti. Lì, in quel buco scuro, si rannicchiano e stanno in attesa che la situazione si normalizzi.

E la notte, oltre che essere scura è anche lunga…

 

Intanto, la notte è scesa anche su metà del resto del mondo e per fortuna anche sulle barricate ancora in piedi, dove i rivoltosi ancora in vita, finalmente possono riposare. Domani riprenderanno la marcia verso la conquista della città. Per ora si contano i morti. Le cronache narreranno di 7 operai morti e 37 feriti. Ma la realtà è ben più atroce. Lo sanno gli operai. Lo sanno le forze di polizia, cui nulla sfugge.

*

 

Fine della decima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXIV di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

 

*

 

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata.

 

 

33 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXXIII

24 Agosto 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

Ovvero:

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

*

PARTE XXXIII

*

CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

Jucci ha fatto la prima. Dopo di che la madre l’ha messa a cucire dalle suore in via Vestignè. Ci va per imparare. Una donna deve saper cucire, non solo per le necessità della casa, ma anche per avere un “mestiere tra le mani” – così si diceva un tempo – e le suore sono le insegnanti più qualificate. Oggi, però, la situazione è cambiata. Col marito al fronte, Nesta ha bisogno di un introito. Presto finiranno i soldi che il Lice le ha lasciato e allora saranno dolori se non si trova qualcosa da fare, perché col sussidio per le famiglie dei combattenti si va poco lontano. E poi arriva, quando arriva, e sempre in ritardo, cosa che la pancia non sa accettare. Brunetto, è vero, ha “trovato” da un tipografo amico di suo padre, ma è solo per le vacanze, presto inizieranno le scuole e dovrà lasciare “il posto”. E poi, sono quattro soldi che non bastano a niente. Il ragazzo però è deciso e vuole continuare. È un ometto coraggioso e interpreta già il ruolo del capofamiglia. Ma Nesta vuole che si prenda la licenza elementare. Brunetto infatti è ancora un gagnu che va alle elementari. Farà la quinta l’anno prossimo. Così Nesta si dà da fare e va a chiedere alle suore che cerchino un lavoro alla figlia presso qualche sartoria di loro conoscenza. Poi va alla Nebiolo a chiedere che le diano il posto del marito. Ma la Nebiolo è in crisi. Sta, è vero, riconvertendosi alle necessità della produzione bellica, ma non è ancora preparata ad assumere personale non qualificato. Lo farà poco più avanti. Così la Nesta finisce per rivolgersi ad una “conoscenza”. “Conoscenza” con tanto di virgolette.

*

Nesta da giovane era una bellissima ragazza molto corteggiata. Tra i suoi corteggiatori vi è un tale che lei disdegna fortemente. Un tipo insignificante dalla faccia lofia. Brutta. È il figlio del padrone della casa dove Nesta abita con i suoi genitori. I suoi genitori, quelli di Nesta, ovviamente, avrebbero volentieri acconsentito alla sistemazione della figlia, ma il diniego non arriva solo dalla ragazza, che è già innamorata del suo Lice, ma anche e soprattutto dai genitori del ragazzo, che non possono certo accettare di veder compromesso il loro “rango sociale” con quello di una famiglia di operai con le pezze al culo. Ciò, naturalmente, avviene nel più rigoroso silenzio e nella più assoluta mancanza di contatto tra le parti. La famiglia di Nesta, infatti, non verrà mai contattata dal padrone di casa, né il ragazzo dalla famiglia di Nesta, anche se…

A quel tempo vi era una categoria di persone, soprattutto donne, che si occupava di tessere ed allacciare tresche e rapporti in ogni campo, compreso quello sentimental/matrimoniale, oggi sostituiti dalle agenzie: i sensali e le mezzane. E ad una di queste ultime si era rivolto il giovane, per avere ragione della insensibile bramata, non avendo il coraggio, ma nemmeno il lignaggio, di ripetere, non solo il gesto insano di un insano Don Rodrigo, ma nemmeno le gesta “eroiche” dei suoi re, che in fatto di donne non hanno niente da imparare da nessuno. Non se ne fece niente, come è d’obbligo l’intuire. Nesta sposò Felice; e il figlio del padrone di casa, tale Alberto Lasagna, detto Bertu, ci restò male. E a restarci male non fu il solo, saranno in due, anzi in tre, meglio in quattro: i genitori di Nesta, il pretendente della medesima e la mezzana, che da quegli, il Bertu, deve vedere ancora adesso il compenso per il suo interessamento. Nesta, comunque, ci rimedia lo stesso più di uno schiaffone per essersi opposta al volere della famiglia, e il nostro Bertu una decurtazione del suo pret settimanale, la paghetta diremmo oggi, perché la mezzana si rivolse direttamente al Lasagna padre e, chissà come, si fece dare quattro volte tanto il dovuto; “il tanto” che venne detratto all’Alberto Lasagna figlio, per parecchie settimane dal suo pret, per rifondere la spesa sostenuta.

Quel tal Lasagna Bertu però non si è mai rassegnato. Aveva un capriccio e voleva toglierselo e, il destino alle volte gioca dei brutti scherzi, specialmente quando è il destino della povera gente.

Nesta, spinta dalla necessità sì, ma anche e soprattutto da un certo affanno, l’ansia, diremmo oggi, di non riuscire a farcela, sa che Lasagna ha fatto carriera alla Fiat. Lo sa perché Lasagna padre è il padrone di casa anche della sua attuale abitazione e quindi, certe cose sono di dominio pubblico tra gli inquilini. Così una sera, il cuore in gola per l’emozione e la vergogna, si mette la veste più bella che ha e va ad appostarsi davanti all’uscita degli impiegati di via Cuneo. Lasagna la nota subito. Così come l’hanno notata i coinquilini della casa e mezzo circondario. Lei si fa il segno della croce senza farsi scorgere poi, gli si avvicina.

- Bunha seira munsù Lasagna, ca ma scusa s’an permettu… – (Buonasera signor Lasagna, mi scusi se mi permetto…)

La settimana dopo Nesta lavora a far proiettili. Il circondario a tessere maldicenze.

A questo punto la Jucci resta a casa ad assumere il ruolo della madre. Penserà lei ad ogni incombenza. Penserà lei a far da mangiare per sé il fratello e preparerà anche il cavagnin col mangiare per la Nesta. Ma per preparare il disnè bisogna far la spesa. E nella spesa c’è anche e soprattutto il pane. Ecco, dunque, che Jucci, merito l’assenza del papà, partecipa a tutte le vicende che abbiamo narrato fino ad ora, ovvero alle dimostrazioni per il pane, e via dicendo, ma soprattutto sarà, con i compagni, alla chiesa della Pace, testimone di un nuovo incredibile episodio che vedrà protagonista un “reverendo padre”.

 

LA CHIESA DELLA PACE

 

La chiesa della Pace è la chiesa di quella parte della barriera di Milano dove c’è la più intensa concentrazione di operai. È la chiesa dei barricadieri; è la chiesa dei nostri protagonisti; è la chiesa che ha consacrato l’unione di Lice con la Nesta; è la chiesa dove Jucci vorrebbe sposare il suo bel Tonino detto Lans, il quale, a dire il vero, per mantenere fede alla sua convinzione, da vero anarchico, ne farebbe a meno, ma non proprio volentieri, come in genere si usa esprimersi in queste circostanze. Tonino è sì un anarchico irriducibilmente e necessariamente mangiapreti, ma non è un ateo. No, non lo è affatto e non è nemmeno uno sciocco disposto a litigare con due famiglie, la propria e quella della futura sposa, per un inutile puntiglio ideologico. La rivoluzione, l’uguaglianza, la pace, la giustizia non obbligatoriamente devono poter fare a meno del Padreterno. Forse dei chiacchieroni, dei preti sempre schierati coi padroni, questo sì, ma i preti e il Padreterno non sono la stessa cosa, anche quando qualcuno di essi è simpatico e sta dalla parte dei lavoratori. Quanto alla liturgia, ovvero la cerimonia con l’abito bianco e tutto il resto, se il rinunciarvi significa inimicarsi qualche centinaio di parenti, ebbene, a questa stregua, allora ben venga: perché farne a meno?

Queste posizioni, ovviamente, Tonino non le esprime al circolo. Con la Jucci se ne parla in modo sfumato. Si pensa senza dirlo: “al momento buono si vedrà il da farsi.”  Intanto, ecco che accade il fatto cui poc’anzi ho fatto cenno, che vedrà coinvolti i nostri due ragazzi e la chiesa, o meglio, il parroco della medesima, tale Don Michele, detto anche “Don Drugia” per via del suo aspetto trasandato, oltre a una folla di qualche centinaio di persone.

*

Fine della nona parte di

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

parte XXXIII di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

*

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata.

 

 

32 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – parte XXXII

22 Agosto 2017 Nessun commento

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero:

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare”

*

PARTE XXXII

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CUI DÌ D’AGUST

    (Prima stesura 2008)

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Nota:

per motivi che non esplico, il capitolo XXXII è stato in parte decurtato. Per conseguenza la scrittura ne risulta inevitabilmente discontinua. Me ne scuso. Paolo

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I LANZOTTA

 

Dunque, la Jucci è un animo irrequieto. Esuberante. Un caratterino impulsivo quasi come una meridionale. È affascinata dal mito della rivoluzione, quella popolare, spontanea e non addomesticata e, quando può, come abbiamo visto, di nascosto, frequenta il Circolo di Studi Sociali della Barriera di Milano, rinominato poi Scuola Moderna “F. Ferrer”,  di corso Vercelli, dove non solo si discute di rivoluzioni, ma si fa anche cultura, quella cultura negata, in vari modi, alle classi subalterne. Il circolo, ovvero la scuola, è guidato da Maurizio Garino, un sardo trapiantato, che tanto rilievo avrà negli anni a venire nella storia del movimento operaio. E abbiamo visto che, con la Jucci, anche un giovanotto meridionale e di bell’aspetto frequenta il circolo. È Tonino. Tonino Lanzotta, detto Lanzo e quindi Lans dagli amici e dai compagni. Molti, per via del soprannome, lo credono un piemontese. Lanzo, per chi non lo sa, è un paesotto a nord della città di Torino, ai piedi delle belle montagne e delle valli, che da esso prendono nome. Lanzo-Tonino però è un pugliese, almeno di origine.

Classe ‘99, ha diciotto anni. Bello, sano e robusto, con un paio di baffetti tanto in voga a quel tempo e i capelli ondulati e neri, tirati verso l’indietro, con qualche goccia di petrolio al posto della brillantina che forse non era ancora stata inventata. Almeno così credo. Ha fatto prima e un pezzo di seconda alla Pestalozzi di via Montebianco, e poi, dopo aver imparato a leggere e scrivere, suo padre gli ha cercato un lavoro. Adesso è alla Fiat di via Cuneo che fa l’apprendista turgneur, l’apprendista tornitore. Un buon lavoro. Da leccarsi i baffi. Anzi, i baffetti.

Suo padre Erasmo si era trasferito a Torino dalla natia ***, un paese della Murgia pieno di incanti e di profumi. I cardi, i funghi cardoncelli, l’origano, il serpillo e una miriade di altre spezie selvatiche inondano il paese la sera, quando anch’esse trovano un po’ di refrigerio dopo una giornata piena di sole arroventato. Erasmo è nato tra quelle pietre aspre e ruvide, che sono la Murgia. Esse affiorano qua e là nella terra nera come ciuffi ricciuti della groppa di un montone. Sono la parte affiorante di un enorme iceberg di calcare. Se vuoi la terra, se vuoi seminare, devi spaccarle e ridurle a pezzettini. Erasmo ha vent’anni e li ha passati quasi tutti a spaccarle a botta di mazzate quelle pietre. I chiancunh che servono soprattutto a fare i pareth, i muretti divisori, che ancor oggi, (non so per quanto), caratterizzano quelle dolci terre.

Ha i piedi nudi, u uagnonh, il ragazzo. Le grosse scarpe le ha legate al collo con i lacci per non consumarle. Ha due mani come due pale. Grosse callose e forti, che affondano mazzate sulla pietra e la fracassano. Così la terra liberata, diventa coltivabile. Darà ottimo frumento; ottima vite per rafforzare i vini piemontesi; olive per l’olio tra i migliori al mondo; fichi, mandorle e uva bianca dolce come il miele.

L’incanto di *** è fortissimo. Posta su uno dei colli più alti della Murgia domina il panorama fino al mare. *** è fatta di pietra e di tufo, quelle pietre che Erasmo, Arasm, frantuma da mane a sera e quel tufo che va sbozzato e squadrato in blocchi che pesano anche cinquanta kilogrammi. Erasmo fa anche quello, e tutto a mano. Quando c’è da fare, perché gli affari languono in quel meridione dall’economia disfatta dall’unificazione. Anzi non esistono proprio. Non si fa una casa da decenni. Gli artijerh, falegnami, sarti, scarpari e quanti altri, girano a vuoto, che la gente non ha un soldo manco per un bicchiere d’acqua. Solo i braccianti trovano qualcosa da fare nelle terre passate ai conquistatori, ma vengono trattati come schiavi, peggio di prima quando c’era Francischiello, che almeno li considerava come “robba” di “famiglia” che non puoi distruggere del tutto. Come bestie tue, che mica ti conviene farle schiattare di fatica o di ammazzarle prima del tempo.

La popolazione è sfatta. Dorme per terra, mangia cicoria e lampasciunh, sorta di cipolle selvatiche che vanno scovate sottoterra come reperti archeologici.

Ma non si campa di soli profumi e cicoriella. E poi la sua Bicetta è incinta e lui vuole che suo figlio non diventi un pezzente morto di fame. Così, saputo che a Torino stanno costruendo un sacco di edifici, un giorno prende e, dopo quasi un mese di un viaggio come un’Odissea, mezzo a piedi e mezzo come può, giunge su, stremato. Lo prendono. La città è in piena espansione e i manovali sono ricercati.

Tutto non gli par vero. Il contrasto è incredibile. Scioccante. I tram, le macchine, l’elettricità, i fumi delle ciminiere, le case grigie e una puzza stagnante e malinconica che avvolge buona parte del quartiere che, come abbiamo visto, non solo è prodigo di effluvi provenienti dalle fogne a cielo aperto, ma ospita pure un paio di dannatissime fabbriche che producono miasmi da togliere il respiro. La Sclopis, stabilimento chimico specializzato in produzione di acido fosforico, acido nitrico, acido cloridrico e di ammoniaca, – tutti veleni utilizzati nella conquista della Libia, – situata nella vicina via Aosta e, dulcis in fundo, la Fabbrica Torinese di Colla e Concimi a un tiro di schioppo in corso Novara, cento metri prima del Camposanto. Dovendo scegliere tra l’una e l’altra meglio è la puzza delle fogne, almeno è roba naturale. E noi sappiamo che non mancava nemmeno quella.

*** gli manca, gli mancano le case lattigate di bianco dentro e fuori; gli manca la sua lingua, ma soprattutto gli manca la sua Bicetta, che lo raggiunge dopo qualche mese con ‘na panza tant! E poco dopo nasce il nostro Tonino, detto poi Lans dagli amici e dai compagni. In seguito avranno altri due figli. Uno morirà dopo pochi giorni, l’altra è una bambina splendida di otto anni, dai capelli ricci e gli occhi neri come quelli di suo padre; si chiama Nellina e va a cucire dalle suore in via Vestignè, come tante altre.

Erasmo adesso è al fronte, che spara a certa gente che parla una lingua peggio dei piemontesi. Lui non è un imboscato, perché non è un qualificato utile alla produzione. Tutti i contadinacci, soprattutto meridionali, vengono spediti in prima linea sull’Isonzo. E comunque, nonostante ciò, non sono ben visti dai torinesi. Non lo erano allora e non lo sono ancora oggi. Li considerano dei fannulloni, ladri ed anche peggio. Frutto della politica carica di odio che i Savoia e i loro tirapiedi hanno riversato nella popolazione, per giustificare gli atti criminali compiuti nelle terre conquistate.

È abbastanza “normale” che i lavoratori di un paese non vedano di buon occhio gli immigrati. Lo fa anche il nostro Lice, che non capisce che i terun, i meridionali, non hanno chiesto loro di essere tali, ma ce li hanno costretti con le baionette.

Nel maggio ’17, ad esempio, vengono “reclutati” al fronte interno della produzione, circa 3500 libici pagati meno della metà degli operai italiani. L’Ansaldo, la Fiat e altre fabbriche, sono le ditte che ne impiegano il numero maggiore. Altre migliaia verranno “importati” nei mesi successivi. E non solo uomini di religione islamica, ma anche un buon numero di ebrei, cui veniva negato il rispetto all’osservanza delle proprie convinzioni religiose: niente riposo il sabato e nemmeno il venerdì. La domenica ovviamente… niente festa, né per gli uni e né per gli altri.

Nessuno emigra se non è costretto a farlo dalle condizioni di vita inaccettabili nel proprio paese. Già, il “proprio” paese. Ma i meridionali che vengono a Torino al tempo del nostro racconto, lo dico con il massimo rispetto e la considerazione per i lavoratori stranieri, caso mai qualcuno mi intendesse per un “anti” con simpatie xenofobe, non arrivano dall’Africa, dal Sud America o dall’Afganistan. Non sono stranieri. Non sono emigranti. Non arrivano da un altro paese. Sono italiani. Italiani a tutti gli effetti, così gli è stato fatto credere e così credono; perché è per questo che sono stati anche ammazzati e in numero piuttosto notevole. In realtà lo sono – “quasi”, – a tutti gli effetti. Già. Perché lo sono quando devono essere “uniti”, e meglio sarebbe dire “annessi”; lo sono quando devono versare il sangue sul Carso; non lo sono quando cercano casa, ad esempio. «Non si affitta ai meridionali» sentenziavano i cartelli affissi ai portoni delle case fino a non molti anni fa. Il sottoscritto se li ricorda. Una vera porcheria……….

………..Lo si dica, lo si ricordi alle donne d’Italia quante loro progenitrici furono uccise dai piemontesi del VI corpo d’armata, che occupava il meridione al comando dei Cialdini e dei La Marmora; quante di esse orribilmente passate per le armi dopo essere vergognosamente stuprate dalla soldataglia, solo per essere state trovate in possesso di una forma di pane “nascosta” nel grembiule.

 

“I paesani dovranno avere licenze speciali per attendere ai campi,

e non portarvi seco che viveri per un sol pasto.”

 

Così recitava un vergognoso decreto prefettizio in ordine alla famigerata terribile legge Pica. Collaboratrici dei briganti le si accusavano di essere, fiancheggiatrici che portavano cibo ai latitanti. Ai ricercati. Ai nemici della nuova patria. Ma da quelle parti non c’erano le biove, e le pezze di pane erano da tre chili almeno. E a quel tempo non c’erano i carrelli della spesa e le donne utilizzavano il grembiule per portare il pane ed altre cose. Lo facevano dovunque. Anche al nord. I soldati avrebbero dovuto saperlo. Eppure… «Ferma dona!» fa il carabiniere a Rosetta, «Cosa ta sterme nel faudal?» Rosetta scuote la testa. Non capisce. Tenta di proseguire. «Ferma!» le intima l’ufficiale dall’alto del cavallo. Uno coi baffi pieni di sego e le bande rosse lungo i pantaloni, la sciabola sguainata. Rosetta portava il pane, portava il pane nel senale. L’ufficiale le tasta il fagotto con la sciabola. «Ma bin!» le fa, «Purtuma ‘l pan ai brigant!» Rosetta continua a non capire. Non capisce quella lingua straniera. Si scuote. Vuole andarsene. La sciabola attraversa il pane e quasi affonda nel suo ventre. La legano, la fanno inginocchiare e la fucilano. Colpevole di troppo pane. Il pane era reato. Rosetta è colpevole di pane. E venne appiccata ad un palo, nuda, esposta alla vergogna, come venivano appiccate le donne dei briganti e come venivano trattati tutti i briganti uccisi, appesi finché i loro corpi non venissero presto consumati dalle intemperie e dai morsi delle bestie e durassero il più a lungo come ammonimento. È una triste usanza. Una triste ignobile usanza, che ancora viene posta in essere in paesi lacerati dalla guerra. Il monito. La paura che serve da monito………..

………Dunque, abbiamo visto che Tonino-Lans fa il filo, piuttosto ricambiato possiamo dire, alla nostra Jucci. E sappiamo che la cosa non sarebbe vista di buon occhio soprattutto, aggiungiamo ora, dal tosto Lice, uomo burbero e tutto d’un pezzo. Ma, ahimè, abbiamo visto come la pazzia della guerra lo abbia allontanato dalla scena. Nesta, invece, se pur condizionata dal comune senso antimeridionalista dei suoi conterranei, non è contraria al filarino, soprattutto adesso che, mancandole il marito, la presenza di un uomo e di un nuovo salario non sarebbero cose da disprezzare affatto. E poi, Nesta è amica di Beatris, la Bicetta madre del ragazzo. Con lei ed altre ha passato sere e sere d’estate a raccontarsela seduta giù in cortile, come abbiamo già visto essere abitudine delle donne di quel tempo e di quella classe sociale soprattutto; la classe operaia. E poi, quante volte, vuoi per una cipolla, vuoi per una patata, un fiammifero, un bicchiere d’olio, un pugno di sale o di farina, quante volte Nesta entra in casa di Beatris e Beatris in casa della Nesta! Già, perché, stavo dimenticando di dirlo, i Magnone e i Lanzotta sono coinquilini, stanno entrambe in via Monterosa, nella casa con vista sui prati e la bialera che arriva da Lucento.

*

Fine della ottava parte di

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

parte XXXII di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

*

ciao a tutti da

Paolo

Alla prossima puntata.

 

 

31 – SCRITTI SGRAFFIGNATI – XXXI

22 Luglio 2017 Nessun commento

 

SCRITTI SGRAFFIGNATI

 

Ovvero: 

“non tutti i ladri rubano polli, ma il mondo è pieno di polli che si fanno derubare” 

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PARTE XXXI 

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CUI DÌ D’AGUST

 (Prima stesura 2008)

 

LÀ DOVE C’ERA L’ERBA… 

«Là dove c’era l’erba…» cantava Celentano, – spero non me ne voglia se, amabilmente, lo cito, – con la nostalgia del “bel tempo che fu” di cui ho già parlato. Ma il “bel tempo che fu” non era poi così bello ed esaltante come lo descrivono i poeti. Le fogne, intanto, sono cose da quartieri ricchi e, pensate, ad esempio, che in questa zona, in corso Vigevano, appena oltre la Reale Strada d’Italia, vi è la bocca di una fogna, a cielo aperto, dove vengono scaricate botti piene di liquami prelevate ai pozzi neri, che sono i luoghi di raccolta degli scarichi dei cessi delle case. I liquami non vengono svuotati col cucchiaino, no, ma rovesciando le botti che spandono merda ed altro pure peggio, dentro e fuori destinazione. La puzza è soffocante e non dà tregua né di giorno e né di notte, né tantomeno a Pasqua a Natale e nelle altre feste comandate, sia d’inverno che d’estate, quando, oltre al fetore insopportabile si aggiungono sciami di agguerritissime zanzare, che facevano sembrare grassi anche i poveracci meno in carne. E di queste delizie ve ne sono disseminate un po’ dovunque “là dove c’era l’erba.” 

 

 E le strade, che dire delle strade, che quando pioveva o nevicava diventavano fangose da risucchiarsi ogni tipo di scarpa, mentre d’estate diventavano vere e proprie fabbriche della polvere, polvere che mista alla fuliggine delle ciminiere si infilava dappertutto, nei nasi come sui banchi dei mercati e sulla roba stesa ad asciugare, nonché nelle mutande di quei pochi che le avevano. Ah, il bel tempo che fu… che nostalgia! Che nostalgia per l’assenza delle lavatrici e dei detersivi che inquinano il mondo, quando le donne si spaccavano la schiena a fare il bucato lungo i fossi! Senza detersivi e lavatrici i panni vanno insaponati, strofinati e poi torti e ritorti e poi magari ancora sbattuti con forza sulla pietra, come e al posto della centrifuga. Poi al termine delle operazioni vengono sistemati in una bacinella, spesso di legno ben pesante, e riportati a casa ad asciugare, in genere nel cortile o sul terrazzo della stessa, oppure nei prati non distanti, dove però andavano tenuti d’occhio giorno e notte, pena il loro involamento. Non c’era bisogno delle palestre a quel tempo. No, non ce n’era. E le donne erano forti e robuste. Quelle che sopravvivevano a tisi, tubercolosi ed altre terribili malattie, che non sto a dire, perché oltre non m’intendo. 

  

A Bertolla, ad esempio, un borgo a un tiro di schioppo da Torino, lungo il Po, le lavandere sgobbavano 15 ore al giorno e per due soldi a strofinare, insaponare, sbattere e ritorcere e quindi a rimettere insieme, ordinando cliente per cliente i loro panni sporchi ripuliti. 

Poi, grazie alla guerra e alla “Mobilitazione Industriale”, le donne vennero impiegate in fabbrica al posto dei mariti a far proiettili che avrebbero ammazzato i mariti di altre lavandaie a loro volta impiegate a far proiettili atti ad ammazzare i loro, e la loro fatica venne trasferita a beneficio dell’amor di patria e dei padroni del vapore, con gran sollievo dei pidocchi e del sudiciume, che si fecero ogni giorno più invadenti.

«Va ‘n Bertula!» si diceva fino a non molto tempo fa, in senso di dileggio, tanta era disperata la vita in quei paraggi.

Vedete come venivano descritti i luoghi e gli abitanti dei medesimi dall’esimio Pietro Abate Daga nel suo “Alle porte di Torino. Studio storico-critico dello sviluppo, della vita e dei bisogni delle regioni periferiche della città” del 1926: 

«La categoria dei lavandai è costituita da due centinaia di famiglie con circa un migliaio di persone. A queste spetta veramente il merito della tradizione che caratterizza il paese. Esse ne sono quasi gelose. Difficilmente i giovani contraggono matrimoni fuori del loro ambiente.»

«Né è il caso qui di ricordare che di Bertolla fa anche parte un piccolo gruppo di abitazioni, vere tane scavate nella sponda della Stura, coperte di latte da petrolio, in cui conducono una vita da trogloditi poche famiglie. Non può questa eccezione, questa anormalità, informare un giudizio sulle condizioni generali della regione. Gli stessi abitanti di Bertolla hanno dimostrato di ripudiare questi ribelli alla civiltà. Al piccolo nucleo di quei tuguri è stato dato dal popolo il nome di “Borgo Napoli”, come ad indicare che quella è gente forestiera, non gente propria.» 

Già. Gente forestiera. Non gente “propria”.

 

  

*

 

LA CHIESA DI SAN BERNARDINO 

Giovedì 23 agosto. Lo sciopero oramai ha assunto carattere generale. La sommossa pure. Non c’è luogo della città dove non ci siano fermenti e scontri. In piazza Carlo Felice i dimostranti spaccano, e non è la prima volta, i vetri del caffè Ligure, certo, punto di ritrovo di personaggi che probabilmente poco fanno per farsi amare dalla classe operaia. In piazza Statuto la polizia spara. Ci sono dei feriti. E ci sono scontri e disordini dappertutto. In borgo San Paolo la folla, si parla di 5000 persone, dà l’assalto alla chiesa di san Bernardino in quella via Villafranca che oggi è via Di Nanni, per vendicare il pestaggio attuato poco tempo prima dai frati, nei confronti di due ragazzini presi a maroda, rubare la frutta, nell’orto della parrocchia. E non solo li hanno picchiati e fustigati, ma li hanno marchiati a fuoco sulla testa col segno della croce. Ed è vero. Ma è anche vero, si dice, che i buoni fraticelli nascondono un deposito di materiale militare, armi e “quant’altro”, dove il “quant’altro” sono notevoli scorte alimentari, nei sotterranei della chiesa. Allora i dimostranti entrano, si pigliano le quattro pistole arrugginite che trovano e il “quant’altro” e poi distruggono il deposito dandogli fuoco. Interviene l’esercito. Ci saranno due morti. 

  

E gli scontri crescono di numero e di intensità dovunque. E ci sono ancora morti, feriti e decine di arresti.

L’intento dei rivoltosi è di penetrare nel centro città, dove dovrebbe avvenire il ricongiungimento dei due gruppi più importanti, quelli di borgo San Paolo e la barriera di Nizza con quelli di barriera di Milano e borgo Vittoria. Inoltre, in centro ci sono i punti nevralgici del potere, il Municipio, la Prefettura ed altri uffici, bersaglio primo di ogni rivoluzione. Ma la nostra, purtroppo, non è una rivoluzione, è solo una sommossa, come viene unanimemente definita da coloro che si sono interessati ed hanno raccontato gli avvenimenti. E le sommosse, ahimè… 

*

 

BARRICATE

 

La città a questo punto viene tagliata in due dalle forze di polizia e dall’esercito proprio per impedire l’intento dei rivoltosi. Una massiccio sbarramento circonda il centro città. Ci sono Alpini, Carabinieri, forze di P.S. e persino allievi ufficiali del Genio, travestiti da soldati semplici. I rivoltosi tentano lo sfondamento in via Garibaldi, in piazza Statuto, in Corso Ponte Mosca. Inutile. Soldati e polizia sono attestati un po’ dovunque. Ci sono in corso Vercelli angolo corso Emilia. Ci sono sul corso ponte Mosca e al passaggio a livello di corso Regina Margherita. Hanno messo una mitragliatrice in piazza Peschiera (oggi piazza Sabotino), un’altra è allo scalo merci in corso Vercelli angolo via Desana. Sono persino appostati sui tetti in via della Consolata.

E allora i rivoltosi a questo punto si arroccano sulle barricate costruite nottetempo. Le più importanti sono in “Barriera di Milano” o in prossimità di essa e in via Nizza più o meno all’angolo con via Busca, nei pressi dell’attuale rione del Lingotto, ma sono completamente prive di collegamenti e comunicazione tra loro. Il generale Sartirana, che dirige le operazioni antirivoluzionarie, ha impedito persino la circolazione delle biciclette.

La prima barricata, su corso Principe Oddone all’altezza del passaggio a livello di corso Regina Margherita, blocca la ferrovia per Milano. Una seconda, di traverso a corso ponte Mosca, blocca l’accesso stradale più importante al rione operaio. Una terza, la più notevole, nei pressi della Fiat, posta tra corso Vercelli e via Carmagnola, è una vera barricata fatta, si dice, da esperti. Infatti non è una semplice ammucchiata di mobili e cianfrusaglie, ma una vera e propria costruzione realizzata con i binari divelti della ferrovia, alcuni carri ferroviari rovesciati e una notevole quantità di alberi abbattuti, ahimè, nel corso Vercelli, tant’è che ancora oggi il medesimo ne è completamente spoglio. In “Barriera di Milano” gli “esperti” sono in gran parte anarchici. Frequentano la “scuola moderna” in corso Vercelli, non distante dal circolo socialista di piazza Barriera di Milano, l’odierna piazza Crispi. Li frequentano in molti, l’uno e l’altro, senza  arroccamenti, sia socialisti che anarchici, allora ancora uniti sul fronte della rivoluzione proletaria. E tra loro, usando mille e più precauzioni per non essere vista e non farlo sapere ai suoi genitori, c’è anche la nostra Jucci. 

* 

PARTENZA DI LICE 

Intanto, qualche mese prima che scoppiassero i tumulti, siamo ancora a gennaio, sopraggiunge un fatto triste ed angoscioso per i Magnone, una vera doccia fredda: il Lice viene richiamato.

Il governo, insensibile alla fame e alla povertà della povera gente, accoglie di buon grado questa volta le grida e le proteste di quanti, soprattutto contadini e disoccupati, imprecano contro gli “imboscati”. Gli imboscati sono coloro che in virtù di qualche scappatoia elargita da amicizie altolocate, sono riusciti a non farsi mandare al fronte. Sono i soliti furbi appartenenti alle classi agiate e alla nobiltà. Rampolli di “buone casate”, fannulloni e scansafatiche e persino ufficiali del Regio Esercito, fatti passare per tecnici specializzati e ficcati nelle officine a instaurare quel clima militaresco e tutta la relativa vergognosa disciplina militar-repressiva, che caratterizzerà ancora per lunghi anni i rapporti gerarchici nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro. Tra questi, purtroppo, vengono considerati tali, e non senza ragione dal punto di vista di coloro che combattono, anche gli operai che, “militarizzati”, sono indispensabili alla necessità della produzione bellica e che, quindi, non solo non vanno al fronte, ma possono contare su un salario, quel salario che manca a gran parte del paese. Sono gli “operai specialisti”, gli esonerati con tanto di fascia tricolore, i componenti della cosiddetta “aristocrazia operaia”. Chi è senza lavoro e non ha da mangiare, purtroppo, considera un privilegiato chi solo sta un po’ meglio di lui. E tra questi, a protestare, in massima parte ci sono i familiari di quei contadini meridionali, spediti in prima linea a conquistare terre, che non sanno manco dove sono. È da quando è iniziata la guerra che vengono elevate e indirizzate proteste in tale senso. Niente di meglio per il potere. Niente di meglio che dirottare verso “falsi scopi” il malumore e il malcontento della gente. E così finisce che Lice viene spedito al fronte.  

A Porta Nuova le lacrime delle tante povere donne e di tanti altri poveri figli sommergono quelle della Nesta, della Jucci e del povero Brunetto. 

 - Mama, a l’è nen giust! ‘ntucava mi ‘ndè al so post! -  (Mamma,) dice piangendo il ragazzo, (non è giusto, dovevo andare io al suo posto!). Nesta lo guarda piena di dolore e di rabbia mettendogli la mano sulla bocca. – Sta ciutu fulatun… ciutu… – (Sta zitto scioccone… zitto…)

Brunetto ha parlato col senno dei ragazzi. E il senno dei ragazzi è insufficiente, troppo spesso ingarbugliato da altri sentimenti. Forse l’ardore per l’azione bellica. L’eroismo. Quel sentimento così insistentemente insinuato nelle giovani menti dai professionisti del guerrafondaismo, che tanto assilla il cuore delle povere Erneste, non solo d’Italia, ma di tutto il mondo. 

Partita, la tradotta, non si fermerà che al Piave, come dice la triste canzone del tempo. E al Piave giungerà il nostro povero Lice, uomo di quasi quarant’anni, che all’epoca erano un’età… come dire… insomma non più da ragazzi come invece è oggi. 

Jucci è straziata dal dolore e dalla rabbia.

- Mama… l’è ura ‘d fè quaicos… ‘D bugese… – (Mamma è ora di far qualcosa… di muoversi…)

Nesta la prende per il braccio, la volta verso l’uscita, le mette lo scialle sulla testa, poi le si pone di fronte:

- Fè, cosa? Fese masé, le son che’d veule? Cita, vardme bin… - (Fare cosa? Farsi ammazzare, è questo che vuoi? Bambina, guardami bene…) le dice fissandola negli occhi.

- Ma mama…

- Ciutu. Sta ciutu. E da adess an avanti frequenta pi nen qula banda ‘d falabrach.  (Zitta. Sta zitta. E da adesso in avanti non frequentare più quella banda di squinternati.)

- Mama…

- Ciutu. E adess anduma a cà. – (Zitta. E adesso andiamo a casa.)  

Nesta non piange. Sa che non può farlo. Adesso è lei che deve tenere in piedi la famiglia. E poi ha già versato troppe lacrime da quando è nata. Ha pianto nel ’12 per il fratello sperso in Libia; ha pianto per il padre caduto da un’impalcatura. Un tempo le lacrime delle donne erano all’ordine del giorno; come le morti di parenti e amici cari.

La banda di “falabrach”, cui si riferisce Nesta, è la “scuola moderna” in corso Vercelli, di cui abbiamo parlato. Nesta, da madre con la testa sul collo, sa che aria si respira in quegli ambienti. Sa che la polizia li tiene sotto controllo ad uno ad uno e sa anche che basta un nonnulla per finire in mezzo ai guai. Inoltre, sa che la Jucci è corteggiata da un frequentatore del circolo, un giovanotto simpatico e di bella presenza, ma che, oltre ad avere il difetto di essere un anarchico è anche un meridionale. Cosa questa che lo renderebbe doppiamente inaccettabile, specialmente agli occhi del padre della Jucci, il nostro Lice. Come fa Nesta a sapere tutte queste cose? Semplice, ha il suo “servizio informazioni”. Servizio di cui anch’essa fa parte. Ne fa parte come tutta la generazione di quel tempo che è “genitrice” e che ha il compito di gestire un controllo speciale sui propri figli. Un adulto padre di famiglia sa che può esercitare una certa autorità su un giovane qualunque, anche se non lo conosce, sempre che non appartenga a quelle bande di teppisti di cui abbiamo parlato, per il semplice fatto di essere un adulto, e sa, soprattutto, che nessun giovane e nessun genitore di quel giovane si ribellerà ad un rimprovero ricevuto, o fatto al proprio figlio, colto in atteggiamenti poco consoni al criterio educativo del proprio contesto sociale. Ecco quindi che nei quartieri operai, dove la solidarietà tra vicini è sentitissima, dove spessissimo per necessità una madre accudisce ai figli di una vicina e viceversa, dove abitualmente ci si presta il pane (quando c’è) e dove si ha la meravigliosa abitudine di raccontarsi, seduti nel cortile le sere d’estate, storie, confidenze e nostalgie, ecco che in questi luoghi e tra questa gente non ancora imborghesita e istupidita dai mezzi di “comunicazione” moderni, il controllo sociale ha una funzione educativa importante, quella funzione educativa di “classe” che il sistema di potere borghese col tempo ha fatto sua, imponendo alla classe operaia i suoi “valori”. In questo modo, quindi, Nesta sa cosa fa e chi frequenta la sua Jucci. I padri, in genere, non vengono informati, se non quando si tratti di assumere atteggiamenti maggiormente autoritari. Di fatto, quando è il momento di usare la cinghia. Quella benedetta e dannatissima cinghia così fortemente presente nel costume e nel lessico delle classi subalterne. “Tirare la cinghia…” “La cinghia di trasmissione…” “Assaggiare la cinghia…” e via discorrendo.

 

*** 

Fine della settima parte di

 

“CUI DI D’AGUST”

(quei giorni d’agosto)

 

parte XXXI di

“SCRITTI SGRAFFIGNATI”

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ciao a tutti da

Paolo

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Alla prossima puntata.